Isral > risorse e documenti > 25 aprile > Gianbattista Lazagna
Per la morte di Giambattista Lazagna "Carlo"  
di Antonio Gibelli

Discorso pronunciato a Rocchetta Ligure, 25 gennaio 2003

sezioni

Gianbattista Lazagna

Intervista a Gianbattista Lazagna sui rapporti fra distaccamenti e comandi di brigata e di divisione di Roberto Botta

Per la morte di Gianbattista Lazagna "Carlo" di Antonio Gibelli

 

 

 
Sono venuto parecchie volte in questo luogo, con tanti altri che sono presenti oggi, per incontrare Giambattista Lazagna e per prendere parte a iniziative da lui promosse. Rocchetta è stata per molti - e sono certo che continuerà a essere - un luogo di incontro fisico e ideale per molti expartigiani e studiosi, un luogo di conservazione e anche di rielaborazione critica della memoria, un luogo in cui si mescolano la ricerca operosa e il piacere della solidarietà ritrovata. Quasi che il miracolo del partigianato - combattere per una causa giusta e stare bene insieme, gioiosamente potesse ripetersi. Tutto questo è merito suo.

L'appuntamento di oggi, tra i tanti che ricordo, è naturalmente il più triste, per il semplice motivo che manca proprio lui, il promotore. E tuttavia penso che sarebbe bello se questo incontro non fosse molto diverso dagli altri, e il sentimento del lutto non prendesse troppo la mano rispetto al bisogno comune di capire il nostro presente, al desiderio di essere un'altra volta insieme, in nome della memoria comune e di quei legami profondi che continuano a esserci tra coloro che - in forme diverse, se non altro perché appartenenti a diverse generazioni - hanno vissuto l'antifascismo come elemento fondativo della propria esperienza di persone civili in un paese civile, e della propria identità.

Penso che lui - e perdonatemi questa che può parere una frase fatta, di circostanza - avrebbe voluto così. Lo credo veramente perché mi ricordo bene il modo come si muoveva, il suo stile sobrio, pragmatico, capace di commozione ma del tutto spoglio di retorica, e penso davvero che non sarebbe stato capace di immaginare qui un incontro troppo diverso da quelli abituali. Nulla sarebbe più ridicolo di una cerimonia solenne, di una commemorazione solenne che trasformasse, il nostro comune amico Giambattista Lazagna in una specie di cavaliere dell'ideale, di eroe postumo cui edificare un bel monumento e così chiudere la partita.

Anche per questo non credo che sia il caso di spendere troppe parole in questa occasione, il cui scopo, mi pare, è in buona sostanza quello di dargli tutti insieme un simbolico saluto. Giambattista Lazagna non era un eroe, anche se decorato al Valor Militare. Era semplicemente uno che aveva fatto la Resistenza ventenne: con tutta l'inesperienza di un ventenne ma anche con tutta la maturità, il coraggio e la convinzione che gli venivano dal tessuto connettivo di una tradizione e di una cultura familiare che affondavano radici in un'idea universalistica di impegno sociale. Uno che aveva vissuto con intensità quell'esperienza come un momento esaltante e insieme profondamente formativo della sua vita, anche perché aveva avuto la fortuna di trovarsi a far parte di una formazione partigiana un po' speciale, dove appunto l'idea della lotta armata contro il nazismo e il fascismo era stata profondamente associata all'idea, di una scuola di vita e di democrazia da conquistare.

Del tutto naturale che quell'esperienza diventasse anche il perno ideale della sua vita successiva: quindi, in primo luogo, oggetto di rielaborazione dei ricordo nel volumi pubblicati, a partire dal primo e più celebre di tutti, Ponte rotto, per arrivare al più recente, scritto in forma di dialogo con un altro come lui, Erasmo Marrè "Minetto"; secondo luogo fondamento dell'impegno politico e di quello personale; infine stimolo all'organizzazione di inziative culturali - il museo, i convegni, gli incontri, le raccolte di documenti e testimonianze, il rapporto con il teatro militante del Leaving qui, in val Borbera. In tutto questo c'era, perché no, anche la nostalgia del reduce, un sentimento di cui non è affatto il caso di vergognarsi. Ma non c'erano gli inconvenienti che spesso tale sentimento porta con sé: una sorta di cristallizzazione nella memoria dell'esperienza, compiuta, e quindi l'incapacità di rielaborarla, il desiderio di bloccarla una volta per tutte in una specie di imbalsamazione. Questo non c'era: gli incontri che promuoveva non erano mai celebrazioni in senso stretto, erano modi di ripensare le vicende di quel passato alla luce del presente, e quindi anche di vederle di volta in volta con occhio diverso, di sentirne diversamente l'insegnamento e l'attualità.

Anche per questo mi sono sempre sentito a mio agio in queste circostanze. Condividevo e condivido in pieno questo atteggiamento mentale. Condivido questa apertura critica, questa libertà di fronte alla ricostruzione del passato, questo bisogno di rileggerlo continuamente. Non ho nessuna fiducia e nessun interesse per le ricostruzioni agiografiche, consolatorie, unanimistiche, della Resistenza, che ne neghino i limiti, i passaggi drammatici, le contraddizioni. Non credo affatto che di fronte alla Resistenza si debba assumere un atteggiamento difensivo, di custodi e vestali della memoria come se si trattasse di una reliquia intoccabile.

Nello stesso tempo credo che il patrimonio dell'antifascismo sia tutt'altro che un ferrovecchio buono per altri tempi. Al contrario esso rimane, non retoricamente, un ingrediente fondamentale della nostra convivenza civile, una barriera di cui non possiamo fare a meno contro l'imbarbarimento, le derive plebiscitarie e illiberali, il nuovo etnocentrismo razzista. Chi attacca l'antifascismo come un paradigina obsoleto, chi attacca la Resistenza come un mito superato, chi vuole abolire la festa del 25 aprile, chi vuole epurare i libri di testo per introdurvi a forza una versione della storia in cui fascismo e antifascismo sono uguali, attacca i fondamenti stessi della nostra stona repubblicana, vuole portare il nostro paese indietro di cinquant'anni e costituisce una minaccia grave per il grado di civiltà e di cultura che per fortuna caratterizza ancora la nostra vita collettiva.

So che anche Lazagna la pensava così e so che anche lui non avrebbe esitato a usare questa circostanza per dire questo: non credano questi signori che si possa fare un simile salto all'indietro senza introdurre una rottura profonda, senza incontrare una forte, nuova resistenza. Non credano di poter cambiare il volto dell'Italia surretiziamente, pezzo per pezzo, a cominciare dalla sua memoria storica. Di fronte a lui, nel salutarlo come un compagno e un amico che se ne va, possiamo prendere un impegno: non lasceremo che questo accada senza usare ogni risorsa intellettuale, morale e politica per impedirlo. E in questo senso cercheremo anche di continuare a lavorare, a Rocchetta e fuori di qui, perché la memoria della Resistenza, la memoria critica di un passaggio drammatico che ci ha reso migliori, non venga dissipata, ma rimanga viva e operante. Non strumento di divisione faziosa, ma certo discrimine ideale che non ha perso nulla della sua valenza cruciale.

Commentando uno degli ultimi libri di Lazagna mi è accaduto di scrivere parole che vorrei riproporre: "Il movimento partigiano non uscì armato come Minerva dalla testa di Giove, ma disannato dalle pieghe di un'Italia disastrata e sconvolta, ferita nella dignità, che faticherà molto a ritrovare se stessa. Un movimento che conquistò solo lentamente il suo ruolo, che dovette dipanare contrasti e imprevidenze, mettere ordine nelle sue file, costruire a poco a poco l'intelaiatura di un progetto politico durevole, imparare cosa significava concretamente democrazia perché molti che combattevano nelle sue file erano vissuti nel pieno della dittatura e neppure sapevano come fosse fatta. I giovani, i giovanissimi partigiani potevano dunque anche essere simili ai loro coetanei della repubblica sociale, in partenza. Potevano essere simili ma divennero diversi, cioè migliori, anche grazie a quella scelta. E grazie a quella scelta accumularono un patrimonio che sarebbe servito a tutto il paese per uscire dal tunnell in cui il fascismo l'aveva gettato. Senza tutto ciò, l'Italia migliore non sarebbe mai nata. Ed è questo dato che nessun revisionismo, nessuna teoria della "zona grigia" potrà mai cancellare"".

Desidero concludere questo breve ricordo, citando le pagine finali di Ponte rotto, che non hanno perso nulla della loro autenticità, e che non credo siano da leggere come una recriminazione, ma appunto come un impegno a continuare nell'ispirazione che aveva guidato la parte migliore degli italiani nel momento più impegnativo della nostra storia, come un invito a non considerare chiusa la questione.

<<Con la nostra vittoria, con la nostra discesa nella città subimmo senza dubbio la prova più dura per il nostro morale di partigiani. Quello che non avevano fatto i combattimenti disperati, la fame, il gelo dell'inverno, cercò di fare molta gente. Troppi cercarono di allontanarci di colpirci, di disgregarci.

Ma qualcosa c'è di molto vivo ancora in noi e che vivrà finché un solo partigiano avrà a vita:

Sarà il ricordo della nostra vita di combattimento e di onestà.

Sarà il ricordo della fratellanza partigiana che ci spingeva ad essere primi nell'attacco, ultimi nella ritirata, che ci faceva dividere in trenta un pezzo di pane.

Sarà il ricordo dello spirito di sacrificio e di giustizia che ci animava.

Sarà il ricordo delle ferite che abbiamo nella carne.

Sarà il ricordo di Bisagno, Pinan, Kikirikì, Marco, Argo, Buranello e di tutti i caduti per la libertà.

Tutti questi ricordi ci tengono uniti e fedeli nel continuare l'opera di rinascita morale e materiale del nostro Paese iniziata con le armi sulla montagna>>.

torna indietro

 

 

ISRAL - via dei Guasco 49 - 15100 Alessandria | telefono 0131 443861 | fax 0131 444607

sito realizzato con il contributo della fondazione CRT Cassa di Risparmio di Torino