Civili, militari e fascisti di fronte al conflitto negli atti della Commissione censura postale di Alessandria  
 

di Daniele Borioli e Roberto Botta
da Quaderno di Storia Contemporanea, numero 17-18, 1995, pagine 59-78.

ALESSANDRIA IN TEMPO DI GUERRA

 

  Al contrario di quanto è accaduto in altri paesi, la storiografia italiana non ha ancora Saputo affrontare la ricerca sull'opinione pubblica negli anni della seconda guerra mondiale con criteri e metodi alieni dalla superficialità, dai condizionamenti politico‑ideologici e dalla tentazione di "appoggiare" la riflessione sugli ultimi due anni della vicenda bellica.
Solo negli ultimi anni la situazione si è lentamente evoluta, con contributi dal carattere però discontinuo (1).
Il panorama può ora decisamente mutare, soprattutto perché si vanno rendendo disponibili fondi documentari assai importanti per sondare, a partire da specifiche situazioni locali, i comportamenti e le mentalità degli italiani di fronte al conflitto e alla rapida accelerazione della crisi del fascismo.
Tra le fonti più significative per portare un po' di luce in questo territorio assai arduo da indagare, debbono senza dubbio annoverarsi gli atti delle commissioni provinciali di censura, attive, quasi senza soluzione di continuità, dall'agosto 1940 al marzo 1945. Questa documentazione ha vissuto una vicenda abbastanza singolare: non solo perché dopo le suggestioni vecchie di oltre un quindicennio proposte da Loris Rizzi (2) non si sono poi sviluppate ricerche degne di nota ‑naturalmente anche per difficoltà di accesso ai fondi del regime fascista e del fascismo di Salò conservati presso gli Archivi di Stato provinciali, dove è raccolta la parte più significativa e consistente di quelle carte ‑, ma soprattutto perché le poche e recenti pubblicazioni che ne hanno fatto uso si sono concentrate, con qualche ammiccamento alle odieme fortune delle fonti di scrittura popolare, solo sull'abbondante messe di stralci che accompagna le relazioni periodiche dei censori, o sulle corrispondenze tolte di circolazione custodite nei fondi del Ministero degli Interni dell'Archivio Centrale dello Stato (3). t, questa, la documentazione a prima vista più suggestiva prodotta dalle Commissioni, ma particolarmente soggetta, senza incroci e verifiche, ad essere piegata a tesi precostituite (4): ben più rilevante e utile a noi pare concentrare l'attenzione sul complesso degli atti delle Commissioni costituito da relazioni settimanali e quindicinali, dati statistici sulla corrispondenza esaminata, informazioni sulla quantità e le motivazioni delle censure parziali e totali, notizie sul funzionamento delle commissioni ‑ ed è del resto in correlazione con questa documentazione che acquistano rilievo quei tasselli di scrittura popolare, spesso utili e importanti, rappresentati dagli stralci e dagli scritti tolti dalla circolazione.
Le relazioni, insieme ai dati statistici e agli stralci che le accompagnano, assolvono a uno degli scopi per i quali le commissioni vennero costituite e che qui a noi interessa: sondare lo spirito pubblico e il morale di civili e militari. Assai più delle lettere cui non viene dato corso e il cui numero è peraltro assai ridotto (5), le relazioni delle Commissioni, della cui tipologia diremo, sono una vera miniera di informazioni su spirito pubblico e mentalità collettiva ed offrono uno spaccato originale della società italiana in tempo di guerra, certamente utile nell'indagine di quel complesso nodo storiografico rappresentato dal rapporto regime‑consenso, anche in considerazione dell'enorme mole di materiale su cui i censori si trovano a lavorare ‑ la Commissione alessandrina, tra l'agosto 1940 e l'agosto 1943, esamina quasi sette milioni e mezzo di corrispondenze, più di 6.600 lettere e cartoline per ogni giorno di attività (6) ‑; esse rappresentano, contemporaneamente, una fonte di grande utilità per sondare umori e comportamenti dell'apparato burocratico e militare fascista i cui rappresentanti sono preposti alle operazioni di censura.
Fatte queste premesse, occorre un'ulteriore precisazione: le nostre considerazioni si fondano unicamente sul materiale della Commissione alessandrina, e necessitano quindi di ulteriori, ovvie e auspicabili verifiche con i corrispondenti documenti di altre commissioni. In questo senso, diventa decisiva la praticabilità dei fondi conservati presso gli Archivi provinciali di Stato alcuni già utilizzati nelle ricerche citate (7), un altro da noi individuato e velocemente esaminato nell'Archivio di Genova. Al contrario dei documenti reperibili l'Archivio Centrale dello Stato, i fondi locali contengono infatti (o dovrebbero presso contenere) sia le relazioni finali redatte dal Prefetto e inviate a Roma e poi a Salò, sia il materiale preparatorio elaborato dai censori, il cui raffronto risulta spesso decisivo per quel sondaggio degli umori dell'apparato fascista di cui si diceva, nonché per controllare su una pluralità di documenti il percorso di definizione dello spirito pubblico in tempo di guerra; contengono inoltre, oltre agli specchietti statistici, le relazioni quindicinali di cui non risulta traccia tra le carte romane del Ministero degli Interni, poiché, riguardando le corrispondenze da e per i militari, venivano inviate al Ministero della Guerra, seconda autorità da cui le Commissioni dipendevano. Si tratta insomma di fondi molto omogenei e complessi, in attesa di essere meglio valorizzati.

 
La tipologia delle relazioni e il problema dell'attendibilità

Molte delle circolari con le quali il ministero degli Interni fornisce direttive sul funzionamento delle Commissioni insistono sul duplice compito della censura postale, "che può straordinariamente contribuire sia all'azione preventiva e repressiva contro le attività e la diffusione di notizie dannose per il paese sia a fornire informazioni preziose sullo stato d'animo delle truppe nonché sull'efficienza morale e politica dell'intera nazione" (8). Le relazioni periodiche elaborate dalle Commissioni assolvono proprio a questa seconda funzione. Dopo le prime settimane di incertezza, nell'autunno 1940 i ministeri degli Interni e della Guerra propongono al censori una tipologia di lettura delle corrispondenze secondo uno schema molto dettagliato: da allora le relazioni settimanali sono organizzate secondo un modulo fisso, in quattordici paragrafi, che i relatori chiamano "capitoli" e che si ripetono sempre nella medesima sequenza: 1) manifestazioni di allarmismo e disfattismo; 2) echi di agitazioni interne o atti di sabotaggio; 3) malcontento; 4) notizie deprimenti; 5) tranquillità; 6) fiducia; 7) rassegnazione o fervore patriottico; 8) comprensione doveri; 9) preoccupazione per disagi economici; 10) attaccamento al lavoro abbandonato; 11) sentimento affettivo; 12) sentimento religioso; 13) comportamento clero; 14) eventuale propaganda sobillatoria e sovversiva.
Le relazioni quindicinali ricalcano questo stesso schema con poche varianti e integrazioni ‑ tra cui meritano di essere ricordati i capitoli: a) Istigazione alla renitenza, b) Pacifismo e
manifestazioni varie in senso avverso al buon esito della guerra, e) Disciplina militare, d) Apprezzamenti vari sul nemico e sui nostri alleati.
Le relazioni settimanali, redatte dal Prefetto sulla scorta delle informazioni preparatorie fornitegli dai capi delle due sezioni "posta civile" e "posta militare" in cui si articola la Commissione, offrono notizie relative alla globalità della corrispondenza esaminata; quelle quindicinali, anch'esse preparate valendosi dei rapporti dei capi sezione, e inviate dal Presidente della Commissione censura (nel nostro caso il vice prefetto Richard) al Ministero della Guerra forniscono informazioni desunte dalla corrispondenza dei militari, in Italia e sui diversi fronti, e a loro inviata.
Le Commissioni dedicano il loro lavoro all'esame della corrispondenza in arrivo, ad eccezione di quella destinata ai militari al fronte, controllata in partenza: le relazioni settimanali hanno di conseguenza un andamento più disomogeneo e rapsodico (ma fino a un certo punto: alla Commissione alessandrina, ad esempio, giungono molte lettere provenienti da Torino, Genova, e Milano, consentendo una valutazione particolare sulla situazione in quelle grandi città), e propongono letture dello spirito pubblico desunte da quanto si comunicano corrispondenti sparsi nella penisola, nelle zone di combattimento e nelle "terre occupate"; quelle quindicinali ci offrono per un verso uno sguardo ravvicinato sulla situazione della provincia di Alessandria, e per l'altro una sorta di mosaico della mentalità collettiva all'intemo dell'esercito, nelle sue diverse componenti e nei suoi diversi scenari bellici. Dal 1942 le Relazioni quindicinali si chiudono con una apposita sezione dedicata alla corrispondenza proveniente dal Csir e, in seguito, dall'Armir, i corpi militari italiani inviati sul fronte russo. Per quanto riguarda gli stralci cui si è accennato, essi sono particolarmente numerosi diverse decine in ogni relazione ‑ proprio nei rapporti quindicinali, dei quali costituiscono una vera e propria appendice documentaria a supporto dell'elaborato del censore. Occorre infine ricordare che la corrispondenza da e per i militari veniva controllata, per utilizzare il linguaggio dei funzionari fascisti, "totalitariamente", mentre a circa il 30% del totale ammontava, almeno nei primi mesi, la corrispondenza tra civili sottoposta averifica (9).
Ci troviamo di fronte, in estrema sintesi, a una documentazione simile ‑ e per certi aspetti integrativa ‑ alle note informative delle varie polizie fasciste; come quelle fonti essa pone, riguardo alla propria attendibilità, problemi cospicui, per i due possibili livelli di distorsione della realtà cui è sottoposta: il primo è peculiare di tutte le informazioni confidenziali e di polizia, profondamente segnate dalla personalità e dalla cultura degli estensori, dalla loro sensibilità alle dinamiche sociali, dalla loro rigidità o elasticità nell'interpretare le direttive del regime; il secondo è specifico di queste fonti, basate su corrispondenze redatte da scriventi perfettamente consapevoli di essere letti da occhi indiscreti e quindi indotti a forme di autocensura. Riguardo al primo problema basterà richiamare la necessità di utilizzare la documentazione con quelle cautele e quelle prudenze sempre doverose di fronte alle informazioni di polizia, e ricordare che proprio una corretta analisi critica del linguaggio e della personalità dei censori, anche attraverso quel lavoro sinottico tra relazioni preparatorie e relazioni finali di cui si è parlato, ci fornisce utili elementi per ricostruire la storia dell'apparato burocratico e militare fascista; per quanto riguarda le forme di autocontrollo degli scriventi ci pare invece utile proporre una possibile ipotesi di lavoro.
In realtà i corrispondenti sono sottoposti a una duplice tensione, tesi tra la consapevolezza di occhi estranei che leggono e l'urgenza di comunicare resa sempre più pressante e addirittura vitale dalla lontananza e dall'eccezionalità dello stato di guerra. Come è stato rilevato per le lettere dei soldati della Prima guerra mondiale, anche i nostri corrispondenti si rivolgono spesso direttamente alla censura per sottolineare l'invadenza dell'apparato di controllo, ma dall'esame delle relazioni emergono con altrettanta chiarezza le funzioni compensatorie nel rapporto tra soggetti lontani svolte dalla scrittura, e più volte rilevate per fenomeni quali l'emigrazione e, appunto, le guerre (10). Sono in molti a dichiarare esplicitamente l'enorme valore della comunicazione epistolare: dalla Russia, ad esempio, un soldato lamentando la lentezza dell'arrivo della posta afferma che "a volte ci sono più gradite e necessarie le notizie da casa che il pane quotidiano" (11); un altro militare scrive che "l'unico conforto dei militari è la posta e quando questa non arriva l'esasperazione giunge al colmo" (12); un terzo considera l'arrivo della corrispondenza come il vero momento irrinunciabile della vita al fronte. Mentre il soldato incaricato della distribuzione mi porgeva la lettera, ancorprimadi conoscere laprovenienza e il contenuto hoprovato unagrande gioia. Ché si può rinunciare allegramente a tante cose, che possono sembrare necessarie, ma non ad una parola dalla Patria lontana, che in questi momenti esulta per le nostre grandi Vittorie e la nostra volontà di vincere (13).
In virtù di questa molteplicità di valenze emozionali che si addensano intorno alla scrittura, al ricevimento di una lettera, o anche solo alla semplice attesa della corrispondenza, si può ipotizzare che la presenza del controllo postale riesca solo parzialmente a determinare forme di autocensura nei corrispondenti: se la scrittura delle lettere è un atto vitale, l'incombere di occhi estranei può trattenere la prosa dello scrivente, ma raramente può impedire l'espressione della "verità" che intende comunicare. Se questo è vero, l'individuazione dei momenti in cui il bisogno di scrivere prende con più decisione il sopravvento sulle reticente imposte dalla consapevolezza dello sguardo del censore può addirittura aiutarci a identificare le fasi e i tempi di modificazione del rapporto tra popolazione e regime.
Se ciò è particolarmente evidente per le corrispondenze tra civili e militari, lo è, con il passare del tempo, anche nelle corrispondenze tra civili, quando la lettera diventa l'unico mezzo possibile di comunicazione, e quando il deteriorarsi della situazione determina una "fame" di notizie tra congiunti e amici molto simile al bisogno di comunicazioni tra civili e militari. Il vertiginoso aumento del numero di telegrammi, che decuplica rispetto all'estate 1940 nel corso del 1942 e del 1943, suona come conferma di queste considerazioni.
Pur con i limiti appena ricordati, è dunque sin d'ora possibile enucleare dalle relazioni alcuni significativi spunti, che consentono di mettere a fuoco i nodi critici, e al loro interno le svolte decisive, maturati nel rapporto tra regime e popolazione, non dimenticando l'importanza di poter lavorare con serie organiche di documenti che ci consentano di chiarime le regole interne e di cogliere, in una comparazione cronologica dei testi, la misura, i meccanismi e i tempi delle modificazioni dello spirito pubblico.

Come funzionano le Commissioni: uno sguardo sull'apparato logistico di supporto allo sforzo bellico
L'esame delle modalità di funzionamento delle' commissioni è naturalmente una necessaria operazione preliminare a qualsiasi considerazione sullo stato dello spirito pubblico che le relazioni ci consegnano, per evitare "i pericoli che nascono dal separare le valutazioni contenute nella fonte dalle circostanze per così dire politico‑istituzionali che ne hanno influenzato la formazione" (14); Inoltre, non bisogna dimenticare che con la sua ambizione congiunta di comprendere e controllare la mentalità collettiva, il sistema censorio rappresenta uno dei principali strumenti dell'apparato di supporto allo sforzo bellico attivato dal regime; l'analisi del lavoro delle Commissioni diventa dunque un utile parametro anche per sondare la validità di quell'apparato: e se è lecito misurame l'efficacia basandoci sul funzionamento delle Commissioni, dobbiamo dire che esso mostra, sin dai primi mesi di guerra, numerose lacune.
Tanto per cominciare, il regime, almeno nel caso alessandrino, non riuscì neppure in misura minima a realizzare uno degli obiettivi più importanti contenuti nelle direttive per la costituzione delle commissioni, quello di impegnare nelle operazioni di censura postale " funzionari di ruolo delle Amministrazioni statali" che secondo il Ministero degli Interni rappresentavano il ceto più adatto a fornire "per maturità morale, politica ed intellettuale, [ ... ] le massime garanzie di serietà e fidatezza" (15). Tra le norme "inderogabili" per ricoprire il ruolo di censore postale vi era l'obbligo di non risiedere né essere nato nella provincia in cui si esercitava il mandato: probabilmente fu sufficiente questa norma, insieme agli incerti riguardo allo sviluppo della carriera legati all'appartenenza alle Commissioni, a dar luogo a una lunga serie di rifiuti più o meno motivati. Fin dall'inizio la Commissione di Alessandria risulta perciò forzatamente composta da ufficiali dell'esercitoultraquarantenni, per giunta non tutti in regola con l'altra norma "inderogabile", l'iscrizione al Partito fascista (16). Di fronte alle "necessità dell'ora" i quadri dell'apparato dello stato non mostrano dunque troppa sensibilità ai richiami al dovere provenienti dal Regime.
Insediata la Commissione ‑ ospitata per di più in locali quasi di fortuna, vengono poi alla luce i problemi concreti. Il numero dei censori a disposizione si rivela quasi subito insufficiente per controllare l'enorme mole di corrispondenze che si riversa sui tavoli della Commissione, e diventa sempre più inadeguato con il passare dei mesi; ma nonostante le richieste del Prefetto, intenzionato ad ottenere il raddoppio del personale, il Ministero degli Interni è in grado di offrire solo vaghe promesse di futuri rinforzi. Aumenta invece la mole di lavoro, per il costante incremento della corrispondenza. L'unico "rimedio" possibile è la diminuzione progressiva della percentuale di controlli sulla corrispondenza tra civili per ottemperare all'obbligo di esaminare "totalitariamente" la corrispondenzada eper i militari, ma ciò comporta, ovviamente, un allentamento del controllo e un aumento della circolazione di scritti contenenti espressioni censurabili. 1 problemi non finiscono però qui, perché il numero dei censori risulta comunque troppo esiguo per esaminare con la dovuta tranquillità lettere e cartoline. Dai dati in nostro possesso è possibile calcolare che ciascun censore può dedicare meno di due minuti a ogni corrispondenza, tempo del tutto insufficiente per un esame attento degli scritti. Neppure la corrispondenza "militare" sfugge perciò a una contraddizione tra apertura totale e controllo non sempre efficace: leggendo gli stralci tratti dalla corrispondenza dei soldati è facile constatare la frequenza con la quale essi riescono a ricevere informazioni spesso molto dettagliate su quanto avviene in Italia, dalla difficile situazione alimentare ai bombardamenti sulle città, dalle confidenze e dai giudizi sulle ingiustizie quotidiane alle notizie su imboscati e privilegiati esonerati dal servizio militare, per arrivare ai veri e propri incitamenti all'autolesionismo (17).
Sulla scorta della vicenda della commissione alessandrina, potremmo dire che gli apparati di censura postale sono in grado di cogliere e segnalare le oscillazioni dello spirito pubblico, ma sono molto meno efficaci nel compito di bloccare alla fonte la circolazione di notizie sgradite e in grado di turbare gli animi. Risultati piuttosto magri per un organismo sul quale il regime aveva fatto molto affidamento e destinati a proiettare un'ombra piuttosto fosca sull'efficacia dell'apparato di controllo e di supporto varato dal regime.
Nonostante la presenza della censura le lettere diventano dunque un enorme veicolo di conoscenza, il cui valore aumenta esponenzialmente con il passare dei mesi, perché se si scrive di più nei momenti di maggiortensione, è proprio in quei frangenti che le commissioni devono tralasciare di controllare un maggior numero di corrispondenze o, in alternativa,
effettuare una lettura ancora più affrettata e sommaria. L'aumento sensibile delle lettere contenenti espressioni di scoramento e di sfiducia sull'andamento della guerra e sul regime, si può quindi considerare un prodotto non solo del precipitare degli eventi, ma, nel precipitare degli eventi, della ragionevole convinzione da parte degli scriventi di poter aggirare la censura e raggiungere senza interventi di cancellazione i propri corrispondenti.

 

Civili, fascisti, soldati

Vogliamo ora concentrare la nostra attenzione sull'apporto che gli atti delle Commissioni possono fornire per una migliore definizioni di alcuni problemi storiografici riguardanti la partecipazione dell'Italia alla guerra. Non vogliamo tuttavia rinunciare, sia pure telegraficamente, a segnalare le molte altre suggestioni su diversi aspetti della vita quotidiana nelle città e nelle campagne, sulla storia dell'apparato burocratico e militare fascista, sul vissuto dei militari al fronte, rispetto ai quali le relazioni, nel loro sforzo di indagare capillarmente l'opinione degli italiani, forniscono un significativo apporto documentario e di conoscenza.
Esse ci presentano, per esempio, un robusto affresco della vita e della situazione nelle campagne, illuminate da puntigliose note dei censori e da innumerevoli stralci attraverso cui possiamo ricostruire una mappa dell'economia rurale in tempo di guerra e almeno alcuni tratti della mentalità contadina e dei contadini‑soldati. Ci conducono nei meandri delle retrovie dell'esercito e dei diversi reparti logistici operanti in patria, illustrandoci un sistema con il passare dei mesi sempre più impastoiato in inefficienze e corruzioni. Ci mostrano ampi e terribili squarci sulla guerra vissuta, dove campeggiano le molte e gratuite rappresaglie di cui, insieme ai tedeschi, si macchia anche il nostro esercito soprattutto nei Balcani; l'affermarsi e il dirompere della guerriglia in Grecia, Albania e Jugoslavia con la sua scia di violenze ed orrori; l'odissea dei soldati italiani in Africa e in Russia; il progressivo spegnersi delle speranze e degli entusiasmi iniziali sotto i colpi inferti non solo dai nemici, ma da quelle ingiustizie grandi e piccole di cui si diceva; il ricorso a sistemi estremi e disperati per liberarsi in qualche modo dall'orrore del fronte, su cui spiccano forme aggiomate e allucinanti di autolesionismo (18). Ci introducono nel territorio della mentalità collettiva, consentendoci di individuare quanto dell'ideologia fascista ha fatto breccia nelle coscienze degli italiani ‑ sotto questo profilo, la formazione di uno spirito guerresco negli italiani non pare aver prodotto frutti, mentre maggior fortuna incontra la vasta gamma di atteggiamenti variamente nazionalistici, xenofobi e razzisti, della cui preoccupante rilevanza nella prosa degli scriventi il fascismo non può tuttavia vantare "meriti" esclusivi. Scorre davanti ai nostri occhi una nazione in breve popolata da nuove "figure sociali", accaparratori, sfollati, borsaneristi, speculatori, mutilati, vedove di guerra, arricchiti di guerra, con la loro mentalità segnata dal conflitto, in qualsiasi direzioni essa si orienti. Vi è la possibilità di verificare la qualità morale e politica di un apparato fascista che, di fronte al disastro, mette in campo tutte le sue paure, i suoi opportunismi, le sue piccinenie, prima smorzando i toni fideistici nei confronti del regime e di Mussolini e poi disperdendosi nella ricerca di un proprio personale salvataggio ‑ se scegliamo come cartina di tornasole il linguaggio dei nostri funzionari, dobbiamo dire che sono soprattutto i militari a mostrare assai presto una "voglia" di autonomia dal regime le cui radici sono complesse e antiche e non semplici da analizzare. Fin qui l'indicazione di alcune prospettive di lettura possibili delle relazioni. Ma all'intemo di questa articolazioni, i censori, con le loro parole e con la scelta degli stralci, ci forniscono qualche cosa di più, informazioni preziose che a volte vanno inconsapevolmente ‑ o consapevolmente? ‑ben oltre quanto ci potremmo attendere da un formulario ricco ma piuttosto rigido. Un rapido esempio. Molte ricerche, tra cui particolarmente importanti quelle condotte da Giorgio Rochat (19), hanno mostrato con precisione l'impreparazione militare con cui l'esercito italiano affronta la guerra. Qui abbiamo modo di constatare i contorni di quella che potremmo definire l'impreparazione morale dell'esercito, che inizia naturalmente dai quadri di comando, attivi protagonisti di un intricato sistema di corruzioni grandi e piccole, queste ultime pateticamente simboleggiate dalla mancata distribuzione del vestiario e dei generi di conforto, o dall'impressionante sequela di manipolazioni dei pacchi destinati ai soldati sistematicamente lamentata nelle corrispondenze provenienti dai diversi fronti bellici, e si diffonde imitativamente, trasformata nella più prosaica arte di arrangiarsi, tra le truppe.
Nel corso del 1941 il viceprefetto Richard comunica con una certa soddisfazione la consuetudine, comune a parecchi militari di stanza in Grecia e in Jugoslavia, di inviare regolarmente rimesse in denaro ai loro familiari. In effetti, a cominciare dalla tarda primavera di quell'anno, da quei fronti giunge ogni mese nella sola provincia di Alessandria circa mezzo milione di lire in vaglia di varia consistenza: Richard si compiace del gesto dei soldati, perché "concorre a migliorare la situazione", che, soprattutto nelle città "appare penosa (20) e loda, in omaggio al ruralismo, la "figliolanza dei contadini, [...] più parsimoniosa degli altri ceti" (21). Ma il quadro di solidarietà e spirito di sacrificio di un esercito proteso verso la vittoria disegnato dalle relazioni a commento delle rimesse in denaro dei nostri soldati, trova diversi motivi di stridore in molti stralci che ci dicono, ancora una volta, qualche cosa di più di quanto dovrebbero comunicarci. 1 soldati insieme ai vaglia spediscono continue richieste di pane, in primo luogo, e poi di lamette, cartine per sigarette, sigarette, mutande, maglie e altri oggetti: è la mercanzia con la quale i nostri soldati alimentano il "mauro gnero", il mercato nero, fonte dei loro cespiti. Con il passare dei mesi quella realtà non può essere più nascosta, e sulle rimesse di denaro il censore deve usare toni del tutto diversi: "Militari in zona di occupazione continuano a svolgere attività a fine di lucro, il che porta a rilassatezza del senso del dovere e della disciplina" (22), si legge in una delle tante comunicazioni in cui il fenomeno viene ormai apertamente denunziato e che, nonostante il tentativo di repressione attraverso provvedimenti drastici come il divieto di ricevere e spedire pacchi, continua per vie traverse e fantasiose e riprende in modo consistente non appena il divieto viene tolto (23). 1 soldati del fronte russo partecipano come possono a questo insolito mercato: dislocati in una zona più povera si arrangiano inviando l'alle loro famiglie pacchi di 10 Kg. contenenti rottami di rame" (24) utilissimo, a fronte delle restrizioni governative lamentate con insistenza dai contadini delle zone vinicole, a produrre il verderame (25).
Una lettura in serie delle relazioni offre dunque un quadro molto significativo e un po' malinconico del nostro esercito: un corpo di occupazione arruffone, molto sensibile alle lusinghe del mercato nero e ai commerci clandestini. Che non è naturalmente, o non è in primo luogo, un giudizio moralistico, ma la conferma di una situazione di scollamento e dell`arte di arrangiarsi" aggiomata alla circostanza e messa in pratica ‑ spesso, ma non sempre ‑ per cercare di alleviare i disagi in cui versano i familiari in patria.
Detto delle suggestive piste di lavoro possibili, è opportuno ora avvicinare lo sguardo su tre temi rispetto ai quali vogliamo riflettere più in dettaglio in questo nostro lavoro: lo stato dell'opinione pubblica nei mesi dell'ingresso in guerra, il rapporto città‑campagna e la definizione dei percorso attraverso cui matura la crisi finale del regime.

 

L'Italia va alla guerra

Con quale stato d'animo gli italiani vanno incontro al conflitto? La martellante propaganda di regime è riuscita nei suoi intenti di educazione dell'italiano alla guerra, oppure nella tarda estate 1940 si possono già rintracciare i segni di una insofferenza, o almeno di una mancata adesione all'ideologia del regime? Naturalmente, non è affatto difficile trovare nelle relazioni di quei primi mesi di guerra espressioni di grande fiducia nello sbocco vittorioso e rapido della guerra e di totale esaltazione del fascismo e del suo "Capo", sia nelle parole dei censori che negli stralci. Sono i mesi in cui i rapporti periodici parlano con orgoglio di " spontanea e unanime l'ammirazione per il Duce quale sicuro Pilota della Grande Nave Italia" (26), di "comprensione dei doveri dell'ora attuale profonda" (27) e si compiacciono che "lo stato d'animo nella maggioranza delle truppe è ottimo, il morale elevato, viva la fede nell'immancabile vittoria finale" (28). Ma, già in questi mesi, tra le pieghe di un discorso mantenuto dai censori non senza ragione su toni trionfalisti e in sintonia con la loro propensione a sminuire il più possibile le espressioni non conformiste, compaiono vari indizi rivelatori di non marginali zone di indifferenza, scetticismo e vero e proprio distacco dalla logica del conflitto.
Lo stesso stile e gli stessi moduli utilizzati nelle relazioni sembrano rivelare la presenza di una refrattarietà che a volte sconfina nell'ostilità aperta. Invitati a fornire informazioni sull'adattamento della popolazione ai disagi della guerra, sullo spirito combattivo delle truppe, sul fervore patriottico, sulla "fiducia nel DUCE (sempre rigorosamente in maiuscolo nelle relazioni dei presidente della Commissione Richard, secondo le direttive impartite alla fine degli anni Venti dal Ministero della Cultura Popolare) e nel regime", sulla "fede" nella vittoria che anima civili e soldati, i censori rispondono con frasi come queste: "Circa il trattamento e le condizioni di vita si rilevano solo sporadiche lagnanze per cui è ovvio dedurre che i reparti ovunque dislocati sono relativamente soddisfatti"; "Sui nostri alleati ormai tutta l'ammirazione è stata manifestata in passato ed ora su di essi non si fanno più apprezzamenti" (29); "Dalle madri e dalle spose continuano le invocazioni per una pronta pace ma esse non si possono definire pacifismo [ ... ] perché sono subordinate, sia pure tacitamente [corsivo nostro] ad una piena e trionfale vittoria delle nostre armi" (30).

Affermazioni tranquillizzanti sullo stato dell'opinione pubblica costruite dai censori su un ipotetico significato attribuito al non detto della corrispondenza anziché su ciò che i corrispondenti realmente scrivono, quasi si trovassero costretti ad attingere più al territorio dei loro desideri che alle reali espressioni della maggioranza degli scriventi. Che la pensavano in tutt'altro modo? Difficile affermarlo senza ombra di dubbio, ma è opportuno registrare l'imbarazzo dei censori, che si esprime anche attraverso un altro modulo stilistico la cui fortuna aumenterà con il passare dei mesi: l'apertura dei paragrafi dedicati al malcontento, alle manifestazioni di allarmismo e al patriottismo con frasi roboanti di circostanza e dichiarazioni di credito per il regime e per il suo capo seguiti da una lunga sequenza di "però", di "tuttavia", di "ma". Nonostante la buona volontà, il censore non può evitare di segnalare la presenza di corrispondenze contenenti espressioni di ostilità al conflitto sbrigativamente attribuite, in ossequio alla propria cultura e ideologia, alla particolare natura dell‑animo di una aliquota della popolazione femminile" (31), "all'allarmismo [ ... ] dei pochi codardi per le esagerate notizie sugli effetti materiali e morali dei bombardamenti" (32), o ancora a "sfoghi di persone deboli, ammalate di mente, in preda allo spavento per la visione del sangue, ossessionati dall'immaginario dolore di perdere il figlio o il fratello combattente" (33).
Naturalmente non è per nulla agevole formulare ipotesi riguardo alle ragioni di costruzioni verbali così dissonanti con lo spirito trionfalista delle prime relazioni: non bastano certo alcune incongruenze per consentirci, a nostra volta, di costruire sul non detto o sul semplice stridore stilistico dei censori ipotesi opposte alle loro speranze e ai loro auspici. Ci troviamo in verità proprio su quel crinale in cui non è semplice stabilire in che misura la soggettività degli estensori delle relazioni incide nella descrizione della realtà. Del resto, il 22 ottobre 1940 il capo della polizia Bocchini aveva inviato a "tutti i Prefetti del Regno" un perentorio telegramma in cui denunciava la povertà informativa delle relazioni redatte da molte commissioni:

In relazioni finora inviate [...] notasi mancanza precisi riferimenti che invece, scopo relazione stessa sarebbero utilissimi. At Ministero guerra interessa specialmente quanto riferisce su lamentele soldati circa condizioni vita et questione ordine disciplinare. Rilevasi poi che alcune Prefetture inviano relazioni del tutto inutili dal punto di vista informativo aggiungendo alle voci relative noti argomenti aggettivi molto poco, buono, abbondante, eccetera autriferendosi contenuto relazione precedentemente trasmesso. Tali sistemi devono cessare (34).

 


Inviti di questo genere possano naturalmente aver provocato reazioni opposte, improntate ad eccesso di zelo nel segnalare le poche voci stonate in un coro di consenso, o al contrario impegnate, magari con qualche laborioso e prudente giro di parole, in una descrizione della realtà più franca e attenta a quei fenomeni di dissenso la cui esistenza il telegramma del Ministro sembra temere; del resto si tratta solo della segnalazione di una delle tante cautele necessarie nel vero e proprio lavoro di decodifica delle relazioni, perché molti altri fattori entrano in gioco. Tuttavia, l'impressione di una circolazione anche se minoritaria di idee contrarie alla filosofia del conflitto, e di più consistenti frange di mancata adesione alla retorica del regime già nei primi mesi successivi all'entrata in guerra rimane, e trova altre significative conferme.

Un primo elemento lo possiamo rintracciare nella prosa dei corrispondenti, nei passi in cui si scambiano espressioni augurali sull'esito della guerra. Se è lecito attribuire qualche valore statistico agli stralci, è facile constatare che l'imperativo categorico "Vincere" non trova molti estimatori se non tra i fascisti militanti; maggior fortuna incontra un'altra espressione proposta da Mussolini, "pace con giustizia", costruita con toni e vocaboli piuttosto diversi. Ancora maggiore diffusione ha poi l'espressione "pace vittoriosa", una specie di formula sinteticamente riassuntiva degli auspici collettivi con l'accento decisamente posto però sul primo termine. Quel concetto caro al fascismo, secondo cui "la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane" (35), e sul quale il regime aveva puntato molto nel suo sforzo di educazione dell'italiano nuovo, non pare dunque aver fatto breccia se non tra i fascisti convinti, lasciando la maggioranza della popolazione legata a uno spirito se non pacifista almeno non bellicoso.
Un ulteriore indizio è rintracciabile nel giudizio a proposito dell'esercito italiano, sul quale molti scriventi non sembrano riporre grandi speranze, ancor prima delle disastrose sconfitte in Grecia. Del resto un certo scetticismo sulle potenzialità belliche del nostro esercito èindirettamente presente nella prosa di coloro che per la guerra manifestano entusiasmo, nelle molte frasi con le quali si dicono sicuri della vittoria motivandola però con la fiducia nella forza e nella potenza dell'esercito tedesco, o stabilendo confronti involontariamente poco lusinghieri tra i due eserciti: "Le operazioni della nostra aviazione e di quelle sbalorditive dei bombardieri tedeschi [corsivo nostro] sono molto apprezzate dal nostro soldato che le racconta volentieri quando scrive ai suo famigliari" (36).
Un altro vistoso segnale, questa volta di vero e proprio rifiuto della guerra, è il ripetersi, nei primi mesi del conflitto, di casi di renitenza o di mancata presentazione ai reparti, di cui si rendono protagonisti gruppi di richiamati. Sono per lo più soldati di origine rurale, per i quali la complicità offerta dalla comunità di appartenenza rende possibile un atteggiamento di ribellione che il regime può reprimere solo mediante l'intervento dei carabinieri.
Come detto, sono segnali di difficile e non univoca decifrazione, e tuttavia ci paiono sufficienti per disegnare l'immagine di un paese complessivamente impreparato e indisponibile ad affrontare, in termini di mobilitazione civile, le condizioni del conflitto; che sembra accettare con una certa passività la nuova situazione e resta in attesa degli eventi, ancora teso tra la fiducia nella lungimiranza del Duce e un certo scetticismo sulla forza del nostro esercito; soggetto a repentini cambi d'umore magari per vicende marginali del conflitto, facile ad entusiasmarsi per le vittorie invariabili incentivi per un aumento delle corrispondenze in cui si prevede l'imminenza della fine del conflitto, ma pure questo è un indizio variamente interpretabile ‑ o a deprimersi repentinamente per le sconfitte; nel cui corpo sono già presenti zone di indifferenza, di insofferenza o di resistenza non trascurabili.
Il rapido deteriorarsi del rapporto tra popolazione e regime nel corso dei '42, di cui parleremo più avanti, sembra affondare le proprie radici proprio in questo contraddittorio e scostante atteggiamento della popolazione nei primi mesi del conflitto. Sono gli stessi censori a far balenare questo percorso quando, analizzando la corrispondenza di fine anno 1942, segnalano con un po' di sconforto che "non emerge più quella fiducia aprioristica di un tempo" (37).

 


Città e campagne di fronte alla guerra

Un esame, anche solo sommario, delle fonti lascia emergere in modo netto quali sono due aspetti essenziali intorno a cui i censori cercano di orientare l'esercizio del loro mandato: da un lato la verifica costante dei livelli di consenso‑dissenso espressi dall'opinione pubblica in merito allo sforzo di mobilitazione bellica, nonché alle parole d'ordine con le quali la propaganda di regime accompagna l'entrata in guerra; dall'altro la misurazione dei livelli di tenuta di quei collanti sociali, insediati nella famiglia, nel lavoro, nella religione, che il fascismo non solo non aveva voluto sovvertire ma che, al contrario, aveva inteso rafforzare come base d'appoggio del proprio potere.
Sono frequentissimi gli accenni, quasi sempre uguali a se stessi, circa l'attaccamento al lavoro dei campi, circa l'apprensione per i suoi andamenti in vista della semina, dei raccolti o della vendemmia: "Molto viva è la nostalgia dei campi, soprattutto adesso che si avvicina l'epoca dei raccolti e si vorrebbe poter aiutare la famiglia nel lavoro" (38). Frasi di questo tenore ricorrono, sistematicamente, in tutte le relazioni esaminate, desunte com'è ovvio dalla corrispondenza dei militari di estrazione contadina. 1 censori si premurano di evidenziarle e reiterarle, come segnalatori di un tranquillizzante baluardo, quasi che l'affezione perla propria terra rappresenti agli occhi del regime l'embrione costitutivo dipiù elevati sentimenti patriottici. Anche per questo, forse, venivano visti con non eccessivo allarme i sintomi di insofferenza manifestati da quei soldati che, durante i lunghi periodi di inattività bellica, sentono crescere il desiderio di tornare a casa per dare il loro contributo ai lavori agricoli: "Si resta qui a gironzolare per l'Albania, a fare un bel niente; questo èvergognoso, mentre a casa c'è i lavori della semina e ci manca la mano d'opera Spero che i sigg. della censura la leggano e ne faranno presente" (39). Il problema delle licenze agricole è indubbiamente uno dei più sentiti dalla truppa, e non di rado rappresenta causa di pressanti richieste, malcontenti e lagnanze; senza tuttavia acquistare mai, agli occhi della Commissione, i caratteri dell'emergenza o anche solo del pre-allarme. Il regime aveva speso, lungo il ventennio, molte delle sue carte propagandistiche proprio sulla retorica ruralista, e ora guarda con relativo compiacimento l'esprimersi di un diffuso e resistente amore per la terra.

E' di particolare interesse notare come, a fronte dei progressivo intensificarsi delle manifestazioni di disagio e di malcontento sociale, crescenti con il perdurare dello stato di guerra e regolarmente segnalate dalla Commissione, le note che riguardano la società agricola conservano l'impronta di un costante ottimismo. Né molto diverso è il discorso che si può abbozzare in merito ad altri paragrafi, relativi a quelli che più sopra abbiamo definito collantisociali, sui quali il regime tenta di stendere lapropria patina ideologica. Ci riferiamo ai brevi capitoletti dedicati ai rapporti familiari, allo spirito religioso, al comportamento del clero. Tutte voci che registrano una sorprendente continuità di riscontri positivi, formulati con estrema sinteticità e monocorde ricorrenza di termini:

 

Si hanno molte corrispondenze contenenti immagini religiose e raccomandazioni di preghiere che dimostrano come il sentimento religioso sia assai elevato (40).

SENTIMENTO AFFETTIVO. Sempre molto vivo e sentito specialmente nei rapporti famigliari. Notevole nei rapporti amatori (41).

 

Il comportamento del clero si mantiene corretto e rigorosamente nell'ambito dell'ufficio spirituale. 1 parroci evitano di trattare i temi legati alla guerra (42).Non è dato rintracciare nelle relazioni della censura postale alcuna significativa variante a questo modulo fisso, abbandonato solo in qualche rara circostanza per suggerire l'eventualità che l'insistenza di taluni esponenti del clero sulle speranze di pace possa alla lunga favorire l'attecchimento di sentimenti disfattisti. Un'eventualità, dicevamo, appena accennata e subito confutata nella ripetizione dei soliti tranquillizzanti messaggi. Se si confronta questo dato di statica omogeneità positiva con la sensibile dinamica di aggravamento dei messaggi provenienti dalle città e, in modo particolare, dalle metropoli investite da gravissime difficoltà alimentari e materiali e, più tardi, tartassate dai bombardamenti nemici, èdifficile sfuggire all'impressione di una sorta di dualismo apertosi sul fronte sociale dell'Italia in guerra. Certo, al punto attuale della ricerca non è possibile confortare tale ipotesi con dati statistici alla mano, relativi alla provenienza e alla destinazione di lettere e telegrammi in rapporto al loro contenuto. E tuttavia emerge, pur sotto lo sforzo di understatement messo in atto dai censori, l'abbozzo di una sostanziale dicotomia, di due Italie: di un'Italia che tiene, o sembra dare maggiori garanzie di tenuta; di un'altra Italia, che palesa tutti i segni premonitori di una prossima e travolgente crisi. Mentre la nazione al fronte o, generalmente sotto le armi, sembra acquisire seppure con gradualità, sotto la scorza retorica stesa dal regime, la coscienza di una guerra lunga, difficile e dagli esiti via via sempre più incerti; mentre l'Italia delle città vede maturare gli allarmanti segnali del trauma che esploderà in tutta la sua dirompenza con i bombardamenti dell'autunno 1942; c'è l'Italia contadina o, più semplicemente un'Italia più sommessa, l'Italia dei paesi, delle famiglie, delle parrocchie, che nei rapporti dei censori riflette l'immagine di una solido ancoraggio intorno al trinomio lavoro-famiglia-religione. Difficile misurare e stabilire in questa sede quanto tale immagine corrisponda alla realtà, o viceversa quanto giochi in essa l'idealizzazione del mondo rurale operata e propagandata dal regime nel corso di tutto il ventennio e, forse, in qualche modo sistemata quale lente deformante nell'orizzonte mentale dei suoi uomini. Certo è che la lettura delle relazioni suggerisce con intensità l'idea di una scansione tra Italia delle città e Italia delle campagne, giocata in primo luogo sulla diversa velocità di reazione ai tempi della guerra e dei suoi sviluppi. Una scansione per la quale èsicuramente possibile ricercare ragioni di ordine culturale e psicologico, ma dalla quale non vanno espunti gli innegabili elementi oggettivi. La migliore situazione alimentare delle campagne, la maggior coesione di un tessuto sociale costruito su saldi legami di solidarietà collettiva e, non da ultima, la minore vulnerabilità a quello che fu una delle più devastanti novità strategiche dei conflitto: i bombardamenti su obiettivi civili:

 

La situazione alimentare sta determinando nella maggioranza della popolazione uno stato di turbamento e di apprensione per il futuro; molti si preoccupano già e fanno nere previsioni per il prossimo inverno (43).

Gli strascichi dei bombardamenti di Genova e Milano e le recenti incursioni nemiche su Torino hanno dato luogo a scambi di notizie di natura allarmistica. Diversi corrispondenti o sotto l'impressione degli avvenimenti o in malafede esagerano i danni subiti dalle città e dalle persone (44).

 

Questi risultano essere i messaggi che segnalano un salto di qualità decisivo nelle informazioni desumibili dalla fonte, intorno alle quali si definisce ed emerge un quadro ben più mosso nella percezione collettiva degli eventi bellici, che trova nella città un centro d'insediamento e poi d'irradiamento fondamentale. Sono le città, infatti, attanagliate da problemi di rifornimento alimentare, di carenza di combustibili per il riscaldamento, devastate dai bombardamenti e dalle malattie, a lanciare i primi segnali di uno sgretolamento dei fronte interno, puntualmente annotati nei paragrafi malcontento, notizie deprimenti, fiducia, tranquillità, rassegnazione ofervorepatriottico. Si tratta, com'è facile arguire dalla stessa titolazione, di voci che non delineano rigidi confini descrittivi e che, anzi, si richiamano reciprocamente aprospettare un contesto di progressiva sofferenza e irreversibile incrinatura di quella tranquillità sociale affidata dal regime alle speranza di una guerra breve e vittoriosa.

 

 La crisi dei 1942

 

L'ultimo scorcio del 1942 come il tempo in cui prende corpo la crisi definitiva del regime, il tempo in cui la grande maggioranza della popolazione matura la convinzione che il disastro bellico, sociale e politico è ormai inevitabile: questa scansione del percorso attraverso cui si evolve la coscienza collettiva della nazione, è uno dei più interessanti suggerimenti di lavoro e di verifica che le relazioni ci consegnano; il dramma del 1943 affonda in sostanza radici ben salde in una crisi esplosa violentemente nell'ultimo scorcio dell'anno precedente, che pare il vero spartiacque, almeno a livello delle mentalità, tra un prima e un poi.

L'andamento negativo delle operazioni militari negli ultimi mesi dell'anno concorre certamente al crollo del morale e della fiducia su un esito positivo del conflitto; ma prima ancora, dalla primavera del 1942, le relazioni presentano un indizio piuttosto sorprendente e significativo di un mutamento nel rapporto tra regime e popolazione, ed è la vera e propria rimozione, sia nel linguaggio dei censori che negli stralci, dei riferimenti al Duce ed al fascismo. Nei mesi precedenti abbondavano le frasi retoriche inneggianti al Regime e soprattutto al suo capo, di cui si esaltava la lungimiranza e la capacità di comando politica e militare; quasi improvvisamente il vocabolo Duce, che insieme a Richard molti corrispondenti scrivono disciplinatamente a lettere maiuscole, dopo essere stato per mesi uno dei richiami più frequenti per coloro che evocavano immagini di vittoria, quasi improvvisamente scompare dal vocabolario degli italiani; chi continua a nutrire fede nella vittoria e dichiara la sua volontà di combattere, si appella alla Patria, alla grandezza dell'Italia, al mito della Grande guerra e dei suoi caduti, ma evita accuratamente ogni accenno ai miti di regime.

Ancora una volta si tratta di un semplice indizio, pur se di una certa consistenza. L'affievolirsi del prestigio del Duce, del resto, accompagna fatti molto concreti, riassumibili nel drastico peggioramento delle condizioni di vita soprattutto nelle città, e nell'andamento altalenante ma tendente al brutto della guerra; è una situazione destinata, nella seconda parte dell'anno, a provocare una definitiva frattura tra il fascismo e la grande maggioranza degli italiani. Volendo individuare una scansione temporale più precisa, possiamo segnalare una relazione quindicinale che pare simboleggiare una netta cesura se non nella mentalità collettiva almeno nel modo di affrontare la situazione da parte dei censori. Il rapporto della seconda quindicina di ottobre 1942 presenta nel tono e nel linguaggio un andamento assai diverso rispetto alle quindicine precedenti, è meno reticente e piuttosto preoccupato della scossa che sembra aver subito il morale di civili e soldati:

 

Non sono emerse tracce di propaganda disfattista né fra le truppe né fra la popolazione. t possibile però ravvisare un certo sapore sovversivo in alcune corrispondenze di nostri militari dalla Croazia e dall'Albania, contenenti aspre critiche contro il preteso disinteressamento degli Ufficiali per quanto riguarda le necessità delle truppe e contro i disservizi postali nonché recriminazioni esacerbate perché a loro ‑ dopo oltre 2 anni di permanenza in quelle regioni ‑ non è consentito tomare in Patria.

[ ... ] Dalla Russia diversi militari, specie se hanno passato colà un inverno, si dichiarano stanchi al massimo ed anelano alla fine della guerra in qualunque modo. Dall'Albania e dalla Grecia sono pure numerosi i casi di stanchezza e di avvilimento.

[ ... ] Nell'intemo il sentimento patriottico è meno vibrante e taluni si lagnano amaramente delle privazioni e dei sacrifici che devono affrontare; non mancano però di tanto in tanto buone manifestazioni di senso del dovere, attaccamento alla Patria, cosciente spirito di resistenza (45).

 

La solite frasi rituali non possono modificare il quadro di una situazione che appare decisamente mutata: per la prima volta leggiamo ammissioni esplicite e preoccupate di una situazione di allarmismo e di sfiducia percepibile anche quantitativamente nelle relazioni. 1 paragrafi dedicati ai motivi di malcontento, che in precedenza occupavano poche righe, dall'ottobre 1942 arrivano ad occupare intere cartelle, fitte di una casistica minuziosa e di stralci di corrispondenze citati ad esempio.

E', naturalmente, la manifestazione di una non più occultabile situazione di scollamento tra popolazione e regime, che aveva covato sotto la cenere e in quei mesi esplode violentemente, senza che i censori possano e vogliano continuare a ignorarla.
In effetti i mesi precedenti erano stati assai convulsi. L'offensiva dell'Asse in Africa aveva fatto balenare l'ultima speranza, o l'ultima illusione, di una fine prossima del conflitto, e aveva contribuito a rendere meno intollerabile la difficilissima situazione economica e alimentare in cui si dibatteva il paese. L'atteggiamento che il regime amava definire "rassegnazione" nei confronti dei disagi della guerra continuava a prevalere sulla rabbia e sulla disperazione di un paese ormai allo stremo, nella speranza di una fine imminente del conflitto. Ma quella speranza era naufragata ancor prima della fine dell'estate. Ed è proprio la prospettiva di un terzo inverno di guerra a gettare il panico tra la

popolazione; dall'inizio autunno 1942 la strada verso il tracollo è assai rapida: la sconfitta in Africa, la ripresa dei bombardamenti sulle città italiane, l'insostenibile situazione alimentare, segnano nel giro di poche settimane una caduta verticale del fronte intemo. Nei primissimi giorni del 1943 la disfatta in Russia infligge il colpo finale al morale di soldati e civili: per una ironia della sorte, è proprio l'interruzione dell'arrivo di corrispondenza dal fronte russo a suscitare i primi drammatici segnali d'allarme sulla tragica sorte dei soldati italiani dell'Armir: "Il mancato arrivo per diversi giorni di posta dalla Russia ‑ scrive nel gennaio 1943 Richard ‑ ha gettato nella costemazione molte famiglie. [ ... ] Qualcuno riferisce le voci diffondentesi che il Russia "parecchie divisioni italiane siano state accerchiate" (46).

In questi mesi la "rassegnazione" si trasforma velocemente in distacco, sfiducia, rabbia, disperata impotenza. L'autunno‑inverno 1942 segna dunque la fine dell'idillio tra il Duce e gli italiani e rende irreversibile la crisi del regime. t un distacco ancora incapace, in quei mesi, di trovare sbocchi concreti: lo ritroviamo nelle relazioni, dove l'aumento delle espressioni di vera e propria ostilità nei confronti del regime ci segnala che siamo di fronte a uno di quei momenti di svolta in cui il bisogno di scrivere fa dimenticare con maggior evidenza le cautele che nei mesi precedenti la presenza della censura riusciva a imporre ai corrispondenti, ma ci vorranno ancora molti mesi perché sappia trovare esiti più efficaci. E tuttavia se dobbiamo individuare delle radici per i rivolgimenti dei mesi successivi, dagli scioperi del marzo 1943, alle forme organizzative della resistenza armata, le relazioni ci segnalano che se ne debbono seguire le tracce anche nella crisi di quell'autunno, nel lento percorso attraverso cui unpopolo ricerca un senso del futuro nella propria smarrita memoria.

 

 

 

 

NOTE

(1) Tra i volumi più significativi si veda innanzi tutto, per il suo carattere generale, il saggio di Simona COLARIZI, L'opinione degli italiani sotto il regime 1929‑1943, Bari, Laterza, 199 1, che non sfugge però a un certo grado di superficialità.

Più ricchi di suggestioni altri studi dedicati a casi locali. In particolare: L'Italia in guerra 1940‑1943, Brescia, Annali della Fondazione "Luigi Micheletti", n. 5,1990‑199 1, soprattutto i saggi di Angelo BENDOTTI, Giuliana BERTACCHI, Mario PELLICCIOLI, Eugenia VALTULINA, "Ho fatto la Grecia, l'Albania, la Jugoslavia... ": Il disagio della memoria, Gianfranco PORTA, La guerra di tutti: campagne e contadini a Brescia 1940‑1943, Paolo CORSINI, "Lavorare e tacere ". Industria ed operai a Brescia 1940‑1943, Pasquale IACCIO, La guerra tra propaganda e industria culturale di massa, Giovanni DE LUNA, Torino in guerra: la ricerca di un'esistenza collettiva; AA. VV., Donne e uomini nelle guerre mondiale, a cura di Anna Bravo, Bari, Laterza, 199 1; Rovereto 1940‑1945. Frammenti di un'autobiografia di una città, a cura di Diego Leoni e Fabrizio Rasera, Rovereto, Edizioni Osiride / Materiali di lavoro, 1993; Alberto PRETI, Spirito pubblico, fronte interno e arte di polizia (1940‑1943), e Paola ZAGATTI, il Problema dell'alimentazione, in Bologna in guerra 1940‑1945, a cura di Brunella Della Casa e Alberto Preti, Milano, Angeli, 1995.

Significative anche alcune mostre documentarie, conirelativi cataloghi, realizzate in occasionedel "Cinquantesimo". In particolare cfr. il catalogo della mostra allestita a Torino, Torino in guerra 1940‑1945, a cura di Luciano Boccalatte, Giovanni De Luna, Bruno Maida, Torino, Gribaudo, 1995.

Perlasituazione in provinciadi Alessandrianegli anni dellaguerra, alcuni elementi sipossono trovare nella recente pubblicazione Alessandria dalfascismo alla repubblica, a cura di Roberto Botta e Giorgio Canestri, Alessandria, Stamperia Ugo Boccassi, 1995, cfr. in particolare il saggio di Roberto BOTTA, Giancarlo SUBBRERO, Economia, vita quotidiana e spirito pubblico negli anni del conflitto, pp. 39‑48.

 

(2) Cfr. Loris RIZZI, Lo sguardo delpotere, Milano, Rizzoli, 1984.

 

(3) Cfr. Ivo DALLA COSTA, L'Italia imbavagliata. Lettere censurate 1940‑1943, Treviso, Pagus, 1990; e Aurelio LEPRE, L'occhio del Duce. Gli italiani e la censura di guerra: 1940‑1943, Milano, Mondadori, 1992. Di ben altro spesso è invece il volume di Amedeo CIGNITTI, Paolo MOMIGLIANO LEVI, La censura posta in Valle d'Aosta 1940‑1945, Aosta, Istituto storico della resistenza / Musumeci editore, 1987, che propone la prima indagine analiticamente fondata sul lavoro di una commissione provinciale di censura postale.

Le carte della Commissione censura postale di Mantova vengono infine utilizzate nel recentissimo lavoro di Luigi CAVAZZOLI, Guerra e resistenza a Mantova 1940‑1945, Mantova, Postumia, 1995.

 

(4) t il caso di Dalla Costa che, per giunta, nel suo volume teorizza l'opportunità di rinnovare i fasti della censura, questa volta nei confronti di buona parte degli stralci da lui esaminati: "Nelle relazioni quindicinali trasmesse al Ministero venivano trascritte anche le espressioni di patriottismo, di disciplina, di "fiducia nel proseguimento della guerra". Non sono state prese in considerazione perché evidentemente non furono censurate, ed anche perché sono frasi retoriche che ori ho ritenuto degne, neppure sul piano del valore letterario, di essere collocate accanto ad altre espressioni spontanee di sentimenti genuini". I. DALLA COSTA, op. cit., p. VI.

 

(5) Dall'inizio della propria attività al settembre 1943 la Commissione di Alessandria toglie dalla circolazione poco più di 22.000 corrispondenze (lo 0.3 per cento della corrispondenza esaminata); ma tra queste più di 17.000 erano letteredi "madrine di guerra", tolte di corso dalmaggio 1941 dopo laproibizione del madrinaggio. Le lettere inviate al Servizio informazioni militari (SIM) perché contenenti espressioni incriminabili o di interesse militare furono meno di 5.000 (meno dello 0.1 per cento del totale): una percentuale quindi estremamente ridotta della corrispondenza circolante. Queste percentuali sono confermate nelle poche informazioni statistiche offerte da L. RIZZI, op. cit., p. 18.

 

(6) Calcolo nostro sulla base dei resoconti mensili della Commissione censura postale di Alessandria conservati in ARCHIVIO DI STATO DI ALESSANDRIA (d'ora in poi ASAL) Prefettura, b. Il 2: Relazioni settimanali e mensili.

Non tutte le commissioni riescono però a lavorare con la stesa efficacia. Ad Aosta, ad esempio, nel maggio 1941 la Commissione opera ancora in condizioni di grande precarietà. In una relazione l'Ispettore Generale di Pubblica

Sicurezza di Roma, Giuseppe Farinacci, segnala che l'Ufficio censura di Aosta a un anno dall'inizio della guerra è ancora "composto di 5 impiegati statali e da un solo ufficiale richiamato" e lamenta che "dato l'esiguo numero dei censori, la censura viene esercitata soltanto sulla posta militare raggiungendo una percentuale media di circa il 35 per cento. Quella civile èaffatto trascurata, non si fa nulla". La citazione è tratta da A. CIGNITTI, P. MOMIGLIANO LEVI, op. cit., p. 22.

 

(7) Per la sua ricerca Dalla Costa ha utilizzato il materiale della Commissione censura postale di Treviso; Loris Rizzi ha invece compiuto sondaggi presso l'Archivio di Stato di Corno. Ovviamente incentrato sul materiale della Commissione di Aosta il volume di A. CIGNITTI, P. MOMIGLIANO LEVI, cit.

 

(8) ASAL, Prefettura, b. 216, Commissione provinciale di Censura: pratiche varie, Circolare del Ministero degli Interni ai Prefetti, 19 luglio 1940. All'organizzazione del servizio di censura il regime lavorava, come segnala Rizzi, già da un decennio. Cfr. L. RIZZI, op. cit.; p. 14 segg.

Diparticolare interesse per ricostruire le normative relative alla costituzione e al funzionamento delle Commissioni è il primo capitolo del volume di A. CIGNITTI, P. MOMIGLIANO LEVI, cit., che propone in appendice anche una antologia di documenti e circolari.

 

(9) 1 documenti della Commissione censurapostale sino ad ora individuati nei fondi ‑ in fase di riordino ‑ depositati presso l'archivio alessandrino sono raccolti in quattro buste: ASAL, Prefettura, b. 112: Relazioni settimanali e mensili; b. 211: Relazioni sintetiche e materiale vario; li. 216: Pratiche varie e relazioni quindicinali; b. 286: Circolari varie e Locali commissione censura; b. 320: relazioni quindicinali. 1 documenti delle buste 112,211,216, 286 riguardano gli anni 1940­1943; quelli della busta 320 riguardano invece il periodo successivo all'8 settembre 1943.

 

(10) Sulle fonti di scrittura popolare cfr. Per un archivio della scrittura popolare. Atti del seminario nazionale di studio, in "Materiali di lavoro", n. 1‑2, 1987; L'archivio della scrittura popolare: natura, compiti, strumenti di lavoro, in "Movimento operaio e socialista", n. 1‑2, 1989; 1 luoghi della scrittura autobiografica popolare. Atti del III seminario nazionale, in "Materiali di lavoro", n. 1‑2, 1990.

 

(il) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione prima quindicina di aprile 1942, 19 luglio 1940.

 

(12) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione seconda quindicina di marzo 1942

 

(13) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione della seconda quindicina di giugno 1942. Stralcio da P.M. 2 10 a L. B., Casale M.

 

(14) Massimo LEGNAN1,4pparatifascisti e opinioni degli italiani. Una ricerca elusiva, in 'Italia Contemporanea", n. 194, settembre 1991, p. 522.

 

(15) ASAL, Prefettura, b. 216, Commissione provinciale di Censura: pratiche varie, Circolare del Ministero degli Interni ai Prefetti del Regno, 19 luglio 1940.

 

(16) ASAL, Prefettura, b. 216, Censura postale. Pratiche Varie, Elenco dei sigg. ufficiali in ordine di grado e di anzianità, senza altre indicazioni ma con scritta a matita la data 20/8/1940.

La relazione mensile di agosto 1940 ricorda inoltre che 'Il personale [ ... ] è ora di 40 ufficiali per essere stati smobilitati alcuni che avevano superato l'età di 55 anni; i borghesi continuano ma in modo saltuario a prendere parte ai lavori". ASAL, Prefettura, b. 112, Censura postale. Relazioni mensili, agosto 1940.

Perquanto riguarda l'iscrizione dei censoripostali al Pnf, disponiamo di un carteggio dell'aprile 1941 trall Prefetto di Alessandria, e il segretario provinciale del Pnf nel quale quest'ultimo lamenta la presenza in Commissione di treufficiali non iscritti al Pnf. All'inconveniente si poneriparo il mese seguente. ASAL, Prefettura, b. 216, Censura postale. Pratiche varie, lettere del 22 aprile, 24 aprile e 19 maggio 1941.

(17) Un esempio fra i tanti della relativa facilità di circolazione delle notizie. In una informazione sulla corrispondenza dei soldati dalla Russia il censore scrive: "[ ... ] riferendoci ancora ai bombardamenti sulle nostre città, di cui quasi tutti sono informati, alcuni esprimono la convinzione che con detti sistemi gli inglesi non riusciranno a vincere". ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione della seconda quindicina di dicembre 1942.

 

(18) Tra le forme di "moderno" autolesionismo deve annoverarsi la pratica di contrarre volontariamente i germi della malaria, testimoniata in molte relazioni e in molti stralci: "Sono state unicamente rilevate alcune notizie date da militari dislocati in Albania e Grecia, secondo i quali la malaria infierirebbe in alcuni reparti con tendenza ad aumentare, tanto che gli ospedali non saprebbero più dove mettere i colpiti". ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione prima quindicina di agosto 1942; [stralcio da P.M. 3450: "Se volessi potrei prendere la malaria per essere trasferito, ma ho paura di rovinarmi, perché si vede che quelli che ce l'hanno che hanno febbre fino a 40‑41 gradi e fino a 42. molti se la fanno venire per venire in Italia, io me la penso differente". ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione seconda quindicina difebbraio 1943.

(19) Cfr. in particolare Giorgio ROCHAT, Gli uomini alle armi 1940‑1943. Dati generali sullo sforzo bellico italiano, in L'Italia in guerra 1940‑1943, Brescia, Annali della Fondazione "Luigi Micheletti", n. 5, cit., pp. 3372.

 

(20) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione prima quindicina di maggio 194 1.

 

(2 1) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione seconda quindicina di luglio 1941.

(22) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazioneprima quindicina di novembre 1942.

 

(23) Stralcio da P.M. 38: "E' partito uno di Carezzano per venire in licenzaper il 25 sarà a casa. Dei soldi del vaglia mi compri della merce che ti dico [ ... ] quando viene su quel di Carezzano [ ... ] mi ci dai un pacco due scatole di tubetti di chinino che sono un cento una decina o più di pacchetti di lamette, un pacco di pacchetti di cartine sai il traffico

  è un po' noioso ma con la volontà .............. ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943,

Relazione prima quindicina di agosto 1942.

Stralcio da P.M. 121 alla moglie, Tortona: "Alla metà del mese ti farà vaglia di £. 1.000, tu però mi farai pervenire

qualche pacco che ora è aperta la spedizione; inviami molti pacchetti di lamette, maglie, mutandine, sigarette io

ti farò sempre pervenire del denaro". ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, ASAL,

Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazioneprima quindicina

di novembre 1942.

 

(24) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione seconda quindicina di marzo 1942.

 

(25) La produzione clandestina del verderame come mezzo per aggirare gli obblighi dell'ammasso era una prassi molto diffusa dall'inizio della guerra, al punto che il regime aveva stabilito con un'ordinanza la requisizione degli oggetti in rame. La produzione clandestina aveva avuto negli anni successivi un'ulteriore incremento a causa delle continue restrizioni nella fomitura del prodotto, tanto da essere sistematicamente segnalata nelle relazioni sullo spirito pubblico nelle aree vitivinicole come uno dei problemi principali che impediscono un controllo sistematico del conferimento delle uve agli ammassi.

Per questo problema cfr. Mario RENOS 10, Colline partigiane. Resistenza e comunità contadina nell 'astigiano, Milano, Angeli, 1994, pp. 51‑52.

 

(26) ASAL, Prefettura, b. 112, Censura postale. Relazioni settimanali 1940‑1943, Relazione 4‑11 agosto 1940.

(27)ASAL, Prefettura, b. 112, Censura postale. Relazioni settimanali 1940‑1943, Relazione 18‑25 agosto 1940.

 

(28)ASAL, Prefettura, b. 112, Censura postale. Relazioni settimanali 1940‑1943, Relazione 11‑18 agosto 1940.

 

(29) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazioneprima quindicina di novembre 1940, da cui è tratta anche la citazione precedente.

 

(30) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione seconda quindicina di novembre 1940.

 

(3 1) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazioneprima quindicina di settembre 1940.

 

(32) Ibidem.

 

(33) ASAL, Prefettura,b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione seconda quindicina di febbraio 1941.

 

(34) ASAL, Prefettura, b. 112, Censura postale. Relazioni settimanali.

 

(35) L'espressione è nello statuto del Pnfdel 1938.

 

(36) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione prima quindicina di settembre 1940.

 

(37) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione prima quindicina di gennaio 1943.

 

(38) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazioneprima quindicina di maggio 1941.

 

(39) ASAL, Prefettura, b. 211, Censura postale. Relazioni sintetiche e materiale vario 1940‑1943, Relazione del 25‑10­1941.

 

(40) ASAL, Prefettura, b. 211, Censura postale. Relazioni sintetiche e materiale vario 1940‑1943, il prefetto al Ministro, 9­3‑1941.

 

(41) ASAL, Prefettura, b. 211, Censura postale. Relazioni sintetiche e materiale vario 1940‑1943, Relazione del 12‑4‑1941.

 

(42) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione prima quindicina di aprile 1942.

 

(43) ASAL, Prefettura, b. 211, Censura postale. Relazioni sintetiche e materiale vario 1940‑1943, Relazione del 14‑9‑1942.

 

(44) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione seconda quindicina di dicembre 1942.

 

(45) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione seconda quindicina di ottobre 1942.

 

(46) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione seconda quindicina di gennaio 1943.

 

 

 

 

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