Le
eredità storiche dell'economia provinciale
Al
censimento della popolazione del 1921 la provincia di Alessandria
contava poco più di 533.000 abitanti, pari al 15,5% del
Piemonte. Anche sulla scorta delle caratteristiche fisiche della
provincia - occupata per il 54% del suo territorio dalla collina,
per il 34% dalla pianura e per il restante 12% dalla montagna
- nel corso della seconda metà dell'Ottocento e nei primi
decenni del Novecento, l'agricoltura provinciale si era differenziata
in tipologie che corrispondevano, grosso modo, alle varie zone
agrarie, ognuna caratterizzata da diverse strutture fondiarie,
orientamenti culturali e indirizzi produttivi e, di conseguenza,
differenti livelli di reddito. Se nella zona di montagna prevaleva
un'agricoltura povera votata in gran parte all'autoconsumo, nella
collina nel corso dell'Ottocento si era assistito alla crescita
della piccola proprietà direttocoltivatrice e all'estensione
della superficie a vite, che passava nell'arco di mezzo secolo
da 37.000 a 154.000 ettari (considerando congiuntamente le province
di Alessandria e di Asti), sia pure in gran parte a coltivazione
promiscua e non specializzata. Nella pianura alessandrina e tortonese,
invece, accanto ad una struttura fondiaria fortemente polarizzata
tra la piccolissima e la media- grande proprietà, si erano
sviluppate le coltivazioni cerealicole, soprattutto frumento (95.000
ettari all'inizio del Novecento) e granoturco (40.000).
Una
certa produzione di foraggi favoriva l'allevamento del bestiame,
anche se non effettuato ancora con criteri razionali; nel Casalese
era presente la coltivazione del riso e dal primo decennio del
Novecento nella piana alessandrina si era aggiunta la barbabietola
da zucchero, legata a lavorazioni industriali. Il settore agricolo
era quello che occupava ancora gran parte della forza lavoro alessandrina:
nel 1921 il 61% degli attivi lavorava nel primano, di fronte al
21% degli attivi nell'industria e al 18% del terziario.
Tuttavia,
tra la fine dell'Ottocento e il primo decennio del Novecento in
alcuni centri e in diversi circondari si erano verificati i primi
fenomeni di industrializzazione. A fianco delle filande, sparse
su tutto il territorio, e dei cotonifici, concentrati principalmente
nel Novese, prendevano il via anche altre lavorazioni, come l'industria
del cemento casalese, la lavorazione del cuoio e l'artigianato
orafo a Valenza, la produzione di cappelli con la Borsalino, l'argenteria,
la meccanica leggera e stabilimenti di prodotti chimici ad Alessandria,
industrie alimentari e siderurgiche a Novi Ligure che si affiancavano
alle preesistenti filande e cotonifici, la meccanica per l'agricoltura
a Tortona, la lavorazione del vetro ad Acqui Terme. Cionondimeno,
nonostante gli addetti al secondario passassero tra il 1888 e
il 1911 da 15.400 a 37.000, si trattava ancora di un'industrializzazione
fondata in larga parte su settori tradizionali a bassa intensità
di capitale, come il tessile, l'abbigliamento, le industrie del
legno e del mobilio, caratterizzata dalla preminenza della piccola
impresa e con una diffusa presenza di opifici artigianali, anche
se non mancavano aziende strutturate in modo moderno, orientate
all'esportazione e non solo al mercato locale e nazionale. Così,
la crescita che si era verificata in provincia nel periodo giolittiano
se era stata ragguardevole non era stata tale da far compiere
a tutta la zona un vero e proprio decollo industriale ed economico,
come invece era successo a Torino e nel Biellese. Territorialmente,
l'industria alessandrina si concentrò soprattutto in alcuni
centri: il capoluogo, Valenza, il Casalese e lungo l'asse da Arquata
Scrivia a Novi Ligure e Tortona, con isole ad Ovada ed Acqui Terme,
mentre, all'opposto, vaste aree della collina rimanevano legate
ad un'economia a basso reddito. La provincia di Alessandria, considerata
nel suo complesso, si collocava in posizione marginale rispetto
alle aree più avanzate della regione, soprattutto nei confronti
delle province di Torino e Novara.
La
"battaglia del grano", l'invasione fillosserica e la
ricostituzione viticola
Era
con questa struttura economica estremamente articolata che la
provincia entrava nella prima guerra mondiale e, successivamente,
nel dopoguerra. Le diverse agricolture della provincia si affacciarono
agli anni Venti senz'altro indebolite dal periodo bellico ma non
radicalmente mutate nelle strutture di fondo, simili a quelle
di dieci anni prima. Furono piuttosto altri fatti esterni, come
la "battaglia del grano", l'invasione fillosserica e
la susseguente ricostituzione viticola, ad innescare profondi
meccanismi di trasformazione dell'agricoltura alessandrina, con
conseguenze, sia positive che negative, che giunsero sino alla
seconda guerra mondiale e si manifestarono anche nel secondo dopoguerra.
Proclamata
da Mussolini nel luglio 1925 con l'obiettivo di raggiungere l'autosufficienza
cerealicola senza estendere la coltivazione ma aumentando le rese
per ettaro, la "battaglia del grano" - affidata alla
Commissione Provinciale Granaria - ebbe immediate e durature
conseguenze in una provincia come quella di Alessandria in gran
parte orientata alla coltivazione del frumento. Di fronte ad una
leggera riduzione della superficie la produzione registrò
un trend crescente, anche se oscillante, tanto che nel 1931 e
nel 1933 la provincia raggiunse i livelli assoluti più
alti di tutta l'Italia, con rispettivamente 2.570.000 e 3.050.000
quintali. Parallelamente, aumentarono fortemente le rese medie
per ettaro che passarono dai 14 quintali annui nel quinquennio
1920-24 ai 18 del 1930-34, per salire ulteriormente alla fine
degli anni Trenta. L' aumento della produttività fu ottenuto
con una serie di pratiche colturali relativamente nuove per l'alessandrino:
venne avviata una progressiva sostituzione delle precedenti sementi
con grani eletti precoci ad alta produttività; aumentò
il consumo di concimi chimici; vennero migliorate le tecniche
delle operazioni di semina, delle cure colturali nella primavera
e nella rotazione agraria. Infine, la "battaglia del grano"
comportò una consistente meccanizzazione nelle terre interessate
alla coltivazione del frumento con la diffusione di trattori,
seminatrici e sarchiatrici. Così, alla fine degli anni
Trenta, la provincia di Alessandria - e in particolare la piana
alessandrina e tortonese - si caratterizzò sempre più
per la produzione di frumento, giovandosi degli alti dazi doganali
stabiliti dal regime sulle importazioni di questo cereale. Tuttavia,
le conseguenze di questa specializzazione orientata verso la monocoltura
estensiva non furono tutte positive: in primo luogo, ad avvantaggiarsi
di questi indirizzi produttivi furono soprattutto le grandi e
medie aziende, sia in termini di disponibilità di capitali
per investimenti, sia nelle sovvenzioni e negli incentivi governativi;
in secondo luogo, l'accento posto sulla coltivazione del grano
bloccò e dilazionò nel tempo la diversificazione
produttiva verso la zootecnia e altri tipi di coltivazioni, orticole
e industriali, altamente specializzate. Già alla fine degli
anni Trenta non mancarono negli ambienti agrari alessandrini velati
cenni di autocritica.
Il
secondo evento che condizionò, questa volta in maniera
completamente negativa, ]'agricoltura alessandrina - in particolare
quella della collina - durante gli anni Venti e Trenta fu l'invasione
della fillossera. Già apparsa nell'alessandrino
per la prima volta nel 1898, la fillossera ricomparve con particolare
violenza nel 1917 e si propagò talmente velocemente che
nel 1923 l'intera provincia doveva essere dichiarata zona infetta.
I danni provocati da questo minuscolo parassita furono gravissimi:
riduzione della superficie a vite, necessità di ricostruire
i vigneti su "piede americano" - cioè resistenti
all'infezione - e quindi necessità di reperire finanziamenti
da destinare ai miglioramenti dei fondi, indilazionabilità
della specializzazione del vigneto e, in ultimo ma non per ultimo,
calo demografico. Nonostante la formazione dei primi Consorzi
Antifillosserici Circondariali già nel 1920-21, la ricostituzione
segnò a lungo il passo: nel 1933 di fronte a circa 105.000
ettari distrutti se ne registravano solo 70.000
ricostituiti. A rallentare l'opera giocavano soprattutto motivazioni
di carattere economico: nel 1932-33 il reimpianto di un ettaro
di vigneto su piede americano aveva un costo oscillante tra le
10.000 e le 15.000 lire di fronte ad un ricavo medio annuo variabile,
a seconda dell'annata, tra le 3.000 e le 5.000 lire. Nel 1937
erano stati ricostituiti 90.000 ettari per una spesa complessiva
di un miliardo e 350 milioni, una cifra enorme per le piccole
aziende viticole della collina provinciale. Un altro effetto fu
la marcata riduzione della superficie vitata, che scese tra il
1921 e il 1934 da 172.600 a 147.000 ettari, con un corrispettivo
aumento della coltivazione specializzata a scapito di quella promiscua;
infine, i vitigni coltivati, alla fine degli anni Trenta, si ridussero
a meno di una decina, con una netta prevalenza della barbera,
della freisa, del dolcetto, del moscato e del cortese.
Oltre
che da un punto di vista produttivo, le conseguenze furono evidenti
anche sotto un profilo demografico. La popolazione della collina
che era già scesa (ai confini amministrativi attuali) da
269.500 abitanti nel 1901 a 260.000 nel 1921, registrò
un nuovo forte calo, diminuendo ulteriormente a 230.000 nel 1936.
Le forti spese da affrontare per la ricostituzione dei vigneti,
l'endemica scarsità di capitali, le difficoltà ad
accedere a fonti di credito agrario, la crisi del 1929 che fece
crollare i prezzi agricoli, misero a dura prova le capacità
di resistenza delle aziende agricole della collina e gettarono
in una grave crisi soprattutto i produttori più piccoli.
A molti di questi, ridotti sul lastrico, non rimase che prendere
la via dell'emigrazione verso i centri più industrializzati
del Piemonte, della Lombardia e della Liguria.
La
crescita dell'industria negli anni Venti
Durante
gli anni Venti - e più precisamente tra il 1923- 24 e il
1927-28 - anche in provincia di Alessandria, come del resto in
Piemonte e in gran parte del nord Italia, si registrò una
nuova fase di crescita del settore industriale, sia pure con proprie
caratteristiche. La prima guerra mondiale non aveva comportato
modificazioni sostanziali nella struttura industriale alessandrina.
Anche in provincia
l'economia di guerra aveva avuto delle ripercussioni e lasciato
problemi di riconversione; tuttavia, la quantità e la direzione
delle commesse militari non aveva consentito significativi salti
di qualità all'apparato industriale che usciva così
dalla prima guerra mondiale precisato in alcuni comparti, peraltro
già presenti alla fine del periodo giolittiano, ma non
modificato nelle proprie linee generali.
La
crescita industriale che avvenne nella provincia durante gli anni
Venti si innestò quindi su settori già collaudati
e a livello di struttura si propose soprattutto come "un
allargamento di attività già preesistenti",
anche se non mancarono salti di qualità nell'organizzazione
di alcune aziende. Nel settore tessile, alla decadenza, ormai
di lungo periodo, dei setifici (21 filande con 3.200 addetti nel
1912, 19 con 2.200 nel 1925) faceva riscontro un irrobustimento
del settore cotoniero, rappresentato nelle maggiori aziende dalle
Industrie Cotoni Nazionali a Novi Ligure, dal Cotonificio
Ligure a Vignole Borbera e dai due stabilimenti del Mariano
Dellepiane, rispettivamente a Tortona e Novi Ligure, tutti
opifici che contavano svariate centinaia di operai e indirizzavano
una parte consistente della propria produzione all'estero; parallelamente,
aumentavano le proprie dimensioni sia la maglieria Morasso
di Gavi che la S.A. Juta di Arquata Scrivia. Nell'abbigliamento,
la Borsalino Giuseppe e Fratello, azienda leader del
capoluogo, entrava, a partire dal 1923, in un nuovo ciclo di espansione
dopo quello già conosciuto nel periodo giolittiano e anche
questo fondato in massima parte sui mercati internazionali. La
produzione, che aveva già raggiunto il milione e mezzo
di cappelli nel 1925, giungeva a circa 2 milioni nel 1929, l'esportazione
passava da 672.000 cappelli nel 1921 a 1.402.000 nel 1929, record
massimo mai toccato, l'occupazione superava ì 2.200 addetti.
Più tormentata era la storia della Borsalino fu Lazzaro
(fondata nel 1906) che tuttavia nella seconda metà del
decennio si attestava su una produzione di 700- 850 mila cappelli
all'anno con un migliaio di addetti.
Nell'industria
del cemento casalese si assisteva ad un vigoroso processo di concentrazione
aziendale: già nel 1917 la S. A. Fabbrica di Calce
e Cementi - azienda storica del settore, fondata nel 1872
- era stata assorbita dall'Italcementi di Bergamo: durante
gli anni Venti toccava all'Unione Italiana Cementi di
Riccardo Gualino e alle cementerie Marchino inglobare
unità produttive minori. Alla fine del decennio, il settore
in provincia annoverava 14 ditte principali per una produzione
di 635.000 tonnellate di cemento, pari al 18-20% del totale nazionale.
Parimenti, a fianco di queste aziende, era cresciuta, l'Eternit,
costituita nel 1906, con una produzione di tubi e di lastre di
cemento-amianto.
Nella
metallurgia l'azienda di punta della provincia era la S. A.
Acciaierie e Ferriere di Novi Ligure. Durante gli anni Venti
l'ammodernamento e l'allargamento degli impianti portarono la
produzione complessiva di acciaio e laminati da 52.000 tonnellate
nel 1922 a 167.000 nel 1928 con un'occupazione che superava ormai
abbondantemente le 1.500 unità. Una espansione delle aziende
meccaniche si fondò in gran parte sulla domanda di macchine
agricole e beni strumentali diversi proveniente dall'agricoltura.
In tale comparto erano attive nel capoluogo la Fabbrica Italiana
Macchine Agricole e la Enrico Negro, le Officine
Metalliche e Meccaniche (che pure vantava una produzione
più ampia) e la Orsi a Tortona. Sempre ad Alessandria
un buon livello di specializzazione era raggiunto (Mino,
produttrice di beni strumentali per l’industria orafa, e
dalla Società Italiana Laminazione Alluminio,
ma anche altre imprese ingrandirono le proprie dimensioni, configurando
così gli anni Venti come un periodo di crescita, seppur
moderata, del comparto meccanico alessandrino. Anche l'argenteria
del capoluogo segnò una fase di sviluppo tanto che nel
1925 le quattro aziende principali del comparto - in particolare
la Società Industriale Argenterie e Posaterie
Cesa - occupavano complessivamente più di 500 addetti.
Accanto all'argenteria di Alessandria trasse beneficio dalla crescita
dei redditi anche l'artigianato orafo di Valenza, diviso tra un
ritorno al lavoro a domicilio e una specializzazione produttiva
improntata all'impiego di materiali di pregio sempre maggiore
e di pietre preziose. Crebbe anche l'industria delle calzature
e delle tomaie giunte ad Alessandria e Valenza, con un'occupazione
totale di oltre 1.500 addetti. Infine, a Spinetta Marengo, un
sobborgo del capoluogo, erano localizzati uno stabilimento della
Sociéte Générale de Sucreries, uno
zuccherificio che lavorava la barbabietola da zucchero coltivata
nelle campagne circostanti; due fabbriche, la Sclopis
e la Marengo, di prodotti chimici per l'agricoltura e
tutta una serie di piccoli opifici dediti alla lavorazione del
sughero.
Complessivamente,
quindi, gli anni Venti si configurarono come un periodo di crescita
per l'industria provinciale, con gli addetti che salirono da 37.000
nel 1911 a 47.100 nel 1927. Tuttavia non si riscontravano grosse
novità nella composizione della struttura industriale rispetto
a quindici anni prima ed erano ancora settori tradizionali come
il tessile e l'abbigliamento, che pure annoverava le due Borsalino,
ad assorbire la maggior parte della manodopera (circa il 39%).
Di fronte ad un 20% occupato nelle industrie estrattive e in quelle
connesse alla lavorazione dei minerali non metalliferi, una novità
di qualche rilievo veniva dalla crescita delle imprese metalmeccaniche,
giunte ad assorbire circa il 16% della manodopera operaia. Pur
registrandosi un ampliamento delle dimensioni aziendali, parte
consistente dell'industria alessandrina era sempre rappresentata
dalla piccola e media impresa e dall'artigianato diffuso. Così,
l'allargamento della base produttiva e occupazionale, pur importante,
non era stato tale né da inserire maggiormente la provincia
nel contesto regionale (dove invece perdeva posizioni, scendendo
dal 10,8 al 9,5% per numero di addetti) né da correggere
gli squilibri nella localizzazione delle industrie sul territorio
provinciale già evidenti alla vigilia della prima guerra
mondiale. I cinque centri più industrializzati della provincia
- Alessandria con 13.600 addetti, Casale con 5.800, Novi con 3.600,
Valenza con 2.600 e Tortona con 2.500 avevano accresciuto il loro
peso giungendo a concentrare circa il 60% degli addetti, mentre
il rimanente era sparso nelle campagne e in piccoli centri con
scarse potenzialità autopropulsive e di aggregazione. Sotto
un profilo industriale, la provincia da un lato continuava a rimanere
ai margini dello sviluppo regionale - ormai orientato settorialmente
verso le industrie metalmeccaniche, elettriche e chimiche e concentrato
territorialmente nelle province settentrionali del Piemonte, in
particolare in quella di Torino - dall'altro lato al suo interno
si riproponevano, sia pure su scala minore, le caratteristiche
di polarizzazione e di squilibrio che si notavano nella regione.
|
settori
|
1911
|
1921
|
1931
|
1936
|
1951
|
|
agricoltura
|
63,5%
|
63,1%
|
50,8%
|
52,2%
|
44,0%
|
|
industria
|
21,6%
|
19,8%
|
29,3%
|
27,1%
|
31,8%
|
|
terziario
|
14,9%
|
17,1%
|
19,9%
|
20,7%
|
24,2%
|
Adamento
della popolazione attiva in provincia di Alessandria dal 1911
al 1951 (i dati relativi al 1911 e al 1921 si riferiscono anche
all'attuale territorio della provincia di Asti esclusa Asti e
il suo immediato circondario)
Le
conseguenze della crisi del 1929 in provincia
La
rivalutazione della lira a "quota 90" e la successiva
politica deflattiva segnarono una battuta d'arresto nella fase
di espansione iniziata a partire dal 1922-23 e crearono parecchi
problemi per molte aziende della provincia. La caduta delle esportazioni,
i diminuiti consumi interni, le restrizioni creditizie, l'alto
costo del denaro ebbero ripercussioni in particolar modo sulle
imprese esportatrici e su quelle legate in qualche modo ai mercati
esteri. A tutto questo si aggiunsero, quasi senza soluzione di
continuità, le conseguenze infinitamente più gravi
della crisi del 1929 evidenti non solo nell'industria ma anche
nel settore primario, in parte condizionato dalla "battaglia
del grano" e in parte stremato dagli effetti dell'invasione
fillosserica. L’immediata e più evidente manifestazione
della crisi, anche in provincia di Alessandria, fu un forte calo
dei prezzi agricoli. Sul mercato del capoluogo, il principale
della provincia per i cereali, il prezzo del frumento scese da
196 lire al quintale nel 1926 ad 86 nel 1934 e quello del granoturco
passò da 111 a 42 lire. Altrettanto accentuate furono le
diminuzioni che si registrarono nell'uva e nel vino: sempre sul
mercato di Alessandria il prezzo del vino crollò da 230
lire all'ettolitro nel 1926 a 35 nel 1933; sul mercato di Casale
il vino scendeva da 265 lire a 50 e l'uva calava da 17,5 lire
al miriagrammo a 4. Tuttavia, le conseguenze di questa generalizzata
diminuzione dei prezzi agricoli furono diverse tra la piana cerealicola
e la collina vitivinicola.
La
crisi colpì anche l'allevamento dei bachi e la lavorazione
della seta ad esso legata. La produzione provinciale dei bozzoli
calò da 254.500 miriagrammi nel 1926 a 118.000 nel 1934;
nello stesso periodo, i prezzi sui vari mercati scesero da 14-18
lire al miriagrammo a meno di 4. Più in generale, si profilò
una crisi generalizzata dell'intera attività serica della
provincia: le 19 filande con circa 2.000 addetti del 1925 alla
vigilia della seconda guerra mondiale erano ridotte a 7 con meno
di 600 addetti. Era costretta a chiudere i battenti anche la vecchia
Luis Payen a Novi Ligure, una delle più antiche
e famose imprese seriche della provincia. Saltava così,
in gran parte, un cardine storico dell'economia provinciale e
veniva meno quell'importante entrata per molte famiglie contadine
rappresentata dall'allevamento dei bachi.
Nell'industria
provinciale la crisi provocò una pesante recessione, soprattutto
nelle aziende e nei settori maggiormente orientati all'esportazione,
già colpiti dalla rivalutazione della lira, manifestandosi
con il crollo verticale della produzione, dissesti aziendali,
passaggi di proprietà e con la contemporanea forte crescita
della disoccupazione. I cotonifici della provincia (sette ditte
con circa 3.000 addetti) riducevano la produzione ed effettuavano
massicci licenziamenti. Le Industrie Cotoniere Nazionali
di Novi Ligure accusavano pesanti passivi e svalutavano ripetutamente
il capitale; altre aziende, come Cotonificio Bustese
di Pontecurone e i due Dellepiane Novi Ligure e Tortona,
continuavano l'attività a ritmo ridotto. Nel settore dell'abbigliamento
le imprese che soffrirono più pesantemente gli effetti
della crisi furono le due Borsalino. La caduta dei redditi e l'innalzamento
di barriere doganali in quasi tutti gli stati europei i extraeuropei
fu letale per la Borsalino Giuseppe e Fratello, azienda
fortemente dipendente dal mercato esiste sia per il rifornimento
di materie prime che per la collocazione del prodotto finito.
La quantità totale di capelli venduti crollava da 1.848.000
unità nel 1928 a 525.000 nel 1935-36 e le esportazioni
scendevano 1.402.000 a poco meno di 276.000 unità; tra
il 1929 e il 1937 la produzione calava da circa 2 milioni di cappelli
a un milione, l'occupazione subiva dei drastici tagli e l'orario
di lavoro per gli operai rimasti non superava le 24 ore settimanali;
parallelamente nel 1933 la direzione aziendale aveva chiesto e
ottenuto uno diminuzione del 10% dei salari e la revisione del
meccanismo della Cassa Pensioni per gli operai con meno di dieci
anni di anzianità. Ancora più grave doveva rivelare
la crisi per la G.B. Borsalino fu Lazzaro (800.000 cappelli
venduti nel 1929, 200.000 nel 1933 fortemente esposta verso le
banche e con una gesti contabile e finanziaria non del tutto lineare,
tanto che 1933, quando contava ancora 950 addetti, era posta in
liquidazione. La vicenda dell'azienda, dopo il salvataggio e la
gestione dell'IRI dal 1933 al 1935, doveva concludersi l'anno
successivo con l'incorporazione da parte della Borsalino Giuseppe.
Anche
altri settori subirono dissesti e perdite. l'industria delle calzature
falliva l'Atalanta e nel 1933 la Angelo Vitale
di Alessandria (300 addetti) sospendeva completamente la produzione.
Nell'argenteria alessandrina si verificava la chiusura della SIAP
addetti), mentre nell'artigianato orafo valenzano “le conseguenze
della crisi [ ... ] hanno praticamente annulato ogni
attività di questa ricca e già fiorentissima industria".
Nel settore chimico, i dipendenti della Marengo (che
aveva rilevato la Sclopis) subivano nel 1932 una riduzione
del salario del 7%; l'anno successivo l'azienda era assorbita
dalla Montecatini che chiudeva il reparto per la produzione
della canfora sintetica, uno dei pochi attivi in Italia. Nella
siderurgia le Acciaierie e Ferriere di Novi Ligure erano
colpite nel 1930 dal crollo delle proprie azioni che precipitavano
da 125 a 15 lire in poco tempo. L'azienda doveva essere posta
in liquidazione; l'anno successivo veniva assorbita dall'ILVA
e subiva una completa riorganizzazione tecnica e produttiva che
comportava però una riduzione delle maestranze del 50%.
Ad aggravare la situazione produttiva ed occupazionale di Novi
Ligure si aggiungevano le difficoltà nel comparto delle
lampadine elettriche e la chiusura definitiva della Carbonifera,
una fabbrica di combustibili agglomerati aperta nel 1873 che occupava
200 addetti, peraltro già avvenuta nel 1928. Nell'industria
meccanica sia le aziende alessandrine (Mino, Pivano,
Negro), quelle novesi e quelle tortonesi (Orsi)
si trovavano in difficoltà; generalizzate erano le riduzioni
dell'orario di lavoro e del salario ai minimi contrattuali.
Anche
l'industria del cemento casalese subiva rallentamenti nella produzione,
ma nel settore gli effetti della rivalutazione della lira e della
crisi del 1929 si mescolarono con una crisi di sovrapproduzione
già evidente nella seconda metà degli anni Venti,
che determinava un calo dei prezzi del cemento di oltre il 30%
tra il 1928 e il 1933 e una diminuzione della produzione da 635.000
a 448.000 tonnellate. La crisi bloccava anche, di conseguenza,
la ristrutturazione e l'ammodernamento degli impianti; inoltre,
aveva come riflesso una nuova fase di concentrazione: nel 1933
si fondevano l'Unione Italiana Cementi con la Piemontese
Calci e Cementi (ex Marchino) dando vita all'Unione
Cementi Marchino, società che diverrà il secondo
gruppo italiano
del settore, con Giovanni Agnelli presidente.
I
dissesti aziendali e i licenziamenti effettuati non potevano non
comportare un forte aumento della disoccupazione. Sotto quest'ultimo
profilo, i disoccupati (ai confini amministrativi d'epoca, cioè
con le provincie di Alessandria e Asti aggregate) passarono da
3.912 nel giugno 1930 a 11.769 nel dicembre dello stesso anno,
aumentare a 18.759 nel dicembre successivo e toccare i 23.822
alla fine del 1932. Solo a partire dal 1934 si registrava, con
20.355 unità, un leggero calo, e comunque la disoccupazione
si avviava a diventare, sia pure in misura minore, una componente
strutturale dell'economia della provincia durante gli anni Trenta.
I settori più colpiti furono, in primo luogo, l'industria
tessile e l'abbigliamento, con 5.141 disoccupati nel giugno 1932,
e, in secondo luogo, tutto il comparto dell'edilizia e delle costruzioni
- ben 8.929 disoccupati a dicembre 1932 -, ma anche altri settori,
come le industrie metallurgiche e meccaniche - con una punta massima
di 2.982 unità a dicembre 1932 - e le industrie alimentari
- 4.839 unità a febbraio 1932 - registrarono una forte
percentuale di senzalavoro.
Dalla
crisi all'autarchia: la provincia di Alessandria alla vigilia
della seconda guerra mondiale
Crollo
dei prezzi agricoli, invasione fillosserica e ricostituzione viticola,
dimezzamento della produzione dei bozzoli, dissesti aziendali,
licenziamenti e susseguente estesa disoccupazione, riduzioni di
salario e di orario: tra il 1930 e il 1934 tutti i caposaldi dell'economia
agraria e industriale della provincia di Alessandria entrarono
così in profonda crisi. Nonostante il costo della vita
scendesse dall'indíce 100 del giugno 1927 a 90,1 nel dicembre
1930 per toccare l'indice 74,3 nel settembre 1935 e quantunque
non si dispongano di stime in proposito, si può legittimamente
supporre una forte riduzione del reddito provinciale complessivo
come di moltissimi redditi individuali.
Diverse
furono le reazioni e le capacità di recupero di fronte
alla crisi, anche perché a partire dal 1935-36 in quasi
tutti i settori si fecero sentire i riflessi dell'autarchia, sia
pure con modalità estremamente disparate. Di una certa
importanza anche in provincia di Alessandria come soluzione provvisoria
nei confronti della forte disoccupazione si rivelò il programma
di lavori pubblici impostato dallo Stato con il concorso, per
quanto possibile, delle aministrazioni locali, soprattutto nel
biennio 1934-35, programma però orientato soprattutto verso
la sistemazione della rete stradale e delle costruzioni idrauliche
e non ad uno specifico rilancio dell'accumulazione e di sostegno
all'industria. Il settore primario della provincia continuava
ad essere caratterizzato da un'agricoltura povera nelle aree di
montagna, dalla piccola proprietà e dalla coltivazione
della vite nella collina, dalla media grande proprietà
e dagli indirizzi cerealicoli nella pianura. Nel 1938 il valore
in prezzi correnti della produzione lorda vendibile era dovuto
per il 42% ai cereali, per il 20,7% ai prodotti zootecnici e per
il 18,3% alla viticoltura, mentre percentuali inferiori rivestivano
le altre coltivazioni. Ad eccezione della pianura, tratto distintivo
dell'agricoltura di tutta la provincia era la piccola proprietà
a conduzione diretta: nel 1930 il 77,8% delle aziende agrarie
registrava una superficie inferiore ai 5 ettari; parallelamente,
il 72,8% era retto ad "economia diretta" ed erano aziende
caratterizzate perlopiù da bassa disponibilità di
capitali, scarsa meccanizzazione, presenza sovrabbondante di manodopera.
Diversa era la situazione fondiaria della piana alessandrina e
tortonese, dove l'8% del totale delle aziende registrava una superficie
superiore ai 10 ettari e copriva ben il 54% della superficie appoderata.
Le difficoltà maggiori le ebbero proprio le piccole imprese
a conduzione diretta della collina, non protette da dazi doganali
come quelle cerealicole della pianura e ancora alle prese con
gli epigoni della ricostituzione viticola. D'altra parte, nella
seconda metà del decennio si era verificato un certo aumento
dei prezzi dell'uva e del vino ma non tale da far recuperare accettabili
margini di profitto.
Diversa
si prospettava la situazione delle aziende della pianura, almeno
delle maggiori. I dettami dell'autarchia si saldavano strettamente
con quelli della "battaglia del grano" e a far risalire
artificiosamente i prezzi del frumento contribuivano diversi successivi
innalzamenti di dazi doganali. Così, tra il 1934 e il 1938
anche sul mercato di Alessandria il prezzo del frumento era risalito
da 86 a 144 lire al quintale e quello del granoturco da 47 a 88
lire. Nel quinquennio 1935-39 la provincia (che pure aveva perso
l'Astigiano) registrava una produzione media annua di 1.585.000
quintali di grano su una superficie di poco più di 80.000
ettari con rese che sfioravano da vicino i 20 quintali per ettaro.
Era proprio in virtù dell'aumento congiunto delle rese
unitarie e dei prezzi che il ricavo per ettaro, dopo essere sceso
da 2.484 lire nel 1925-29 a 1.815 nel 1930-34, era risalito a
2.425 lire nel quadriennio 1935-38.
A
sanzionare e a celebrare, anche in maniera formale, i risultati
raggiunti, si teneva nel 1937 ad Alessandria la I Mostra granaria
e dei prodotti della terra. Tuttavia, proprio in quell'occasione,
dietro alle affermazioni retoriche, si potevano cogliere cenni
di dissenso verso la politica agraria del regime, i risultati
e le conseguenze da questa raggiunti in provincia. In particolare,
la superficie destinata a frumento era palesemente definita "eccessiva"
soprattutto in relazione a quella riservata al prato artificiale
avvicendato centrando perfettamente una delle conseguenze più
deleterie della "battaglia del grano" in provincia e
cioè la decadenza complessiva della zootecnia. Anche se
a monte esisteva un problema di carenze idriche e di irrigazione
per derivazione dai fiumi e dai canali (tanto che durante gli
anni Trenta si erano intensificate le opere di sollevamento d'acqua
dal sottosuolo) ciò nondimeno una produzione di 4 milioni
di quintali di foraggi veniva definita "alquanto scarsa per
rispondere alle esigenze di una tecnica agraria progredita"
"sia nei riguardi della quantità
del patrimonio bestiame, che delle sue caratteristiche produttive".
Così, tra il 1930 e il 1937 i bovini erano scesi da 120.000
a 110.000 e la zootecnia alessandrina appariva caratterizzata
dall’abitudine acquisita in questo ultimo cinquantennio
di importare continuamente animali bovini e dall'aver perduto
alquanto della tradizionale appassionata pratica dell'allevamento".
Nell'occasione erano evidenziati anche i problemi dell'orticoltura,
fondata su una scelta di semi "non accurata" e afflitta
da problemi di commercializzazione, mentre nella coltivazione
del granoturco si affermava che "vi è molto, per non
dire tutto, da fare".
Ad
un primo esame del censimento della popolazione del 1936 le politiche
di "ruralizzazione" e di “sbracciantizzazione"
lanciate dal regime a livello nazionale parevano aver ottenuto
pieno successo in provincia. Tra il 1931 e il 1936 la popolazione
attiva in agricoltura passava da 121.700 a 131.400 unità,
salendo dal 50,2 al 52,2% della popolazione attiva; gli "agricoltori
che lavorano terreni propri" erano aumentati da 78.200 a
88.300, mentre diminuivano i fittavoli e i "giornalieri di
campagna" (da 20.000 a 17.800) e registravano un leggero
aumento i contadini obbligati. La realtà non era però
così semplice né così lineare. L’aumento
dei piccoli proprietari che pure si inseriva in un trend di lunghissimo
periodo - era in gran parte dovuto alla maggiore rilevazione censuaria
della componente femminile delle campagne alla quale si opponeva
una ben più significativa diminuzione di proprietari maschi;
parallelamente, la diminuzione dei giornalieri era in parte la
conseguenza dell'intensa meccanizzazione della pianura a seguito
della "battaglia del grano" che aveva comportato una
certa espulsione di manodopera. In realtà, il settore primario
era ormai giunto alla saturazione occupazionale sia nella collina
come nella pianura, anche se in quest'ultimo caso continuava a
svolgere il ruolo di settore "spugna", stagionalmente,
all'epoca dei raccolti. Una conferma indiretta della debolezza
dell'agricoltura alessandrina veniva dai dati relativi all'andamento
demografico. Tra il 1901 e il 1936 la popolazione era scesa da
541.000 a circa 494.000 abitanti, passando dal 16,3 al 14,4 sul
totale piemontese. In questa diminuzione giocavano un ruolo preponderante
due fattori: in primo luogo la forte diminuzione dei tassi di
natalità, sempre più evidente durante gli anni Venti
e Trenta, in secondo luogo, un saldo migratorio costantemente
negativo, dovuto proprio all'emigrazione dalla montagna e dalla
collina, che superava largamente i fenomeni di immigrazione verificatisi
tra le due guerre. Tra il 1921 e il 1936 la popolazione della
montagna scendeva da 20.500 a 17.800 abitanti, quella della collina
da 260.000 a 230.000 e, fatto nuovo, si registrava anche un calo
della popolazione della pianura che passava da 253.000 a 246.000
abitanti. Non per niente, il calo demografico della provincia
- sintomo di una crisi economica profonda - era presente come
"problerna dei problemi" in quasi tutta la pubblicistica
dell'epoca.
A
partire dal 1935 anche l'industria venne investita dalle conseguenze
dell'autarchia prima e, successivamente, da quelle dalla politica
di riarmo. Anche se la struttura industriale della provincia era
orientata in gran parte alla produzione di beni di consumo più
che strumentali, già alla fine del 1935 il Commissariato
Generale per le Fabbricazioni di Guerra aveva dichiarato
stabilimenti ausiliari l'ILVA (siderurgia) e la Nitens
(lampadine elettriche) a Novi Ligure, la Mino, la Maino
e la SILA (meccanica), la Grande Italia (calzaturificio)
ad Alessandria, la Orsi (meccanica) a Tortona, l'Eternit
(cementoamianto) a Casale Monferrato. A questo elenco si
aggiungevano l'anno successivo la Morteo e Gianoglio
di Alessandria e la Asborno di Arquata Scrivia, nel 1937
era la volta della Leghe e Metalli di Spigno; nel 1940
la lista si completava con la Montecatini di Alessandria
e la Saffo di Serravalle Scrivia nel settore chimico,
la Baratta, la Pivano, la Cerutti e
l'Amelotti in quello meccanico, la Fulgens (lampadine
elettriche) di Novi Ligure, i calzaturifici Valentia,
Rossi, Maggi e Bima, i cotonifici Dellepiane
a Tortona e Novi Ligure, gli jutifici di Arquata e Carrosio, più
stabilimenti minori ad Ovada. Complessivamente, alla fine del
1944, erano occupati negli stabilimenti ausiliari della provincia
circa 9.000 addetti, più del 25% delle maestranze impiegate
negli esercizi industriali. Nonostante si lamentassero periodiche
limitazioni nelle assegnazioni di materie prime e nelle forniture
di energia motrice, la ripresa produttiva di parte dell'industria
alessandrina avvenne proprio sulla base delle fomiture militari,
alle quali si aggiunse successivamente un timido rilancio dei
consumi interni. Nella siderurgia, la produzione di acciaio dell'ILVA
passò da 3 8.200 tonnellate nel 1935 a 89.600 nel 1937;
nella meccanica, emblematica era la vicenda della G.B. Mino
di Alessandria che nel corso di pochi anni si ristrutturava
completamente passando dalla produzione di beni strumentali per
l'industria orafa alla produzione di proiettili e giungendo ad
occupare nel 1938 ben 600 addetti. Nella chimica riprendeva la
lavorazione alla Montecatini di Spinetta Marengo (850
addetti nel 1938) con la riattivazione del reparto della canfora
sintetica da un lato e con la produzione di concimi chimici per
l'agricoltura dall'altro. Compiti estremamente importanti assegnava
poi l'autarchia all'industria del cemento casalese la cui produzione
era risalita nel 1938 a circa 700.000 tonnellate. Nonostante ciò,
l'Unione Cementi Marchino e l'Italcementi dovevano
impegnarsi in speciali accorgimenti tecnici per adeguarsi alle
direttive autarchiche, con l'introduzione di impianti per il risparmio
di carbone ed energia. Per contro, ampie possibilità erano
offerte all'Eternit e alla sua produzione di tubi e di
lastre di cemento- amianto, sempre più usati in sostituzione
di materiali prima costruiti in metallo.
La
selezione operata dalla crisi e dall'autarchia era evidente anche
in altri comparti e in altre aziende. Nel settore tessile, alla
decadenza pressoché totale delle filande e alle difficoltà
dei cotonifici faceva riscontro la crescita della Manifattura
Seta Artificiale di Casale Monferrato, del Calzificio
Morasso di Gavi e dei due jutifici di Arquata e Carrosio;
nell'abbigliamento si registrava una certa ripresa alla Borsalino
Giuseppe e Fratello (525.000 cappelli prodotti nel 1935-36,
650.000 nel biennio 1938- 40) basata sulla riscoperta del mercato
interno; l'industria delle calzature di Alessandria e Valenza
usciva faticosamente dalla crisi in parte sulle commesse statali,
in parte orientandosi "verso una produzione di tipi più
economici e correnti"; l'artigianato orafo valenzano oltre
al netto calo della domanda di un genere di lusso doveva fare
i conti dal 1935 con il monopolio statale del commercio dell'oro.
Infine, nuove attività legate a tipiche coltivazioni autarchiche
erano la Produzione Tabacchi di Tortona (500 addetti)
e la Società Industriale Agricola Tabacchi di
Castelnuovo Scrivia (200 addetti).
Alla
vigilia della seconda guerra mondiale il sistema industriale alessandrino
appariva così contrassegnato da luci ed ombre, sia a livello
settoriale che territoriale. Tra il 1927 e il 1937 gli addetti
erano saliti da 47.100 a 55.300, aumento in gran parte dovuto
alla crescita del settore alimentare e dell'edilizia (circa 6.500
unità). Complessivamente, era indubbio che nel corso degli
anni Trenta si fossero prodotte delle modificazioni nelle gerarchie
tra i vari settori produttivi e che la struttura industriale,
sotto questo profilo, avesse registrato timidi tentativi di modenizzazione.
Forti arretramenti denunciavano il tessile, l'abbigliamento, l'arredamento,
le pelli e il cuoio che scendevano complessivamente dal 39,8%
al 28,2%, mentre aumenti di una certa consistenza si erano verificati
nelle industrie meccaniche, chimiche e nella lavorazione dei minerali
non metalliferi. A fianco di questa parziale e in apparenza contraddittoria
modificazione della struttura industriale un'altra novità
degli anni Trenta fu il consolidamento di un processo di apertura
e di "internazionalizzazione" dell'industria alessandrina,
in parte già in atto. Non si trattò di nuove localizzazioni
quanto dell'acquisto da parte di capitale esterno alla provincia
soprattutto nazionale - di alcune medie e grandi imprese sino
agli anni Venti rette da imprenditori locali. Rientravano in questo
processo la Montecatini, l'Italcementi, l'Unione
Cementi Marchino, il Cotonificio Giovanni Cozzi,
il Cotonificio Bustese, il Cotonificio Giuseppe De
Ferrari, la Manifattura Seta, L'ILVA, la
BAVA: il grande capitale italiano - in questo caso emblematicamente
rappresentato dai nomi di Guido Donegani, Giovanni Agnelli, Antonio
Pesenti, Arturo Bocciardo - iniziava ad essere presente in certa
misura anche in provincia. Tuttavia, la crescita che avvenne nell'industria
alessandrina durante gli anni Trenta non riuscì a colmare
i distacchi già esistenti dieci anni prima rispetto alle
province di Torino, Novara e Vercelli, sempre più orientate
verso la metallurgia, la meccanica, la gomma e la chimica di base,
con imprese organizzate su grande scala e ampiamente inserite
nelle dinamiche dei principali gruppi economici nazionali. Semmai,
si andò approfondendo quel processo di polarizzazione interno
che già caratterizzava la provincia, con le aree storiche
soprattutto l'asse Novi Ligure-Tortona e il Casalese che aumentavano
il loro peso nell'ambito provinciale di fronte a vaste zone ormai
tagliate fuori dal processo di industrializzazione.
Le
luci e le ombre dell'intero sistema economico provinciale erano
confermate da un confronto tra i censimenti della popolazione
del 1931 e del 1936. Di fronte ad un aumento della popolazione
attiva in agricoltura, sia a livello assoluto che percentuale
(dal 50,8 al 52,2%) emergeva una diminuzione degli attivi nell'industria
(dal 29,3% al 27,1%) in netta contraddizione con quanto evidenziato
dal censimento industriale del 1937. Per contro, risultava in
crescita il terziario, largamente inteso, che vedeva passare i
propri attivi da 47.700 a 52.100 e salire il proprio peso percentuale
dal 19,9% al 20,7%. Anche in questo caso non fu un aumento uniforme
ma con profonde differenziazioni tra i vari comparti. Il calo
degli attivi nei trasporti e nel credito era più che ampiamente
compensato dalla dilatazione del commercio (+ 3.500 attivi), dei
servizi (+ 2.460) e della pubblica amministrazione (+ 850). In
gran parte non si trattò di uno sviluppo fisiologico connesso
ad una crescita quantitativa e qualitativa dell'industria, quanto
piuttosto di una risposta "povera" e di emergenza alla
crisi occupazionale. Nel settore del commercio si dilatarono le
attività ausiliarie e di intermediazione connesse alla
politica autarchica e agli ammassi obbligatori di alcune derrate
agricole e si verificò un forte aumento del commercio al
minuto e ambulante; nei servizi rimase estremamente alto il numero
dei domestici, specchio di una società ancora fortemente
polarizzata e contemporaneamente un'occupazione soprattutto femminile
da sempre esclusivo appannaggio delle famiglie povere, sia della
campagna che della città. Infine, crebbe l'occupazione
nella pubblica amministrazione, anche in questo caso non tanto
in coincidenza di una effettiva ristrutturazione degli enti locali
ma come conseguenza della crescita abnorme degli enti legati all'amministrazione
autarchica.
Fascismo,
guerra e dopoguerra
La
provincia di Alessandria entrava così nel secondo conflitto
mondiale con un tessuto economico e sociale ampiamente lacerato,
dove accanto ad aspetti di modernizzazione - pochi, in verità
- coesistevano arretratezze accentuate dalla crisi del 1929 e
dall'autarchia.
Sotto
un profilo congiunturale la guerra causò danni gravissimi
all'economia provinciale: campagne devastate, patrimonio zootecnico
disperso, distruzioni all'apparato industriale e al sistema viario,
quest'ultimo particolarmente importante in una provincia geograficamente
collocata al centro del triangolo industriale e quindi percorsa
da traffici commerciali a lungo raggio, un parco autocarri e autovetture
dimezzato rispetto all'anteguerra. Le campagne della
provincia impiegarono qualche anno per riprendersi dalle distruzioni
e quasi tutti i raccolti dell'immediato dopoguerra risultano inferiori
a quelli della fine degli anni Trenta, complice anche un disastroso
1947: infatti nel biennio 1945-47 la produzione di frumento non
superò il 65%, il granoturco il 70%, il foraggio il 70%
e solo la produzione di uva si avvicinava ai livelli prebellici.
Soltanto a partire dalla fine degli anni Quaranta e l'inizio degli
anni Cinquanta nel settore primario, come in quello secondario,
si poteva parlare di ritorno alla normalità produttiva.
Tuttavia,
in un'ottica di medio-lungo periodo, le strutture fondamentali
dell'economia alessandrina rimasero le stesse, almeno sino agli
anni Cinquanta. L'agricoltura provinciale continuò a presentare
la triplice divisione tra la montagna, la collina vitata e la
pianura cerealicola con la compresenza dell'allevamento bovino:
sotto questo profilo, in una sostanziale continuità di
lunghissimo periodo, erano state determinanti le scelte di politica
economica compiute durante gli anni Trenta. La guerra, semmai,
rese più evidenti le contraddizioni della montagna e della
collina che, tra il 1936 e il 1951, perdevano altri 20.200 residenti
di fronte ad un leggero recupero della pianura. Anche
nell'industria la ricostruzione avvenne, almeno sotto il profilo
settoriale, nel segno della continuità.
Ancora
nel 1953 affermava la Camera di Commercio di Alessandria: "Le
industrie più importanti della Provincia di Alessandria
risultano ancora essere quello dei cappelli, quelle delle calzature,
l'industria orafa e argentiera, l'industria chimica, quella della
produzione delle sementi nonché quella dei cementi che,
probabilmente rappresenta
attualmente
nerbo dell'economia industriale locale". Sia pure in un contesto
nazionale e internazionale completamente mutato, era su questi
settori - accanto ad altre novità - che si sarebbe, in
parte, fondata la crescita industriale degli anni Cinquanta, costituendone,
contemporaneamente, punti di forza e di debolezza.