ECONOMIA, VITA QUOTIDIANA E SPIRITO PUBBLICO  
 
di Roberto Botta e Giancarlo Subbrero

tratto da Alessandria dal fascismo alla Resistenza, a cura di Roberto Botta e Giorgio Canestri, Alessandria 1995

ALESSANDRIA IN TEMPO DI GUERRA

 


Pivano di Alessandria, 1942: ispezione di una delegazione del partito fascista ai reparti adetti alla produizione bellica


Novi Ligure, località San Bovo, dopo un bombardamento

 

 

 

 
Una vasta letteratura storiografica ha messo in evidenza l'impreparazione e i ritardi, sia dal punto di vista economico-produttivo che del potenziale bellico dell'esercito, che caratterizzano la situazione dell'Italia all'ingresso nel secondo conflitto mondiale. A ciò si deve aggiungere il rapido scollamento delle strutture del regime e il disagio che si fa strada nell'opinione pubblica.

La situazione della provincia di Alessandria non fa naturalmente eccezione: ma lo sguardo ravvicinato, attento agli avvenimenti di una singola provincia, consente, pur nella frammentarietà delle fonti sino ad oggi disponibili, di precisare meglio le caratteristiche e i tempi di quella vera e propria corsa al disastro che fu la decisione del regime fascista di entrare in guerra.

L'industria della provincia di fronte al conflitto

Il regime economico connesso all'entrata in guerra dell'Italia ebbe un impatto devastante su una struttura economica come quella della provincia di Alessandria che ancora alla fine degli anni Trenta cercava faticosamente di ritrovare un proprio equilibrio dopo le gravissime conseguenze della crisi del 1929. Non tutte le aziende dichiarate tra il 1935 e il 1940 stabilimenti ausiliari dal Commissariato Generale per le Fabbricazioni di Guerra riuscirono ad espandere la propria produzione come era successo alle imprese che avevano lavorato per le commesse belliche durante la prima guerra mondiale e questo soprattutto per due motivi: in primo luogo per la tipologia produttiva e i settori merceologici che non rivestivano diretto interesse per le forniture militari, tranne che in alcuni casi, in secondo luogo per la sostanziale impreparazione della nazione ad un'economia bellica.

Nel corso dello stesso 1940 si fecero sempre più evidenti quelle difficoltà di rifornimento di materie prime e di combustibili, soprattutto carbone, che già si erano palesate negli anni precedenti alla guerra. La Pivano di Alessandria, produttrice di macchine utensili varie, iniziava la produzione di accessori per proiettili, con l'occupazione dilatata a 200 addetti, ma si trovava ben presto in difficoltà. Nello stabilimento dell'ILVA di Novi Ligure la produzione di acciaio, dopo aver toccato le 72.500 tonnellate nel 1941, scendeva l'anno successivo a meno di 60.000 mentre quella di laminati calava da 66.000 a 61.000. La situazione produttiva, difficile per le imprese che lavoravano per le esigenze militari, divenne a maggior ragione complessa per quelle che operavano per scopi civili. Se resisteva la Borsalino con una produzione salita da 550.000 cappelli nel 1936 a 800.000 nel 1942 (658.000 venduti), sia pure stretta tra difficili problemi di rifornimento di materia prima pregiata, di aggiustamento dei conti clearings e degli accordi di compensazione e al drastico calo delle esportazioni, per altri settori e altre imprese la situazione si fece ben presto drammatica. Nella meccanica, la Sila di Alessandria, per ovviare alla carenza di alluminio, doveva produrre fornelli e stufe elettriche; nell'industria dolciaria, la Novi di Novi Ligure, che pure nel 1936 aveva inaugurato un nuovo stabilimento, vedeva calare le proprie vendite di un terzo rispetto all'anteguerra e riduceva le proprie maestranze di parecchie unità. La produzione di cemento degli stabilimenti casalesi calava tra il 1940 e il 1942 da 441.000 a 232.000 tonnellate mentre quella di agglomerante cementizio precipitava da 231.000 a poco più di 10.000; nel dicembre 1940 all'Italcementi si lavorava solo tre giorni alla settimana; un paio di mesi dopo, sempre per mancanza di lavoro, l'Eternit, che pure aveva largamente beneficiato dell'autarchia, doveva licenziare diverse centinaia di persone. In un lettera censurata si può leggere che al cotonificio di Tortona [il Dellepiane, ndr] "va sempre più male, hanno licenziati i non ammogliati e molte donne, per mancanza di materia prima". Alla metà del 1941 l'oreficeria valenzana aveva sospeso completamente la produzione riprendendola parzialmente qualche mese dopo con l'utilizzo dell'acciaio come materia prima.

All'inizio del 1942 la sìtuazione occupazionale e produttiva nell'industria della provincia era ormai tragica e ovunque si segnalavano rallentamenti e chìusure di stabilimenti quasi tutti dovuti alla mancanza di materie prime e di combustibile. Nel febbraio 1942, a Tortona, la Orsi lavorava "pochi giorni la settimana", ad Acqui la vetreria MIVA doveva chiudere per mancanza di carbone; nel mese successivo il cotonificio di Vignole Borbera serrava i battenti per venti giorni per carenza di energia elettrica. Ad aprile chiudeva il calzificio Morasso di Gavi e il mese dopo la fabbrica di liquori Gambarotta di Serravalle. Infine, l'economia di guerra creò insuperabili problemi alle piccole imprese e all'artigianato diffuso che costituiva parte importante della base occupazionale della provincia di Alessandria.

Il disastro in agricoltura, la fame e il freddo come condizione quotidiana

Accanto all'industria, vicina tra la fine del 1942 e il 1943 al collasso, viveva una situazione difficile anche l'agricoltura alessandrina. Durante il periodo bellico dovevano incidere sempre più sul settore primario gli ammassi obbligatori, attivati alla fine deglì anni Trenta anche in provincia di Alessandria per la lana, i bozzoli e il grano. In un'area orientata alla cerealicoltura ebbe soprattutto importanza quello del frumento:

"Nei primi anni di guerra - scrive Lorenza Lorenzini - aumenta ulteriormente la superficie coltivata a frumento: nel 1941 è di 81.450 ettari, ma il raccolto segna una flessione e non supera 1.440.000 quintali. Nel 1942 la superficie coltivata raggiunge 85.800 ettari e la produzione, in seguito alle favorevoli condizioni climatiche, tocca 1.890.000 quintali. Solo 420.000 quintali andranno a soddisfare i bisogni alimentari della popolazione, 194.000 saranno destinati alla semina, il resto verrà conferito all'ammasso".

Nel 1941 oltre ad un raccolto del frumento inferiore del 30% alla media, si doveva registrare una lunga siccità che causava danni anche al granoturco e alla barbabietola da zucchero; soltanto il raccolto dell'uva fu moderatamente soddisfacente, nonostante le limitatissime assegnazioni di solfato di rame -sostituito dall'autarchico e inservibile "ramital" - per combattere la peronospera. Affermava a tal proposito un contadino di Sarezzano in una lettera del maggio 1941: "mi hanno appena dato 47 Kg. di solfato di rame e 26 Kg. di ramital che non si sa ancora come si usa e non basta. Solfato dice qualcuno che se ne trova ma bisogna pagarlo persino L. 20 al Kg.".

La persistenza della siccità anche nell'anno successivo decurtava il raccolto dei foraggi, con disastrose conseguenze sul patrimonio zootecnico della provincia, obbligando molti contadini a vendere il bestiame, e causava gravi danni al granoturco, alle patate e alle coltivazioni orticole. Si scriveva da Visone, nell'Acquese, nel luglio 1942: "le vitelle le venderemo se nonché il papà li voglia vederle a morire tutte, perché il fieno ormai quello che c'era l'abbiamo preso tutto [ ...] nei campi ormai non ne viene più perché c'è una siccità enorme".

Gli ammassi obbligatori, i cattivi raccolti, le requisizioni di bestiame, la mancanza di braccia nelle campagne fecero sentire i loro effetti non solo nell'andamento complessivo dell'agricoltura provinciale ma - unitamente alle difficoltà occupazionali dell'industria e del commercio- provocarono un progressivo deterioramento delle condizioni di vita di gran parte della popolazione, con la rarefazione dei generi alimentari di prima necessità, l'introduzione della tessera annonaria, il sorgere e il proliferare dei primi fenomeni di mercato nero, il vertiginoso aumento dei prezzi. Scriveva un anziano contadino di Ticineto Po nel giugno 1941:

"voi altri fate la guerra con le armi e noi la facciamo con la fame. Ci danno più niente, la minestra si mangia con poco condimento e noi vecchi si viene senza forze e non si può stare in piedi né lavorare, non c'è più niente da comperare, carne ne danno un etto a testa alla festa, dì tu come dobbiamo fare vecchi come siamo per lavorare".

Tra la fine del 1939 e l'estate del 1941 il prezzo dell'olio passava da 10 a 45 lire al Kg., quello del salame da 16 a 50, la carne di manzo da 12 a 27 mentre quadruplicava il prezzo delle uova. Una relazione del luglio 1941 della Confederazione Fascista dei Lavoratori dell'Agricoltura di Alessandria definiva la situazione dei prezzi dei prodotti ortofrutticoli "molto grave" con aumenti che venivano considerati "elevatissimi e non certo tali da trovare completa giustificazione"; elevati erano considerati anche i prezzi delle uova, del pollame, dei conigli, delle carni ovine e caprine. Tra le cause, oltre alla "rarefazione generale di tali prodotti" dovuta allo stato di guerra, venivano individuate "L'incetta da parte di industrie e grossi commercianti" per rifornire le principali città del nord Italia, le difficoltà dei trasporti, ma soprattutto la speculazione commerciale dei rivenditori al minuto, non sempre efficacemente controllata e severamente frenata".

Ben presto, problemi fondamentali per gran parte della popolazione divennero l'alimentazione e, negli inverni 1941 e 1942, la difesa dal freddo e dalle intemperie. Numerose testimonianze si possono portare a tale proposito, tratte, come le precedenti, dalle lettere passate al vaglio dalla censura postale. Si scriveva da Casale nel luglio 1941:"non riesco a sfamarmi, qui la roba che non è razionata ammonta a dei prezzi enormi e sempre aumenta [ ... ] perciò io sotto i denti devo accontentarmi di mettere il pane solo", e ancora da Tortona nell'ottobre dello stesso anno: "qui ci sono tutti i negozi chiusi, non si può comperare né stoffa, né scarpe, né maglie - più niente - adesso ci vuole la tessera anche negli abiti. Insomma i soldi non valgono più niente, ciò che vale è la roba. Abbiamo anche il pane tesserato e ce ne danno due etti al giorno". Nel febbraio 1942 si scriveva da Novi Ligure: "Qui a Novi fa un freddo fenomenale. Solo di legna la stufa ne consuma più di 2 ql. alla settimana a L. 50 il ql., fìguratí che spesa. E il pane? 2 etti li consumo a mezzogiorno e per la sera devo andare a cercarlo nelle cascine, ma non danno più nulla vogliono olio ed allora danno burro e farina, cosa devo fare?" gli stessi problemi si ponevano, decisamente aggravati, alla fine dell'anno ad Alessandria: "Anche noi fa freddo e la legna è scarsa e cara - scrive un alessandrino -, se sapesti poi il come è caro, non si può andare avanti, giornalmente 30 lire basta per vivere, poi cè il vestire e altre cose, le paghe sono sempre come 3 anni fa".

Complessivamente, tra il 1940 e il 1942 i prezzi dei generi alimentari e dei beni fondamentali triplicarono, mentre i salari industriali registrarono un aumento non superiore al 40-45%. E a peggiorare le condizioni di vita della popolazione, quando non bastava la diminuita razione alimentare, la disoccupazione o l'occupazione precaria, intervenivano anche epidemie di vario genere: "qui [Alessandria, maggio 1942, ndr] c'è la malattia del tifo in giro tutto per via Guasco e Via S. Maria di Castello, l'ospedale è pieno le scuole le hanno chiuse".

anni prezzi generi alimentari prezzi vestiario salari monetari salari reali
1938
100,0
100,0
100,0
100,0
1939
107,1
99,8
109,7
105,2
1940
139,4
125,0
130,7
106,6
1941
176,8
175,6
140,6
99,7
1942
267,3
236,3
160,6
98,6
1943
422,1
484,8
196,5
71,9
1944
719,7
730,2
321,7
26,5
1945
2.562,0
1433,0
635,5
26,5

Andamento dei prezzi e dei salari in Italia dal 1938 al 1945

Lo spirito pubblico nei primi tre anni della guerra

La grave situazione economica e il drastico peggioramento delle condizioni di vita della stragrande maggioranza dei cittadini trovano un preciso riscontro nel rapido e progressivo distacco della popolazione dalla demagogia di regime che accompagna gli anni del conflitto.

Non sono ancora molte le fonti disponibili che ci consentono di analizzare le oscillazioni dello spirito pubblico in provincia di Alessandria durante la guerra: tra esse, per quantità e qualità, un posto di rilievo spetta agli atti della Commissione provinciale censura postale. Le commissioni furono infatti istituite non solo per provvedere all'obliterazione delle lettere contenenti frasi o espressioni "sconvenienti", ma anche per registrare gli umori dei corrispondenti, i loro sentimenti e i loro problemi. A questa seconda funzione provvedevano precise relazioni settimanali e quindicinali, quasi sempre accompagnate da numerosi stralci di corrispondenze.

Naturalmente questo apparato documentario deve essere maneggiato con estrema cautela, perché le notazione sullo spirito pubblico sono pure esse sottoposte a innumerevoli condizionamenti, dalle autocensure degli scriventi consapevoli che la loro corrispondenza può facilmente essere letta da occhi estranei, alle cautele e agli imbarazzi dei censori nel riferire ciò che di sgradito per il regime emerge dalle lettere; ma nonostante questi limiti le relazioni periodiche ci consentono una rilevazione piuttosto precisa delle oscillazioni dello spirito pubblico anche per la loro rilevanza quantitativa: basta pensare che la commissione alessandrina nei trentadue mesi (gennaio 1941 e l'agosto 1943) esaminò più di 6000000 di corrispondenze, per una media di 190.000 missive mensili.

Il quesito fondamentale al quale dobbiamo cercare di rispondere analizzando questi documenti è sin ovvio: vi era o non vi era consenso alla scelta del regime di entrare in guerra?

Nei primi mesi dopo il 10 giugno, come è ovvio aspettarsi, le espressioni favorevoli alla guerra che i censori possono leggere nelle lettere esaminato risultano nemerose, anche perché esse sono sovente dettate, oltre sincera adesione al regime, da un inconscio bisogno di autorassicurazione e dalla diffusa convinzione che il conflitto sarà davvero breve e vittorioso. Inoltre i censori che sono tutti iscritti al Partito fascista, manifestano più o meno consciamente, la loro euforia anche con il tono delle loro parole. Sono i mesi in cui possono con orgoglio sostenere che "per il Duce è spontanea e unanime l'ammirazione quale sicuro Pilota della Grande Nave Italia", che tra i civili "la comprensione dei doveri dell'ora attuale è profonda" e che "lo stato d'animo nella maggioranza delle truppe è ottimo, il morale elevato, viva la fede nell'immancabile vittoria finale". Ma già in queste settimane di effervescenza e di fiducia nella vittorie qualche cosa sembra scricchiolare, e non sono rari i casi di dissonanza dall'apparente coro di adesione alle scelte del regime e di fiducia a proposito della marcia veloce e ineluttabile verso "la pace vittoriosa" - espressione, tra le varie proposte da Mussolíni nei suoi discorsi, che riscuote grande successo, senz'altro superiore al molto più perentorio "Vincere!", lanciato dal Duce nel discorso con il quale annunciava l'entrata in guerra il 10 giugno.

Con il passare dei mesi e l'approssimarsi dell'inverno la situazione subisce un primo deciso peggioramento e i censori devono iniziare a registrare con monotona regolarità l'accentuarsi del "malcontento per il rincaro ritenuto ingiustificato, dei generi di prima necessità" e le preoccupazioni "per quello che si riferisce al pane di cattiva qualità e per la scarsità di lavoro". Ma già dall'estate del '40 il mito della guerra lampo si rivela agli occhi dei combattenti in tutta la sua illusorietà- "Gli spostamenti delle unità dal fronte occidentale ingenerano trepidazione nell'animo dei combattenti che credevano per loro la guerra finita", si legge in una relazione dell'agosto - e la conduzione e l'andamento del conflitto provocano disagio e sconcerto tra le truppe.

Nei mesi successivi, pur tra l'altalenare degli stati d'animo che si accompagna agli alti e bassi del conflitto, il morale di civili e militari continua a peggiorare. Ecco ad esempio cosa si può leggere in una relazione del novembre 1940:

"L'entusiasmo che animava le truppe prima dell'inizio delle operazioni in Grecia di fronte all'accanita resistenza incontrata dai nostri nell'Epiro va diminuendo e si rileva dalla corrispondenza che vari militari sorteggiati per l'Albania cercano delle sostituzioni a pagamento come se ne è informato il Ministero della Guerra".

Un anno dopo i soldati impegnati sui campi di battaglia lasciano balenare dalle loro lettere sintomi di stanchezza e di sfiducia ancora più evidenti, mentre l'apertura di nuovi fronti provoca altri e ben presto drammatici problemi. I soldati che scrivono ai loro parenti in Italia evitano ormai di controllare i toni e la penna, e iniziano esplicitamente a lamentare i rischi e le difficoltà. L'approssimarsi di un altro inverno mette allo scoperto il disastro di un esercito sprovvisto anche dei necessari generi di sussistenza e di vestiario adeguato per le rigide temperature del fronte orientale. Quello che pubblichiamo di seguito, è il triste resoconto di un censore redatto con un tono ricorrente nelle relazioni dell'inverno 1941:

"Dai militari d'oltremare si ripetono le lagnanze per la mancata concessione delle licenze. [ ... ] Dalla Grecia alcuni militari scrivono che mentre loro di classi anziane si trovano tuttora alle armi altri giovani, forti e robusti se ne stanno a casa tranquillamente. [ ... ] Dalla Russia provengono sempre richieste alle famiglie di indumenti di lana perché qualcuno dichiara di esserne ancora sprovvisto".

Pochi squarci, attraverso i quali è però possibile intravedere, con sufficiente chiarezza i connotati di quell'esercito male equipaggiato, facile alla corruzione e mal comandato che la propaganda di regime non riesce più a nascondere.

Il primo semestre del 1942, poi, segna una svolta molto decisa. Ovviamente, le relazioni continuano a enfatizzare i toni autotranquillizzanti per il regime, ponendo l'accento sulle "vittorie dell'asse in Marmarica e in Russia" che "hanno accresciuto la fiducia oltre che dei militari dei civili", oppure si aggrappano alla assai peregrina soddisfazione per la stagione primaverile in cui entriamo", la quale "contribuisce ad accrescere la fiducia" inducendo molti a prevedere "per l'anno in corso la fine vittoriosa della guerra"; ma con questo quadro soporifero e quasi bucolico stride aspramente la realtà quotidiana descritta dai corrispondenti militari e civili, sempre meno sorvegliati nel controllo dei concetti che fissano nelle loro lettere. La situazione sul "fronte interno" sta precipitando velocemente verso la catastrofe segnata dai bombardamenti aerei e dalle disastrose condizioni alimentari e di vita, e il morale dei militari al fronte, su cui i responsabili della commissione di censura continuano nonostante tutto a puntare le loro speranze, sottolineandone con insistenza l'alto spirito combattivo anche nelle avversità del conflitto, crolla. Ora non è più solo questione di disagio, ma di consapevolezza di massa della menzogna della guerra rapida, vittoriosa e magari anche incruenta. Per questi mesi, volendo stralciare dalle relazioni qualche citazione, non c'è davvero che l'imbarazzo della scelta; eccone alcune, riguardanti tutte le corrispondenze militari di maggio:

"Vivacissime proteste provengono da militari circa la mancata concessione di assegni famigliari ai loro congiunti; il che fa esclamare ad un fante «ecco la ricompensa che hanno i richiamati che difendono la Patria». Deplorata dai militari e ragione di malcontento, è la piaga delle raccomandazioni, per cui licenze e favori verrebbero concessi ingiustamente. [ ... ] I militari entro confine accusano mancanza o scarsità di vino, richiedono generi alimentari alle loro famiglie ed in modo speciale pane; «io non cerco altro, solamente pane» dice un tale da P.M. 3500. [ ... ] Un militare da Ponzone: «si mangia più male, in questi giorni ci siamo lamentati tutti insieme, e volevamo prendere le nostre macchine, e andarcene ad Acqui, ma con buone maniere ci hanno fatto fermare».
[ ... ] Da Casale un geniere scrive ad un suo amico: «si va al lavoro ad aggiustare le strade e invece di lavorare ci si allunga sull'erba a dormire. Gli ufficiali ci considerano e dicono tra loro: se non ci danno il rancio sufficiente, hanno ragione a fare poco». Da Gavinara (Pistoia) un fante scrive alla sorella: «corre voce che per la fine del mese si andrà a fare le prove con i tedeschi e poi partiremo, certo per non più ritornare perché noi siamo vera carne da macello; io ho non più forza per fare nulla».

Come si può vedere, ormai affiorano anche i primi episodi di protesta collettiva che sfiorano l'insubordinazione, cui si devono aggiungere le ripetute segnalazioni di allontanamenti arbitrari dal corpo o di ritardo nel rientro dalle licenze; tutti sintomi dell'ormai generalizzata percezione di un esercito in disfacimento che non riesce più a nascondere le sue miserie, fatte di clientelismo e ruberie grandi e piccole, e la sua inadeguatezza di fronte al gioco della guerra.

Il morale dei civili, se possibile, è ancora più depresso. Nell'estate 1941, ad esempio, il censore non può evitare di sottolineare che nelle corrispondenze compaiono "sintomi cospicui di spauracchio che la guerra possa durare molti anni e ciò precipuamente in seguito alla pretese dichiarazioni di Roosewelt", e che "è affiorato anche qualche vago accenno di preoccupazione circa l'esito della lotta".

Pochi mesi, e la situazione peggiora drasticamente di fronte alla prospettiva di un nuovo inverno in guerra. ''L'annuncio della data prorogata al I dicembre dell'inizio del riscaldamento ha prodotto un senso di preoccupazione nelle famiglie specie per i bambini", rileva il funzionario della Commissione alessandrina: il secondo inverno in guerra porta con sé mille disagi, dal rincaro del cibo alla mancanza di riscaldamento e la popolazione, ormai convinta che il conflitto non sarà affatto breve, manifesta tutte le sue preoccupazioni e il censore deve sconsolatamente notare che nelle lettere la "preoccupazione per i disagi economici è sempre l'elemento più trattato". Nella primavera del 1942 i censori non possono più nascondere e nascondersi la cruda realtà:

"Frasi di nero pessimismo come: «così non si va più avanti», «ormai siamo alla fame» ricorrono sovente negli scritti: [ ... ] nella maggioranza della corrispondenza si notano segni di stanchezza e di apprensione per svariate ragioni: mancanza di notizie dai congiunti al fronte o sui feriti e prigionieri; difficoltà crescenti per il vitto.

A partire dall'inverno 1941-42 la frattura tra popolazione e regime sembra ormai molto profonda, e nei mesi successivi il disastro sui diversi fronti di guerra (Jugoslavia, Africa, Albania e Unione sovietica) e i bombardamenti aerei sempre più violenti sulle città anche di medie dimensioni (non dimentichiamo che ad Alessandria furono oltre 500 i morti a causa delle incursioni aeree) non potranno che approfondire il solco.

Gli ultimi due anni del conflitto e l'occupazione nazista

La situazione complessiva della provincia doveva deteriorarsi ulteriormente con l'occupazione tedesca, quando l'intera economia era asservita alle esigenze dell'esercito occupante. Nel gennaio 1944 il Comando Militare Tedesco di Alessandria elencava con precisione certosina tutti i principali settori dell'industria alessandrina, ponendo i cementifici casalesi sotto il controllo dell'organizzazione Todt. Parecchie aziende meccaniche, come la Sime, la Fast, la Orma e la Grignolio, dovevano lavorare "in stretta collaborazione con le autorità militari tedesche". Ad Alessandria, la Pivano era immediatamente occupata dai tedeschi e doveva lavorare per la produzione di attrezzature meccaniche e materiale bellico; stessa sorte toccava alla Negro, riconvertita sotto la direzione militare dalla produzione di torchi a quella di fresatrici e alesatrici; la Borsalino era obbligata a produrre calzerotti di feltro per l'esercito tedesco. A Novi Ligure, la Novi si vedeva requisire i due terzi dell'ormai esigua produzione di cioccolato.

Anche il settore primario subiva un tentativo di "controllo globale" con la programmazione di certe produzioni e con continue requisizioni di derrate alimentari e di bestiame. Nel 1944 il raccolto del fieno era meno della metà degli anni precedenti e denunciavano forti diminuzioni quelli dei cereali e delle patate. Tra il luglio e l'agosto 1944, rilevava il Comando Tedesco, "la disciplina nelle consegne da parte dei contadini [...] è diminuita in modo catastrofico sotto l'influsso di una propaganda nemica ben studiata. Per assicurare il fabbisogno delle truppe è perciò inevitabile l'impiego della forza militare".

A partire dall'aprile del 1944 i principali centri della provincia conoscevano poi la terrificante esperienza di massicci bombardamenti alleati. Tra il 30 aprile e il due maggio Alessandria veniva duramente colpita: gravi danni erano recati alla stazione ferroviaria e ai ponti sul Tanaro, saltava completamente ogni collegamento telefonico, interi reparti della Mino e della Borsalino erano rasi al suolo. Andavano distrutte anche parecchie abitazioni e si annoveravano 242 caduti tra la popolazione civile. Il 17 luglio un altro pesante attacco aereo sul capoluogo colpiva ripetutamente la stazione distruggendo lo scalo merci e le officine ferroviarie. Il 4 giugno e successivamente l'8 luglio era la volta di Novi Ligure e anche in questo caso lo scalo e le officine ferroviarie di S. Bovo subivano danni pesantissimi. In conseguenza di questi attacchi aerei alleati il Comando Mìlitare Tedesco si trasferiva a Valenza, il Consorzio Agrario a Castelceriolo. La direzione generale dell'ILVA di Novi Ligure era costretta a trasferirsi a Voghera e la produzione dello stabilimento scendeva da 60.000 tonnellate di acciaio nel 1942 a 38.000 nel 1944, mentre quella dei laminati precipitava a meno di 36.000. Parallelamente, l'occupazione della Novi era ridotta a poche decine di addetti. Alessandria assumeva l'aspetto di una città fantasma, con la popolazione sfollata nelle campagne circostanti e con gli allarmi aerei che si susseguivano al ritmo di quattro o cinque al giorno, paralizzando per lunghe ore ogni residuo di attività lavorativa e ogni segno di vita. Un quadro estremamente lucido della situazione economica era tratteggiato alla fine di agosto dal Commissario Capo dì Pubblica Sicurezza nella periodica relazione sullo spirito pubblico inviata alla Prefettura dì Milano:

"La situazione, intesa nel senso più generico, tende sempre più a peggiorare. La frequenza dei bombardamenti e degli allarmi aerei, la scarsezza se non quasi l'annullamento dei mezzi di comunicazione derivata dalle requisizioni o dalle imposizioni dei germanici per le loro necessità di guerra, l'irregolarità divenuta eccessiva nei servizi ferroviari, si riflettono nel modo più grave sulle varie forme collettività che appare sempre più priva d'equilibrio se non del tutto sbandata. Se si tolgono i pochi stabilimenti che lavorano ancora per le forze armate germaniche, gli altri sono inattivi e senza speranza di ripresa, vicina o lontana che sia. Col pretesto delle ferie d'agosto quasi tutti i negozi cittadini sono chiusi. Del resto avrebbero ben poco da offrire ad un pubblico fattosi più scarso ed anche più restio agli acquisti. I generi di abbigliamento vanno gradualmente scomparendo; i tessili, in particolare, mancano, sia per il blocco della loro produzione, sia perché le giacenze nei negozi sono da tempo esaurite, sia anche perché queste sono state "sfollate" per essere vendute poi sul mercato nero a prezzi incredibili. Le città appaiono squallide e senza vita come se colpite dalla paralisi. Nulli o quasi i traffici ed i commerci; deserti i mercati compresi quelli delle derrate alimentari che ove non scarseggino o siano ridotte al minimo del fabbisogno, il loro costo è salito nel modo più eccessivo, quasi a dispetto d'ogni interferenza dei comitati provinciali dei prezzi e delle varie disposizioni delle Autorità, disposizioni predestinate, del resto, a rimanere ineseguite per mancanza di organi o per deficienza di funzioni".

Appunto per mancanza di controlli alla produzione e di interventi avvenuti negli arbitrari conteggi del costo dei trasporti anche i generi più strettamente attinenti alla vita quotidiana tendono sempre più al rialzo, senza la minima possibilità di arresto e di freni, con la prospettiva per il consumatore che i prezzi vadano progressivamente incontro ad un sempre più crescente ed anarchico disordine.

Nella seconda metà del 1944 e nei primi mesi del 1945 il ripetersi ossessivo e continuo dei bombardamenti, questa volta mirati espressamente alle vie di comunicazione, alle rotabili, ai ponti e alle ferrovie, come a Tortona, Casale, Valenza, Ovada, bloccava completamente ogni residua parvenza di traffici di generi alimentari e di beni di altro genere. Anche dalle relazioni del Comando Militare Tedesco iniziavano a trapelare preoccupate segnalazioni sulla mancanza di automezzi, di carburante e di carbone e sull'impossibiltà completa di mantenere collegamenti regolari. La situazione della popolazione civile era ormai precipitata: saltata completamente la possibilità di ottenere razioni attraverso il tesseramento non rimaneva che rivolgersi al mercato nero dove i prezzi avevano ormai raggiunto livelli esorbitanti tra l'autunno e l'inverno del 1944: l'olio superava le 1.000 lire al Kg., il burro, il lardo e il sale raggiungevano le 500, lo zucchero, pagato sino alla fine dell'estate 200, si impennava in pochi mesi a 400. Se si riuscivano a trovare un paio di scarpe e un vestito si potevano pagare rispettivamente anche 2.000 e 6.000 lire. Alla fine di novembre da Torre dei Ratti, nel novese, si segnalava drammaticamente che "i prezzi sono poi spaventosi il latte a 15 lire al litro, un uovo 15-20 lire, la carne 200 lire al chilo, l'olio non ne parliamo mille lire al litro, zucchero 200 lire fin qui, ora che non ne danno più con la tessera ne vogliono 300 e 400 al chilo". Tutto ciò a fronte di un salario medio giornaliero che, per un operaio professionale, si aggirava intorno alle 60 lire!

I pochi treni che arrivavano nelle stazioni del novese e del tortonese offrivano uno spettacolo desolante: da quei vagoni scendevano frotte di cittadini genovesi e alessandrini che si sparpagliavano per le campagne circostanti alla ricerca di un po' di verdura o di qualche uova per sfuggire, o tentare di sfuggire, alla fame e alle sempre più esose pretese dei borsari neri.

Ad incrudelire ancora di più la situazione si aggiunse, dall'inverno 1943, l'occupazione militare nazista di paesi e città. La strategia nazista di repressione del fenomeno partigiano prevedeva non solo la sconfitta delle bande di guerriglieri, ma una azione di "dissuasione" di ogni possibile collaborazione o copertura da parte delle popolazioni civili. Neppure le abitazioni erano, in quei mesi, luoghi ove ritrovare un minimo di tranquillità. Basta pensare che per tutte le famiglie vi era l'obbligo di appendere all'uscio di casa un elenco con i nominativi degli inquilini e che le porte degli appartamenti non potevano essere chiuse a chiave né di giorno né di notte.

Bastava che una pattuglia fascista o nazista "scoprisse" in un appartamento una persona non segnalata nell'elenco appeso all'uscio per andare incontro alla rappresaglia più crudele, in virtù di quella logica del terrore che si poteva leggere in un manifesto affisso nella primavera 1944, a cura del Capo della Provincia e del Comando Militare Germanico, sui muri di tutte le città e i paesi della provincia:

"Ogni casa in cui siano accolte persone senza che i loro nomi figurino nell'elenco di casa, viene subito data alle fiamme senza riguardo alcuno per le case vicine. Le persone non segnate nell'elenco vengono trattate come ribelli secondo il diritto di guerra; lo stesso dicasi di coloro che offrono loro rifugio. Chi trovasi in rapporti con ribelli o presta loro aiuto in qualsiasi maniera, viene trattato come ribelle e incorrerà nella pena di morte mediante fucilazione".

Questa era dunque la tragica situazione in cui versavano le popolazioni civili nei mesi dell'occupazione nazista e fascista: deportazioni, saccheggi, violenze, stupri collettivi, furono la tragica quotidianità dei lunghi mesi che portarono all'aprile 1945. Anche in questo caso gli stralci delle lettere censurate ci offrono uno spaccato di una situazione di terrore a cui ben pochi riuscirono a sottrarsi, e nella quale le donne si trovarono ad essere particolarmente esposte:

"Zia carissima, non ho il coraggio di dirti ciò che mi è accaduto nel rastrellamento del 24 XI; ero sola con la Maura; i mongoli che combattevano, vincendo la battaglia, si sono scagliati da vincitori in casa e non solo hanno saccheggiato (quasi tutta roba mia), ma mi hanno violentata ed erano più di una trentina. Terrore!!! Così fecero in tutta la zona e in paese hanno rovinato tutte le donne".

"Qui abbiamo passato dei brutti momenti, abbiamo passato 6 g. pessimi, sono entrati i mongoli truppe tedesche. Itedeschi sono molto bravi, lasciano stare tutti, ma però i mongoli facevano quello che volevano - quante ne hanno rovinate - ragazze di 14 anni. Hanno portato via maiali biancheria, galline".

Per l'Italia del nord così duramente provata, il 25 aprile non rappresentò solo il ritorno delle libertà e della vita democratica, ma anche il momento in cui i cittadini ritrovarono, lentamente e con il loro carico di memoria dolente, la normalità della vita quotidiana.

 

 

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