Si
apre nel dicembre 1945 per Giuseppe Romita una stagione brevissima
- otto mese-, vissuta con straordinario impegno e con un unico
obiettivo politico da raggiungere: la vittoria della Repubblica
nel referendum istituzionale (1).
La successione di Parri alla guida del governo segna, infatti,
un evento storico, con un cattolico militante, Alcide De Gasperi,
che per la prima volta diventa presidente del consiglio.
Ai partiti della sinistra il primo governo De Gasperi garantisce
alcuni vantaggi pratici immediati, rafforzando l'alleanza tra
le tre grandi forze popolari (democristiani, comunisti e socialisti)
ed insieme la coalizione antifascista in vista dell'appuntamento
del referendum istituzionale (2). Nella compagine ministeriale
i socialisti sono rappresentati dai riconfermati Nenni (vice presidente
del consiglio e ministro per la Costituente), Barbareschi (Lavoro)
e Romita che passava, però, dal ministero dei Lavori pubblici
a quello dell'Interno, non senza contrasti e opposizioni da parte
dei settori moderati della coalizione per via della decisa opzione
repubblicana del PSI:
«Noi
socialisti volevamo che quel dicastero, d'importanza fondamentale
nella vita del Paese, fosse in sicure mani repubblicane. E lo
volevamo non foss'altro per bilanciare lo squilibrio determinato
dal fatto che tutto il meccanismo statale si presentava con una
struttura decisamente monarchica».
Ed
ancora:
«Era
il primo governo con un cattolico quale Presidente dei Consiglio,
il primo governo con un socialista al ministero degli Interni,
il primo governo, dopo la liberazione, che riprendeva dalle mani
degli Alleati la diretta amministrazione di tutto il territorio
nazionale, eccezion fatta per le zone di confine ancora in contestazione.
Era, dunque, un governo che non aveva di simili nel passato e
che doveva affrontare il problema di una scelta istituzionale
anch'essa senza precedenti; un governo singolare in un momento
eccezionale per la vita del Paese» (3).
Alla
guida del ministero dell'Interno in vista del referendum istituzionale,
egli dedica tutte le sue energie, non aderendo ai ripetuti inviti
rivoltigli da Nenni di non dimenticarsi di essere uomo di partito.
La
posta in gioco, per un repubblicano di lunga data come lui, era
troppo importante per rischiare di compromettere il risultato
finale con qualche piccolo errore di percorso.
Un'unica
decisione di Romita è risultata controversa nel giudizio
storiografico: la sostituzione dei prefetti e dei questori della
Resistenza, con uomini della burocrazia statale (4).
Questa
scelta di "normalizzazione", peraltro contenuta negli
accordi di governo per espressa volontà del partito liberale,
viene, infatti, considerata da alcuni come l'inizio di una sorta
di restaurazione della vecchia struttura burocratica, fortemente
compromessa con il fascismo. Valga per tutti il severo giudizio
di Leo Valiani:
«Romita
sperava, da parte sua, di poter indirizzare in senso repubblicano
i prefetti che venivano a dipendere da lui, nel periodo precedente
le elezioni. Alcuni singoli uomini sarebbero potuti entrare in
carriera, ma la quasi totalità veniva man mano estromessa
dalle cariche. Le conseguenze di tale fatto sullo spirito pubblico
sarebbero state anche più garvi di quelle politiche. Fino
a che l'esserne stati attori costituiva prova di benemerenza patriottica,
di ferinezza nell'adempimento di doveri civici, al punto di essere
motivo di precedenza nei ranghi più delicati dei servitori
del Paese, la Resistenza dava l'impronta alla nuova etica nazionale.
Cessata questa funzione, la Resistenza e dunque l'antifascismo
faceva la fine del garibaldinismo dopo il 1870, glorioso nei libri,
ferrovecchio ingombrante nella vita » (5).
Per
contro Romita, commentando in epoca successiva la scelta compiuta
in quei giorni, scrive:
«A
metà circa di febbraio eseguii un'operazione che si prospettava
fondamentale per la normalizzazione dei Paese e che rientrava
nel programma del governo: rimossi dall'incarico buona parte dei
prefetti politici e li sostituii con elementi di carriera. Un
tal fatto potrà apparire oggi normale e logico. Eppure
a quei tempi ebbe un certo carattere anticonformista. I prefetti
politici erano il risultato dell'abbattimento della dittatura
e significavano quindi antifascismo, mentre i prefetti di carriera,
che avevano servito anche durante il non mai abbastanza deprecato
regime, potevano apparire come il ritorno ad un passato che nessuno
desiderava riesumare. Tuttavia, i prefetti di carriera volevano
dire qualcosa di più: continuità dello Stato, normalità.
E non esitai, dunque, sia pure contro il parere di alcuni autorevoli
compagni di partito, a fare il mio dovere» (6).
Dalla
lettura dei verbali dei consiglio dei ministri del 31 gennaio
e del 15 febbraio 1946, emergono con chiarezza i tratti di un
confronto politico-ideologico che vede Nenni, Togliatti e Lussu
su posizioni di difesa ad oltranza dei prefetti politici; mentre
Brosio per i liberali e Molè per Democrazia del lavoro,
richiedono il rispetto degli accordi che prevedevano esplicitamente
il ritorno ai prefetti di carriera (7).
In questo frangente Romita si muove, appoggiato con decisione
da De Gasperi, per ricercare una soluzione di compromesso che
salvi l'immagine degli uomini della Resistenza, ma al tempo stesso
avvii un ineluttabile processo di ritorno alla normalità
negli organi dello Stato. Questo tentativo è coronato da
successo e porta alla designazione di prefetti di carriera nella
stragrande maggioranza delle sedi; decisione mitigata dalla opportunità
di immissione in carriera che viene offerta ai prefetti politici,
a condizione che accettino uno spostamento di sede. Questa opzione
sarà, però, utilizzata da pochi, anche in ragione
della scelta compiuta dai più di presentarsi candidati
alla Costituente.
Il
ministro opera, invece, con grande energia per consentire, nel
o 1946, il reclutamento, nella Polizia di Stato di oltre quindici
mila partigiani, attirandosi per questo l'accusa, di parte moderata
di voler creare una sorta di "milizia" repubblicana
(8). In realtà, egli, di fronte all'inderogabile necessità
di rafforzare i servizi di polizia, sceglie la strada di rivolgersi
«
ad una categoria di cittadini già selezionata e che aveva
fornito l'inconfutabile prova di servire gli ideali di libertà,
per difendere i quali la polizia andava appunto rafforzata»
(9).
La
sua azione ministeriale si sviluppa su due fronti paralleli: da
un lato il ripristino dell'ordine pubblico (10), la lotta al neofascismo,
la riaffermazione della legalità dello Stato contro il
fenomeno del banditismo (in Sicilia soprattutto) (11) e la non
semplice gestione delle sommosse popolari contro la disoccupazione
e la miseria. L'altro quello della guida della "macchina"
elettorale in modo e le forze repubblicane si presentino alla
scadenza referendaria nella migliore posizione possibile.
A
poche settimane dall'insediamento egli chiarisce alla stampa il
suo pensiero sul problema del neofascismo e sugli interventi da
attuare per giungere ad una normalizzazione politica e amministrativa:
«Io
ritengo di essere stato uno dei primi uomini politici che ha dichiarato
e dichiara che per salvare il Paese occorre arrivare rapidamente
alla pacificazione politica, ma tale pacificazione non si può
ottenere se dei residuati dell'antico fascismo, con mezzi violenti
ed illeciti, continuano la loro azione, dimenticandosi che il
fascismo è stato condannato dalla storia, che ha rovinato
l'Italia e che non è più tollerato né dagli
italiani né dalle Potenze straniere. lo sono quindi per
la pacificazione sociale e politica e credo di averlo dimostrato
in ogni occasione, ma sarò anche inesorabile contro le
forze del neofascismo, le quali impediscono al Paese di giungere
alla necessaria normalizzazione, per sanare le piaghe che il fascismo
stesso ha provocato. ( ... ) Per arrivare a questa normalizzazione
è indispensabile realizzare al più presto possibile
le elezioni amministrative e politiche. Purtroppo, per varie cause
e difficoltà dovute sia agli organi centrali che periferici
non si è fatto molto in materia. ( ... ) Le elezioni amministrative
e politiche, infatti, riporteranno la tranquillità nel
Paese se avverranno in perfetto ordine e assoluta legalità,
perché allora, qualunque sia il risultato, saranno da tutti
riconosciute. Provocheranno invece strascichi se il risultato
sarà inficiato da evasioni, disordini e illegalità»
(12).
E’
opinione comune degli storici che il merito maggiore di Romita,
nella prospettiva repubblicana, rimanga quello di aver fatto svolgere
prima del referendum un turno parziale di elezioni amministrative
in comuni (Milano, in primis) in cui l'esito elettorale, favorevole
ai partiti sostenitori della repubblica, creò un contraccolpo
psicologico negativo per i monarchici (13).
Esse consentirono infatti di verificare l'efficienza della macchina
burocratica e delle forze dell'ordine, non più abituate
a consultazioni popolari fino al punto che vi furono problemi
anche nel reperire cabine e urne. I positivi risultati ottenuti
(14) evitarono che prevalesse la tesi del rinvio, fortemente osteggiata
dal ministro. All'interno dei due grandi partiti della sinistra
l'opzione del referendum popolare incontrò una certa diffidenza
per il timore che fattori esterni e non facilmente controllabili
- quali il ruolo della Chiesa e la disabitudine al confronto democratico
ed elettorale delle masse - potessero giocare a favore della monarchia.
Dal canto loro i monarchici, appoggiati dai partiti moderati della
coalizione governativa, avevano fortemente sollecitato la scelta
referendaria nella speranza, non del tutto infondata, che attraverso
una drammatizzazione popolare e una conseguente spaccatura nel
Paese, si sarebbero spostati verso la monarchia tutti i voti dei
partiti di centro, Dc in testa. Non si dimentichi poi che la monarchia
era il simbolo della patria, rappresentava la tradizione e il
rispetto per il passato ed al tempo stesso un argine nei confronti
di possibili esagerazioni parlamentariste (15).
La
scelta tenacemente sostenuta da Romita, di non decidere la forma
dello stato nell'Assemblea costituente ma di affidare questa scelta
alla volontà popolare, non solo risulterà vincente
in chiave futura - la Repubblica nei successivi cinquant'anni
non verrà mai messa in discussione - ma rappresentò
uno straordinario atto di fiducia nel carattere democratico del
popolo italiano. Così, molti anni dopo, egli ricorderà
quella sua posizione:
«Ho
il merito di aver tenuto duro per il referendum. La Repubblica
non poteva nascere nel chiuso dell'Assemblea dove rischiava di
essere oggetto di mercanteggiamenti parlamentari e di presentarsi
agli italiani, se pure vi fosse riuscita, come il prodotto di
una combinazione astratta e astrusa. In più, proprio perché
parte dei monarchici voleva il referendum, la Repubblica non poteva
nascere rifiutando di battersi. Si doveva osare, Nenni capì
e mi appoggiò per la scelta popolare diretta. I fatti ci
diedero ragione» (16).
Il
2 giugno 1946, dopo una campagna elettorale molto animata, ma
sostanzialmente corretta (17), e nonostante la rottura della tregua
istituzionale con l'abdicazione di Vittorio Emanuele III a poche
settimane dal voto, gli italiani vanno alle urne per eleggere
l'assemblea costituente e per decidere tra monarchia e repubblica.
Il
voto per la Costituente, che assegna la maggioranza relativa (35,2%)
alla Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi (18) è particolarmente
favorevole ai socialisti, che con il 20,7% e 115 deputati, superano,
non senza sorpresa (19), il Pci (18,9%).
Romita, che viene eletto alla Costituente nel collegio del Piemonte
Sud (Alessandria, Asti e Cuneo), più che all'esito positivo
delle liste socialiste sembra guardare al risultato del referendum
istituzionale, a cui aveva lavorato senza risparmiarsi, arrivando
a pernottare al Viminale per timore di possibili attentati, nei
mesi della sua permanenza al ministero dell'Interno (20).
Nelle
giornate successive ha luogo uno spoglio assai complesso, che
a più riprese si è tentato di tingere di giallo
con il colpevole, Romita, accusato di aver truccato i risultati
a favore della repubblica.
Queste
accuse, espresse dagli ambienti monarchici subito dopo l'esito
negativo del referendum, non sono mai state supportate da prove
storicamente attendibili, ma in ambito giornalistico questa tesi
viene riproposta ciclicamente, non tanto con il fine di mettere
in dubbio la correttezza del comportamento dell'allora ministro
dell'Interno, quanto per togliere legittimità all'intero
sistema politico e istituzionale della Repubblica.
Nel
racconto di Romita vi è una spiegazione plausibile di come
sarebbe nata la voce dei presunti brogli. I primi dati affluiti
al Viminale, infatti, sorprendentemente provenivano dal Sud, tradizionalmente
più lento nel fare pervenire i dati per le maggiori difficoltà
di comunicazione tra i seggi e le prefetture, e davano un vantaggio
anche consistente alla monarchia, che preoccupò non poco
lo stesso ministro:
«Ma
avevo paura, una paura terribile, addirittura una sorta di terrore,
al pensiero che ad un certo momento fossi costretto a dir loro
[a De Gasperi e a Nenni] che la monarchia era in vantaggio»
(21).
Ancora
nella notte fra il 3 e il 4 giugno la monarchia rimane in vantaggio
e alcuni giornalisti, appresa informalmente la notizia, si lanciano
nelle consuete supposizioni tra cui quella che: «Romita
è troppo furbo per perdere così; lui è sicuro
del fatto suo: ha un milione di voti nel cassetto» (22).
A
conferma dell'incertezza di quelle ore è stata ora resa
pubblica una lettera riservata di De Gasperi inviata nella mattina
del 4 giugno al ministro della Real Casa, Falcone Lucifero:
«Signor
Ministro, Le invio i dati pervenuti al Min. dell'Interno fino
alle 8 di stamane. Come vedrà si tratta di risultati assai
parziali che non permettono nessuna conclusione. Il min. Romita
considera ancora possibile la vittoria repubblicana. Io, personalmente,
non credo che si possa - rebus sic stantibus - giungere a tale
conclusione. P.S. Le cifre sono ancora confidenziali. Le sarò
grato se Ella mi mandasse le sue eventuali informazioni accertate».
(23).
Il
destino volle che effettivamente un milione di voti repubblicani
del Nord entrasse nella notte nei conteggi e consentisse alla
repubblica di superare nettamente la monarchia, dando modo a Romita,
nel pomeriggio del 5 giugno, di annunciare i risultati alla stampa
italiana ed estera (24). Ed è quella immagine del piccolo
uomo politico piemontese, che circondato dai giornalisti, dà
l'annuncio della vittoria della Repubblica, che è rimasta
nell'immaginario collettivo degli italiani, legando indissolubilmente
il suo nome alla Repubblica.
Nei
giorni immediatamente successivi gli ambienti monarchici non si
dimostrano intenzionati ad accettare l'esito dei voto e, giocando
sulla inevitabile lentezza della Cassazione nella comunicazione
dei dati definitivi e sul fatto che i risultati forniti dal ministero
riguardavano i voti validi e non già i votanti, necessari
per calcolare la maggioranza utile per la vittoria di uno dei
due schieramenti, iniziano una polemica politico-istituzionale
assai pericolosa ,verso l'ordine pubblico. Romita è quindi
costretto a presidiare giorno e notte il ministero nel timore,
non del tutto infondato, di qualche colpo di mano di unità
dell'esercito e dei carabinieri fedeli alla monarchia.
L’11
giugno 1946 tocca a Romita, su delega unanime dei partiti repubblicani,
celebrare la vittoria, in una piazza del Popolo gremita all'inverosimile,
con un discorso in cui difende non solo le ragioni antiche della
repubblica, ma anche la legittimità dell'espressione popolare
messa in dubbio dai monarchici:
«Non
sono stati vani i sacrifici dei nostri martiri del primo Risorgimento
e di tutti i nostri morti per giungere alla completa liberazione
dell'Italia. Vengono ricompensate ancora le nostre privazioni
e i sacrifici personali, sopportati affrontati con la decisa convinzione
che il giorno del riscatto e della vittoria sarebbe venuto. La
parte repubblicana d'Italia ne può andare orgogliosa: derisi
un tempo (anche prima dei fascismo) per la nostra pregiudiziale
istituzionale, tanto da essere tacciati di ingenui sognatori,
oggi abbiamo avuto la soddisfazione di vedere allineati sulla
stessa strada gli uomini più rappresentativi degli altri
partiti della sinistra».
Ed
ancora:
«L’Italia
è repubblicana dal giorno in cui la volontà popolare
si è manifestata chiara e solenne attraverso il risultato
del referendum, cui era stata rimessa ogni decisione sulla questione
istituzionale: in questo appello diretto al popolo, il popolo
si è pronunciato, liberamente e democraticamente, contro
la monarchia. Non resta ai Savoia che prenderne atto, e andarsene,
dando libero corso all'applicazione della legge. L'Italia è
repubblica nella coscienza dei suoi cittadini e nel riconoscimento
spontaneo ed unanime degli altri popoli. Non si illuda il Savoia
di strappare dalle mani dei popolo la vittoria, con argomenti
da leguleio da strapazzo o con le interviste dei suoi aiutanti
di campo, che disonorano lui e i suoi servitori di fronte alla
Nazione. La vittoria è del popolo, la vittoria è
nostra. Saprà difenderla in ossequio alla legge Governo
democratico. Sapremo difenderla noi. Saprà difenderla il
popolo. La pazienza è una virtù rivoluzionaria,
allo stesso titolo della costanza, ma la pazienza ha un limite»
(25).
Questo
comizio conclude idealmente il periodo di straordinario impegno
politico e ministeriale tutto teso a garantire la migliore transizione
possibile verso il nuovo ordinamento istituzionale.
Al
di là dell'enfasi di quei giorni in cui si viveva un cambiamento
epocale, la vittoria della Repubblica fotografava un Paese profondamente
diviso, con una linea di demarcazione che separava in modo netto
e deciso le regioni che avevano vissuto l'esperienza della lotta
di liberazione, a maggioranza repubblicana, da quelle del Regno
del Sud, a forte prevalenza monarchica. I dati (in percentuale
sui voti validi) sono estremamente eloquenti (26):
| |
repubblica |
monarchia |
| Piemonte |
57,1 |
42,9 |
| Liguria
|
69,0 |
31,
0 |
| Lombardia |
64,1
|
35,9 |
| Trentino |
85,0 |
15,0 |
| Veneto
e Friuli |
59,3 |
40,7 |
| Emilia
Romagna |
77,0 |
23,0
|
| Toscana |
71,6
|
28,4 |
| Marche |
70,1 |
29,9 |
| Umbria
|
71,9 |
28,1 |
| Lazio |
48,6 |
51,4 |
| Abruzzo
e Molise |
43,1 |
56,9 |
| Campania |
23,5 |
76,5 |
| Puglia
|
32,7 |
67,3 |
| Basilicata |
40,6 |
59,4 |
| Calabria |
39,7
|
60,3 |
| Sicilia |
35,3 |
64,
7 |
| Sardegna |
39,1
|
60,
9 |
Paradossalmente,
però, ad uscire vincitore dalla battaglia per la repubblica
non fu lo schieramento dei partiti della sinistra, ma la Democrazia
cristiana, grazie allo straordinario acume di De Gasperi, che
non schierandosi ufficialmente sul quesito referendario finì
per diventare il coagulo di tutte le forze moderate e l'unico
partito con un consenso omogeneo su tutto il territorio nazionale.
I socialisti e i comunisti, infatti, ottennero nelle elezioni
per la Costituente risultati assai deludenti in molte regioni
meridionali, non arrivando in alcune di esse neppure a conseguire
il 10% dei voti (27).
Alla
luce del voto i rapporti di forza tra i partiti del Cln risultano
profondamente cambiati (due partiti, il Partito d'azione e la
Democrazia del lavoro sono praticamente scomparsi) e De Gasperi
mette subito a frutto il successo ottenuto con il varo di un nuovo
dicastero, in cui le forze di sinistra sono meno rappresentate.
Nenni annota amaramente sul suo diario:
«In
conclusione abbiamo fatto la Repubblica non solo contro il Quirinale,
ma anche contro il Vaticano e, sulla cresta dell'onda del suffragio
universale, erge vittorioso De Gasperi» (28).
Dopo
essere stato battuto sul filo di lana da Saragat per la presidenza
dell'Assemblea costituente (29), il 13 luglio 1946 Romita torna
a ricoprire, nel secondo governo De Gasperi, l'incarico di ministro
i Lavori pubblici (30) lasciando quindi il Viminale, che diverrà
per oltre quarant’anni patrimonio esclusivo della Democrazia
cristiana.
NOTE
1.
Romita ha raccontato questa sua "avventura" con dovizia
di particolari nel suo libro Dalla Monarchia alla Repubblica,
cit.; a cui faremo, inevitabilmente spesso riferimento per cogliere
appieno gli stati d'animo e le scelte compiute dal nostro nella
non semplice transizione verso la Repubblica.
2.
Lo rileva E. Piscitelli, Da Parri a De Gasperi, cit.,
pp. 142-143.
3.
G. Romita, Dalla Monarchia alla Repubblica, cit., p.
7 e 9. Nenni parrebbe aver preferito, invece, una soluzione con
De Gasperi agli Interni e lui agli cfr. P. Nenni, Tempo di
guerra fredda, cit., p. 159.
Sulla questione si soffermano in particolare A. Gambino, Storia
del dopogeurra. Dalla Liberazione al potere DC, Bari, Laterza,
1978, p. 163; C. Pavone, Alle origini della Repubblica,
Torino, Bollati Boringhieri, 1995, pp. 153-155; Ricci, Aspettando
la Repubblica, cit., pp. 164-167 e id., Introduzione a Verbali
del Consiglio dei Ministri. Governo De Gasperi, Roma, Presidenza
del Consiglio dei Ministri, 1996, vol. VI, 1, pp. XXXII-XXXV.
4.
L. Valiani, L'avvento di De Gasperi, Torino, Francesco
De Silva, 1949, pp. 42-43.
5.
G. Romita, Dalla Monarchia alla Repubblica, cit., p.
61.
6.
Cfr. A.G. Ricci (a cura di), Verbali del Consiglio dei Ministri.
Governo De Gasperi, cit., vol. VI, 1, pp. 273-289 e 393-401.
7.
Ivi, vol. VI, 1, pp. 409-411 e 649-651.
8.
G. Romita, Dalla Monarchia alla Repubblica, cit., p.
40.
9.
In una delle sue prime interviste da ministro dell'Interno, Romita
afferma suo compito, dopo essersi dedicato alla ricostruzione
materiale del Paese, diventa quello di trovare le cause e i rimedi
contro i danni morali provocati dal fascismo e dal nazismo; "Avanti!",
ed. torinese, 27 dicembre 1945.
10.
Nel consiglio dei ministri del 6 febbraio 1945, Romita è
costretto ad ammetterere che il livello raggiunto dal banditismo
è tale da mettere in dubbio il regolare svolgimento delle
elezioni amministrative, o, quanto meno, consiglia di e alle zone
più tranquille, come poi avvenne; cfr. A.G. Ricci (a cura
di), Verbali del Consiglio dei Ministri. Governo De Gasperi,
cit., vol. VI, 1, pp. 342.
11.
"Sempre Avanti", 27 dicembre 1945
12.
Le elezioni amministrative, svoltesi in cinque turni dal 10 marzo
al 7 aprile 1946, interessarono 5722 comuni
13.
Al termine delle operazioni di voto Romita ottenne e congratulazioni
degli Alleati e dello stesso Consiglio dei Ministri; cfr. A.G.
Ricci, Introduzione a Verbali del Consiglio dei Ministri.
Governo De Gasperi, cit., vol. VI, 1, p.XCI.
14.
Nel suo libro Dalla Monarchia alla Repubblica (cit., pp. 197-198),
Romita indica dieci suoi "contributi" alla vittoria
repubblicana:
1)
«nell'aver compreso l'importanza delle elezioni amministrative
in genere e quelle di Milano in particolare, e la portata dell'influsso
psicologico che il risultato avrebbe avuto sull'elettorato italiano:
non è stato Romita a creare la Repubblica, la Repubblica
è scaturita dal voto dei lavoratori di Milano, che votando
socialista votarono per una nuova forma istituzionale ed anche
- mi sia consentito ricordarlo - per un nuovo tipo di società;
2)
nell'aver compreso che ogni ritardo ed ogni rinvio della prova
elettorale si sarebbe tradotto in una diminuzione del quoziente
dei voti repubblicani e in una progressiva erosione del margine
di sicurezza in favore della Repubblica;
3)
nell'aver sostenuto che era necessario abbinare il referendum
alle elezioni politiche e nell'aver saputo trascinare i monarchici
- che oggi lamentano il errore - ad abbracciare tale tesi;
4)
nell'aver saputo resistere agli inviti di Nenni, che avrebbe voluto
indurmi più attiva politica di partito, o a quegli atteggiamenti
demagogici che si riassumevano negli slogans tipo "o la Repubblica
o il caos", che giovarono alla monarchica più di qualsiasi
comizio o di qualsiasi giornale filo-sabaudo;
5)
nell'aver avuto fiducia nella maturità democratica del
popolo italiano;
6)
nell'aver garantito un'organizzazione dei comizi elettorali, che,
tenendo conto dell'esiguità dei mezzi, della inadeguatezza
delle forze di polizia, e pur nel clima arroventato in cui le
elezioni si svolsero, può essere considerata superiore
ad ogni aspettativa;
7)
nell'aver disposto una dislocazione delle forze di polizia tale
da consentire tempestivo ed efficace intervento per il mantenimento
dell'ordine e della legalità, qualunque fosse stato l'esito
delle elezioni;
8)
nell'aver scoraggiato i tentativi insurrezionali dei monarchici
più o meno alle alte sfere istituzionali e nell'aver impedito
che qualsiasi attentato o colpo di mano avesse a ritardare la
prova elettorale;
9)
nell'aver dato al popolo italiano la certezza che il suo voto
sarebbe stato rispettato, che ogni violenza sarebbe stata repressa,
che sarebbe stata assicurata l’incolumità alla famiglia
reale, che non sarebbe stato tollerato alcun danno od alcuna offesa
a coloro che erano stati legati al vecchio istituto, ai monumenti,
ai beni Savoia;
10)
nell'aver sottoposto il giudizio sul referendum alla decisione
della suprema Corte di Cassazione».
15.
Lo annota E. Di Nolfo, La Repubblica delle speranze e degli
inganni, Firenze, Ponte alle Grazie, 1996, pp. 200-201.
16.
Citato nell'articolo commernorativo apparso su 'La Stampa"
il 15 marzo 1958, dopo la sua scomparsa.
17.
Nel consiglio dei ministri del 23 maggio 1946, Romita riferisce
che l'ordine pubblico è sotto controllo ed è costantemente
sottoposto a verifiche con ircolari alle prefetture e alle questure;
cfr. A.G. Ricci, Aspettando la Repubblica, cit., p. 211.
18.
De Gasperi riesce a capitalizzare al massimo l'intelligente e
cinica decisione della Dc di lasciare libertà di voto"
nel referendum isituzionale. Una scelta a favore di uno dei due
schieramenti avrebbe, con ogni probabilità, provocato una
spaccatura insanabile all'interno dei suo partito.
19.
Umberto Terracini commenterà, cosi, molti anni dopo il
risultato socialista la Costituente: «Nella mia vita ne
ho visto di cose: ma quella è stata la più incredibile
delle sorprese»; cfr. G. Tamburrano, Pietro Nenni,
cit., p. 215.
20.
Nelle sue memorie Romita accenna, tra l'altro, ad un progetto
di rapimento 4 parte di estremisti monarchici; cfr. Dalla
Monarchia alla Repubblica, cit., p. 48.
21.
Ivi, p. 16 1.
22.
Ivi, p. 167.
23.
A.G. Ricci, Aspettando la Repubblica, cit., p. 212.
24.
Romita comunicò dati ancora parziali (mancavano 1.200 sezioni
su 35.000): 12.182.855 voti alla repubblica contro 10.362.709
per la monarchia. Il 18 giugno la Cassazione diede quelli definitivi:
12.672.767 per la repubblica e 10.688.905 per la monarchia; cfr.
A.G. Ricci, Aspettando la Repubblica, cit., pp. 212 e
214.
25.
A. Sessi (a cura di), Giuseppe Romita. Una vita per il socialismo,
cit., PP. 155-156.
26.
Fonte: R. Martinelli, Storia del Partito comunista italiano.
Il "Partito nuovo" dalla Liberazione al 18 aprile,
Torino, Einaudi, 1995, p. 93.
27.
In Campania il Psiup ottenne il 6,9% e il Pci il 7,4% contro il
34% della c; in Sicilia il Pci si fermò al 7,9% e in Sardegna
i socialisti raggiunsero solamente l'8,8%; cfr. ivi, p. 94.
28.
P. Nenni, Tempo di guerra fredda, cit., p. 226
29.
Pietro Nenni così descrive la vicenda nel diario dei 24
giugno 1946: «La gestione della presidenza della Costituente
si è conclusa questa sera con un aspettato colpo di scena.
Il mio rifiuto non è servito a Romita, ma a Saragat. E
questo non per una manovra di Saragat, ma per un eccesso di furberia
da parte dei miei amici. Questi si erano messi in testa che De
Gasperi da un lato e Saragat dall'altro mi spingessero alla presidenza
per immobilizzarmi in una cornice dorata. E hanno fatto il ragionamento
infantile dei rovesciamento dei gioco. Non hanno pensato che il
prestigio personale di Saragat uscirà rafforzato dalle
sue nuove funzioni. ( ...) In tutto questo chi ci rimette è
Romita il quale invece merita dal partito una manifestazione di
cordiale solidarietà e amicizia»; Pietro Nenni, Tempo
di guerra fredda, cit., p. 234.
30.
I socialisti ottengono altri tre dicasteri: Nenni agli Esteri
(dal 18 ottobre 946), Morandi all'Industria e Commercio e D'Aragona
al Lavoro e Previdenza sociale.
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