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DA UNA GUERRA ALL'ALTRA
Modernizzazione e crisi nell'economia della provincia
 
 
di Giancarlo Subbrero


tratto da Alessandria dal fascismo alla Resistenza, a cura di Roberto Botta e Giorgio Canestri, Alessandria 1995

ALESSANDRIA IN TEMPO DI GUERRA

 

Lo stabilimento Borsalino di Alessandria negli anni Venti


Mostra delle attività industriali, agricole e artigianali del novese, 1938: lo stand della Pernigotti


Sant'Agata Fossili, 1933: campo "modello" di grano "Mentana". La scritta "W il Duce", appena visibile nell'immagine, era lunga 162 metri.



 

 

 
Le eredità storiche dell'economia provinciale

Al censimento della popolazione del 1921 la provincia di Alessandria contava poco più di 533.000 abitanti, pari al 15,5% del Piemonte. Anche sulla scorta delle caratteristiche fisiche della provincia - occupata per il 54% del suo territorio dalla collina, per il 34% dalla pianura e per il restante 12% dalla montagna - nel corso della seconda metà dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento, l'agricoltura provinciale si era differenziata in tipologie che corrispondevano, grosso modo, alle varie zone agrarie, ognuna caratterizzata da diverse strutture fondiarie, orientamenti culturali e indirizzi produttivi e, di conseguenza, differenti livelli di reddito. Se nella zona di montagna prevaleva un'agricoltura povera votata in gran parte all'autoconsumo, nella collina nel corso dell'Ottocento si era assistito alla crescita della piccola proprietà direttocoltivatrice e all'estensione della superficie a vite, che passava nell'arco di mezzo secolo da 37.000 a 154.000 ettari (considerando congiuntamente le province di Alessandria e di Asti), sia pure in gran parte a coltivazione promiscua e non specializzata. Nella pianura alessandrina e tortonese, invece, accanto ad una struttura fondiaria fortemente polarizzata tra la piccolissima e la media- grande proprietà, si erano sviluppate le coltivazioni cerealicole, soprattutto frumento (95.000 ettari all'inizio del Novecento) e granoturco (40.000).

Una certa produzione di foraggi favoriva l'allevamento del bestiame, anche se non effettuato ancora con criteri razionali; nel Casalese era presente la coltivazione del riso e dal primo decennio del Novecento nella piana alessandrina si era aggiunta la barbabietola da zucchero, legata a lavorazioni industriali. Il settore agricolo era quello che occupava ancora gran parte della forza lavoro alessandrina: nel 1921 il 61% degli attivi lavorava nel primano, di fronte al 21% degli attivi nell'industria e al 18% del terziario.

Tuttavia, tra la fine dell'Ottocento e il primo decennio del Novecento in alcuni centri e in diversi circondari si erano verificati i primi fenomeni di industrializzazione. A fianco delle filande, sparse su tutto il territorio, e dei cotonifici, concentrati principalmente nel Novese, prendevano il via anche altre lavorazioni, come l'industria del cemento casalese, la lavorazione del cuoio e l'artigianato orafo a Valenza, la produzione di cappelli con la Borsalino, l'argenteria, la meccanica leggera e stabilimenti di prodotti chimici ad Alessandria, industrie alimentari e siderurgiche a Novi Ligure che si affiancavano alle preesistenti filande e cotonifici, la meccanica per l'agricoltura a Tortona, la lavorazione del vetro ad Acqui Terme. Cionondimeno, nonostante gli addetti al secondario passassero tra il 1888 e il 1911 da 15.400 a 37.000, si trattava ancora di un'industrializzazione fondata in larga parte su settori tradizionali a bassa intensità di capitale, come il tessile, l'abbigliamento, le industrie del legno e del mobilio, caratterizzata dalla preminenza della piccola impresa e con una diffusa presenza di opifici artigianali, anche se non mancavano aziende strutturate in modo moderno, orientate all'esportazione e non solo al mercato locale e nazionale. Così, la crescita che si era verificata in provincia nel periodo giolittiano se era stata ragguardevole non era stata tale da far compiere a tutta la zona un vero e proprio decollo industriale ed economico, come invece era successo a Torino e nel Biellese. Territorialmente, l'industria alessandrina si concentrò soprattutto in alcuni centri: il capoluogo, Valenza, il Casalese e lungo l'asse da Arquata Scrivia a Novi Ligure e Tortona, con isole ad Ovada ed Acqui Terme, mentre, all'opposto, vaste aree della collina rimanevano legate ad un'economia a basso reddito. La provincia di Alessandria, considerata nel suo complesso, si collocava in posizione marginale rispetto alle aree più avanzate della regione, soprattutto nei confronti delle province di Torino e Novara.

La "battaglia del grano", l'invasione fillosserica e la ricostituzione viticola

Era con questa struttura economica estremamente articolata che la provincia entrava nella prima guerra mondiale e, successivamente, nel dopoguerra. Le diverse agricolture della provincia si affacciarono agli anni Venti senz'altro indebolite dal periodo bellico ma non radicalmente mutate nelle strutture di fondo, simili a quelle di dieci anni prima. Furono piuttosto altri fatti esterni, come la "battaglia del grano", l'invasione fillosserica e la susseguente ricostituzione viticola, ad innescare profondi meccanismi di trasformazione dell'agricoltura alessandrina, con conseguenze, sia positive che negative, che giunsero sino alla seconda guerra mondiale e si manifestarono anche nel secondo dopoguerra.

Proclamata da Mussolini nel luglio 1925 con l'obiettivo di raggiungere l'autosufficienza cerealicola senza estendere la coltivazione ma aumentando le rese per ettaro, la "battaglia del grano" - affidata alla Commissione Provinciale Granaria - ebbe immediate e durature conseguenze in una provincia come quella di Alessandria in gran parte orientata alla coltivazione del frumento. Di fronte ad una leggera riduzione della superficie la produzione registrò un trend crescente, anche se oscillante, tanto che nel 1931 e nel 1933 la provincia raggiunse i livelli assoluti più alti di tutta l'Italia, con rispettivamente 2.570.000 e 3.050.000 quintali. Parallelamente, aumentarono fortemente le rese medie per ettaro che passarono dai 14 quintali annui nel quinquennio 1920-24 ai 18 del 1930-34, per salire ulteriormente alla fine degli anni Trenta. L' aumento della produttività fu ottenuto con una serie di pratiche colturali relativamente nuove per l'alessandrino: venne avviata una progressiva sostituzione delle precedenti sementi con grani eletti precoci ad alta produttività; aumentò il consumo di concimi chimici; vennero migliorate le tecniche delle operazioni di semina, delle cure colturali nella primavera e nella rotazione agraria. Infine, la "battaglia del grano" comportò una consistente meccanizzazione nelle terre interessate alla coltivazione del frumento con la diffusione di trattori, seminatrici e sarchiatrici. Così, alla fine degli anni Trenta, la provincia di Alessandria - e in particolare la piana alessandrina e tortonese - si caratterizzò sempre più per la produzione di frumento, giovandosi degli alti dazi doganali stabiliti dal regime sulle importazioni di questo cereale. Tuttavia, le conseguenze di questa specializzazione orientata verso la monocoltura estensiva non furono tutte positive: in primo luogo, ad avvantaggiarsi di questi indirizzi produttivi furono soprattutto le grandi e medie aziende, sia in termini di disponibilità di capitali per investimenti, sia nelle sovvenzioni e negli incentivi governativi; in secondo luogo, l'accento posto sulla coltivazione del grano bloccò e dilazionò nel tempo la diversificazione produttiva verso la zootecnia e altri tipi di coltivazioni, orticole e industriali, altamente specializzate. Già alla fine degli anni Trenta non mancarono negli ambienti agrari alessandrini velati cenni di autocritica.

Il secondo evento che condizionò, questa volta in maniera completamente negativa, ]'agricoltura alessandrina - in particolare quella della collina - durante gli anni Venti e Trenta fu l'invasione della fillossera. Già apparsa nell'alessandrino per la prima volta nel 1898, la fillossera ricomparve con particolare violenza nel 1917 e si propagò talmente velocemente che nel 1923 l'intera provincia doveva essere dichiarata zona infetta. I danni provocati da questo minuscolo parassita furono gravissimi: riduzione della superficie a vite, necessità di ricostruire i vigneti su "piede americano" - cioè resistenti all'infezione - e quindi necessità di reperire finanziamenti da destinare ai miglioramenti dei fondi, indilazionabilità della specializzazione del vigneto e, in ultimo ma non per ultimo, calo demografico. Nonostante la formazione dei primi Consorzi Antifillosserici Circondariali già nel 1920-21, la ricostituzione segnò a lungo il passo: nel 1933 di fronte a circa 105.000 ettari distrutti se ne registravano solo 70.000 ricostituiti. A rallentare l'opera giocavano soprattutto motivazioni di carattere economico: nel 1932-33 il reimpianto di un ettaro di vigneto su piede americano aveva un costo oscillante tra le 10.000 e le 15.000 lire di fronte ad un ricavo medio annuo variabile, a seconda dell'annata, tra le 3.000 e le 5.000 lire. Nel 1937 erano stati ricostituiti 90.000 ettari per una spesa complessiva di un miliardo e 350 milioni, una cifra enorme per le piccole aziende viticole della collina provinciale. Un altro effetto fu la marcata riduzione della superficie vitata, che scese tra il 1921 e il 1934 da 172.600 a 147.000 ettari, con un corrispettivo aumento della coltivazione specializzata a scapito di quella promiscua; infine, i vitigni coltivati, alla fine degli anni Trenta, si ridussero a meno di una decina, con una netta prevalenza della barbera, della freisa, del dolcetto, del moscato e del cortese.

Oltre che da un punto di vista produttivo, le conseguenze furono evidenti anche sotto un profilo demografico. La popolazione della collina che era già scesa (ai confini amministrativi attuali) da 269.500 abitanti nel 1901 a 260.000 nel 1921, registrò un nuovo forte calo, diminuendo ulteriormente a 230.000 nel 1936. Le forti spese da affrontare per la ricostituzione dei vigneti, l'endemica scarsità di capitali, le difficoltà ad accedere a fonti di credito agrario, la crisi del 1929 che fece crollare i prezzi agricoli, misero a dura prova le capacità di resistenza delle aziende agricole della collina e gettarono in una grave crisi soprattutto i produttori più piccoli. A molti di questi, ridotti sul lastrico, non rimase che prendere la via dell'emigrazione verso i centri più industrializzati del Piemonte, della Lombardia e della Liguria.

La crescita dell'industria negli anni Venti

Durante gli anni Venti - e più precisamente tra il 1923- 24 e il 1927-28 - anche in provincia di Alessandria, come del resto in Piemonte e in gran parte del nord Italia, si registrò una nuova fase di crescita del settore industriale, sia pure con proprie caratteristiche. La prima guerra mondiale non aveva comportato modificazioni sostanziali nella struttura industriale alessandrina. Anche in provincia l'economia di guerra aveva avuto delle ripercussioni e lasciato problemi di riconversione; tuttavia, la quantità e la direzione delle commesse militari non aveva consentito significativi salti di qualità all'apparato industriale che usciva così dalla prima guerra mondiale precisato in alcuni comparti, peraltro già presenti alla fine del periodo giolittiano, ma non modificato nelle proprie linee generali.

La crescita industriale che avvenne nella provincia durante gli anni Venti si innestò quindi su settori già collaudati e a livello di struttura si propose soprattutto come "un allargamento di attività già preesistenti", anche se non mancarono salti di qualità nell'organizzazione di alcune aziende. Nel settore tessile, alla decadenza, ormai di lungo periodo, dei setifici (21 filande con 3.200 addetti nel 1912, 19 con 2.200 nel 1925) faceva riscontro un irrobustimento del settore cotoniero, rappresentato nelle maggiori aziende dalle Industrie Cotoni Nazionali a Novi Ligure, dal Cotonificio Ligure a Vignole Borbera e dai due stabilimenti del Mariano Dellepiane, rispettivamente a Tortona e Novi Ligure, tutti opifici che contavano svariate centinaia di operai e indirizzavano una parte consistente della propria produzione all'estero; parallelamente, aumentavano le proprie dimensioni sia la maglieria Morasso di Gavi che la S.A. Juta di Arquata Scrivia. Nell'abbigliamento, la Borsalino Giuseppe e Fratello, azienda leader del capoluogo, entrava, a partire dal 1923, in un nuovo ciclo di espansione dopo quello già conosciuto nel periodo giolittiano e anche questo fondato in massima parte sui mercati internazionali. La produzione, che aveva già raggiunto il milione e mezzo di cappelli nel 1925, giungeva a circa 2 milioni nel 1929, l'esportazione passava da 672.000 cappelli nel 1921 a 1.402.000 nel 1929, record massimo mai toccato, l'occupazione superava ì 2.200 addetti. Più tormentata era la storia della Borsalino fu Lazzaro (fondata nel 1906) che tuttavia nella seconda metà del decennio si attestava su una produzione di 700- 850 mila cappelli all'anno con un migliaio di addetti.

Nell'industria del cemento casalese si assisteva ad un vigoroso processo di concentrazione aziendale: già nel 1917 la S. A. Fabbrica di Calce e Cementi - azienda storica del settore, fondata nel 1872 - era stata assorbita dall'Italcementi di Bergamo: durante gli anni Venti toccava all'Unione Italiana Cementi di Riccardo Gualino e alle cementerie Marchino inglobare unità produttive minori. Alla fine del decennio, il settore in provincia annoverava 14 ditte principali per una produzione di 635.000 tonnellate di cemento, pari al 18-20% del totale nazionale. Parimenti, a fianco di queste aziende, era cresciuta, l'Eternit, costituita nel 1906, con una produzione di tubi e di lastre di cemento-amianto.

Nella metallurgia l'azienda di punta della provincia era la S. A. Acciaierie e Ferriere di Novi Ligure. Durante gli anni Venti l'ammodernamento e l'allargamento degli impianti portarono la produzione complessiva di acciaio e laminati da 52.000 tonnellate nel 1922 a 167.000 nel 1928 con un'occupazione che superava ormai abbondantemente le 1.500 unità. Una espansione delle aziende meccaniche si fondò in gran parte sulla domanda di macchine agricole e beni strumentali diversi proveniente dall'agricoltura. In tale comparto erano attive nel capoluogo la Fabbrica Italiana Macchine Agricole e la Enrico Negro, le Officine Metalliche e Meccaniche (che pure vantava una produzione più ampia) e la Orsi a Tortona. Sempre ad Alessandria un buon livello di specializzazione era raggiunto (Mino, produttrice di beni strumentali per l’industria orafa, e dalla Società Italiana Laminazione Alluminio, ma anche altre imprese ingrandirono le proprie dimensioni, configurando così gli anni Venti come un periodo di crescita, seppur moderata, del comparto meccanico alessandrino. Anche l'argenteria del capoluogo segnò una fase di sviluppo tanto che nel 1925 le quattro aziende principali del comparto - in particolare la Società Industriale Argenterie e Posaterie Cesa - occupavano complessivamente più di 500 addetti. Accanto all'argenteria di Alessandria trasse beneficio dalla crescita dei redditi anche l'artigianato orafo di Valenza, diviso tra un ritorno al lavoro a domicilio e una specializzazione produttiva improntata all'impiego di materiali di pregio sempre maggiore e di pietre preziose. Crebbe anche l'industria delle calzature e delle tomaie giunte ad Alessandria e Valenza, con un'occupazione totale di oltre 1.500 addetti. Infine, a Spinetta Marengo, un sobborgo del capoluogo, erano localizzati uno stabilimento della Sociéte Générale de Sucreries, uno zuccherificio che lavorava la barbabietola da zucchero coltivata nelle campagne circostanti; due fabbriche, la Sclopis e la Marengo, di prodotti chimici per l'agricoltura e tutta una serie di piccoli opifici dediti alla lavorazione del sughero.

Complessivamente, quindi, gli anni Venti si configurarono come un periodo di crescita per l'industria provinciale, con gli addetti che salirono da 37.000 nel 1911 a 47.100 nel 1927. Tuttavia non si riscontravano grosse novità nella composizione della struttura industriale rispetto a quindici anni prima ed erano ancora settori tradizionali come il tessile e l'abbigliamento, che pure annoverava le due Borsalino, ad assorbire la maggior parte della manodopera (circa il 39%). Di fronte ad un 20% occupato nelle industrie estrattive e in quelle connesse alla lavorazione dei minerali non metalliferi, una novità di qualche rilievo veniva dalla crescita delle imprese metalmeccaniche, giunte ad assorbire circa il 16% della manodopera operaia. Pur registrandosi un ampliamento delle dimensioni aziendali, parte consistente dell'industria alessandrina era sempre rappresentata dalla piccola e media impresa e dall'artigianato diffuso. Così, l'allargamento della base produttiva e occupazionale, pur importante, non era stato tale né da inserire maggiormente la provincia nel contesto regionale (dove invece perdeva posizioni, scendendo dal 10,8 al 9,5% per numero di addetti) né da correggere gli squilibri nella localizzazione delle industrie sul territorio provinciale già evidenti alla vigilia della prima guerra mondiale. I cinque centri più industrializzati della provincia - Alessandria con 13.600 addetti, Casale con 5.800, Novi con 3.600, Valenza con 2.600 e Tortona con 2.500 avevano accresciuto il loro peso giungendo a concentrare circa il 60% degli addetti, mentre il rimanente era sparso nelle campagne e in piccoli centri con scarse potenzialità autopropulsive e di aggregazione. Sotto un profilo industriale, la provincia da un lato continuava a rimanere ai margini dello sviluppo regionale - ormai orientato settorialmente verso le industrie metalmeccaniche, elettriche e chimiche e concentrato territorialmente nelle province settentrionali del Piemonte, in particolare in quella di Torino - dall'altro lato al suo interno si riproponevano, sia pure su scala minore, le caratteristiche di polarizzazione e di squilibrio che si notavano nella regione.

 

settori
1911
1921
1931
1936
1951
agricoltura
63,5%
63,1%
50,8%
52,2%
44,0%
industria
21,6%
19,8%
29,3%
27,1%
31,8%
terziario
14,9%
17,1%
19,9%
20,7%
24,2%

Adamento della popolazione attiva in provincia di Alessandria dal 1911 al 1951 (i dati relativi al 1911 e al 1921 si riferiscono anche all'attuale territorio della provincia di Asti esclusa Asti e il suo immediato circondario)

Le conseguenze della crisi del 1929 in provincia

La rivalutazione della lira a "quota 90" e la successiva politica deflattiva segnarono una battuta d'arresto nella fase di espansione iniziata a partire dal 1922-23 e crearono parecchi problemi per molte aziende della provincia. La caduta delle esportazioni, i diminuiti consumi interni, le restrizioni creditizie, l'alto costo del denaro ebbero ripercussioni in particolar modo sulle imprese esportatrici e su quelle legate in qualche modo ai mercati esteri. A tutto questo si aggiunsero, quasi senza soluzione di continuità, le conseguenze infinitamente più gravi della crisi del 1929 evidenti non solo nell'industria ma anche nel settore primario, in parte condizionato dalla "battaglia del grano" e in parte stremato dagli effetti dell'invasione fillosserica. L’immediata e più evidente manifestazione della crisi, anche in provincia di Alessandria, fu un forte calo dei prezzi agricoli. Sul mercato del capoluogo, il principale della provincia per i cereali, il prezzo del frumento scese da 196 lire al quintale nel 1926 ad 86 nel 1934 e quello del granoturco passò da 111 a 42 lire. Altrettanto accentuate furono le diminuzioni che si registrarono nell'uva e nel vino: sempre sul mercato di Alessandria il prezzo del vino crollò da 230 lire all'ettolitro nel 1926 a 35 nel 1933; sul mercato di Casale il vino scendeva da 265 lire a 50 e l'uva calava da 17,5 lire al miriagrammo a 4. Tuttavia, le conseguenze di questa generalizzata diminuzione dei prezzi agricoli furono diverse tra la piana cerealicola e la collina vitivinicola.

La crisi colpì anche l'allevamento dei bachi e la lavorazione della seta ad esso legata. La produzione provinciale dei bozzoli calò da 254.500 miriagrammi nel 1926 a 118.000 nel 1934; nello stesso periodo, i prezzi sui vari mercati scesero da 14-18 lire al miriagrammo a meno di 4. Più in generale, si profilò una crisi generalizzata dell'intera attività serica della provincia: le 19 filande con circa 2.000 addetti del 1925 alla vigilia della seconda guerra mondiale erano ridotte a 7 con meno di 600 addetti. Era costretta a chiudere i battenti anche la vecchia Luis Payen a Novi Ligure, una delle più antiche e famose imprese seriche della provincia. Saltava così, in gran parte, un cardine storico dell'economia provinciale e veniva meno quell'importante entrata per molte famiglie contadine rappresentata dall'allevamento dei bachi.

Nell'industria provinciale la crisi provocò una pesante recessione, soprattutto nelle aziende e nei settori maggiormente orientati all'esportazione, già colpiti dalla rivalutazione della lira, manifestandosi con il crollo verticale della produzione, dissesti aziendali, passaggi di proprietà e con la contemporanea forte crescita della disoccupazione. I cotonifici della provincia (sette ditte con circa 3.000 addetti) riducevano la produzione ed effettuavano massicci licenziamenti. Le Industrie Cotoniere Nazionali di Novi Ligure accusavano pesanti passivi e svalutavano ripetutamente il capitale; altre aziende, come Cotonificio Bustese di Pontecurone e i due Dellepiane Novi Ligure e Tortona, continuavano l'attività a ritmo ridotto. Nel settore dell'abbigliamento le imprese che soffrirono più pesantemente gli effetti della crisi furono le due Borsalino. La caduta dei redditi e l'innalzamento di barriere doganali in quasi tutti gli stati europei i extraeuropei fu letale per la Borsalino Giuseppe e Fratello, azienda fortemente dipendente dal mercato esiste sia per il rifornimento di materie prime che per la collocazione del prodotto finito. La quantità totale di capelli venduti crollava da 1.848.000 unità nel 1928 a 525.000 nel 1935-36 e le esportazioni scendevano 1.402.000 a poco meno di 276.000 unità; tra il 1929 e il 1937 la produzione calava da circa 2 milioni di cappelli a un milione, l'occupazione subiva dei drastici tagli e l'orario di lavoro per gli operai rimasti non superava le 24 ore settimanali; parallelamente nel 1933 la direzione aziendale aveva chiesto e ottenuto uno diminuzione del 10% dei salari e la revisione del meccanismo della Cassa Pensioni per gli operai con meno di dieci anni di anzianità. Ancora più grave doveva rivelare la crisi per la G.B. Borsalino fu Lazzaro (800.000 cappelli venduti nel 1929, 200.000 nel 1933 fortemente esposta verso le banche e con una gesti contabile e finanziaria non del tutto lineare, tanto che 1933, quando contava ancora 950 addetti, era posta in liquidazione. La vicenda dell'azienda, dopo il salvataggio e la gestione dell'IRI dal 1933 al 1935, doveva concludersi l'anno successivo con l'incorporazione da parte della Borsalino Giuseppe.

Anche altri settori subirono dissesti e perdite. l'industria delle calzature falliva l'Atalanta e nel 1933 la Angelo Vitale di Alessandria (300 addetti) sospendeva completamente la produzione. Nell'argenteria alessandrina si verificava la chiusura della SIAP addetti), mentre nell'artigianato orafo valenzano “le conseguenze della crisi [ ... ] hanno praticamente annulato ogni attività di questa ricca e già fiorentissima industria". Nel settore chimico, i dipendenti della Marengo (che aveva rilevato la Sclopis) subivano nel 1932 una riduzione del salario del 7%; l'anno successivo l'azienda era assorbita dalla Montecatini che chiudeva il reparto per la produzione della canfora sintetica, uno dei pochi attivi in Italia. Nella siderurgia le Acciaierie e Ferriere di Novi Ligure erano colpite nel 1930 dal crollo delle proprie azioni che precipitavano da 125 a 15 lire in poco tempo. L'azienda doveva essere posta in liquidazione; l'anno successivo veniva assorbita dall'ILVA e subiva una completa riorganizzazione tecnica e produttiva che comportava però una riduzione delle maestranze del 50%. Ad aggravare la situazione produttiva ed occupazionale di Novi Ligure si aggiungevano le difficoltà nel comparto delle lampadine elettriche e la chiusura definitiva della Carbonifera, una fabbrica di combustibili agglomerati aperta nel 1873 che occupava 200 addetti, peraltro già avvenuta nel 1928. Nell'industria meccanica sia le aziende alessandrine (Mino, Pivano, Negro), quelle novesi e quelle tortonesi (Orsi) si trovavano in difficoltà; generalizzate erano le riduzioni dell'orario di lavoro e del salario ai minimi contrattuali.

Anche l'industria del cemento casalese subiva rallentamenti nella produzione, ma nel settore gli effetti della rivalutazione della lira e della crisi del 1929 si mescolarono con una crisi di sovrapproduzione già evidente nella seconda metà degli anni Venti, che determinava un calo dei prezzi del cemento di oltre il 30% tra il 1928 e il 1933 e una diminuzione della produzione da 635.000 a 448.000 tonnellate. La crisi bloccava anche, di conseguenza, la ristrutturazione e l'ammodernamento degli impianti; inoltre, aveva come riflesso una nuova fase di concentrazione: nel 1933 si fondevano l'Unione Italiana Cementi con la Piemontese Calci e Cementi (ex Marchino) dando vita all'Unione Cementi Marchino, società che diverrà il secondo gruppo italiano del settore, con Giovanni Agnelli presidente.

I dissesti aziendali e i licenziamenti effettuati non potevano non comportare un forte aumento della disoccupazione. Sotto quest'ultimo profilo, i disoccupati (ai confini amministrativi d'epoca, cioè con le provincie di Alessandria e Asti aggregate) passarono da 3.912 nel giugno 1930 a 11.769 nel dicembre dello stesso anno, aumentare a 18.759 nel dicembre successivo e toccare i 23.822 alla fine del 1932. Solo a partire dal 1934 si registrava, con 20.355 unità, un leggero calo, e comunque la disoccupazione si avviava a diventare, sia pure in misura minore, una componente strutturale dell'economia della provincia durante gli anni Trenta. I settori più colpiti furono, in primo luogo, l'industria tessile e l'abbigliamento, con 5.141 disoccupati nel giugno 1932, e, in secondo luogo, tutto il comparto dell'edilizia e delle costruzioni - ben 8.929 disoccupati a dicembre 1932 -, ma anche altri settori, come le industrie metallurgiche e meccaniche - con una punta massima di 2.982 unità a dicembre 1932 - e le industrie alimentari - 4.839 unità a febbraio 1932 - registrarono una forte percentuale di senzalavoro.

Dalla crisi all'autarchia: la provincia di Alessandria alla vigilia della seconda guerra mondiale

Crollo dei prezzi agricoli, invasione fillosserica e ricostituzione viticola, dimezzamento della produzione dei bozzoli, dissesti aziendali, licenziamenti e susseguente estesa disoccupazione, riduzioni di salario e di orario: tra il 1930 e il 1934 tutti i caposaldi dell'economia agraria e industriale della provincia di Alessandria entrarono così in profonda crisi. Nonostante il costo della vita scendesse dall'indíce 100 del giugno 1927 a 90,1 nel dicembre 1930 per toccare l'indice 74,3 nel settembre 1935 e quantunque non si dispongano di stime in proposito, si può legittimamente supporre una forte riduzione del reddito provinciale complessivo come di moltissimi redditi individuali.

Diverse furono le reazioni e le capacità di recupero di fronte alla crisi, anche perché a partire dal 1935-36 in quasi tutti i settori si fecero sentire i riflessi dell'autarchia, sia pure con modalità estremamente disparate. Di una certa importanza anche in provincia di Alessandria come soluzione provvisoria nei confronti della forte disoccupazione si rivelò il programma di lavori pubblici impostato dallo Stato con il concorso, per quanto possibile, delle aministrazioni locali, soprattutto nel biennio 1934-35, programma però orientato soprattutto verso la sistemazione della rete stradale e delle costruzioni idrauliche e non ad uno specifico rilancio dell'accumulazione e di sostegno all'industria. Il settore primario della provincia continuava ad essere caratterizzato da un'agricoltura povera nelle aree di montagna, dalla piccola proprietà e dalla coltivazione della vite nella collina, dalla media grande proprietà e dagli indirizzi cerealicoli nella pianura. Nel 1938 il valore in prezzi correnti della produzione lorda vendibile era dovuto per il 42% ai cereali, per il 20,7% ai prodotti zootecnici e per il 18,3% alla viticoltura, mentre percentuali inferiori rivestivano le altre coltivazioni. Ad eccezione della pianura, tratto distintivo dell'agricoltura di tutta la provincia era la piccola proprietà a conduzione diretta: nel 1930 il 77,8% delle aziende agrarie registrava una superficie inferiore ai 5 ettari; parallelamente, il 72,8% era retto ad "economia diretta" ed erano aziende caratterizzate perlopiù da bassa disponibilità di capitali, scarsa meccanizzazione, presenza sovrabbondante di manodopera. Diversa era la situazione fondiaria della piana alessandrina e tortonese, dove l'8% del totale delle aziende registrava una superficie superiore ai 10 ettari e copriva ben il 54% della superficie appoderata. Le difficoltà maggiori le ebbero proprio le piccole imprese a conduzione diretta della collina, non protette da dazi doganali come quelle cerealicole della pianura e ancora alle prese con gli epigoni della ricostituzione viticola. D'altra parte, nella seconda metà del decennio si era verificato un certo aumento dei prezzi dell'uva e del vino ma non tale da far recuperare accettabili margini di profitto.

Diversa si prospettava la situazione delle aziende della pianura, almeno delle maggiori. I dettami dell'autarchia si saldavano strettamente con quelli della "battaglia del grano" e a far risalire artificiosamente i prezzi del frumento contribuivano diversi successivi innalzamenti di dazi doganali. Così, tra il 1934 e il 1938 anche sul mercato di Alessandria il prezzo del frumento era risalito da 86 a 144 lire al quintale e quello del granoturco da 47 a 88 lire. Nel quinquennio 1935-39 la provincia (che pure aveva perso l'Astigiano) registrava una produzione media annua di 1.585.000 quintali di grano su una superficie di poco più di 80.000 ettari con rese che sfioravano da vicino i 20 quintali per ettaro. Era proprio in virtù dell'aumento congiunto delle rese unitarie e dei prezzi che il ricavo per ettaro, dopo essere sceso da 2.484 lire nel 1925-29 a 1.815 nel 1930-34, era risalito a 2.425 lire nel quadriennio 1935-38.

A sanzionare e a celebrare, anche in maniera formale, i risultati raggiunti, si teneva nel 1937 ad Alessandria la I Mostra granaria e dei prodotti della terra. Tuttavia, proprio in quell'occasione, dietro alle affermazioni retoriche, si potevano cogliere cenni di dissenso verso la politica agraria del regime, i risultati e le conseguenze da questa raggiunti in provincia. In particolare, la superficie destinata a frumento era palesemente definita "eccessiva" soprattutto in relazione a quella riservata al prato artificiale avvicendato centrando perfettamente una delle conseguenze più deleterie della "battaglia del grano" in provincia e cioè la decadenza complessiva della zootecnia. Anche se a monte esisteva un problema di carenze idriche e di irrigazione per derivazione dai fiumi e dai canali (tanto che durante gli anni Trenta si erano intensificate le opere di sollevamento d'acqua dal sottosuolo) ciò nondimeno una produzione di 4 milioni di quintali di foraggi veniva definita "alquanto scarsa per rispondere alle esigenze di una tecnica agraria progredita" "sia nei riguardi della quantità del patrimonio bestiame, che delle sue caratteristiche produttive". Così, tra il 1930 e il 1937 i bovini erano scesi da 120.000 a 110.000 e la zootecnia alessandrina appariva caratterizzata dall’abitudine acquisita in questo ultimo cinquantennio di importare continuamente animali bovini e dall'aver perduto alquanto della tradizionale appassionata pratica dell'allevamento". Nell'occasione erano evidenziati anche i problemi dell'orticoltura, fondata su una scelta di semi "non accurata" e afflitta da problemi di commercializzazione, mentre nella coltivazione del granoturco si affermava che "vi è molto, per non dire tutto, da fare".

Ad un primo esame del censimento della popolazione del 1936 le politiche di "ruralizzazione" e di “sbracciantizzazione" lanciate dal regime a livello nazionale parevano aver ottenuto pieno successo in provincia. Tra il 1931 e il 1936 la popolazione attiva in agricoltura passava da 121.700 a 131.400 unità, salendo dal 50,2 al 52,2% della popolazione attiva; gli "agricoltori che lavorano terreni propri" erano aumentati da 78.200 a 88.300, mentre diminuivano i fittavoli e i "giornalieri di campagna" (da 20.000 a 17.800) e registravano un leggero aumento i contadini obbligati. La realtà non era però così semplice né così lineare. L’aumento dei piccoli proprietari che pure si inseriva in un trend di lunghissimo periodo - era in gran parte dovuto alla maggiore rilevazione censuaria della componente femminile delle campagne alla quale si opponeva una ben più significativa diminuzione di proprietari maschi; parallelamente, la diminuzione dei giornalieri era in parte la conseguenza dell'intensa meccanizzazione della pianura a seguito della "battaglia del grano" che aveva comportato una certa espulsione di manodopera. In realtà, il settore primario era ormai giunto alla saturazione occupazionale sia nella collina come nella pianura, anche se in quest'ultimo caso continuava a svolgere il ruolo di settore "spugna", stagionalmente, all'epoca dei raccolti. Una conferma indiretta della debolezza dell'agricoltura alessandrina veniva dai dati relativi all'andamento demografico. Tra il 1901 e il 1936 la popolazione era scesa da 541.000 a circa 494.000 abitanti, passando dal 16,3 al 14,4 sul totale piemontese. In questa diminuzione giocavano un ruolo preponderante due fattori: in primo luogo la forte diminuzione dei tassi di natalità, sempre più evidente durante gli anni Venti e Trenta, in secondo luogo, un saldo migratorio costantemente negativo, dovuto proprio all'emigrazione dalla montagna e dalla collina, che superava largamente i fenomeni di immigrazione verificatisi tra le due guerre. Tra il 1921 e il 1936 la popolazione della montagna scendeva da 20.500 a 17.800 abitanti, quella della collina da 260.000 a 230.000 e, fatto nuovo, si registrava anche un calo della popolazione della pianura che passava da 253.000 a 246.000 abitanti. Non per niente, il calo demografico della provincia - sintomo di una crisi economica profonda - era presente come "problerna dei problemi" in quasi tutta la pubblicistica dell'epoca.

A partire dal 1935 anche l'industria venne investita dalle conseguenze dell'autarchia prima e, successivamente, da quelle dalla politica di riarmo. Anche se la struttura industriale della provincia era orientata in gran parte alla produzione di beni di consumo più che strumentali, già alla fine del 1935 il Commissariato Generale per le Fabbricazioni di Guerra aveva dichiarato stabilimenti ausiliari l'ILVA (siderurgia) e la Nitens (lampadine elettriche) a Novi Ligure, la Mino, la Maino e la SILA (meccanica), la Grande Italia (calzaturificio) ad Alessandria, la Orsi (meccanica) a Tortona, l'Eternit (cementoamianto) a Casale Monferrato. A questo elenco si aggiungevano l'anno successivo la Morteo e Gianoglio di Alessandria e la Asborno di Arquata Scrivia, nel 1937 era la volta della Leghe e Metalli di Spigno; nel 1940 la lista si completava con la Montecatini di Alessandria e la Saffo di Serravalle Scrivia nel settore chimico, la Baratta, la Pivano, la Cerutti e l'Amelotti in quello meccanico, la Fulgens (lampadine elettriche) di Novi Ligure, i calzaturifici Valentia, Rossi, Maggi e Bima, i cotonifici Dellepiane a Tortona e Novi Ligure, gli jutifici di Arquata e Carrosio, più stabilimenti minori ad Ovada. Complessivamente, alla fine del 1944, erano occupati negli stabilimenti ausiliari della provincia circa 9.000 addetti, più del 25% delle maestranze impiegate negli esercizi industriali. Nonostante si lamentassero periodiche limitazioni nelle assegnazioni di materie prime e nelle forniture di energia motrice, la ripresa produttiva di parte dell'industria alessandrina avvenne proprio sulla base delle fomiture militari, alle quali si aggiunse successivamente un timido rilancio dei consumi interni. Nella siderurgia, la produzione di acciaio dell'ILVA passò da 3 8.200 tonnellate nel 1935 a 89.600 nel 1937; nella meccanica, emblematica era la vicenda della G.B. Mino di Alessandria che nel corso di pochi anni si ristrutturava completamente passando dalla produzione di beni strumentali per l'industria orafa alla produzione di proiettili e giungendo ad occupare nel 1938 ben 600 addetti. Nella chimica riprendeva la lavorazione alla Montecatini di Spinetta Marengo (850 addetti nel 1938) con la riattivazione del reparto della canfora sintetica da un lato e con la produzione di concimi chimici per l'agricoltura dall'altro. Compiti estremamente importanti assegnava poi l'autarchia all'industria del cemento casalese la cui produzione era risalita nel 1938 a circa 700.000 tonnellate. Nonostante ciò, l'Unione Cementi Marchino e l'Italcementi dovevano impegnarsi in speciali accorgimenti tecnici per adeguarsi alle direttive autarchiche, con l'introduzione di impianti per il risparmio di carbone ed energia. Per contro, ampie possibilità erano offerte all'Eternit e alla sua produzione di tubi e di lastre di cemento- amianto, sempre più usati in sostituzione di materiali prima costruiti in metallo.

La selezione operata dalla crisi e dall'autarchia era evidente anche in altri comparti e in altre aziende. Nel settore tessile, alla decadenza pressoché totale delle filande e alle difficoltà dei cotonifici faceva riscontro la crescita della Manifattura Seta Artificiale di Casale Monferrato, del Calzificio Morasso di Gavi e dei due jutifici di Arquata e Carrosio; nell'abbigliamento si registrava una certa ripresa alla Borsalino Giuseppe e Fratello (525.000 cappelli prodotti nel 1935-36, 650.000 nel biennio 1938- 40) basata sulla riscoperta del mercato interno; l'industria delle calzature di Alessandria e Valenza usciva faticosamente dalla crisi in parte sulle commesse statali, in parte orientandosi "verso una produzione di tipi più economici e correnti"; l'artigianato orafo valenzano oltre al netto calo della domanda di un genere di lusso doveva fare i conti dal 1935 con il monopolio statale del commercio dell'oro. Infine, nuove attività legate a tipiche coltivazioni autarchiche erano la Produzione Tabacchi di Tortona (500 addetti) e la Società Industriale Agricola Tabacchi di Castelnuovo Scrivia (200 addetti).

Alla vigilia della seconda guerra mondiale il sistema industriale alessandrino appariva così contrassegnato da luci ed ombre, sia a livello settoriale che territoriale. Tra il 1927 e il 1937 gli addetti erano saliti da 47.100 a 55.300, aumento in gran parte dovuto alla crescita del settore alimentare e dell'edilizia (circa 6.500 unità). Complessivamente, era indubbio che nel corso degli anni Trenta si fossero prodotte delle modificazioni nelle gerarchie tra i vari settori produttivi e che la struttura industriale, sotto questo profilo, avesse registrato timidi tentativi di modenizzazione. Forti arretramenti denunciavano il tessile, l'abbigliamento, l'arredamento, le pelli e il cuoio che scendevano complessivamente dal 39,8% al 28,2%, mentre aumenti di una certa consistenza si erano verificati nelle industrie meccaniche, chimiche e nella lavorazione dei minerali non metalliferi. A fianco di questa parziale e in apparenza contraddittoria modificazione della struttura industriale un'altra novità degli anni Trenta fu il consolidamento di un processo di apertura e di "internazionalizzazione" dell'industria alessandrina, in parte già in atto. Non si trattò di nuove localizzazioni quanto dell'acquisto da parte di capitale esterno alla provincia soprattutto nazionale - di alcune medie e grandi imprese sino agli anni Venti rette da imprenditori locali. Rientravano in questo processo la Montecatini, l'Italcementi, l'Unione Cementi Marchino, il Cotonificio Giovanni Cozzi, il Cotonificio Bustese, il Cotonificio Giuseppe De Ferrari, la Manifattura Seta, L'ILVA, la BAVA: il grande capitale italiano - in questo caso emblematicamente rappresentato dai nomi di Guido Donegani, Giovanni Agnelli, Antonio Pesenti, Arturo Bocciardo - iniziava ad essere presente in certa misura anche in provincia. Tuttavia, la crescita che avvenne nell'industria alessandrina durante gli anni Trenta non riuscì a colmare i distacchi già esistenti dieci anni prima rispetto alle province di Torino, Novara e Vercelli, sempre più orientate verso la metallurgia, la meccanica, la gomma e la chimica di base, con imprese organizzate su grande scala e ampiamente inserite nelle dinamiche dei principali gruppi economici nazionali. Semmai, si andò approfondendo quel processo di polarizzazione interno che già caratterizzava la provincia, con le aree storiche soprattutto l'asse Novi Ligure-Tortona e il Casalese che aumentavano il loro peso nell'ambito provinciale di fronte a vaste zone ormai tagliate fuori dal processo di industrializzazione.

Le luci e le ombre dell'intero sistema economico provinciale erano confermate da un confronto tra i censimenti della popolazione del 1931 e del 1936. Di fronte ad un aumento della popolazione attiva in agricoltura, sia a livello assoluto che percentuale (dal 50,8 al 52,2%) emergeva una diminuzione degli attivi nell'industria (dal 29,3% al 27,1%) in netta contraddizione con quanto evidenziato dal censimento industriale del 1937. Per contro, risultava in crescita il terziario, largamente inteso, che vedeva passare i propri attivi da 47.700 a 52.100 e salire il proprio peso percentuale dal 19,9% al 20,7%. Anche in questo caso non fu un aumento uniforme ma con profonde differenziazioni tra i vari comparti. Il calo degli attivi nei trasporti e nel credito era più che ampiamente compensato dalla dilatazione del commercio (+ 3.500 attivi), dei servizi (+ 2.460) e della pubblica amministrazione (+ 850). In gran parte non si trattò di uno sviluppo fisiologico connesso ad una crescita quantitativa e qualitativa dell'industria, quanto piuttosto di una risposta "povera" e di emergenza alla crisi occupazionale. Nel settore del commercio si dilatarono le attività ausiliarie e di intermediazione connesse alla politica autarchica e agli ammassi obbligatori di alcune derrate agricole e si verificò un forte aumento del commercio al minuto e ambulante; nei servizi rimase estremamente alto il numero dei domestici, specchio di una società ancora fortemente polarizzata e contemporaneamente un'occupazione soprattutto femminile da sempre esclusivo appannaggio delle famiglie povere, sia della campagna che della città. Infine, crebbe l'occupazione nella pubblica amministrazione, anche in questo caso non tanto in coincidenza di una effettiva ristrutturazione degli enti locali ma come conseguenza della crescita abnorme degli enti legati all'amministrazione autarchica.

Fascismo, guerra e dopoguerra

La provincia di Alessandria entrava così nel secondo conflitto mondiale con un tessuto economico e sociale ampiamente lacerato, dove accanto ad aspetti di modernizzazione - pochi, in verità - coesistevano arretratezze accentuate dalla crisi del 1929 e dall'autarchia.

Sotto un profilo congiunturale la guerra causò danni gravissimi all'economia provinciale: campagne devastate, patrimonio zootecnico disperso, distruzioni all'apparato industriale e al sistema viario, quest'ultimo particolarmente importante in una provincia geograficamente collocata al centro del triangolo industriale e quindi percorsa da traffici commerciali a lungo raggio, un parco autocarri e autovetture dimezzato rispetto all'anteguerra. Le campagne della
provincia impiegarono qualche anno per riprendersi dalle distruzioni e quasi tutti i raccolti dell'immediato dopoguerra risultano inferiori a quelli della fine degli anni Trenta, complice anche un disastroso 1947: infatti nel biennio 1945-47 la produzione di frumento non superò il 65%, il granoturco il 70%, il foraggio il 70% e solo la produzione di uva si avvicinava ai livelli prebellici. Soltanto a partire dalla fine degli anni Quaranta e l'inizio degli anni Cinquanta nel settore primario, come in quello secondario, si poteva parlare di ritorno alla normalità produttiva.

Tuttavia, in un'ottica di medio-lungo periodo, le strutture fondamentali dell'economia alessandrina rimasero le stesse, almeno sino agli anni Cinquanta. L'agricoltura provinciale continuò a presentare la triplice divisione tra la montagna, la collina vitata e la pianura cerealicola con la compresenza dell'allevamento bovino: sotto questo profilo, in una sostanziale continuità di lunghissimo periodo, erano state determinanti le scelte di politica economica compiute durante gli anni Trenta. La guerra, semmai, rese più evidenti le contraddizioni della montagna e della collina che, tra il 1936 e il 1951, perdevano altri 20.200 residenti di fronte ad un leggero recupero della pianura. Anche nell'industria la ricostruzione avvenne, almeno sotto il profilo settoriale, nel segno della continuità.

Ancora nel 1953 affermava la Camera di Commercio di Alessandria: "Le industrie più importanti della Provincia di Alessandria risultano ancora essere quello dei cappelli, quelle delle calzature, l'industria orafa e argentiera, l'industria chimica, quella della produzione delle sementi nonché quella dei cementi che, probabilmente rappresenta
attualmente nerbo dell'economia industriale locale". Sia pure in un contesto nazionale e internazionale completamente mutato, era su questi settori - accanto ad altre novità - che si sarebbe, in parte, fondata la crescita industriale degli anni Cinquanta, costituendone, contemporaneamente, punti di forza e di debolezza.

 

 

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