di
Claudio Dellavalle
tratto
da Alessandria dal fascismo alla Resistenza, a cura di Roberto
Botta e Giorgio Canestri, Alessandria 1995
| ALESSANDRIA
IN TEMPO DI GUERRA |

Il
17 maggio 1939: il Duce in Alessandria

La
Brigata Pochettini entra in Alessandria nei giorni della Liberaione
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E'
ancora viva l'eco delle celebrazioni dello sbarco in Normandia,
che all'inizio della scorsa estate hanno visto impegnati i governi
dei paesi occidentali alleati cinquanta anni fa nell'aprire il secondo
fronte sul territorio francese. A metà tra lo spettacolo
e la rievocazione storica quelle celebrazioni hanno avuto anche
momenti di intensa emotività, rompendo gli schemi della retorica
che tendono a prevalere nelle rievocazioni programmate dall'establishment.
I volti e i gesti dei reduci attivavano la memoria facendo riemergere
le ragioni di un evento ormai lontano nel tempo: il ricordo dei
compagni caduti si mescolava con l'orgoglio di aver combattuto una
battaglia giusta e di averla vinta. E nella folla attorno a questi
reduci sembrava viva la consapevolezza di chi è stato protagonista
di un evento, di un passaggio rilevante, significativo per tutti.
Ma sarà ancora così? Il sovrapporsi delle generazioni
non finirà per svuotare di significato non solo le celebrazioni,
ma le ragioni stesse che presiedevano all'atto pubblico del ricordo?
I segnali che la realtà ci rinvia sono contraddittori e spesso
poco tranquillizzanti. La cronaca, per limitarci a quella di casa
nostra, ha registrato, soprattutto nell'anno appena trascorso più
elementi di inquietudine e di preoccupazione che di rassicurazione
nel dibattito che ha accompagnato la ridefinizione degli equilibri
politici e, dunque, anche una rilettura della nostra storia recente.
A parte un uso scontato, ma forse troppo disinvolto dei fatti storici
piegati alle esigenze della battaglia politica, sono parse particolarmente
pericolose a chi scrive queste note le argomentazioni utilizzate
dalla parte politica che ha sue radici nel fascismo del ventennio
e in quello della RSI, nel fare i conti con quelle "origini".
E più pericolosa di tutte, nella sua banale semplicità
che diventa forza persuasiva per chi per mille ragioni sia lontano
da questi temi, l'argomentazione che mette al centro la necessità
di superare il passato per evitare di riproporre le divisioni di
allora come elemento di contrapposizione nel presente. Perché
è un'argomentazione finta? Perché si presenta da un
lato con il ramoscello della pacificazione (questa è la parola
chiave) in mano, dall'altro con l'invito accattivante a semplificare
il passato dimenticando.
Come non essere d'accordo con chi parla di pace e, soprattutto,
come resistere alla lusinga di azzerare un passato che contiene
una massa critica di tensioni e di fatti così drammatici
da toccare il limite della sopportabilità umana? Intanto
bisogna saper riconoscere coloro che, come dice il poeta, "parlano
del futuro per non parlare del passato", perché si può
scoprire che l'interesse per il presente e il futuro deriva semplicemente
da un passato impresentabile con cui non si vuole, non si può
fare i conti. Che credibilità può avere un interlocutore
che per essere presentabile deve nascondere il proprio passato o
darne una versione che cozza contro le "evidenze" della
memoria? Quello che nell'esperienza italiana si presenta come un
problema dai risvolti direttamente politici, è un problema
che ha comunque una latitudine più ampia come le preoccupate
impressioni dell'opinione pubblica occidentale hanno rivelato di
fronte al successo di una componente politica che ha non rinnegate
le ascendenze fasciste. Su questa opinione pubblica agisce la memoria
di un passato che consuma nel corso della seconda guerra mondiale
un'esperienza tra le più drammatiche e tragiche della storia
dell'umanità, una lezione della storia che non può
essere dimenticata, perché nel bene e nel male essa disvela
i limiti dell'esperienza umana. Per cui il ricordare non è
atto utile e opportuno, ma un atto fondante, costitutivo della coscienza
della contemporaneità, specialmente all'interno del mondo
occidentale, e in particolare europeo, dove tale esperienza è
andata più in profondità. Per cui la rilettura di
quell'evento, la riflessione sugli sviluppi e infine l'alimentazione
di una memoria che contrasti l'erosione del tempo sono tutti fattori
che devono essere presi continuamente in considerazione.
La nostra riflessione può partire da un dato noto, il fatto
cioè che le molteplici letture che si possono dare della
seconda guerra mondiale oscillano tra due poli: uno che fa prevalere
le ragioni dei "sacri egoismi" degli stati coinvolti nello
scontro, per cui la guerra non è che una forma esasperata
dell'eterno scontro tra appetiti, interessi contrapposti e volontà
di potenza da affermare: un secondo per cui i contendenti sono portatori
di concezioni della vita, di impostazioni non solo contrastanti,
ma antitetiche al punto che l'una esclude l'altra fino a produrre
una forma moderna e spaventosa delle guerre di religione. La polarizzazione
qui espressa in forma schematica ha comunque consentito di procedere
efficacemente nell'approfondimento delle conoscenze, nella ricerca
storiografica, rivelandosi l'una e l'altra angolazione come uno
strumento analitico utile.
Spesso si è potuto verificare che l'intreccio tra le due
componenti è assai forte, quasi inestricabile. Eppure almeno
in una dimensione comparativa con il precedente conflitto mondiale,
il tratto ideologico della seconda guerra mondiale è innegabile,
caratterizzante e forse dentro di esso va ricercata la chiave per
capire le ragioni ultime di comportamenti e di scelte che altrimenti
dovremmo lasciare alla sfera dell'irrazionale e dell'inconoscibile.
Si intende qui il termine ideologico non nel senso banalmente riduttivo
che consente di dividere i contendenti sulle opposte sponde del
bene e del male, ma nel senso che quella guerra con il suo portato
ideologico e quindi etico morale attraversò gli schieramenti
in un drammatico gioco di azioni e risposte in cui calcolo e strategia
soccombono di fronte a pulsioni che una volta liberate non possono
più essere controllate nei loro effetti.
Questo livello dello scontro non è dato fin dall'inizio cronologico
del conflitto. Fino al giugno 1941 la guerra non è guerra
mondiale; è puramente una guerra europea, quasi la ripresa
del primo conflitto in termini regionalmente contenuti, anche se
con strumenti spaventosamente più distruttivi. E' con l'aggressione
all'URSS da parte della Germania e agli USA da parte del Giappone
che la guerra si fa mondiale ed è in questo passaggio, quando
Hitler crede di aver vinto la partita verso est, che si innesta
la componente ideologica, non attraverso la propaganda, ma attraverso
una serie di atti concreti ed irreversibili.
Spiegare perché nella seconda metà del 1941 tutto
precipiti in una lacerazione senza fine non è facile né
possibile nell'economia di queste note. Si può certamente
sostenere che in questo passaggio stretto venga a maturazione improvvisa
ciò che negli anni precedenti, nel venti anni del primo dopoguerra,
le forze in gioco, gli attori, non hanno saputo o potuto anticipare
e sciogliere con gli strumenti della politica: le democrazie occidentali,
e in particolare l'Inghilterra, ancorate nella difesa di equilibri
superati da processi di mutamento economico sociali di portata enorme
(si pensi alla latitudine della crisi del 1929); l'URSS chiusa a
riccio in un isolamento incompatibile con la sua dimensione territoriale
e l'aumento del suo peso sul piano politico; il Giappone e l'Italia
alla ricerca di uno spazio di dominio coloniale in un tempo in cui
la stagione del colonialismo volge al termine; la Germania che trasforma
una legittima domanda di riassestamento del cuore dell'Europa in
un progetto di dominio senza limiti e senza contrappesi. E' senza
dubbio il delirio di onnipotenza dei fascismi giunti al potere ad
innestare la spirale che porta alla guerra, ma dall'altra parte
non si percepisce il pericolo perché, bisogna pur dirlo,
la contraddizione principale, e dunque il rischio maggiore, per
gli ambienti politici occidentali sta ad est. Ancora nella fase
iniziale della guerra prevale una lettura della strategia di Hitler,
e in subordine, di Mussolini, secondo moduli tradizionali del tutto
insufficienti a coglierne la reale portata. Ci vorranno i bombardamenti
terroristici sull'Inghilterra, e soprattutto l'attacco all'URSS
e, infine, Pearl Harbour per cogliere la natura dello scontro non
interpretabile con l'armamentario politico diplomatico. Fa velo
il fatto che la "rottura" si produca all'interno del corpo
dell'occidente, che il di più di violenza che ne deriva non
sia controllabile con gli strumenti della politica anche nella forma
estrema della guerra, che le convenzioni si svuotino di senso perché
vengono mutati i presupposti in cui tali convenzioni dovrebbero
insistere. Poiché questo è il punto: l'impossibilità
di riconoscere dei vincoli che impediscano il dilagare della violenza
al di là di ogni limite. Nel corso dello stesso anno, 1941,
vanno registrati due fatti, apparentemente marginali rispetto allo
sviluppo delle vicende belliche che tengono con il fiato sospeso
tutto il mondo: l'uno è l'entrata in attività di alcuni
"corpi speciali" al seguito delle truppe tedesche che
hanno invaso l'Unione Sovietica. Si tratta di poco più di
tremila uomini, selezionati all'interno delle formazioni delle SS
e dei Servizi di sicurezza, una piccola cosa rispetto alle centinaia
di migliaia di combattenti schierati sul fronte russo. Si tratta
però di un gruppo selezionato con cura e ideologicamente
preparato a svolgere un compito semplice e terribile: l'eliminazione
fisica e immediata del numero maggiore di russi, politicizzati e
non, al fine di terrorizzare la popolazione e piegarne ogni volontà
di resistenza, meglio ogni segnale di esistenza autonoma non determinata
dai conquistatori. Non si tratta di genocidio perché la dimensione
del problema non consente un approccio razionale all'eliminazione
fisica di decine, centinaia di milioni di persone.
Di genocidio invece si tratta nel caso del secondo fatto a cui accennavamo
e che consiste nella costruzione del campo di eliminazione di Auschwitz
e quindi dell'avvio della soluzione finale per quanto riguarda la
questione ebraica a partire dagli ebrei polacchi e slavi. Sono cose
note e che anche uno storico disincantato come Hillgruber non manca
di sottolineare nella sua storia della seconda guerra mondiale non
priva di punte polemiche nei confronti delle letture ideologiche
della stessa.
Ciò che non viene tentato è di mettere in relazione
questi fatti con l'andamento complessivo della guerra, quasi che
fossero fatti interni all'efficienza tedesca, parti di quella galleria
degli orrori che fu il nazismo, ma ininfluenti sull'andamento della
guerra guerreggiata. Si può invece ragionevolmente sostenere
che si tratta di due fatti rilevanti proprio rispetto allo sviluppo
della guerra perché per il gruppo di comando del sistema
nazista costituirono il punto di non ritorno rispetto alla possibilità
di negoziare un'uscita dal conflitto. All'origine di entrambi sta
un'assunzione di responsabilità esplicita da parte di Hitler
e dei suoi stretti collaboratori, tradotta in atti formali nei quali
i sottoposti vengono esentati dal rispetto del codice penale e il
crimine legittimato. L'aver varcato questa soglia mette il gruppo
dirigente nazista fuori da ogni regola della convivenza civile e
dunque moralmente incapace di ogni possibilità di ritorno,
che è stata coscientemente bruciata. Viene distrutta infine
la possibilità stessa di un'intesa perché il riconoscimento
reciproco tra due interlocutori richiede un minimo di accettazione
di principi etico morali condivisi necessari anche nelle mediazioni
più ciniche.
Come è noto il fallimento della guerra lampo contro l'URSS
significò il fallimento dell'intera strategia nazista di
conquista dello "spazio vitale" in Europa, e l'intervento
in guerra degli Stati Uniti la fine del più ambizioso progetto
di dominio mondiale. Questo significa che i quattro lunghi, drammatici
anni che seguiranno, con il carico di morti, distruzioni, sofferenze
inaudite per milioni di persone derivano dall'incapacità
di ricavare le conseguenze necessarie dalla valutazione realistica
delle forze in campo a causa di un blocco ideologico attivo nello
schieramento fascista internazionale. Non a caso la defezione italiana
dopo l'8 settembre 1943 viene bollata con il marchio del tradimento.
In un sistema che ha liquidato ogni altro valore, quello della fedeltà
resta la discriminante decisiva, anche se ormai abbassata al livello
della complicità più che del reciproco rispetto. Qui
si potrebbero aprire molti percorsi di riflessione; ne riprenderemo
solo due, restando all'interno dei discorsi sopra accennati.
Il primo riguarda il significato che i vari movimenti di resistenza
nei vari paesi occupati dalle forze fasciste e naziste ebbero pur
nella varietà delle forme con cui si espressero. Al di là
del peso e del contributo che seppero dare sotto il profilo militare
alla lotta degli alleati contro le forze del Tripartito, ciò
che conta è che dall'interno dei paesi occupati, nelle condizioni
più difficili e rischiose, una minoranza abbia saputo, spesso
partendo da presupposti politici lontani, contrastare e negare alla
radice l'ordine che gli occupanti volevano imporre. Sta in questo
no, che per molti ha una valenza prepolitica, l'elemento che consente
a una buona parte di questi paesi di uscire dalla guerra con le
risorse morali necessarie per ricominciare, per ritrovare degli
elementi comuni sulla base dei quali ridefinire la propria identità
e su cui fondare la convivenza. Questo discorso è particolarmente
rilevante per l'Italia, che fino all'8 settembre 1943 è alleata
e "complice" della Germania nazista e che dopo tale data
vede aprirsi un drammatico scontro tra chi vuole ricostituire un
partito, e uno stato, fascista e chi si schiera contro l'occupante
tedesco e la nuova forma di fascismo. Si apre una partita complessa
e difficile su cui anche in sede storiografica ci possono essere
più letture e interpretazioni. Su un punto però ci
pare che non possa esserci discussione, sul rifiuto a stabilire
qualunque simmetria tra i due schieramenti, quasi che l'uno non
fosse che l'immagine rovesciata dell'altro. Si può riconoscere
la buona fede di chi ha creduto di schierarsi dalla parte del fascismo
repubblicano, accanto ai tedeschi, soprattutto quando si tratti
di giovani che non potevano per formazione e per età prefigurare
soluzioni alternative a quelle che loro si presentavano, ma tutto
questo non nobilita la causa che essi ritengono di difendere; se
mai accresce le responsabilità di chi gliela presenta come
la sola scelta possibile. L'altra parte, quella che ha trovato la
forza, le risorse e anche le occasioni per dire di no sta su un
altro piano, politicamente discutibile, ma moralmente ineccepibile
come l'alto tasso di rischio che quella scelta comporta sta a dimostrare.
Il secondo elemento rilevante è dato dal fatto che questo
patrimonio morale costituisce l'elemento su cui si fonda e insiste
il patto che ristabilisce i termini della convivenza di una società
lacerata dalla guerra e dalla crisi morale derivante non tanto dalla
sconfitta, ma dalla perdita di senso delle ragioni per cui si è
entrati in guerra. E'questo un punto delicato che ci riporta all'avvio
del discorso che qui si è tentato di fare e che scopre l'insidia
che sta dietro l'invito all'oblio. Ci sono dunque due ragioni generali
che attengono all'esperienza del mondo moderno dentro la tragica
vicenda della seconda guerra mondiale e ragioni specifiche nostre,
del nostro paese e del suo destino che ci devono spingere ad attivare,
a coltivare e a difendere i percorsi della memoria per quanto dolorosi
e non facili da accettare essi siano.
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