Una
vasta letteratura storiografica ha messo in evidenza l'impreparazione
e i ritardi, sia dal punto di vista economico-produttivo che del
potenziale bellico dell'esercito, che caratterizzano la situazione
dell'Italia all'ingresso nel secondo conflitto mondiale. A ciò
si deve aggiungere il rapido scollamento delle strutture del regime
e il disagio che si fa strada nell'opinione pubblica.
La
situazione della provincia di Alessandria non fa naturalmente
eccezione: ma lo sguardo ravvicinato, attento agli avvenimenti
di una singola provincia, consente, pur nella frammentarietà
delle fonti sino ad oggi disponibili, di precisare meglio le caratteristiche
e i tempi di quella vera e propria corsa al disastro che fu la
decisione del regime fascista di entrare in guerra.
L'industria
della provincia di fronte al conflitto
Il
regime economico connesso all'entrata in guerra dell'Italia ebbe
un impatto devastante su una struttura economica come quella della
provincia di Alessandria che ancora alla fine degli anni Trenta
cercava faticosamente di ritrovare un proprio equilibrio dopo
le gravissime conseguenze della crisi del 1929. Non tutte le aziende
dichiarate tra il 1935 e il 1940 stabilimenti ausiliari dal
Commissariato Generale per le Fabbricazioni di Guerra riuscirono
ad espandere la propria produzione come era successo alle imprese
che avevano lavorato per le commesse belliche durante la prima
guerra mondiale e questo soprattutto per due motivi: in primo
luogo per la tipologia produttiva e i settori merceologici che
non rivestivano diretto interesse per le forniture militari, tranne
che in alcuni casi, in secondo luogo per la sostanziale impreparazione
della nazione ad un'economia bellica.
Nel
corso dello stesso 1940 si fecero sempre più evidenti quelle
difficoltà di rifornimento di materie prime e di combustibili,
soprattutto carbone, che già si erano palesate negli anni
precedenti alla guerra. La Pivano di Alessandria, produttrice
di macchine utensili varie, iniziava la produzione di accessori
per proiettili, con l'occupazione dilatata a 200 addetti, ma si
trovava ben presto in difficoltà. Nello stabilimento dell'ILVA
di Novi Ligure la produzione di acciaio, dopo aver toccato le
72.500 tonnellate nel 1941, scendeva l'anno successivo a meno
di 60.000 mentre quella di laminati calava da 66.000 a 61.000.
La situazione produttiva, difficile per le imprese che lavoravano
per le esigenze militari, divenne a maggior ragione complessa
per quelle che operavano per scopi civili. Se resisteva la Borsalino
con una produzione salita da 550.000 cappelli nel 1936 a 800.000
nel 1942 (658.000 venduti), sia pure stretta tra difficili problemi
di rifornimento di materia prima pregiata, di aggiustamento dei
conti clearings e degli accordi di compensazione e al drastico
calo delle esportazioni, per altri settori e altre imprese la
situazione si fece ben presto drammatica. Nella meccanica, la
Sila di Alessandria, per ovviare alla carenza di alluminio,
doveva produrre fornelli e stufe elettriche; nell'industria dolciaria,
la Novi di Novi Ligure, che pure nel 1936 aveva inaugurato
un nuovo stabilimento, vedeva calare le proprie vendite di un
terzo rispetto all'anteguerra e riduceva le proprie maestranze
di parecchie unità. La produzione di cemento degli stabilimenti
casalesi calava tra il 1940 e il 1942 da 441.000 a 232.000 tonnellate
mentre quella di agglomerante cementizio precipitava da 231.000
a poco più di 10.000; nel dicembre 1940 all'Italcementi
si lavorava solo tre giorni alla settimana; un paio di mesi dopo,
sempre per mancanza di lavoro, l'Eternit, che pure aveva
largamente beneficiato dell'autarchia, doveva licenziare diverse
centinaia di persone. In un lettera censurata si può leggere
che al cotonificio di Tortona [il Dellepiane, ndr] "va
sempre più male, hanno licenziati i non ammogliati e molte
donne, per mancanza di materia prima". Alla metà del
1941 l'oreficeria valenzana aveva sospeso completamente la produzione
riprendendola parzialmente qualche mese dopo con l'utilizzo dell'acciaio
come materia prima.
All'inizio
del 1942 la sìtuazione occupazionale e produttiva nell'industria
della provincia era ormai tragica e ovunque si segnalavano rallentamenti
e chìusure di stabilimenti quasi tutti dovuti alla mancanza
di materie prime e di combustibile. Nel febbraio 1942, a Tortona,
la Orsi lavorava "pochi giorni la settimana",
ad Acqui la vetreria MIVA doveva chiudere per mancanza
di carbone; nel mese successivo il cotonificio di Vignole Borbera
serrava i battenti per venti giorni per carenza di energia elettrica.
Ad aprile chiudeva il calzificio Morasso di Gavi e il
mese dopo la fabbrica di liquori Gambarotta di Serravalle.
Infine, l'economia di guerra creò insuperabili problemi
alle piccole imprese e all'artigianato diffuso che costituiva
parte importante della base occupazionale della provincia di Alessandria.
Il
disastro in agricoltura, la fame e il freddo come condizione quotidiana
Accanto
all'industria, vicina tra la fine del 1942 e il 1943 al collasso,
viveva una situazione difficile anche l'agricoltura alessandrina.
Durante il periodo bellico dovevano incidere sempre più
sul settore primario gli ammassi obbligatori, attivati alla fine
deglì anni Trenta anche in provincia di Alessandria per
la lana, i bozzoli e il grano. In un'area orientata alla cerealicoltura
ebbe soprattutto importanza quello del frumento:
"Nei
primi anni di guerra - scrive Lorenza Lorenzini - aumenta ulteriormente
la superficie coltivata a frumento: nel 1941 è di 81.450
ettari, ma il raccolto segna una flessione e non supera 1.440.000
quintali. Nel 1942 la superficie coltivata raggiunge 85.800 ettari
e la produzione, in seguito alle favorevoli condizioni climatiche,
tocca 1.890.000 quintali. Solo 420.000 quintali andranno a soddisfare
i bisogni alimentari della popolazione, 194.000 saranno destinati
alla semina, il resto verrà conferito all'ammasso".
Nel
1941 oltre ad un raccolto del frumento inferiore del 30% alla
media, si doveva registrare una lunga siccità che causava
danni anche al granoturco e alla barbabietola da zucchero; soltanto
il raccolto dell'uva fu moderatamente soddisfacente, nonostante
le limitatissime assegnazioni di solfato di rame -sostituito dall'autarchico
e inservibile "ramital" - per combattere la peronospera.
Affermava a tal proposito un contadino di Sarezzano in una lettera
del maggio 1941: "mi hanno appena dato 47 Kg. di solfato
di rame e 26 Kg. di ramital che non si sa ancora come si usa e
non basta. Solfato dice qualcuno che se ne trova ma bisogna pagarlo
persino L. 20 al Kg.".
La
persistenza della siccità anche nell'anno successivo decurtava
il raccolto dei foraggi, con disastrose conseguenze sul patrimonio
zootecnico della provincia, obbligando molti contadini a vendere
il bestiame, e causava gravi danni al granoturco, alle patate
e alle coltivazioni orticole. Si scriveva da Visone, nell'Acquese,
nel luglio 1942: "le vitelle le venderemo se nonché
il papà li voglia vederle a morire tutte, perché
il fieno ormai quello che c'era l'abbiamo preso tutto [ ...] nei
campi ormai non ne viene più perché c'è una
siccità enorme".
Gli
ammassi obbligatori, i cattivi raccolti, le requisizioni di bestiame,
la mancanza di braccia nelle campagne fecero sentire i loro effetti
non solo nell'andamento complessivo dell'agricoltura provinciale
ma - unitamente alle difficoltà occupazionali dell'industria
e del commercio- provocarono un progressivo deterioramento delle
condizioni di vita di gran parte della popolazione, con la rarefazione
dei generi alimentari di prima necessità, l'introduzione
della tessera annonaria, il sorgere e il proliferare dei primi
fenomeni di mercato nero, il vertiginoso aumento dei prezzi. Scriveva
un anziano contadino di Ticineto Po nel giugno 1941:
"voi
altri fate la guerra con le armi e noi la facciamo con la fame.
Ci danno più niente, la minestra si mangia con poco condimento
e noi vecchi si viene senza forze e non si può stare in
piedi né lavorare, non c'è più niente da
comperare, carne ne danno un etto a testa alla festa, dì
tu come dobbiamo fare vecchi come siamo per lavorare".
Tra
la fine del 1939 e l'estate del 1941 il prezzo dell'olio passava
da 10 a 45 lire al Kg., quello del salame da 16 a 50, la carne
di manzo da 12 a 27 mentre quadruplicava il prezzo delle uova.
Una relazione del luglio 1941 della Confederazione Fascista
dei Lavoratori dell'Agricoltura di Alessandria definiva la
situazione dei prezzi dei prodotti ortofrutticoli "molto
grave" con aumenti che venivano considerati "elevatissimi
e non certo tali da trovare completa giustificazione"; elevati
erano considerati anche i prezzi delle uova, del pollame, dei
conigli, delle carni ovine e caprine. Tra le cause, oltre alla
"rarefazione generale di tali prodotti" dovuta allo
stato di guerra, venivano individuate "L'incetta da parte
di industrie e grossi commercianti" per rifornire le principali
città del nord Italia, le difficoltà dei trasporti,
ma soprattutto la speculazione commerciale dei rivenditori al
minuto, non sempre efficacemente controllata e severamente frenata".
Ben
presto, problemi fondamentali per gran parte della popolazione
divennero l'alimentazione e, negli inverni 1941 e 1942, la difesa
dal freddo e dalle intemperie. Numerose testimonianze si possono
portare a tale proposito, tratte, come le precedenti, dalle lettere
passate al vaglio dalla censura postale. Si scriveva da Casale
nel luglio 1941:"non riesco a sfamarmi, qui la roba che non
è razionata ammonta a dei prezzi enormi e sempre aumenta
[ ... ] perciò io sotto i denti devo accontentarmi di mettere
il pane solo", e ancora da Tortona nell'ottobre dello stesso
anno: "qui ci sono tutti i negozi chiusi, non si può
comperare né stoffa, né scarpe, né maglie
- più niente - adesso ci vuole la tessera anche negli abiti.
Insomma i soldi non valgono più niente, ciò che
vale è la roba. Abbiamo anche il pane tesserato e ce ne
danno due etti al giorno". Nel febbraio 1942 si scriveva
da Novi Ligure: "Qui a Novi fa un freddo fenomenale. Solo
di legna la stufa ne consuma più di 2 ql. alla settimana
a L. 50 il ql., fìguratí che spesa. E il pane? 2
etti li consumo a mezzogiorno e per la sera devo andare a cercarlo
nelle cascine, ma non danno più nulla vogliono olio ed
allora danno burro e farina, cosa devo fare?" gli stessi
problemi si ponevano, decisamente aggravati, alla fine dell'anno
ad Alessandria: "Anche noi fa freddo e la legna è
scarsa e cara - scrive un alessandrino -, se sapesti poi il come
è caro, non si può andare avanti, giornalmente 30
lire basta per vivere, poi cè il vestire e altre cose,
le paghe sono sempre come 3 anni fa".
Complessivamente,
tra il 1940 e il 1942 i prezzi dei generi alimentari e dei beni
fondamentali triplicarono, mentre i salari industriali registrarono
un aumento non superiore al 40-45%. E a peggiorare le condizioni
di vita della popolazione, quando non bastava la diminuita razione
alimentare, la disoccupazione o l'occupazione precaria, intervenivano
anche epidemie di vario genere: "qui [Alessandria, maggio
1942, ndr] c'è la malattia del tifo in giro tutto per via
Guasco e Via S. Maria di Castello, l'ospedale è pieno le
scuole le hanno chiuse".
| anni |
prezzi
generi alimentari |
prezzi
vestiario |
salari
monetari |
salari
reali |
| 1938 |
100,0
|
100,0
|
100,0
|
100,0
|
| 1939 |
107,1
|
99,8
|
109,7
|
105,2
|
| 1940 |
139,4
|
125,0
|
130,7
|
106,6
|
| 1941 |
176,8
|
175,6
|
140,6
|
99,7
|
| 1942 |
267,3
|
236,3
|
160,6
|
98,6
|
| 1943 |
422,1
|
484,8
|
196,5
|
71,9
|
| 1944 |
719,7
|
730,2
|
321,7
|
26,5
|
| 1945 |
2.562,0
|
1433,0
|
635,5
|
26,5
|
Andamento
dei prezzi e dei salari in Italia dal 1938 al 1945
Lo
spirito pubblico nei primi tre anni della guerra
La
grave situazione economica e il drastico peggioramento delle condizioni
di vita della stragrande maggioranza dei cittadini trovano un
preciso riscontro nel rapido e progressivo distacco della popolazione
dalla demagogia di regime che accompagna gli anni del conflitto.
Non
sono ancora molte le fonti disponibili che ci consentono di analizzare
le oscillazioni dello spirito pubblico in provincia di Alessandria
durante la guerra: tra esse, per quantità e qualità,
un posto di rilievo spetta agli atti della Commissione provinciale
censura postale. Le commissioni furono infatti istituite non solo
per provvedere all'obliterazione delle lettere contenenti frasi
o espressioni "sconvenienti", ma anche per registrare
gli umori dei corrispondenti, i loro sentimenti e i loro problemi.
A questa seconda funzione provvedevano precise relazioni settimanali
e quindicinali, quasi sempre accompagnate da numerosi stralci
di corrispondenze.
Naturalmente
questo apparato documentario deve essere maneggiato con estrema
cautela, perché le notazione sullo spirito pubblico sono
pure esse sottoposte a innumerevoli condizionamenti, dalle autocensure
degli scriventi consapevoli che la loro corrispondenza può
facilmente essere letta da occhi estranei, alle cautele e agli
imbarazzi dei censori nel riferire ciò che di sgradito
per il regime emerge dalle lettere; ma nonostante questi limiti
le relazioni periodiche ci consentono una rilevazione piuttosto
precisa delle oscillazioni dello spirito pubblico anche per la
loro rilevanza quantitativa: basta pensare che la commissione
alessandrina nei trentadue mesi (gennaio 1941 e l'agosto 1943)
esaminò più di 6000000 di corrispondenze, per una
media di 190.000 missive mensili.
Il
quesito fondamentale al quale dobbiamo cercare di rispondere analizzando
questi documenti è sin ovvio: vi era o non vi era consenso
alla scelta del regime di entrare in guerra?
Nei
primi mesi dopo il 10 giugno, come è ovvio aspettarsi,
le espressioni favorevoli alla guerra che i censori possono leggere
nelle lettere esaminato risultano nemerose, anche perché
esse sono sovente dettate, oltre sincera adesione al regime, da
un inconscio bisogno di autorassicurazione e dalla diffusa convinzione
che il conflitto sarà davvero breve e vittorioso. Inoltre
i censori che sono tutti iscritti al Partito fascista, manifestano
più o meno consciamente, la loro euforia anche con il tono
delle loro parole. Sono i mesi in cui possono con orgoglio sostenere
che "per il Duce è spontanea e unanime l'ammirazione
quale sicuro Pilota della Grande Nave Italia", che tra i
civili "la comprensione dei doveri dell'ora attuale è
profonda" e che "lo stato d'animo nella maggioranza
delle truppe è ottimo, il morale elevato, viva la fede
nell'immancabile vittoria finale". Ma già in queste
settimane di effervescenza e di fiducia nella vittorie qualche
cosa sembra scricchiolare, e non sono rari i casi di dissonanza
dall'apparente coro di adesione alle scelte del regime e di fiducia
a proposito della marcia veloce e ineluttabile verso "la
pace vittoriosa" - espressione, tra le varie proposte da
Mussolíni nei suoi discorsi, che riscuote grande successo,
senz'altro superiore al molto più perentorio "Vincere!",
lanciato dal Duce nel discorso con il quale annunciava l'entrata
in guerra il 10 giugno.
Con
il passare dei mesi e l'approssimarsi dell'inverno la situazione
subisce un primo deciso peggioramento e i censori devono iniziare
a registrare con monotona regolarità l'accentuarsi del
"malcontento per il rincaro ritenuto ingiustificato, dei
generi di prima necessità" e le preoccupazioni "per
quello che si riferisce al pane di cattiva qualità e per
la scarsità di lavoro". Ma già dall'estate
del '40 il mito della guerra lampo si rivela agli occhi dei combattenti
in tutta la sua illusorietà- "Gli spostamenti delle
unità dal fronte occidentale ingenerano trepidazione nell'animo
dei combattenti che credevano per loro la guerra finita",
si legge in una relazione dell'agosto - e la conduzione e l'andamento
del conflitto provocano disagio e sconcerto tra le truppe.
Nei mesi successivi, pur tra l'altalenare degli stati d'animo
che si accompagna agli alti e bassi del conflitto, il morale di
civili e militari continua a peggiorare. Ecco ad esempio cosa
si può leggere in una relazione del novembre 1940:
"L'entusiasmo
che animava le truppe prima dell'inizio delle operazioni in Grecia
di fronte all'accanita resistenza incontrata dai nostri nell'Epiro
va diminuendo e si rileva dalla corrispondenza che vari militari
sorteggiati per l'Albania cercano delle sostituzioni a pagamento
come se ne è informato il Ministero della Guerra".
Un
anno dopo i soldati impegnati sui campi di battaglia lasciano
balenare dalle loro lettere sintomi di stanchezza e di sfiducia
ancora più evidenti, mentre l'apertura di nuovi fronti
provoca altri e ben presto drammatici problemi. I soldati che
scrivono ai loro parenti in Italia evitano ormai di controllare
i toni e la penna, e iniziano esplicitamente a lamentare i rischi
e le difficoltà. L'approssimarsi di un altro inverno mette
allo scoperto il disastro di un esercito sprovvisto anche dei
necessari generi di sussistenza e di vestiario adeguato per le
rigide temperature del fronte orientale. Quello che pubblichiamo
di seguito, è il triste resoconto di un censore redatto
con un tono ricorrente nelle relazioni dell'inverno 1941:
"Dai
militari d'oltremare si ripetono le lagnanze per la mancata concessione
delle licenze. [ ... ] Dalla Grecia alcuni militari scrivono che
mentre loro di classi anziane si trovano tuttora alle armi altri
giovani, forti e robusti se ne stanno a casa tranquillamente.
[ ... ] Dalla Russia provengono sempre richieste alle famiglie
di indumenti di lana perché qualcuno dichiara di esserne
ancora sprovvisto".
Pochi
squarci, attraverso i quali è però possibile intravedere,
con sufficiente chiarezza i connotati di quell'esercito male equipaggiato,
facile alla corruzione e mal comandato che la propaganda di regime
non riesce più a nascondere.
Il
primo semestre del 1942, poi, segna una svolta molto decisa. Ovviamente,
le relazioni continuano a enfatizzare i toni autotranquillizzanti
per il regime, ponendo l'accento sulle "vittorie dell'asse
in Marmarica e in Russia" che "hanno accresciuto la
fiducia oltre che dei militari dei civili", oppure si aggrappano
alla assai peregrina soddisfazione per la stagione primaverile
in cui entriamo", la quale "contribuisce ad accrescere
la fiducia" inducendo molti a prevedere "per l'anno
in corso la fine vittoriosa della guerra"; ma con questo
quadro soporifero e quasi bucolico stride aspramente la realtà
quotidiana descritta dai corrispondenti militari e civili, sempre
meno sorvegliati nel controllo dei concetti che fissano nelle
loro lettere. La situazione sul "fronte interno" sta
precipitando velocemente verso la catastrofe segnata dai bombardamenti
aerei e dalle disastrose condizioni alimentari e di vita, e il
morale dei militari al fronte, su cui i responsabili della commissione
di censura continuano nonostante tutto a puntare le loro speranze,
sottolineandone con insistenza l'alto spirito combattivo anche
nelle avversità del conflitto, crolla. Ora non è
più solo questione di disagio, ma di consapevolezza di
massa della menzogna della guerra rapida, vittoriosa e magari
anche incruenta. Per questi mesi, volendo stralciare dalle relazioni
qualche citazione, non c'è davvero che l'imbarazzo della
scelta; eccone alcune, riguardanti tutte le corrispondenze militari
di maggio:
"Vivacissime
proteste provengono da militari circa la mancata concessione di
assegni famigliari ai loro congiunti; il che fa esclamare ad un
fante «ecco la ricompensa che hanno i richiamati che difendono
la Patria». Deplorata
dai militari e ragione di malcontento, è la piaga delle
raccomandazioni, per cui licenze e favori verrebbero concessi
ingiustamente. [ ... ] I militari entro confine accusano mancanza
o scarsità di vino, richiedono
generi alimentari alle loro famiglie ed in modo speciale pane;
«io non cerco altro, solamente pane» dice un tale
da P.M. 3500. [ ... ] Un militare da Ponzone: «si mangia
più male, in questi giorni ci siamo lamentati tutti insieme,
e volevamo prendere le nostre macchine, e andarcene ad Acqui,
ma con buone maniere ci hanno fatto fermare».
[
... ] Da Casale un geniere scrive ad un suo amico: «si va
al lavoro ad aggiustare le strade e invece di lavorare ci si allunga
sull'erba a dormire. Gli ufficiali ci considerano e dicono tra
loro: se non ci danno il rancio sufficiente, hanno ragione a fare
poco». Da Gavinara (Pistoia) un fante scrive alla sorella:
«corre voce che per la fine del mese si andrà a fare
le prove con i tedeschi e poi partiremo, certo per non più
ritornare perché
noi siamo vera carne da macello; io ho non più forza per
fare nulla».
Come
si può vedere, ormai affiorano anche i primi episodi di
protesta collettiva che sfiorano l'insubordinazione, cui si devono
aggiungere le ripetute segnalazioni di allontanamenti arbitrari
dal corpo o di ritardo nel rientro dalle licenze; tutti sintomi
dell'ormai generalizzata percezione di un esercito in disfacimento
che non riesce più a nascondere le sue miserie, fatte di
clientelismo e ruberie grandi e piccole, e la sua inadeguatezza
di fronte al gioco della guerra.
Il
morale dei civili, se possibile, è ancora più depresso.
Nell'estate 1941, ad esempio, il censore non può evitare
di sottolineare che nelle corrispondenze compaiono "sintomi
cospicui di spauracchio che la guerra possa durare molti anni
e ciò precipuamente in seguito alla pretese dichiarazioni
di Roosewelt", e che "è affiorato anche qualche
vago accenno di preoccupazione circa l'esito della lotta".
Pochi
mesi, e la situazione peggiora drasticamente di fronte alla prospettiva
di un nuovo inverno in guerra. ''L'annuncio della data prorogata
al I dicembre dell'inizio del riscaldamento ha prodotto un senso
di preoccupazione nelle famiglie specie per i bambini", rileva
il funzionario della Commissione alessandrina: il secondo inverno
in guerra porta con sé mille disagi, dal rincaro del cibo
alla mancanza di riscaldamento e la popolazione, ormai convinta
che il conflitto non sarà affatto breve, manifesta tutte
le sue preoccupazioni e il censore deve sconsolatamente notare
che nelle lettere la "preoccupazione per i disagi economici
è sempre l'elemento più trattato". Nella primavera
del 1942 i censori non possono più nascondere e nascondersi
la cruda realtà:
"Frasi
di nero pessimismo come: «così non si va più
avanti», «ormai siamo alla fame» ricorrono sovente
negli scritti: [ ... ] nella maggioranza della corrispondenza
si notano segni di stanchezza e di apprensione per svariate ragioni:
mancanza di notizie dai congiunti al fronte o sui feriti e prigionieri;
difficoltà crescenti per il vitto.
A
partire dall'inverno 1941-42 la frattura tra popolazione e regime
sembra ormai molto profonda, e nei mesi successivi il disastro
sui diversi fronti di guerra (Jugoslavia, Africa, Albania e Unione
sovietica) e i bombardamenti aerei sempre più violenti
sulle città anche di medie dimensioni
(non dimentichiamo che ad Alessandria furono oltre 500 i morti
a causa delle incursioni aeree) non potranno che approfondire
il solco.
Gli
ultimi due anni del conflitto e l'occupazione nazista
La
situazione complessiva della provincia doveva deteriorarsi ulteriormente
con l'occupazione tedesca, quando l'intera economia era asservita
alle esigenze dell'esercito occupante. Nel gennaio 1944 il
Comando Militare Tedesco di Alessandria elencava con precisione
certosina tutti i principali settori dell'industria alessandrina,
ponendo i cementifici casalesi sotto il controllo dell'organizzazione
Todt. Parecchie aziende meccaniche, come la Sime, la
Fast, la Orma e la Grignolio, dovevano
lavorare "in stretta collaborazione con le autorità
militari tedesche". Ad Alessandria, la Pivano era
immediatamente occupata dai tedeschi e doveva lavorare per la
produzione di attrezzature meccaniche e materiale bellico; stessa
sorte toccava alla Negro, riconvertita sotto la direzione
militare dalla produzione di torchi a quella di fresatrici e alesatrici;
la Borsalino era obbligata a produrre calzerotti di feltro
per l'esercito tedesco. A Novi Ligure, la Novi si vedeva
requisire i due terzi dell'ormai esigua produzione di cioccolato.
Anche
il settore primario subiva un tentativo di "controllo globale"
con la programmazione di certe produzioni e con continue requisizioni
di derrate alimentari e di bestiame. Nel 1944 il raccolto del
fieno era meno della metà degli anni precedenti e denunciavano
forti diminuzioni quelli dei cereali e delle patate. Tra il luglio
e l'agosto 1944, rilevava il Comando Tedesco, "la
disciplina nelle consegne da parte dei contadini [...] è
diminuita in modo catastrofico sotto l'influsso di una propaganda
nemica ben studiata. Per assicurare il fabbisogno delle truppe
è perciò inevitabile l'impiego della forza militare".
A
partire dall'aprile del 1944 i principali centri della provincia
conoscevano poi la terrificante esperienza di massicci bombardamenti
alleati. Tra il 30 aprile e il due maggio Alessandria veniva duramente
colpita: gravi danni erano recati alla stazione ferroviaria e
ai ponti sul Tanaro, saltava completamente ogni collegamento telefonico,
interi reparti della Mino e della Borsalino
erano rasi al suolo. Andavano distrutte anche parecchie abitazioni
e si annoveravano 242 caduti tra la popolazione civile. Il 17
luglio un altro pesante attacco aereo sul capoluogo colpiva ripetutamente
la stazione distruggendo lo scalo merci e le officine ferroviarie.
Il 4 giugno e successivamente l'8 luglio era la volta di Novi
Ligure e anche in questo caso lo scalo e le officine ferroviarie
di S. Bovo subivano danni pesantissimi. In conseguenza di questi
attacchi aerei alleati il Comando Mìlitare Tedesco
si trasferiva a Valenza, il Consorzio Agrario a Castelceriolo.
La direzione generale dell'ILVA di Novi Ligure era costretta
a trasferirsi a Voghera e la produzione dello stabilimento scendeva
da 60.000 tonnellate di acciaio nel 1942 a 38.000 nel 1944, mentre
quella dei laminati precipitava a meno di 36.000. Parallelamente,
l'occupazione della Novi era ridotta a poche decine di
addetti. Alessandria assumeva l'aspetto di una città fantasma,
con la popolazione sfollata nelle campagne circostanti e con gli
allarmi aerei che si susseguivano al ritmo di quattro o cinque
al giorno, paralizzando per lunghe ore ogni residuo di attività
lavorativa e ogni segno di vita. Un quadro estremamente lucido
della situazione economica era tratteggiato alla fine di agosto
dal Commissario Capo dì Pubblica Sicurezza nella periodica
relazione sullo spirito pubblico inviata alla Prefettura dì
Milano:
"La
situazione, intesa nel senso più generico, tende sempre
più a peggiorare. La frequenza dei bombardamenti e degli
allarmi aerei, la scarsezza se non quasi l'annullamento dei mezzi
di comunicazione derivata dalle requisizioni o dalle imposizioni
dei germanici per le loro necessità di guerra, l'irregolarità
divenuta eccessiva nei servizi ferroviari, si riflettono nel modo
più grave sulle varie forme collettività che appare
sempre più priva d'equilibrio se non del tutto sbandata.
Se si tolgono i pochi stabilimenti che lavorano ancora per le
forze armate germaniche, gli altri sono inattivi e senza speranza
di ripresa, vicina o lontana che sia. Col pretesto delle ferie
d'agosto quasi tutti i negozi cittadini sono chiusi. Del resto
avrebbero ben poco da offrire ad un pubblico fattosi più
scarso ed anche più restio agli acquisti. I generi di abbigliamento
vanno gradualmente scomparendo; i tessili, in particolare, mancano,
sia per il blocco della loro produzione, sia perché le
giacenze nei negozi sono da tempo esaurite, sia anche perché
queste sono state "sfollate" per essere vendute poi
sul mercato nero a prezzi incredibili. Le città appaiono
squallide e senza vita come se colpite dalla paralisi. Nulli o
quasi i traffici ed i commerci; deserti i mercati compresi quelli
delle derrate alimentari che ove non scarseggino o siano ridotte
al minimo del fabbisogno, il loro costo è salito nel modo
più eccessivo, quasi a dispetto d'ogni interferenza dei
comitati provinciali dei prezzi e delle varie disposizioni delle
Autorità, disposizioni predestinate, del resto, a rimanere
ineseguite per mancanza di organi o per deficienza di funzioni".
Appunto
per mancanza di controlli alla produzione e di interventi avvenuti
negli arbitrari conteggi del costo dei trasporti anche i generi
più strettamente attinenti alla vita quotidiana tendono
sempre più al rialzo, senza la minima possibilità
di arresto e di freni, con la prospettiva per il consumatore che
i prezzi vadano progressivamente incontro ad un sempre più
crescente ed anarchico disordine.
Nella
seconda metà del 1944 e nei primi mesi del 1945 il ripetersi
ossessivo e continuo dei bombardamenti, questa volta mirati espressamente
alle vie di comunicazione, alle rotabili, ai ponti e alle ferrovie,
come a Tortona, Casale, Valenza, Ovada, bloccava completamente
ogni residua parvenza di traffici di generi alimentari e di beni
di altro genere. Anche dalle relazioni del Comando Militare
Tedesco iniziavano a trapelare preoccupate segnalazioni sulla
mancanza di automezzi, di carburante e di carbone e sull'impossibiltà
completa di mantenere collegamenti regolari. La situazione della
popolazione civile era ormai precipitata: saltata completamente
la possibilità di ottenere razioni attraverso il tesseramento
non rimaneva che rivolgersi al mercato nero dove i prezzi avevano
ormai raggiunto livelli esorbitanti tra l'autunno e l'inverno
del 1944: l'olio superava le 1.000 lire al Kg., il burro, il lardo
e il sale raggiungevano le 500, lo zucchero, pagato sino alla
fine dell'estate 200, si impennava in pochi mesi a 400. Se si
riuscivano a trovare un paio di scarpe e un vestito si potevano
pagare rispettivamente anche 2.000 e 6.000 lire. Alla fine di
novembre da Torre dei Ratti, nel novese, si segnalava drammaticamente
che "i prezzi sono poi spaventosi il latte a 15 lire al litro,
un uovo 15-20 lire, la carne 200 lire al chilo, l'olio non ne
parliamo mille lire al litro, zucchero 200 lire fin qui, ora che
non ne danno più con la tessera ne vogliono 300 e 400 al
chilo". Tutto ciò a fronte di un salario medio giornaliero
che, per un operaio professionale, si aggirava intorno alle 60
lire!
I
pochi treni che arrivavano nelle stazioni del novese e del tortonese
offrivano uno spettacolo desolante: da quei vagoni scendevano
frotte di cittadini genovesi e alessandrini che si sparpagliavano
per le campagne circostanti alla ricerca di un po' di verdura
o di qualche uova per sfuggire, o tentare di sfuggire, alla fame
e alle sempre più esose pretese dei borsari neri.
Ad
incrudelire ancora di più la situazione si aggiunse, dall'inverno
1943, l'occupazione militare nazista di paesi e città.
La strategia nazista di repressione del fenomeno partigiano prevedeva
non solo la sconfitta delle bande di guerriglieri, ma una azione
di "dissuasione" di ogni possibile collaborazione o
copertura da parte delle popolazioni civili. Neppure le abitazioni
erano, in quei mesi, luoghi ove ritrovare un minimo di tranquillità.
Basta pensare che per tutte le famiglie vi era l'obbligo di appendere
all'uscio di casa un elenco con i nominativi degli inquilini e
che le porte degli appartamenti non potevano essere chiuse a chiave
né di giorno né di notte.
Bastava che una pattuglia fascista o nazista "scoprisse"
in un appartamento una persona non segnalata nell'elenco appeso
all'uscio per andare incontro alla rappresaglia più crudele,
in virtù di quella logica del terrore che si poteva leggere
in un manifesto affisso nella primavera 1944, a cura del Capo
della Provincia e del Comando Militare Germanico,
sui muri di tutte le città e i paesi della provincia:
"Ogni
casa in cui siano accolte persone senza che i loro nomi figurino
nell'elenco di casa, viene subito data alle fiamme senza riguardo
alcuno per le case vicine. Le persone non segnate nell'elenco
vengono trattate come ribelli secondo il diritto di guerra; lo
stesso dicasi di coloro che offrono loro rifugio. Chi trovasi
in rapporti con ribelli o presta loro aiuto in qualsiasi maniera,
viene trattato come ribelle e incorrerà nella pena di morte
mediante fucilazione".
Questa
era dunque la tragica situazione in cui versavano le popolazioni
civili nei mesi dell'occupazione nazista e fascista: deportazioni,
saccheggi, violenze, stupri collettivi, furono la tragica quotidianità
dei lunghi mesi che portarono all'aprile 1945. Anche in questo
caso gli stralci delle lettere censurate ci offrono uno spaccato
di una situazione di terrore a cui ben pochi riuscirono a sottrarsi,
e nella quale le donne si trovarono ad essere particolarmente
esposte:
"Zia
carissima, non ho il coraggio di dirti ciò che mi è
accaduto nel rastrellamento del 24 XI; ero sola con la Maura;
i mongoli che combattevano, vincendo la battaglia, si sono scagliati
da vincitori in casa e non solo hanno saccheggiato (quasi tutta
roba mia), ma mi hanno violentata ed erano più di una trentina.
Terrore!!! Così fecero in tutta la zona e in paese hanno
rovinato tutte le donne".
"Qui
abbiamo passato dei brutti momenti, abbiamo passato 6 g. pessimi,
sono entrati i mongoli truppe tedesche. Itedeschi sono molto bravi,
lasciano stare tutti, ma però i mongoli facevano quello
che volevano - quante ne hanno rovinate - ragazze di 14 anni.
Hanno portato via maiali biancheria, galline".
Per
l'Italia del nord così duramente provata, il 25 aprile
non rappresentò solo il ritorno delle libertà e
della vita democratica, ma anche il momento in cui i cittadini
ritrovarono, lentamente e con il loro carico di memoria dolente,
la normalità della vita quotidiana.