Sono
venuto parecchie volte in questo luogo, con tanti altri che sono
presenti oggi, per incontrare Giambattista Lazagna e per prendere
parte a iniziative da lui promosse. Rocchetta è stata per
molti - e sono certo che continuerà a essere - un luogo di
incontro fisico e ideale per molti expartigiani e studiosi, un luogo
di conservazione e anche di rielaborazione critica della memoria,
un luogo in cui si mescolano la ricerca operosa e il piacere della
solidarietà ritrovata. Quasi che il miracolo del partigianato
- combattere per una causa giusta e stare bene insieme, gioiosamente
potesse ripetersi. Tutto questo è merito suo.
L'appuntamento
di oggi, tra i tanti che ricordo, è naturalmente il più
triste, per il semplice motivo che manca proprio lui, il promotore.
E tuttavia penso che sarebbe bello se questo incontro non fosse
molto diverso dagli altri, e il sentimento del lutto non prendesse
troppo la mano rispetto al bisogno comune di capire il nostro
presente, al desiderio di essere un'altra volta insieme, in nome
della memoria comune e di quei legami profondi che continuano
a esserci tra coloro che - in forme diverse, se non altro perché
appartenenti a diverse generazioni - hanno vissuto l'antifascismo
come elemento fondativo della propria esperienza di persone civili
in un paese civile, e della propria identità.
Penso
che lui - e perdonatemi questa che può parere una frase
fatta, di circostanza - avrebbe voluto così. Lo credo veramente
perché mi ricordo bene il modo come si muoveva, il suo
stile sobrio, pragmatico, capace di commozione ma del tutto spoglio
di retorica, e penso davvero che non sarebbe stato capace di immaginare
qui un incontro troppo diverso da quelli abituali. Nulla sarebbe
più ridicolo di una cerimonia solenne, di una commemorazione
solenne che trasformasse, il nostro comune amico Giambattista
Lazagna in una specie di cavaliere dell'ideale, di eroe postumo
cui edificare un bel monumento e così chiudere la partita.
Anche per questo non credo che sia il caso di spendere troppe
parole in questa occasione, il cui scopo, mi pare, è in
buona sostanza quello di dargli tutti insieme un simbolico saluto.
Giambattista Lazagna non era un eroe, anche se decorato al Valor
Militare. Era semplicemente uno che aveva fatto la Resistenza
ventenne: con tutta l'inesperienza di un ventenne ma anche con
tutta la maturità, il coraggio e la convinzione che gli
venivano dal tessuto connettivo di una tradizione e di una cultura
familiare che affondavano radici in un'idea universalistica di
impegno sociale. Uno che aveva vissuto con intensità quell'esperienza
come un momento esaltante e insieme profondamente formativo della
sua vita, anche perché aveva avuto la fortuna di trovarsi
a far parte di una formazione partigiana un po' speciale, dove
appunto l'idea della lotta armata contro il nazismo e il fascismo
era stata profondamente associata all'idea, di una scuola di vita
e di democrazia da conquistare.
Del
tutto naturale che quell'esperienza diventasse anche il perno
ideale della sua vita successiva: quindi, in primo luogo, oggetto
di rielaborazione dei ricordo nel volumi pubblicati, a partire
dal primo e più celebre di tutti, Ponte rotto,
per arrivare al più recente, scritto in forma di dialogo
con un altro come lui, Erasmo Marrè "Minetto";
secondo luogo fondamento dell'impegno politico e di quello personale;
infine stimolo all'organizzazione di inziative culturali - il
museo, i convegni, gli incontri, le raccolte di documenti e testimonianze,
il rapporto con il teatro militante del Leaving qui, in val Borbera.
In tutto questo c'era, perché no, anche la nostalgia del
reduce, un sentimento di cui non è affatto il caso di vergognarsi.
Ma non c'erano gli inconvenienti che spesso tale sentimento porta
con sé: una sorta di cristallizzazione nella memoria dell'esperienza,
compiuta, e quindi l'incapacità di rielaborarla, il desiderio
di bloccarla una volta per tutte in una specie di imbalsamazione.
Questo non c'era: gli incontri che promuoveva non erano mai celebrazioni
in senso stretto, erano modi di ripensare le vicende di quel passato
alla luce del presente, e quindi anche di vederle di volta in
volta con occhio diverso, di sentirne diversamente l'insegnamento
e l'attualità.
Anche
per questo mi sono sempre sentito a mio agio in queste circostanze.
Condividevo e condivido in pieno questo atteggiamento mentale.
Condivido questa apertura critica, questa libertà di fronte
alla ricostruzione del passato, questo bisogno di rileggerlo continuamente.
Non ho nessuna fiducia e nessun interesse per le ricostruzioni
agiografiche, consolatorie, unanimistiche, della Resistenza, che
ne neghino i limiti, i passaggi drammatici, le contraddizioni.
Non credo affatto che di fronte alla Resistenza si debba assumere
un atteggiamento difensivo, di custodi e vestali della memoria
come se si trattasse di una reliquia intoccabile.
Nello
stesso tempo credo che il patrimonio dell'antifascismo sia tutt'altro
che un ferrovecchio buono per altri tempi. Al contrario esso rimane,
non retoricamente, un ingrediente fondamentale della nostra convivenza
civile, una barriera di cui non possiamo fare a meno contro l'imbarbarimento,
le derive plebiscitarie e illiberali, il nuovo etnocentrismo razzista.
Chi attacca l'antifascismo come un paradigina obsoleto, chi attacca
la Resistenza come un mito superato, chi vuole abolire la festa
del 25 aprile, chi vuole epurare i libri di testo per introdurvi
a forza una versione della storia in cui fascismo e antifascismo
sono uguali, attacca i fondamenti stessi della nostra stona repubblicana,
vuole portare il nostro paese indietro di cinquant'anni e costituisce
una minaccia grave per il grado di civiltà e di cultura
che per fortuna caratterizza ancora la nostra vita collettiva.
So
che anche Lazagna la pensava così e so che anche lui non
avrebbe esitato a usare questa circostanza per dire questo: non
credano questi signori che si possa fare un simile salto all'indietro
senza introdurre una rottura profonda, senza incontrare una forte,
nuova resistenza. Non credano di poter cambiare il volto dell'Italia
surretiziamente, pezzo per pezzo, a cominciare dalla sua memoria
storica. Di fronte a lui, nel salutarlo come un compagno e un
amico che se ne va, possiamo prendere un impegno: non lasceremo
che questo accada senza usare ogni risorsa intellettuale, morale
e politica per impedirlo. E in questo senso cercheremo anche di
continuare a lavorare, a Rocchetta e fuori di qui, perché
la memoria della Resistenza, la memoria critica di un passaggio
drammatico che ci ha reso migliori, non venga dissipata, ma rimanga
viva e operante. Non strumento di divisione faziosa, ma certo
discrimine ideale che non ha perso nulla della sua valenza cruciale.
Commentando
uno degli ultimi libri di Lazagna mi è accaduto di scrivere
parole che vorrei riproporre: "Il movimento partigiano non
uscì armato come Minerva dalla testa di Giove, ma disannato
dalle pieghe di un'Italia disastrata e sconvolta, ferita nella
dignità, che faticherà molto a ritrovare se stessa.
Un movimento che conquistò solo lentamente il suo ruolo,
che dovette dipanare contrasti e imprevidenze, mettere ordine
nelle sue file, costruire a poco a poco l'intelaiatura di un progetto
politico durevole, imparare cosa significava concretamente democrazia
perché molti che combattevano nelle sue file erano vissuti
nel pieno della dittatura e neppure sapevano come fosse fatta.
I giovani, i giovanissimi partigiani potevano dunque anche essere
simili ai loro coetanei della repubblica sociale, in partenza.
Potevano essere simili ma divennero diversi, cioè migliori,
anche grazie a quella scelta. E grazie a quella scelta accumularono
un patrimonio che sarebbe servito a tutto il paese per uscire
dal tunnell in cui il fascismo l'aveva gettato. Senza tutto ciò,
l'Italia migliore non sarebbe mai nata. Ed è questo dato
che nessun revisionismo, nessuna teoria della "zona grigia"
potrà mai cancellare"".
Desidero
concludere questo breve ricordo, citando le pagine finali di Ponte
rotto, che non hanno perso nulla della loro autenticità,
e che non credo siano da leggere come una recriminazione, ma appunto
come un impegno a continuare nell'ispirazione che aveva guidato
la parte migliore degli italiani nel momento più impegnativo
della nostra storia, come un invito a non considerare chiusa la
questione.
<<Con
la nostra vittoria, con la nostra discesa nella città subimmo
senza dubbio la prova più dura per il nostro morale di
partigiani. Quello che non avevano fatto i combattimenti disperati,
la fame, il gelo dell'inverno, cercò di fare molta gente.
Troppi cercarono di allontanarci di colpirci, di disgregarci.
Ma
qualcosa c'è di molto vivo ancora in noi e che vivrà
finché un solo partigiano avrà a vita:
Sarà
il ricordo della nostra vita di combattimento e di onestà.
Sarà
il ricordo della fratellanza partigiana che ci spingeva ad essere
primi nell'attacco, ultimi nella ritirata, che ci faceva dividere
in trenta un pezzo di pane.
Sarà
il ricordo dello spirito di sacrificio e di giustizia che ci animava.
Sarà
il ricordo delle ferite che abbiamo nella carne.
Sarà
il ricordo di Bisagno, Pinan, Kikirikì, Marco, Argo, Buranello
e di tutti i caduti per la libertà.
Tutti
questi ricordi ci tengono uniti e fedeli nel continuare l'opera
di rinascita morale e materiale del nostro Paese iniziata con
le armi sulla montagna>>.
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