Con
Pier Luigi Romita scompare una delle figure più rappresentative
del socialismo democratico italiano e piemontese del secondo dopoguerra.
Nato a Torino il 27 luglio 1924, insieme alla sorella Gemma e
alla madre Maria , segue, il padre Giuseppe, deputato socialista
e strenuo oppositore di Mussolini, arrestatati il 16 novembre
1926, nelle sue traversie di confinato politico prima ad Ustica,
poi a Ponza ed infine a Veroli, in provincia di Frosinone. La
famiglia Romita si trasferisce nel 1933 a Roma, dove Pier Luigi
frequenta le scuole superiori. Nel 1942 aderisce al rifondato
Psi clandestino, di cui era stato nominato segretario il padre
Giuseppe e partecipa alla Resistenza aggregandosi alle bande partigiane
che operavano sulle colline attorno ad Albano Laziale. Dopo la
Liberazione e l’avvento della Repubblica prosegue gli studi
laureandosi, nel 1947, in Ingegneria e diventando successivamente
professore di Idraulica alla facoltà di Agraria dell’Università
di Milano.
Nel marzo del 1958, in seguito all’improvvisa scomparsa
del padre, è candidato alla Camera dei Deputati, nella
lista del Psdi, nel collegio Cuneo-Alessandria-Asti. E’
eletto in Parlamento e sarà sempre riconfermato, in questo
collegio, in tutte le successive otto legislature (1963,1968,1972,1976,1979,1983,1987,1992).
Verrà,invece, eletto al Parlamento Europeo sia nel 1984
che nel 1989, ma si dimetterà per incompatibilità
con l’incarico di ministro.
Sottosegretario ai Lavori Pubblici, all’Interno e all’Istruzione
nella seconda metà degli anni sessanta, è nominato
per la prima volta ministro della Ricerca Scientifica nel secondo
governo Andreotti (giugno 1972 – luglio 1973). Vice Presidente
della Camera dopo le elezioni del 1979, ritorna alla Ricerca Scientifica
nel governo Forlani (ottobre 1980 – giugno 1981) e nel quinto
governo Fanfani (dicembre 1982 – agosto 1983).
Nei due governi Craxi (agosto 1983 – aprile 1987) è
Ministro per gli Affari Regionali fino al 31 luglio 1984 e successivamente
è chiamato al dicastero del Bilancio.
Ritorna, infine, nel sesto e nel settimo governo Andreotti ( luglio
1989-giugno 1992) come Ministro per le Politiche Comunitarie.
L’intesa attività parlamentare – ebbe sempre
una straordinaria attenzione verso il suo collegio elettorale
– e ministeriale non gli impedisce, però, di condurre
una tenace battaglia politica interna al Psdi come esponente di
punta della sinistra socialdemocratica.
Vicino alle posizioni di Giuseppe Saragat, è eletto per
la prima volta nel Comitato Centrale e nella Direzione nazionale
nel novembre del 1959, riconfermato nel congresso di Roma (novembre
1962) partecipa al processo di unificazione con il Psi (ottobre
1966) e alla successiva scissione della componente socialdemocratica
(luglio1969). Nel Congresso di Genova (aprile 1974) presenta,
insieme tra gli altri a Mauro Ferri e Michele Di Giesi, un documento,
ispirato da Giuseppe Saragat, di dura critica nei confronti della
gestione e dell’indirizzo filo centrista impresso al partito
da Mario Tanassi.
Dopo la burrascosa assise congressuale di Firenze (marzo 1976)
e la sconfitta alle elezioni politiche anticipate (maggio1976)
è eletto il 1°ottobre dello stesso anno segretario
nazionale del Psdi, succedendo a Giuseppe Saragat, che gli garantirà
sempre un leale appoggio.
Durante la stagione dei governi di “solidarietà nazionale”
Romita riapre il dialogo con il Psi, dove è diventato segretario
l’autonomista Bettino Craxi e cerca, attraverso la proposta
politica dell’”area socialista” di riportare
i socialdemocratici nel loro naturale alveo della sinistra democratica.
Messo in minoranza nel Comitato Centrale del Psdi del 20 ottobre
1978 lascia la guida del partito a Pietro Longo, proseguendo a
guidare la corrente di sinistra nei successivi congressi di Roma
(gennaio 1980) e Milano (marzo 1982). Partecipa,poi, al congresso
unitario di Roma (aprile 1984), mentre è nuovamente in
minoranza all’assise del gennaio 1987, con Franco Nicolazzi
alla segreteria.
Nel Comitato Centrale del 9 marzo 1988 perde lo scontro con Nicola
Cariglia per la successione a Nicolazzi e inizia un percorso di
avvicinamento alle posizione del Psi, che sotto la gestione di
Craxi è definitivamente approdato alle posizioni del socialismo
democratico europeo.
Nel febbraio 1989, Romita insieme ad un significativo gruppo di
parlamentari e dirigenti locali, lascia il Psdi e fonda il movimento
di Unità e Democrazia Socialista (Uds) che pochi mesi dopo
si unifica con il Psi.
Dopo la scomparsa del Partito socialista in seguito alle vicende
di Tangentopoli, aderisce nel 1994 ai Socialisti Italiani e nel
1997 partecipa agli Stati Generali della Sinistra Italiana di
Firenze ed entra nei Democratici di Sinistra dove ricopre incarichi
nella Direzione Regionale del Piemonte.
Legatissimo alle sue origini piemontesi Romita è stato,
a più riprese, consigliere comunale a Tortona, Alessandria
e Torino.
Lettera
a Maria del 26- 12- 1927. Arch. Romita
"Natale
1927 fu, e bene. Per noi detenuti le feste, specie quelle che
racchiudono in sé tutta la poesia della famiglia ed il
sentimento della vita, sono un male.
I pensieri più cari e dolorosi, le nostalgie più
dure e più laceranti -si risvegliano potenti in noi e ci
palesano, in tutta la sua crudezza, la dolorosa miserevole nostra
situazione. Non per darti un dolore (ti so tanto gentile quanto
forte) e nemmeno per attendere una cara tua lettera, sapientemente
e delicatamente confortevole, ma perché rimanga fisso nelle
carte amo descrivere il mio Natale. Mi sono svegliato al mattino
trovando addensati sul guanciale i ricordi, tutti i sentimenti
che mi legano a voi. La commozione non poteva essere più
dolce, né più vivo il ricordo dell'amore d'un tempo.
Un po' per riflessione, un po' per volontà, l'altro mio
"io" forte e sereno riprese il predominio. Avevo visto
nel primo istante tutti i Natali trascorsi nei tempi lieti e belli,
quando la mia libertà era il tuo sostegno, la tua vita
il mio conforto. Vedevo il tempo nel quale ero utile a tutti e
lo paragonavo alla grigia ora attuale in cui nulla dò e
da tutti attendo. Mi ripresi e lessi. Ebbi subito una visita,
non della moglie cara, né dei bimbi lindi ed allegri che
mi portavano per primi i primi auguri, ma di un secondino che
mi prese il vino perché non ne abusassi. A tanta ingiuria
morale (io che non bevo più di un quarto al giorno) mi
ribellai; non mi persuase la ragione che il provvedimento era
per tutti, resistei, venne il sottocapo e vinsi. Ecco la sublime
battaglia a cui sono ridotto, ecco il bel trofeo di vittoria:
mezza bottiglia di vino, che mi dura più giorni! Ebbi l'aria,
ebbi il sole, l'unico vero amico e fedele compagno del detenuto.
Avendo fatto il solito spuntino al mattino, a mezzogiorno mentre
tutto il mondo innalzava i lieti moderati o dorati calici io leggevo.
Venne, nota gentile e fedele, aspettato, il tuo carissimo telegramma.
E isolo col buio venne il mio pranzo. Il molto lavoro del "botteghino"
fu causa dell'insolito spiacevole ritardo. Al lume della candela
mangiai solo, del pranzo, poca minestra. Volli invece mangiare
un po' di tutti i cibi da te inviati [ ... ] A tarda ora, dopo
la solita lettura (ma questa volta fu perfettamente inutile perché
se potevo costringere gli occhi a fissare le parole, non potevo
costringere il cervello ad assimilarle), andai a letto con la
dolce immagine dei bambini e con la tua bella e cara, in un'amorosa
densa nebbia di pensieri, di ricordi, d'illusioni, di speranze,
di proponimenti. Mi addormentai alle ore 22,30 circa"
Lettera
ai figli del 9- 3- 1928. Arch. Romita
«Ai miei pargoli, la vergine pulzella, il mio paperotto
Pier Luigi. Vi ho visti testé, ilari, felici, beati. Nemmeno
uno zinzino di malinconia adombrava la stamberga di collegio che
era allietata dalla vostra espansione. Voi certamente non sentite
l'amaro della feccia del calice. Vi ho trovato allegri come quando
giocavate in mezzo al sacrato della parrocchia di Mongreno. La
ruggine della noia, la ruggine dell'accidia non offusca ancora
i vostri visi, il dolce zeffiro spira sempre attorno a voi, nessun
coefficiente di malinconia turba la spontaneità dei vostri
modi. Siete veramente i bei monili della casa, una fiumana di
poesia e una gioia traboccante, godete una felicità senza
turbamento, una giornata senza sbigottimenti. La nostra vita è
tarlata, sconquassata, maciullata per tante peripezie non volute,
per tante vicende non meritate. Il vostro foglio è ancora
lindo lindo. Noi siamo in un pelago di difficile, di astrusa uscita,
noi viviamo in una atmosfera che è fioca, voi avete tutto
libero, tutto gaudioso, tutto festoso il domani» .