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di
Daniele Borioli e Roberto Botta
da
Quaderno
di Storia Contemporanea, numero
17-18, 1995, pagine 59-78.
| ALESSANDRIA
IN TEMPO DI GUERRA |
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Al
contrario di quanto è accaduto in altri paesi, la storiografia italiana
non ha ancora Saputo affrontare la ricerca sull'opinione pubblica
negli anni della seconda guerra mondiale con criteri e metodi alieni
dalla superficialità, dai condizionamenti politico‑ideologici
e dalla tentazione di "appoggiare" la riflessione sugli
ultimi due anni della vicenda bellica.
Solo negli ultimi anni la situazione si è lentamente evoluta, con
contributi dal carattere però discontinuo (1).
Il panorama può ora decisamente mutare, soprattutto perché si vanno
rendendo disponibili fondi documentari assai importanti per sondare,
a partire da specifiche situazioni locali, i comportamenti e le mentalità
degli italiani di fronte al conflitto e alla rapida accelerazione
della crisi del fascismo.
Tra le fonti più significative per portare un po' di luce in questo
territorio assai arduo da indagare, debbono senza dubbio annoverarsi
gli atti delle commissioni provinciali di censura, attive, quasi senza
soluzione di continuità, dall'agosto 1940 al marzo 1945. Questa documentazione
ha vissuto una vicenda abbastanza singolare: non solo perché dopo
le suggestioni vecchie di oltre un quindicennio proposte da Loris
Rizzi (2) non si sono poi sviluppate ricerche degne di nota ‑naturalmente
anche per difficoltà di accesso ai fondi del regime fascista e del
fascismo di Salò conservati presso gli Archivi di Stato provinciali,
dove è raccolta la parte più significativa e consistente di quelle
carte ‑, ma soprattutto perché le poche e recenti pubblicazioni
che ne hanno fatto uso si sono concentrate, con qualche ammiccamento
alle odieme fortune delle fonti di scrittura popolare, solo sull'abbondante
messe di stralci che accompagna le relazioni periodiche dei censori,
o sulle corrispondenze tolte di circolazione custodite nei fondi del
Ministero degli Interni dell'Archivio Centrale dello Stato (3). t,
questa, la documentazione a prima vista più suggestiva prodotta dalle
Commissioni, ma particolarmente soggetta, senza incroci e verifiche,
ad essere piegata a tesi precostituite (4): ben più rilevante e utile
a noi pare concentrare l'attenzione sul complesso
degli atti delle Commissioni costituito da relazioni settimanali
e quindicinali, dati statistici sulla corrispondenza esaminata, informazioni
sulla quantità e le motivazioni delle censure parziali e totali, notizie
sul funzionamento delle commissioni ‑ ed è del resto in correlazione
con questa documentazione che acquistano rilievo quei tasselli di
scrittura popolare, spesso utili e importanti, rappresentati dagli
stralci e dagli scritti tolti dalla circolazione.
Le
relazioni, insieme ai dati statistici e agli stralci che le accompagnano,
assolvono a uno degli scopi per i quali le commissioni vennero costituite
e che qui a noi interessa: sondare lo spirito pubblico e il morale
di civili e militari. Assai più delle lettere cui non viene dato corso
e il cui numero è peraltro assai ridotto (5), le relazioni delle Commissioni,
della cui tipologia diremo, sono una vera miniera di informazioni
su spirito pubblico e mentalità collettiva ed offrono uno spaccato
originale della società italiana in tempo di guerra, certamente utile
nell'indagine di quel complesso nodo storiografico rappresentato dal
rapporto regime‑consenso,
anche in considerazione dell'enorme mole di materiale su cui i
censori si trovano a lavorare ‑ la Commissione alessandrina,
tra l'agosto 1940 e l'agosto 1943, esamina quasi sette milioni e mezzo
di corrispondenze, più di 6.600 lettere e cartoline per ogni giorno
di attività (6) ‑; esse rappresentano, contemporaneamente, una
fonte di grande utilità per sondare umori e comportamenti dell'apparato
burocratico e militare fascista i cui rappresentanti sono preposti
alle operazioni di censura.
Fatte
queste premesse, occorre un'ulteriore precisazione: le nostre considerazioni
si fondano unicamente sul materiale della Commissione alessandrina,
e necessitano quindi di ulteriori, ovvie e auspicabili verifiche con
i corrispondenti documenti di altre commissioni. In questo senso,
diventa decisiva la praticabilità dei fondi conservati presso gli
Archivi provinciali di Stato alcuni già utilizzati nelle ricerche
citate (7), un altro da noi individuato e
velocemente esaminato nell'Archivio di Genova. Al contrario dei documenti
reperibili l'Archivio Centrale dello Stato, i fondi locali contengono
infatti (o dovrebbero presso
contenere) sia le relazioni finali redatte dal Prefetto e inviate
a Roma e poi a Salò, sia il materiale preparatorio elaborato dai censori,
il cui raffronto risulta spesso decisivo per quel sondaggio degli
umori dell'apparato fascista di cui si diceva, nonché per controllare
su una pluralità di documenti il percorso di definizione dello spirito
pubblico in tempo di guerra; contengono inoltre, oltre agli specchietti
statistici, le relazioni quindicinali di cui non risulta traccia tra
le carte romane del Ministero degli Interni, poiché, riguardando le
corrispondenze da
e per i militari, venivano inviate al Ministero della Guerra, seconda
autorità da cui le Commissioni dipendevano. Si tratta insomma di fondi
molto omogenei e complessi, in attesa di essere meglio valorizzati.
La
tipologia delle relazioni e il problema dell'attendibilità
Molte
delle circolari con le quali il ministero degli Interni fornisce
direttive sul funzionamento delle Commissioni insistono sul duplice
compito della censura postale, "che può straordinariamente
contribuire sia all'azione preventiva e repressiva contro le attività
e la diffusione di notizie dannose per il paese sia a fornire informazioni
preziose sullo stato d'animo delle truppe nonché sull'efficienza
morale e politica dell'intera nazione" (8). Le relazioni
periodiche elaborate dalle Commissioni assolvono proprio a questa
seconda funzione. Dopo le prime settimane di incertezza, nell'autunno
1940 i ministeri degli Interni e
della Guerra propongono al censori una tipologia di lettura delle
corrispondenze secondo uno schema molto dettagliato: da allora le
relazioni settimanali sono organizzate secondo un
modulo fisso, in quattordici paragrafi, che i relatori chiamano
"capitoli" e che si ripetono sempre nella medesima sequenza:
1) manifestazioni di allarmismo e disfattismo;
2) echi di agitazioni interne o atti di sabotaggio; 3) malcontento;
4) notizie deprimenti; 5) tranquillità; 6) fiducia; 7) rassegnazione
o fervore patriottico; 8) comprensione doveri; 9) preoccupazione per disagi economici; 10) attaccamento al lavoro abbandonato;
11) sentimento affettivo; 12) sentimento religioso; 13) comportamento
clero; 14) eventuale propaganda sobillatoria e sovversiva.
Le relazioni quindicinali ricalcano questo stesso schema con
poche varianti e integrazioni ‑ tra cui meritano di essere
ricordati i capitoli: a) Istigazione alla renitenza, b) Pacifismo e manifestazioni varie in senso avverso al buon esito della guerra, e)
Disciplina militare, d) Apprezzamenti
vari sul nemico e sui nostri alleati.
Le
relazioni settimanali, redatte dal Prefetto sulla scorta delle informazioni
preparatorie fornitegli dai capi delle due sezioni "posta civile"
e "posta militare" in cui si articola la Commissione,
offrono notizie relative alla globalità della corrispondenza esaminata;
quelle quindicinali,
anch'esse preparate valendosi dei rapporti dei capi sezione, e inviate
dal Presidente della Commissione censura (nel nostro caso il vice
prefetto Richard) al Ministero della Guerra forniscono informazioni
desunte dalla corrispondenza dei militari, in Italia e
sui
diversi fronti, e a loro inviata.
Le
Commissioni dedicano il loro lavoro all'esame della corrispondenza
in arrivo, ad eccezione di quella destinata ai militari al fronte,
controllata in partenza: le relazioni settimanali
hanno di conseguenza un andamento più disomogeneo e rapsodico (ma
fino a un certo punto: alla Commissione alessandrina, ad esempio,
giungono molte lettere provenienti da Torino, Genova, e Milano,
consentendo una valutazione particolare sulla situazione in quelle
grandi città), e propongono letture dello spirito pubblico desunte
da quanto si comunicano corrispondenti sparsi nella penisola, nelle
zone di combattimento e nelle "terre occupate"; quelle
quindicinali ci offrono per un verso uno sguardo ravvicinato sulla
situazione della provincia di Alessandria, e per l'altro una sorta
di mosaico della mentalità collettiva all'intemo dell'esercito,
nelle sue diverse componenti e nei suoi diversi scenari bellici.
Dal 1942 le Relazioni quindicinali si chiudono con una apposita
sezione dedicata alla corrispondenza proveniente dal Csir e, in
seguito, dall'Armir, i corpi militari italiani inviati sul fronte
russo. Per
quanto riguarda gli stralci cui si è accennato, essi sono particolarmente
numerosi diverse decine in ogni relazione ‑ proprio nei rapporti
quindicinali, dei quali costituiscono una vera e propria appendice
documentaria a supporto dell'elaborato del censore. Occorre
infine ricordare che la corrispondenza da e per i militari veniva
controllata, per utilizzare il linguaggio dei funzionari fascisti,
"totalitariamente", mentre a circa il 30% del totale ammontava,
almeno nei primi mesi, la corrispondenza tra civili sottoposta averifica
(9).
Ci
troviamo di fronte, in estrema sintesi, a una documentazione simile
‑ e per certi aspetti integrativa ‑ alle note informative
delle varie polizie fasciste; come quelle fonti essa pone, riguardo
alla propria attendibilità, problemi cospicui, per i due possibili
livelli di distorsione della realtà cui è sottoposta: il primo è
peculiare di tutte le informazioni confidenziali e di polizia, profondamente
segnate dalla personalità e dalla cultura degli estensori, dalla
loro sensibilità alle dinamiche sociali, dalla loro rigidità o elasticità
nell'interpretare le direttive del regime; il secondo è specifico
di queste fonti, basate su corrispondenze redatte da scriventi perfettamente
consapevoli di essere letti da occhi indiscreti e quindi indotti
a forme di autocensura. Riguardo al primo problema basterà richiamare
la necessità di utilizzare la documentazione con quelle cautele
e quelle prudenze sempre doverose di fronte alle informazioni di
polizia, e ricordare che proprio una corretta analisi critica del
linguaggio e della personalità dei censori, anche attraverso quel
lavoro sinottico tra relazioni preparatorie e relazioni finali di
cui si è parlato, ci fornisce utili elementi per ricostruire la
storia dell'apparato burocratico e militare fascista; per quanto
riguarda le forme di autocontrollo degli scriventi ci pare invece
utile proporre una possibile ipotesi di lavoro.
In
realtà i corrispondenti sono sottoposti a una duplice tensione,
tesi tra la consapevolezza di occhi estranei che leggono e l'urgenza
di comunicare resa sempre più pressante e addirittura vitale dalla
lontananza e dall'eccezionalità dello stato di guerra. Come è stato
rilevato per le lettere dei soldati della Prima guerra mondiale,
anche i nostri corrispondenti si rivolgono spesso direttamente alla
censura per sottolineare l'invadenza dell'apparato di controllo,
ma dall'esame delle relazioni emergono con altrettanta chiarezza
le funzioni compensatorie nel rapporto tra soggetti lontani svolte
dalla scrittura, e più volte rilevate per fenomeni quali l'emigrazione
e, appunto, le guerre (10). Sono in molti a dichiarare esplicitamente
l'enorme valore della comunicazione epistolare: dalla Russia, ad
esempio, un soldato lamentando la lentezza dell'arrivo della posta
afferma che "a volte ci sono più gradite e necessarie le notizie
da casa che il pane quotidiano" (11); un altro militare scrive
che "l'unico conforto dei militari è la posta e quando questa
non arriva l'esasperazione giunge
al colmo" (12); un terzo considera l'arrivo della corrispondenza
come il vero momento irrinunciabile della vita al fronte. Mentre
il soldato incaricato della distribuzione mi porgeva la lettera,
ancorprimadi conoscere laprovenienza e il contenuto hoprovato unagrande
gioia. Ché si può rinunciare allegramente a tante cose, che possono
sembrare necessarie, ma non ad una parola dalla Patria lontana,
che in questi momenti esulta per le nostre grandi Vittorie e la
nostra volontà di vincere (13).
In
virtù di questa molteplicità di valenze emozionali che si addensano
intorno alla scrittura, al ricevimento di una lettera, o anche solo
alla semplice attesa della corrispondenza, si può ipotizzare che
la presenza del controllo postale riesca solo parzialmente a determinare
forme di autocensura nei corrispondenti: se la scrittura delle lettere
è un atto vitale, l'incombere di occhi estranei può trattenere la
prosa dello scrivente, ma raramente può impedire l'espressione della
"verità" che intende comunicare. Se questo è vero, l'individuazione
dei momenti in cui il bisogno di scrivere prende con più decisione
il sopravvento sulle reticente imposte dalla consapevolezza dello
sguardo del censore può addirittura aiutarci a identificare le fasi
e i tempi di modificazione del rapporto tra popolazione e regime.
Se
ciò è particolarmente evidente per le corrispondenze tra civili
e militari, lo è, con il passare del tempo, anche nelle corrispondenze
tra civili, quando la lettera diventa l'unico mezzo possibile di
comunicazione, e quando il deteriorarsi della situazione determina
una "fame" di notizie tra congiunti e amici molto simile
al bisogno di comunicazioni tra civili e militari. Il vertiginoso
aumento del numero di telegrammi, che decuplica rispetto all'estate
1940 nel corso del 1942 e del 1943, suona come conferma di queste
considerazioni.
Pur con i limiti appena ricordati, è dunque sin d'ora possibile
enucleare dalle relazioni alcuni significativi spunti, che consentono
di mettere a fuoco i nodi critici, e al loro interno le svolte decisive,
maturati nel rapporto tra regime e popolazione, non dimenticando
l'importanza di poter lavorare con serie organiche di documenti
che ci consentano di chiarime le regole interne e di cogliere, in
una comparazione cronologica dei testi, la misura, i meccanismi
e i tempi delle modificazioni dello spirito pubblico.
Come funzionano le Commissioni: uno sguardo sull'apparato logistico
di supporto allo sforzo bellico
L'esame
delle modalità di funzionamento delle' commissioni è naturalmente
una necessaria operazione preliminare a qualsiasi considerazione
sullo stato dello spirito pubblico che le relazioni ci consegnano,
per evitare "i pericoli che nascono dal separare le valutazioni
contenute nella fonte dalle circostanze per così dire politico‑istituzionali
che ne hanno influenzato la formazione" (14); Inoltre, non
bisogna dimenticare che con la sua ambizione congiunta di comprendere
e controllare la mentalità collettiva, il sistema censorio rappresenta
uno dei principali strumenti dell'apparato di supporto allo sforzo
bellico attivato dal regime; l'analisi del lavoro delle Commissioni
diventa dunque un utile parametro anche per sondare la
validità di quell'apparato: e se è lecito misurame l'efficacia basandoci
sul funzionamento delle Commissioni, dobbiamo dire che esso mostra,
sin dai primi mesi di guerra, numerose lacune.
Tanto
per cominciare, il regime, almeno nel caso alessandrino, non riuscì
neppure in misura minima a realizzare uno degli obiettivi più importanti
contenuti nelle direttive per la costituzione delle commissioni,
quello di impegnare nelle operazioni di censura postale " funzionari
di ruolo delle Amministrazioni statali" che secondo il Ministero
degli Interni rappresentavano il ceto più adatto a fornire "per
maturità morale, politica ed intellettuale, [ ... ] le massime garanzie
di serietà e fidatezza" (15). Tra le norme "inderogabili"
per ricoprire il ruolo di censore postale vi era l'obbligo di non
risiedere né essere nato nella provincia in cui si esercitava il
mandato: probabilmente fu sufficiente questa norma, insieme agli
incerti riguardo allo sviluppo della carriera legati all'appartenenza
alle Commissioni, a dar luogo a una lunga serie di rifiuti più o
meno motivati. Fin dall'inizio la Commissione di Alessandria risulta
perciò forzatamente composta da ufficiali dell'esercitoultraquarantenni,
per giunta non tutti in regola con l'altra norma "inderogabile",
l'iscrizione al Partito fascista (16). Di fronte alle "necessità
dell'ora" i quadri dell'apparato dello stato non mostrano dunque
troppa sensibilità ai richiami al dovere provenienti dal Regime.
Insediata
la Commissione ‑ ospitata per di più in locali quasi di fortuna,
vengono poi alla luce i problemi concreti. Il numero dei censori
a disposizione si rivela quasi subito insufficiente per controllare
l'enorme mole di corrispondenze che si riversa sui tavoli della
Commissione, e diventa sempre più inadeguato con il passare dei
mesi; ma nonostante le richieste del Prefetto, intenzionato ad ottenere
il raddoppio del personale, il Ministero degli Interni è in grado
di offrire solo vaghe promesse di futuri rinforzi. Aumenta invece
la mole di lavoro, per il costante incremento della corrispondenza.
L'unico "rimedio" possibile è la diminuzione progressiva
della percentuale di controlli sulla corrispondenza tra civili per
ottemperare all'obbligo di esaminare "totalitariamente"
la corrispondenzada eper i militari, ma ciò comporta, ovviamente,
un allentamento del controllo e un aumento della circolazione di
scritti contenenti espressioni censurabili. 1 problemi non finiscono
però qui, perché il numero dei censori risulta comunque troppo esiguo
per esaminare con la dovuta tranquillità lettere e cartoline. Dai
dati in nostro possesso è possibile calcolare che ciascun censore
può dedicare meno di due minuti a ogni corrispondenza, tempo del
tutto insufficiente per un esame attento degli scritti. Neppure
la corrispondenza "militare" sfugge perciò a una contraddizione
tra apertura totale e controllo non sempre efficace: leggendo gli
stralci tratti dalla corrispondenza dei soldati è facile constatare
la frequenza con la quale essi riescono a ricevere informazioni
spesso molto dettagliate su quanto avviene in Italia, dalla difficile
situazione alimentare ai bombardamenti sulle città, dalle confidenze
e dai giudizi sulle ingiustizie quotidiane alle notizie su imboscati
e privilegiati esonerati dal servizio militare, per arrivare ai
veri e propri incitamenti all'autolesionismo (17).
Sulla
scorta della vicenda della commissione alessandrina, potremmo dire
che gli apparati di censura postale sono in grado di cogliere e
segnalare le oscillazioni dello spirito pubblico, ma sono molto
meno efficaci nel compito di bloccare alla fonte la circolazione
di notizie sgradite e in grado di turbare gli animi. Risultati piuttosto
magri per un organismo sul quale il regime aveva fatto molto affidamento
e destinati a proiettare un'ombra piuttosto fosca sull'efficacia
dell'apparato di controllo e di supporto varato dal regime.
Nonostante
la presenza della censura le lettere diventano dunque un enorme
veicolo di conoscenza, il cui valore aumenta esponenzialmente con
il passare dei mesi, perché se si scrive di più nei momenti di maggiortensione,
è proprio in quei frangenti che le commissioni devono tralasciare
di controllare un maggior numero di corrispondenze o, in alternativa,
effettuare
una lettura ancora più affrettata e sommaria. L'aumento sensibile
delle lettere contenenti espressioni di scoramento e di sfiducia
sull'andamento della guerra e sul regime, si può quindi considerare
un prodotto non solo del precipitare degli eventi, ma, nel
precipitare degli eventi, della ragionevole convinzione da parte
degli scriventi di poter aggirare la censura e raggiungere senza
interventi di cancellazione i propri corrispondenti.
Civili,
fascisti, soldati
Vogliamo
ora concentrare la nostra attenzione sull'apporto che gli atti delle
Commissioni possono fornire per una migliore definizioni di alcuni
problemi storiografici riguardanti la partecipazione dell'Italia
alla guerra. Non vogliamo tuttavia rinunciare, sia pure telegraficamente,
a segnalare le molte altre suggestioni su diversi aspetti della
vita quotidiana
nelle città e nelle campagne, sulla storia dell'apparato burocratico
e militare fascista, sul vissuto dei militari al fronte, rispetto
ai quali le relazioni, nel loro sforzo di indagare capillarmente
l'opinione degli italiani, forniscono un significativo apporto documentario
e di conoscenza.
Esse
ci presentano, per esempio, un robusto affresco della vita e della
situazione nelle campagne, illuminate da puntigliose note dei censori
e da innumerevoli stralci attraverso cui possiamo
ricostruire una mappa dell'economia rurale in tempo di guerra e
almeno alcuni tratti della mentalità contadina e dei contadini‑soldati.
Ci conducono nei meandri delle retrovie dell'esercito e dei diversi
reparti logistici operanti in patria, illustrandoci un sistema
con
il passare dei mesi sempre più impastoiato in inefficienze e corruzioni.
Ci mostrano ampi e terribili squarci sulla guerra vissuta, dove
campeggiano le molte e gratuite rappresaglie di cui, insieme ai
tedeschi, si macchia anche il nostro esercito soprattutto nei Balcani;
l'affermarsi e il dirompere della guerriglia in Grecia, Albania
e Jugoslavia con la sua
scia di violenze ed orrori; l'odissea dei soldati italiani in Africa
e in Russia; il progressivo spegnersi delle speranze e degli entusiasmi
iniziali sotto i colpi inferti non solo dai nemici, ma da quelle
ingiustizie grandi e piccole di cui si diceva; il ricorso a sistemi
estremi e disperati per liberarsi in qualche modo dall'orrore del
fronte, su cui spiccano forme aggiomate e allucinanti di autolesionismo
(18). Ci introducono nel territorio della mentalità collettiva,
consentendoci di individuare quanto dell'ideologia fascista ha fatto
breccia nelle coscienze degli italiani ‑ sotto questo profilo,
la formazione di uno spirito guerresco negli italiani non pare aver
prodotto frutti, mentre maggior fortuna incontra la vasta gamma
di atteggiamenti
variamente nazionalistici, xenofobi e razzisti, della cui preoccupante
rilevanza nella prosa degli scriventi il fascismo non può tuttavia
vantare "meriti" esclusivi. Scorre davanti ai nostri occhi
una nazione in breve popolata da nuove "figure sociali",
accaparratori, sfollati,
borsaneristi, speculatori, mutilati, vedove di guerra, arricchiti
di guerra, con la loro mentalità segnata dal conflitto, in qualsiasi
direzioni essa si orienti. Vi è la possibilità di verificare la
qualità morale e politica di un apparato fascista che, di fronte
al disastro, mette in
campo tutte le sue paure, i suoi opportunismi, le sue piccinenie,
prima smorzando i toni fideistici nei confronti del regime e di
Mussolini e poi disperdendosi nella ricerca di un proprio personale
salvataggio ‑ se scegliamo come cartina di tornasole il linguaggio
dei nostri funzionari, dobbiamo dire che sono soprattutto i militari
a mostrare assai presto una "voglia" di autonomia dal
regime le cui radici sono complesse e antiche e non semplici da
analizzare. Fin
qui l'indicazione di alcune prospettive di lettura possibili delle
relazioni. Ma all'intemo di questa articolazioni, i censori, con
le loro parole e con la scelta degli stralci, ci forniscono qualche
cosa di più, informazioni preziose che a volte vanno inconsapevolmente
‑ o consapevolmente? ‑ben oltre quanto ci potremmo attendere
da un formulario ricco ma piuttosto rigido. Un
rapido esempio. Molte ricerche, tra cui particolarmente importanti
quelle condotte da Giorgio Rochat (19), hanno mostrato con precisione
l'impreparazione militare con cui l'esercito italiano affronta la
guerra. Qui abbiamo modo di constatare i contorni di quella che
potremmo definire l'impreparazione morale dell'esercito, che inizia
naturalmente dai quadri di comando, attivi protagonisti di un intricato
sistema di corruzioni grandi e piccole, queste ultime pateticamente
simboleggiate dalla mancata distribuzione del vestiario e dei generi
di conforto, o dall'impressionante sequela di manipolazioni dei
pacchi destinati ai soldati sistematicamente lamentata nelle corrispondenze
provenienti dai diversi fronti bellici, e si diffonde imitativamente,
trasformata nella più prosaica arte di arrangiarsi, tra le truppe.
Nel
corso del 1941 il viceprefetto Richard comunica con una certa soddisfazione
la consuetudine, comune a parecchi militari di stanza in Grecia
e in Jugoslavia, di inviare regolarmente rimesse in denaro ai loro
familiari. In effetti, a cominciare dalla tarda primavera di quell'anno,
da quei fronti giunge ogni mese nella sola provincia di Alessandria
circa mezzo milione di lire in vaglia di varia consistenza: Richard
si compiace del gesto dei soldati, perché "concorre a migliorare
la situazione", che, soprattutto nelle città "appare penosa
(20) e loda, in omaggio al ruralismo, la "figliolanza dei contadini,
[...] più parsimoniosa degli altri ceti"
(21). Ma il quadro di solidarietà e spirito di sacrificio di un
esercito proteso verso la vittoria disegnato dalle relazioni a commento
delle rimesse in denaro dei nostri soldati, trova diversi motivi
di stridore in molti stralci che ci dicono, ancora una volta, qualche
cosa di più di quanto dovrebbero comunicarci. 1 soldati insieme
ai vaglia spediscono continue richieste di pane, in primo luogo,
e poi di lamette, cartine per sigarette, sigarette, mutande, maglie
e altri oggetti: è la mercanzia con la quale i nostri soldati alimentano
il "mauro gnero", il mercato nero, fonte dei loro cespiti.
Con il passare dei mesi quella realtà non può essere più nascosta,
e sulle rimesse di denaro il censore deve usare toni del tutto diversi:
"Militari in zona di occupazione continuano a svolgere attività
a fine di lucro, il che porta a rilassatezza del senso del dovere
e della disciplina" (22), si legge in una delle tante comunicazioni
in cui il fenomeno viene ormai apertamente denunziato e che, nonostante
il tentativo di repressione attraverso provvedimenti drastici come
il divieto di ricevere e spedire pacchi, continua per vie traverse
e fantasiose e riprende in modo consistente non appena il divieto
viene tolto (23). 1 soldati del fronte russo partecipano come possono
a questo insolito mercato: dislocati in una zona più povera si arrangiano
inviando l'alle loro famiglie pacchi di 10 Kg. contenenti rottami
di rame" (24) utilissimo, a fronte delle restrizioni
governative lamentate con insistenza dai contadini delle zone vinicole,
a produrre il verderame (25).
Una
lettura in serie delle relazioni offre dunque un quadro molto significativo
e un po' malinconico del nostro esercito: un corpo di occupazione
arruffone, molto sensibile alle lusinghe del mercato nero e ai commerci
clandestini. Che non è naturalmente, o non è in primo luogo, un
giudizio moralistico, ma la conferma di una situazione di scollamento
e dell`arte di arrangiarsi" aggiomata alla circostanza e messa
in pratica ‑ spesso, ma non sempre ‑ per cercare di
alleviare i disagi in cui versano i familiari in patria.
Detto
delle suggestive piste di lavoro possibili, è opportuno ora avvicinare
lo sguardo su tre temi rispetto ai quali vogliamo riflettere più
in dettaglio in questo nostro lavoro: lo stato dell'opinione pubblica
nei mesi dell'ingresso in guerra, il rapporto città‑campagna
e la definizione dei percorso attraverso cui matura la crisi finale
del regime.
L'Italia
va alla guerra
Con
quale stato d'animo gli italiani vanno incontro al conflitto? La
martellante propaganda di regime è riuscita nei suoi intenti di
educazione dell'italiano alla guerra, oppure nella tarda estate
1940 si possono già rintracciare i segni di una insofferenza, o
almeno di una mancata adesione all'ideologia del regime? Naturalmente,
non è affatto difficile trovare nelle relazioni di quei primi mesi
di guerra espressioni di grande fiducia nello sbocco vittorioso
e rapido della guerra e di totale esaltazione del fascismo e del
suo "Capo", sia nelle parole dei censori che negli stralci.
Sono i mesi in cui i rapporti periodici parlano con orgoglio di
" spontanea e unanime l'ammirazione per il Duce quale sicuro
Pilota della Grande Nave Italia" (26), di "comprensione
dei doveri dell'ora attuale profonda" (27) e si compiacciono
che "lo stato d'animo nella maggioranza delle truppe è ottimo,
il morale elevato, viva la fede nell'immancabile vittoria finale"
(28). Ma, già in questi mesi, tra le pieghe di un discorso mantenuto
dai censori non senza ragione su toni trionfalisti e in sintonia
con la loro propensione a sminuire il più possibile le espressioni
non conformiste, compaiono vari indizi rivelatori di non marginali
zone di indifferenza, scetticismo e vero e proprio distacco dalla
logica del conflitto.
Lo
stesso stile e gli stessi moduli utilizzati nelle relazioni sembrano
rivelare la presenza di una refrattarietà che a volte sconfina nell'ostilità
aperta. Invitati a fornire informazioni sull'adattamento della popolazione
ai disagi della guerra, sullo spirito combattivo delle truppe, sul
fervore patriottico, sulla "fiducia nel DUCE (sempre rigorosamente
in maiuscolo nelle relazioni dei presidente della Commissione Richard,
secondo le direttive impartite alla fine degli anni Venti dal Ministero
della Cultura Popolare) e nel regime", sulla "fede"
nella vittoria che anima civili e soldati, i censori rispondono
con frasi come queste: "Circa il trattamento e le condizioni
di vita si rilevano solo sporadiche lagnanze per cui è ovvio dedurre
che i reparti ovunque dislocati sono relativamente soddisfatti";
"Sui nostri alleati ormai tutta l'ammirazione è stata manifestata
in passato ed ora su di essi non si fanno più apprezzamenti"
(29); "Dalle madri e dalle spose continuano le invocazioni
per una pronta pace ma esse non si possono definire pacifismo [
... ] perché sono subordinate, sia
pure tacitamente [corsivo nostro] ad una piena e trionfale vittoria
delle nostre armi" (30).
Affermazioni
tranquillizzanti sullo stato dell'opinione pubblica costruite dai
censori su un ipotetico significato attribuito al non detto della
corrispondenza anziché su ciò che i corrispondenti realmente scrivono,
quasi si trovassero costretti ad attingere più al territorio dei
loro desideri che alle reali espressioni della maggioranza degli
scriventi. Che la pensavano in tutt'altro modo? Difficile affermarlo
senza ombra di dubbio, ma è opportuno registrare l'imbarazzo dei
censori, che si esprime anche attraverso un altro modulo stilistico
la cui fortuna aumenterà con il passare dei mesi: l'apertura dei
paragrafi dedicati al malcontento, alle manifestazioni di allarmismo
e al patriottismo con frasi roboanti di circostanza e dichiarazioni
di credito per il regime e per il suo capo seguiti da una lunga
sequenza di "però", di "tuttavia", di "ma".
Nonostante la buona volontà, il censore non può evitare di segnalare
la presenza di corrispondenze contenenti espressioni di ostilità
al conflitto sbrigativamente attribuite, in ossequio alla propria
cultura e ideologia, alla particolare natura dell‑animo di
una aliquota della popolazione femminile" (31), "all'allarmismo
[ ... ] dei pochi codardi per le esagerate notizie sugli effetti
materiali e morali dei bombardamenti" (32), o ancora a "sfoghi
di persone deboli, ammalate di mente, in preda allo spavento per
la visione del sangue, ossessionati dall'immaginario dolore di perdere
il figlio o il fratello combattente" (33).
Naturalmente
non è per nulla agevole formulare ipotesi riguardo alle ragioni
di costruzioni verbali così dissonanti con lo spirito trionfalista
delle prime relazioni: non bastano certo alcune incongruenze per
consentirci, a nostra volta, di costruire sul non detto o sul semplice
stridore stilistico dei censori ipotesi opposte alle loro speranze
e ai loro auspici. Ci troviamo in verità proprio su quel crinale
in cui non è semplice stabilire in che misura la soggettività degli
estensori delle relazioni incide nella descrizione della realtà.
Del resto, il 22 ottobre 1940 il capo della polizia Bocchini aveva
inviato a "tutti i Prefetti del Regno" un perentorio telegramma
in cui denunciava la povertà informativa delle relazioni redatte
da molte commissioni:
In
relazioni finora inviate [...] notasi mancanza precisi riferimenti
che invece, scopo relazione stessa sarebbero utilissimi. At Ministero
guerra interessa specialmente quanto riferisce su lamentele soldati
circa condizioni vita et questione ordine disciplinare. Rilevasi
poi che alcune Prefetture inviano relazioni del tutto inutili dal
punto di vista informativo aggiungendo alle voci relative noti argomenti
aggettivi molto poco, buono, abbondante, eccetera autriferendosi
contenuto relazione precedentemente trasmesso. Tali sistemi devono
cessare (34).
Inviti
di questo genere possano naturalmente aver provocato reazioni opposte,
improntate ad eccesso di zelo nel segnalare le poche voci stonate
in un coro di consenso, o al contrario impegnate, magari con qualche
laborioso e prudente giro di parole, in una descrizione della realtà
più franca e attenta a quei fenomeni di dissenso la cui esistenza
il telegramma del Ministro sembra temere; del resto si tratta solo
della segnalazione di una delle tante cautele necessarie nel vero
e proprio lavoro di decodifica delle relazioni, perché molti altri
fattori entrano in gioco. Tuttavia, l'impressione di una circolazione
anche se minoritaria di idee contrarie alla filosofia del conflitto,
e di più consistenti frange di mancata adesione alla
retorica
del regime già nei primi mesi successivi all'entrata in guerra rimane,
e trova altre significative conferme.
Un
primo elemento lo possiamo rintracciare nella prosa dei corrispondenti,
nei passi in cui si scambiano espressioni augurali sull'esito della
guerra. Se è lecito attribuire qualche valore statistico agli stralci,
è facile constatare che l'imperativo categorico "Vincere"
non trova molti estimatori se non tra i fascisti militanti; maggior
fortuna incontra un'altra espressione proposta da Mussolini, "pace
con giustizia", costruita con toni e vocaboli piuttosto diversi.
Ancora maggiore diffusione ha poi l'espressione "pace vittoriosa",
una specie di formula sinteticamente riassuntiva degli auspici collettivi
con l'accento decisamente posto però sul primo termine. Quel concetto
caro al fascismo, secondo cui "la guerra porta al massimo di
tensione tutte le energie umane" (35), e sul quale il regime
aveva puntato molto nel suo sforzo di educazione dell'italiano nuovo,
non pare dunque aver fatto breccia se non tra i fascisti convinti,
lasciando la maggioranza della popolazione legata a uno spirito
se non pacifista almeno non bellicoso.
Un
ulteriore indizio è rintracciabile nel giudizio a proposito dell'esercito
italiano, sul quale molti scriventi non sembrano riporre grandi
speranze, ancor prima delle disastrose sconfitte in Grecia. Del
resto un certo scetticismo sulle potenzialità belliche del nostro
esercito èindirettamente presente nella prosa di coloro che per
la guerra manifestano entusiasmo, nelle molte frasi con le quali
si dicono sicuri della vittoria motivandola però con la fiducia
nella forza e nella potenza dell'esercito tedesco, o stabilendo
confronti involontariamente poco lusinghieri tra i due eserciti:
"Le operazioni della nostra aviazione e di quelle sbalorditive dei bombardieri tedeschi [corsivo nostro]
sono molto apprezzate dal nostro soldato che le racconta volentieri
quando scrive ai suo famigliari" (36).
Un
altro vistoso segnale, questa volta di vero e proprio rifiuto della
guerra, è il ripetersi, nei primi mesi del conflitto, di casi di
renitenza o di mancata presentazione ai reparti, di cui si rendono
protagonisti gruppi di richiamati. Sono per lo più soldati di origine
rurale, per i quali la complicità offerta dalla comunità di appartenenza
rende possibile un atteggiamento di ribellione che il regime può
reprimere solo mediante l'intervento dei carabinieri.
Come
detto, sono segnali di difficile e non univoca decifrazione, e tuttavia
ci paiono sufficienti per disegnare l'immagine di un paese complessivamente
impreparato e indisponibile ad affrontare, in termini di mobilitazione
civile, le condizioni del conflitto; che sembra accettare con una
certa passività la nuova situazione e resta in attesa degli eventi,
ancora teso tra la fiducia nella lungimiranza del Duce e un certo
scetticismo sulla forza del nostro esercito; soggetto a repentini
cambi d'umore magari per vicende marginali del conflitto, facile
ad entusiasmarsi per le vittorie invariabili incentivi per un aumento
delle corrispondenze in cui si prevede l'imminenza della fine del
conflitto, ma pure questo è un indizio variamente interpretabile
‑ o a deprimersi repentinamente per le sconfitte; nel cui
corpo sono già presenti zone di indifferenza, di insofferenza o
di resistenza non trascurabili.
Il
rapido deteriorarsi del rapporto tra popolazione e regime nel corso
dei '42, di cui parleremo più avanti, sembra affondare le proprie
radici proprio in questo contraddittorio e scostante atteggiamento
della popolazione nei primi mesi del conflitto. Sono gli stessi
censori a far balenare questo percorso quando, analizzando la corrispondenza
di fine anno 1942,
segnalano con un po' di sconforto che "non emerge più quella
fiducia aprioristica di un tempo" (37).
Città e campagne di fronte alla guerra
Un esame,
anche solo sommario, delle fonti lascia emergere in modo netto quali
sono due aspetti essenziali intorno a cui i censori cercano di orientare
l'esercizio del loro mandato: da un lato la verifica costante dei
livelli di consenso‑dissenso
espressi dall'opinione pubblica in merito allo sforzo di mobilitazione
bellica, nonché alle parole d'ordine con le quali la propaganda
di regime accompagna l'entrata in guerra; dall'altro la misurazione
dei livelli di tenuta di quei collanti sociali, insediati nella famiglia,
nel lavoro, nella religione, che il fascismo non solo non aveva
voluto sovvertire ma che, al contrario, aveva inteso rafforzare
come base d'appoggio del proprio potere.
Sono
frequentissimi gli accenni, quasi sempre uguali a se stessi, circa
l'attaccamento al lavoro dei campi, circa l'apprensione per i suoi
andamenti in vista della semina, dei raccolti o della vendemmia:
"Molto viva è la nostalgia dei campi, soprattutto adesso che
si avvicina l'epoca dei raccolti e si vorrebbe poter aiutare la
famiglia nel lavoro" (38). Frasi di questo tenore ricorrono,
sistematicamente, in tutte le relazioni esaminate, desunte com'è
ovvio dalla corrispondenza dei militari di estrazione contadina.
1 censori si premurano di evidenziarle e reiterarle, come segnalatori
di un tranquillizzante baluardo, quasi che l'affezione perla propria
terra rappresenti agli occhi del regime l'embrione costitutivo dipiù
elevati sentimenti patriottici. Anche per questo, forse, venivano
visti con non eccessivo allarme i sintomi di insofferenza manifestati
da quei soldati che, durante i lunghi periodi di inattività bellica,
sentono crescere il desiderio di tornare a casa per dare il loro
contributo ai lavori agricoli: "Si resta qui a gironzolare
per l'Albania, a fare un bel niente; questo èvergognoso, mentre
a casa c'è i lavori della semina e ci manca la mano d'opera Spero
che i sigg. della censura la leggano e ne faranno presente"
(39). Il
problema delle licenze agricole è indubbiamente uno dei più sentiti
dalla truppa, e non di rado rappresenta causa di pressanti richieste,
malcontenti e lagnanze; senza tuttavia acquistare mai, agli occhi
della Commissione, i caratteri dell'emergenza o anche solo del pre-allarme.
Il regime aveva speso, lungo il ventennio, molte delle sue carte
propagandistiche proprio sulla retorica ruralista, e ora guarda
con relativo compiacimento l'esprimersi di un diffuso e resistente
amore per la terra.
E'
di particolare interesse notare come, a fronte dei progressivo intensificarsi
delle manifestazioni di disagio e di malcontento sociale, crescenti
con il perdurare dello stato di guerra e regolarmente segnalate
dalla Commissione, le note che riguardano la società agricola conservano
l'impronta di un costante ottimismo. Né molto diverso è il discorso
che si può abbozzare in merito ad altri paragrafi, relativi a quelli
che più sopra abbiamo definito collantisociali, sui quali il regime
tenta di stendere lapropria patina ideologica. Ci riferiamo ai brevi
capitoletti dedicati ai rapporti familiari, allo spirito religioso,
al comportamento del clero. Tutte voci che registrano una sorprendente
continuità di riscontri positivi, formulati con estrema sinteticità
e monocorde ricorrenza di termini:
Si
hanno molte corrispondenze contenenti immagini religiose e raccomandazioni
di preghiere che dimostrano come il sentimento religioso sia assai
elevato (40).
SENTIMENTO
AFFETTIVO. Sempre molto vivo e sentito specialmente nei rapporti
famigliari. Notevole nei rapporti amatori (41).
Il
comportamento del clero si mantiene corretto e rigorosamente nell'ambito
dell'ufficio spirituale. 1 parroci evitano di trattare i temi legati
alla guerra (42).Non
è dato rintracciare nelle relazioni della censura postale alcuna
significativa variante a questo modulo fisso, abbandonato solo in
qualche rara circostanza per suggerire l'eventualità che l'insistenza
di taluni esponenti del clero sulle speranze di pace possa alla
lunga favorire l'attecchimento di sentimenti disfattisti. Un'eventualità,
dicevamo, appena accennata e subito confutata nella ripetizione
dei soliti tranquillizzanti messaggi. Se
si confronta questo dato di statica
omogeneità positiva con la sensibile dinamica di aggravamento dei messaggi provenienti dalle città e, in modo particolare,
dalle metropoli investite da gravissime difficoltà alimentari e
materiali e, più tardi, tartassate dai bombardamenti nemici, èdifficile
sfuggire all'impressione di una sorta di dualismo apertosi sul fronte
sociale dell'Italia in guerra. Certo, al punto attuale della ricerca
non è possibile confortare tale ipotesi con dati statistici alla
mano, relativi alla provenienza e alla destinazione di lettere e
telegrammi in rapporto al loro contenuto. E tuttavia emerge, pur
sotto lo sforzo di understatement messo in atto dai censori, l'abbozzo di una sostanziale
dicotomia, di due Italie: di un'Italia che tiene, o sembra dare
maggiori garanzie di tenuta; di un'altra Italia, che palesa tutti
i segni premonitori di una prossima e travolgente crisi.
Mentre
la nazione al fronte o, generalmente sotto le armi, sembra acquisire
seppure con gradualità, sotto la scorza retorica stesa dal regime,
la coscienza di una guerra lunga, difficile e dagli esiti via via
sempre più incerti; mentre l'Italia delle città vede maturare gli
allarmanti segnali del trauma che esploderà in tutta la sua dirompenza
con i bombardamenti dell'autunno 1942; c'è l'Italia contadina o,
più semplicemente un'Italia più sommessa, l'Italia dei paesi, delle
famiglie, delle parrocchie, che nei rapporti dei censori riflette
l'immagine di una solido ancoraggio intorno al trinomio lavoro-famiglia-religione.
Difficile
misurare e stabilire in questa sede quanto tale immagine corrisponda
alla realtà, o viceversa quanto giochi in essa l'idealizzazione
del mondo rurale operata e propagandata dal regime nel corso di
tutto il ventennio e, forse, in qualche modo sistemata quale lente
deformante nell'orizzonte mentale dei suoi uomini. Certo è che la
lettura delle relazioni suggerisce con intensità l'idea di una scansione
tra Italia delle città e Italia
delle campagne, giocata in primo luogo sulla diversa velocità
di reazione ai tempi della guerra e dei suoi sviluppi. Una scansione
per la quale èsicuramente possibile ricercare ragioni di ordine
culturale e psicologico, ma dalla quale non vanno espunti gli innegabili
elementi oggettivi. La migliore situazione alimentare delle campagne,
la maggior coesione di un tessuto sociale costruito su saldi legami
di solidarietà collettiva e, non da ultima, la minore vulnerabilità
a quello che fu una delle più devastanti novità strategiche dei
conflitto: i bombardamenti su obiettivi civili:
La
situazione alimentare sta determinando nella maggioranza della popolazione
uno stato di turbamento e di apprensione per il futuro; molti si
preoccupano già e fanno nere previsioni per il prossimo inverno
(43).
Gli strascichi
dei bombardamenti di Genova e Milano e le recenti incursioni nemiche
su Torino hanno dato luogo a scambi di notizie di natura allarmistica.
Diversi corrispondenti o sotto l'impressione degli avvenimenti o
in malafede esagerano i danni subiti dalle città e dalle persone
(44).
Questi
risultano essere i messaggi che segnalano un salto di qualità decisivo
nelle informazioni desumibili dalla fonte, intorno alle quali si
definisce ed emerge un quadro ben più mosso nella percezione collettiva
degli eventi bellici, che trova nella città un centro d'insediamento
e poi d'irradiamento fondamentale. Sono le città, infatti, attanagliate
da problemi di rifornimento alimentare, di carenza di combustibili
per il riscaldamento, devastate dai bombardamenti e dalle malattie,
a lanciare i primi segnali di uno sgretolamento dei fronte interno,
puntualmente annotati nei paragrafi malcontento, notizie deprimenti, fiducia,
tranquillità, rassegnazione ofervorepatriottico. Si tratta,
com'è facile arguire dalla stessa titolazione, di voci che non delineano
rigidi confini descrittivi e che, anzi, si richiamano reciprocamente
aprospettare un contesto di progressiva sofferenza e irreversibile
incrinatura di quella tranquillità sociale affidata dal regime alle
speranza di una guerra breve e vittoriosa.
La crisi dei 1942
L'ultimo
scorcio del 1942 come il tempo in cui prende corpo la crisi definitiva
del regime, il tempo in cui la grande maggioranza della popolazione
matura la convinzione che il disastro bellico, sociale e politico
è ormai inevitabile: questa scansione del percorso attraverso cui
si evolve la coscienza collettiva della nazione, è uno dei più interessanti
suggerimenti di lavoro e di verifica che le relazioni ci consegnano;
il dramma del 1943 affonda in sostanza radici ben salde in una crisi
esplosa violentemente nell'ultimo scorcio dell'anno precedente,
che pare il vero spartiacque, almeno a livello delle mentalità,
tra un prima e un poi.
L'andamento
negativo delle operazioni militari negli ultimi mesi dell'anno concorre
certamente al crollo del morale e della fiducia su un esito positivo
del conflitto; ma prima ancora, dalla primavera del 1942, le relazioni
presentano un indizio piuttosto sorprendente e significativo di
un mutamento nel rapporto tra regime e popolazione, ed è la vera
e propria rimozione, sia nel linguaggio dei censori che negli stralci,
dei riferimenti al Duce ed al fascismo. Nei mesi precedenti abbondavano
le frasi retoriche inneggianti al Regime e soprattutto al suo capo,
di cui si esaltava la lungimiranza e la capacità di comando politica
e militare; quasi improvvisamente il vocabolo Duce, che insieme
a Richard molti corrispondenti scrivono disciplinatamente a lettere
maiuscole, dopo essere stato per mesi uno dei richiami più frequenti
per coloro che evocavano immagini di vittoria, quasi improvvisamente
scompare dal vocabolario degli italiani; chi continua a nutrire
fede nella vittoria e dichiara la sua volontà di combattere, si
appella alla Patria, alla grandezza dell'Italia, al mito della Grande
guerra e dei suoi caduti, ma evita accuratamente ogni accenno ai
miti di regime.
Ancora
una volta si tratta di un semplice indizio, pur se di una certa
consistenza. L'affievolirsi del prestigio del Duce, del resto, accompagna
fatti molto concreti, riassumibili nel
drastico peggioramento delle condizioni di vita soprattutto nelle
città, e nell'andamento altalenante ma tendente al brutto della
guerra; è una situazione destinata, nella seconda parte dell'anno,
a provocare una definitiva frattura tra il fascismo e la grande
maggioranza degli italiani. Volendo
individuare una scansione temporale più precisa, possiamo segnalare
una relazione quindicinale che pare simboleggiare una netta cesura
se non nella mentalità collettiva almeno nel modo di affrontare
la situazione da parte dei censori. Il rapporto della seconda quindicina
di ottobre 1942 presenta nel tono e nel linguaggio un andamento
assai diverso rispetto alle quindicine precedenti, è meno reticente
e piuttosto preoccupato della scossa che sembra aver subito il morale
di civili e soldati:
Non sono
emerse tracce di propaganda disfattista né fra le truppe né fra
la popolazione. t possibile però ravvisare un certo sapore sovversivo
in alcune corrispondenze di nostri militari dalla Croazia e dall'Albania,
contenenti aspre critiche contro il preteso disinteressamento degli
Ufficiali per quanto riguarda le necessità delle truppe e contro
i disservizi postali nonché recriminazioni esacerbate perché a loro
‑ dopo oltre 2 anni di permanenza in quelle regioni ‑
non è consentito tomare in Patria.
[ ... ]
Dalla Russia diversi militari, specie se hanno passato colà un inverno,
si dichiarano stanchi al massimo ed anelano alla fine della guerra
in qualunque modo. Dall'Albania e dalla Grecia sono pure numerosi
i casi di stanchezza e di avvilimento.
[ ... ]
Nell'intemo il sentimento patriottico è meno vibrante e taluni si
lagnano amaramente delle privazioni e dei sacrifici che devono affrontare;
non mancano però di tanto in tanto buone manifestazioni di senso
del dovere, attaccamento alla Patria, cosciente spirito di resistenza
(45).
La solite
frasi rituali non possono modificare il quadro di una situazione
che appare decisamente mutata: per la prima volta leggiamo ammissioni
esplicite e preoccupate di una situazione di allarmismo e di sfiducia
percepibile anche quantitativamente nelle relazioni. 1 paragrafi
dedicati ai motivi di malcontento, che in precedenza occupavano
poche righe, dall'ottobre 1942 arrivano ad occupare intere cartelle,
fitte di una casistica minuziosa e di stralci di corrispondenze
citati ad esempio.
E', naturalmente,
la manifestazione di una non più occultabile situazione di scollamento
tra popolazione e regime, che aveva covato sotto la cenere e in
quei mesi esplode violentemente, senza che i censori possano e vogliano
continuare a ignorarla.
In
effetti i mesi precedenti erano stati assai convulsi. L'offensiva
dell'Asse in Africa aveva fatto balenare l'ultima speranza, o l'ultima
illusione, di una fine prossima del conflitto, e aveva contribuito
a rendere meno intollerabile la difficilissima situazione economica
e alimentare in cui si dibatteva il paese. L'atteggiamento che il
regime amava definire "rassegnazione" nei confronti dei
disagi della guerra continuava a prevalere sulla rabbia e sulla
disperazione di un paese ormai allo stremo, nella speranza di una
fine imminente del conflitto. Ma quella speranza era naufragata
ancor prima della fine dell'estate. Ed è proprio la prospettiva
di un terzo inverno di guerra a gettare il panico tra la
popolazione;
dall'inizio autunno 1942 la strada verso il tracollo è assai rapida:
la sconfitta in Africa, la ripresa dei bombardamenti sulle città
italiane, l'insostenibile situazione alimentare, segnano nel giro
di poche settimane una caduta verticale del fronte intemo. Nei primissimi
giorni del 1943 la disfatta in Russia infligge il colpo finale al
morale di soldati e civili: per una ironia della sorte, è proprio
l'interruzione dell'arrivo di corrispondenza dal fronte russo a
suscitare i primi drammatici segnali d'allarme sulla tragica sorte
dei soldati italiani dell'Armir: "Il mancato arrivo per diversi
giorni di posta dalla Russia ‑ scrive nel gennaio 1943 Richard
‑ ha gettato nella costemazione molte famiglie. [ ... ] Qualcuno
riferisce le voci diffondentesi che il Russia "parecchie divisioni
italiane siano state accerchiate" (46).
In questi
mesi la "rassegnazione" si trasforma velocemente in distacco,
sfiducia, rabbia, disperata impotenza. L'autunno‑inverno 1942
segna dunque la fine dell'idillio tra il Duce e gli italiani e rende
irreversibile la crisi del regime. t un distacco ancora incapace,
in quei mesi, di trovare sbocchi concreti: lo ritroviamo nelle relazioni,
dove l'aumento delle espressioni di vera e propria ostilità nei confronti
del regime ci segnala che siamo di fronte a uno di quei momenti di
svolta in cui il bisogno di scrivere fa dimenticare con maggior evidenza
le cautele che nei mesi precedenti la presenza della censura riusciva
a imporre ai corrispondenti, ma ci vorranno ancora molti mesi perché
sappia trovare esiti più efficaci. E tuttavia se dobbiamo individuare
delle radici per i rivolgimenti dei mesi successivi, dagli scioperi
del marzo 1943, alle forme organizzative della resistenza armata,
le relazioni ci segnalano che se ne debbono seguire le tracce anche nella crisi di quell'autunno,
nel lento percorso attraverso cui unpopolo ricerca un senso del futuro
nella propria smarrita memoria.
NOTE
(1) Tra i volumi più significativi si veda innanzi tutto, per il suo carattere
generale, il saggio di Simona COLARIZI, L'opinione degli italiani
sotto il regime 1929‑1943, Bari, Laterza, 199 1, che non sfugge
però a un certo grado di superficialità.
Più ricchi di suggestioni altri studi dedicati a casi locali. In particolare:
L'Italia in guerra 1940‑1943, Brescia, Annali della Fondazione
"Luigi Micheletti", n. 5,1990‑199 1, soprattutto
i saggi di Angelo BENDOTTI, Giuliana BERTACCHI, Mario PELLICCIOLI,
Eugenia VALTULINA, "Ho fatto la Grecia, l'Albania, la Jugoslavia...
": Il disagio della memoria, Gianfranco PORTA, La guerra di
tutti: campagne e contadini a Brescia 1940‑1943, Paolo CORSINI,
"Lavorare e tacere ". Industria ed operai a Brescia 1940‑1943,
Pasquale IACCIO, La guerra tra propaganda e industria culturale
di massa, Giovanni DE LUNA, Torino in guerra: la ricerca di un'esistenza
collettiva; AA. VV., Donne e uomini nelle guerre mondiale, a cura
di Anna Bravo, Bari, Laterza, 199 1; Rovereto 1940‑1945. Frammenti
di un'autobiografia di una città, a cura di Diego Leoni e Fabrizio
Rasera, Rovereto, Edizioni Osiride / Materiali di lavoro, 1993;
Alberto PRETI, Spirito pubblico, fronte interno e arte di polizia
(1940‑1943), e Paola ZAGATTI, il Problema dell'alimentazione,
in Bologna in guerra 1940‑1945, a cura di Brunella Della Casa
e Alberto Preti, Milano, Angeli, 1995.
Significative anche alcune
mostre documentarie, conirelativi cataloghi, realizzate in occasionedel
"Cinquantesimo". In particolare cfr. il catalogo della
mostra allestita a Torino, Torino in guerra 1940‑1945, a cura
di Luciano Boccalatte, Giovanni De Luna, Bruno Maida, Torino, Gribaudo,
1995.
Perlasituazione in provinciadi
Alessandrianegli anni dellaguerra, alcuni elementi sipossono trovare
nella recente pubblicazione Alessandria dalfascismo alla repubblica,
a cura di Roberto Botta e Giorgio Canestri, Alessandria, Stamperia
Ugo Boccassi, 1995, cfr. in particolare il saggio di Roberto BOTTA,
Giancarlo SUBBRERO, Economia, vita quotidiana e spirito pubblico
negli anni del conflitto, pp. 39‑48.
(2) Cfr. Loris RIZZI,
Lo sguardo delpotere, Milano, Rizzoli, 1984.
(3) Cfr. Ivo DALLA COSTA,
L'Italia imbavagliata. Lettere censurate 1940‑1943, Treviso,
Pagus, 1990; e Aurelio LEPRE, L'occhio del Duce. Gli italiani e
la censura di guerra: 1940‑1943, Milano, Mondadori, 1992.
Di ben altro spesso è invece il volume di Amedeo CIGNITTI, Paolo
MOMIGLIANO LEVI, La censura posta in Valle d'Aosta 1940‑1945,
Aosta, Istituto storico della resistenza / Musumeci editore, 1987,
che propone la prima indagine analiticamente fondata sul lavoro
di una commissione provinciale di censura postale.
Le carte della Commissione censura postale di Mantova vengono infine
utilizzate nel recentissimo lavoro di Luigi CAVAZZOLI, Guerra e resistenza a Mantova 1940‑1945, Mantova, Postumia,
1995.
(4) t il caso di Dalla
Costa che, per giunta, nel suo volume teorizza l'opportunità di
rinnovare i fasti della censura, questa volta nei confronti di buona
parte degli stralci da lui esaminati: "Nelle relazioni quindicinali
trasmesse al Ministero venivano trascritte anche le espressioni
di patriottismo, di disciplina, di "fiducia nel proseguimento
della guerra". Non sono state prese in considerazione perché
evidentemente non furono censurate, ed anche perché sono frasi retoriche
che ori ho ritenuto degne, neppure sul piano del valore letterario,
di essere collocate accanto ad altre espressioni spontanee di sentimenti
genuini". I. DALLA COSTA, op. cit., p. VI.
(5) Dall'inizio della
propria attività al settembre 1943 la Commissione di Alessandria
toglie dalla circolazione poco più di 22.000 corrispondenze (lo
0.3 per cento della corrispondenza esaminata); ma tra queste più
di 17.000 erano letteredi "madrine di guerra", tolte di
corso dalmaggio 1941 dopo laproibizione del madrinaggio. Le lettere
inviate al Servizio informazioni militari (SIM) perché contenenti
espressioni incriminabili o di interesse militare furono meno di
5.000 (meno dello 0.1 per cento del totale): una percentuale quindi
estremamente ridotta della corrispondenza circolante. Queste percentuali
sono confermate nelle poche informazioni statistiche offerte da
L. RIZZI, op. cit., p. 18.
(6) Calcolo nostro sulla
base dei resoconti mensili della Commissione censura postale di
Alessandria conservati in ARCHIVIO DI STATO DI ALESSANDRIA
(d'ora in poi ASAL) Prefettura, b. Il 2: Relazioni settimanali
e mensili.
Non tutte le commissioni riescono però a
lavorare con la stesa efficacia. Ad Aosta, ad esempio, nel maggio
1941 la Commissione opera ancora in condizioni di grande precarietà.
In una relazione l'Ispettore Generale di Pubblica
Sicurezza di Roma, Giuseppe
Farinacci, segnala che l'Ufficio censura di Aosta a un anno dall'inizio
della guerra è ancora "composto di 5 impiegati statali e da
un solo ufficiale richiamato" e lamenta che "dato l'esiguo
numero dei censori, la censura viene esercitata soltanto sulla posta
militare raggiungendo una percentuale media di circa il 35 per cento.
Quella civile èaffatto trascurata, non si fa nulla". La citazione
è tratta da A. CIGNITTI, P. MOMIGLIANO LEVI, op. cit., p. 22.
(7) Per la sua ricerca Dalla
Costa ha utilizzato il materiale della Commissione censura postale
di Treviso; Loris Rizzi ha invece compiuto sondaggi presso l'Archivio
di Stato di Corno. Ovviamente incentrato sul materiale della Commissione
di Aosta il volume di A. CIGNITTI, P. MOMIGLIANO LEVI, cit.
(8) ASAL, Prefettura, b. 216,
Commissione provinciale di Censura: pratiche varie, Circolare del Ministero degli Interni ai Prefetti, 19 luglio 1940.
All'organizzazione del servizio di censura il regime lavorava, come
segnala Rizzi, già da un decennio. Cfr. L. RIZZI, op. cit.; p. 14
segg.
Diparticolare interesse per
ricostruire le normative relative alla costituzione e al funzionamento
delle Commissioni è il primo capitolo del volume di A. CIGNITTI,
P. MOMIGLIANO LEVI, cit., che propone in appendice anche una antologia
di documenti e circolari.
(9) 1 documenti della Commissione censurapostale sino ad ora individuati
nei fondi ‑ in fase di riordino ‑ depositati presso
l'archivio alessandrino sono raccolti in quattro buste: ASAL, Prefettura,
b. 112: Relazioni settimanali e mensili; b. 211: Relazioni sintetiche
e materiale vario; li. 216: Pratiche varie e relazioni quindicinali;
b. 286: Circolari varie e Locali commissione censura; b. 320: relazioni
quindicinali. 1 documenti delle buste 112,211,216, 286 riguardano
gli anni 19401943; quelli della busta 320 riguardano invece il
periodo successivo all'8 settembre 1943.
(10) Sulle fonti di scrittura popolare cfr. Per un archivio della scrittura
popolare. Atti del seminario nazionale di studio, in "Materiali di lavoro", n. 1‑2, 1987;
L'archivio della scrittura
popolare: natura, compiti, strumenti di lavoro, in "Movimento
operaio e socialista", n. 1‑2, 1989; 1 luoghi della scrittura autobiografica popolare. Atti del III seminario nazionale, in "Materiali
di lavoro", n. 1‑2, 1990.
(il) ASAL, Prefettura, b. 320,
Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione prima quindicina di aprile 1942,
19 luglio 1940.
(12) ASAL, Prefettura, b. 320,
Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione seconda quindicina di marzo 1942
(13) ASAL, Prefettura, b. 320,
Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione della seconda quindicina di giugno
1942. Stralcio da P.M.
2 10 a L. B., Casale M.
(14) Massimo LEGNAN1,4pparatifascisti e
opinioni degli italiani.
Una ricerca elusiva, in 'Italia Contemporanea", n. 194, settembre
1991, p. 522.
(15) ASAL, Prefettura, b. 216, Commissione provinciale di Censura: pratiche
varie, Circolare del Ministero
degli Interni ai Prefetti
del Regno, 19 luglio 1940.
(16) ASAL, Prefettura, b. 216, Censura postale. Pratiche Varie, Elenco dei sigg. ufficiali in ordine di grado e di anzianità, senza altre indicazioni
ma con scritta a matita la data 20/8/1940.
La relazione mensile di agosto 1940 ricorda inoltre che 'Il personale [
... ] è ora di 40 ufficiali per essere stati smobilitati alcuni
che avevano superato l'età di 55 anni; i borghesi continuano ma
in modo saltuario a prendere parte ai lavori". ASAL, Prefettura,
b. 112, Censura postale. Relazioni mensili, agosto 1940.
Perquanto riguarda l'iscrizione
dei censoripostali al Pnf, disponiamo di un carteggio dell'aprile
1941 trall Prefetto di Alessandria, e il segretario provinciale
del Pnf nel quale quest'ultimo lamenta la presenza in Commissione
di treufficiali non iscritti al Pnf. All'inconveniente si poneriparo
il mese seguente. ASAL, Prefettura, b. 216, Censura postale. Pratiche
varie, lettere del 22 aprile, 24 aprile e 19 maggio 1941.
(17) Un esempio fra i tanti della relativa facilità di circolazione delle
notizie. In una informazione sulla corrispondenza dei soldati dalla
Russia il censore scrive: "[ ... ] riferendoci ancora ai bombardamenti sulle nostre
città, di cui quasi tutti sono informati, alcuni esprimono la convinzione
che con detti sistemi gli inglesi non riusciranno a vincere".
ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali
1940‑1943, Relazione
della seconda quindicina di dicembre 1942.
(18) Tra le forme di "moderno" autolesionismo deve annoverarsi
la pratica di contrarre volontariamente i germi della malaria, testimoniata
in molte relazioni e in molti stralci: "Sono state unicamente
rilevate alcune notizie date da militari dislocati in Albania e
Grecia, secondo i quali la malaria infierirebbe in alcuni reparti
con tendenza ad aumentare, tanto che gli ospedali non saprebbero
più dove mettere i colpiti". ASAL, Prefettura, b. 320,
Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione prima quindicina
di agosto 1942; [stralcio da P.M. 3450: "Se volessi potrei prendere la malaria per essere trasferito,
ma ho paura di rovinarmi, perché si vede che quelli che ce l'hanno
che hanno febbre fino a 40‑41
gradi e fino a 42. molti
se la fanno venire per venire in Italia, io me la penso differente".
ASAL, Prefettura, b. 320,
Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943,
Relazione seconda quindicina difebbraio 1943.
(19) Cfr.
in particolare Giorgio ROCHAT, Gli uomini
alle armi 1940‑1943. Dati
generali sullo sforzo bellico italiano, in L'Italia in guerra 1940‑1943, Brescia, Annali della Fondazione
"Luigi Micheletti", n. 5, cit., pp. 3372.
(20) ASAL,
Prefettura, b. 320, Censura
postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943,
Relazione prima quindicina di maggio 194 1.
(2 1) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazione seconda quindicina di luglio 1941.
(22) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, Relazioneprima quindicina di novembre 1942.
(23) Stralcio da P.M. 38:
"E' partito uno di Carezzano per venire in licenzaper il
25 sarà a casa. Dei soldi del vaglia
mi compri della merce che ti dico [ ... ] quando viene su quel di
Carezzano [ ... ] mi ci dai un pacco due scatole di tubetti di chinino
che sono un cento una decina o più di pacchetti di lamette, un pacco
di pacchetti di cartine sai il traffico
è un po' noioso ma con la volontà
.............. ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali
1940‑1943,
Relazione prima quindicina di
agosto 1942.
Stralcio da P.M. 121 alla moglie, Tortona: "Alla
metà del mese ti farà vaglia di £. 1.000, tu però mi farai pervenire
qualche pacco che ora
è aperta la spedizione; inviami molti pacchetti di lamette, maglie,
mutandine, sigarette io
ti farò sempre pervenire
del denaro". ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943, ASAL,
Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali
1940‑1943, Relazioneprima
quindicina
di novembre 1942.
(24) ASAL,
Prefettura, b. 320, Censura
postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943,
Relazione seconda quindicina di marzo 1942.
(25) La produzione clandestina del verderame come mezzo per
aggirare gli obblighi dell'ammasso era una prassi molto diffusa
dall'inizio della guerra, al punto che il regime aveva stabilito
con un'ordinanza la requisizione degli oggetti in rame. La produzione
clandestina aveva avuto negli anni successivi un'ulteriore incremento
a causa delle continue restrizioni nella fomitura del prodotto,
tanto da essere sistematicamente segnalata nelle relazioni sullo
spirito pubblico nelle aree vitivinicole come uno dei problemi principali
che impediscono un controllo sistematico del conferimento delle
uve agli ammassi.
Per questo problema cfr.
Mario RENOS 10, Colline partigiane.
Resistenza e comunità contadina nell 'astigiano, Milano, Angeli,
1994, pp. 51‑52.
(26) ASAL, Prefettura, b. 112, Censura postale. Relazioni settimanali 1940‑1943, Relazione 4‑11 agosto 1940.
(27)ASAL, Prefettura, b. 112, Censura postale. Relazioni settimanali 1940‑1943,
Relazione 18‑25 agosto
1940.
(28)ASAL, Prefettura, b. 112, Censura postale. Relazioni settimanali 1940‑1943,
Relazione 11‑18 agosto
1940.
(29) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943,
Relazioneprima quindicina
di novembre 1940, da cui è tratta anche la citazione precedente.
(30) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943,
Relazione seconda quindicina
di novembre 1940.
(3 1) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali
1940‑1943, Relazioneprima
quindicina di settembre 1940.
(32) Ibidem.
(33) ASAL, Prefettura,b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943,
Relazione seconda quindicina
di febbraio 1941.
(34) ASAL, Prefettura, b. 112, Censura postale. Relazioni settimanali.
(35) L'espressione è nello statuto del Pnfdel 1938.
(36) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943,
Relazione prima quindicina
di settembre 1940.
(37) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943,
Relazione prima quindicina
di gennaio 1943.
(38) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943,
Relazioneprima quindicina
di maggio 1941.
(39) ASAL, Prefettura, b. 211, Censura postale. Relazioni sintetiche e materiale
vario 1940‑1943, Relazione
del 25‑101941.
(40) ASAL, Prefettura,
b. 211, Censura postale. Relazioni sintetiche e materiale vario
1940‑1943, il prefetto
al Ministro, 93‑1941.
(41) ASAL, Prefettura, b. 211, Censura postale. Relazioni sintetiche e materiale
vario 1940‑1943, Relazione
del 12‑4‑1941.
(42) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943,
Relazione prima quindicina
di aprile 1942.
(43) ASAL, Prefettura, b. 211, Censura postale. Relazioni sintetiche e materiale
vario 1940‑1943, Relazione
del 14‑9‑1942.
(44) ASAL, Prefettura, b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943,
Relazione seconda quindicina
di dicembre 1942.
(45) ASAL, Prefettura,
b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943,
Relazione seconda quindicina di ottobre 1942.
(46) ASAL, Prefettura,
b. 320, Censura postale. Relazioni quindicinali 1940‑1943,
Relazione seconda quindicina di gennaio 1943.
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