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2 giugno 1946: il re o la repubblica  
Il referendum istituzionale in Piemonte


sezioni

Risultati provinciali

Comuni più repubblicani

Comuni più monarchici

 

 

Il 2 giugno 1946 gli italiani scelsero la forma istituzionale del nuovo stato uscito dal fascismo e dalla guerra. Dopo vent’anni di dittatura tornavano nuovamente alle urne per decidere, con una libera votazione, il loro futuro, e la loro fu una scelta di innovazione.

Su scala nazionale i voti favorevoli alla repubblica furono 12.717.923, pari al 54,3%; i voti per la monarchia 10.719.284, pari al 45,7%. Un risultato abbastanza netto che non impedì al fronte monarchico di avanzare dubbi ed accuse sulla correttezza della consultazione che sfociarono in un ricorso e al rinvio della partenza per l’esilio da parte di Umberto II. Solo il 13 giugno l’ex re salì sull’aereo diretto in Portogallo, infine il 18 giugno anche il ricorso fu respinto e la repubblica proclamata ufficialmente.
Anche il Piemonte, terra dei Savoia scelse nel suo complesso la repubblica.

Il risultato generale della regione, il 57, 1 % a favore della repubblica, poneva il Piemonte poco al di sopra della media, ma era il peggiore fra quelli delle regioni che si erano espresse per la forma di stato repubblicana e, assieme al Lazio (51,4% per la monarchia) ed all'Abruzzo (per il re era il 56,9% degli abruzzesi), faceva della nostra regione una di quelle con il minore scarto fra i due schieramenti: insomma, il Piemonte, contemporaneamente terra del re e terra della resistenza, si espresse in questa occasione, in linea con questa dicotomia, con sostanziale equilibrio, un equilibrio però non senza contraddizioni e sorpresa se si prova a disaggregare i, risultato comune per comune.

Nelle tabelle e nel motore di ricerca che accompagnano queste considerazioni abbiamo voluto rendere disponibili serie statistiche relative ai risultati del referendum istituzionale in tutti i comuni piemontesi che sono, un po’ sorprendentemente, difficilmente reperibili: basta pensare che anche le pubblicazioni più accurate, come ad esempio quella dedicata a una presentazione dettagliata e suddivisa per ciascun comune dei risultati relativi alle consultazioni politiche e amministrative dell'età repubblicana, nonché dei risultati dei referendum promossi negli anni Settanta, non contengono, un po' curiosamente, informazioni su quest'atto fondamentale della vita politica e sociale dell'Italia tornata alla democrazia. Qui vogliamo invece proporre, come corrolario alcune possibili linee di lettura dei dati.

La prima e più evidente considerazione riguarda il risultato complessivo, che colloca il Piemonte tra le regioni italiane più equilibrate, dove si svolge un confronto quasi sul filo di lana tra i fautori del re e i sostenitori della repubblica: in realtà quell'esito finale così ravvicinato è il prodotto di un voto estremamente frammentato e disarticolato, con picchi rilevantissimi per uno o l'altro schieramento in molte località e con risultati anche opposti in comuni limitrofi.

Un rapido sguardo all'andamento del voto nelle singole province segnala già una situazione assai differenziata. Delle sei provincie esistenti nel '46, quella di più spiccati sentimenti repubblicani si rivelò essere Novara (63,6 1 % la media) seguita da Vercelli con il 61,74%, Alessandria con il 61,80% e Torino con il 58,25, ma due delle sole quattro provincie settentrionali dove la monarchia prevalse erano piemontesi: Asti (50,58% per la monarchia) e Cuneo, dove l'affermazione fu ancora maggiore con il 56,15% che si espresse perché rimanesse il re. Ma più si scende nel dettaglio, più ci si imbatte in situazioni ancora più diversificate e nette fra zona e zona.

Sostanzialmente analoghe nei comportamenti le province di Vercelli e Novara. Queste province presentano entrambe delle zone montane, del resto fra di loro contigue, dove fu la monarchia a prevalere: sono le valli ossolane Anzasca e Antrona nel novarese e, compattamente, la Valsesia in provincia di Vercelli cui si aggiungono, a macchia di leopardo, molti centri del biellese, ma pure monarchici furono non pochi centri agricoli delle piane risicole attorno a Vercelli e a Novara

In modo geograficamente abbastanza uniforme risulta sostanzialmente divisa in due la provincia di Alessandria, che dal capoluogo al sud (acquese, ovadese e novene) si pronunciò, con qualche rara eccezione, per il rinnovamento istituzionale, mentre monarchica fu in molti paesi del Monferrato, a nord nelle zone di pianura (e ricca agricoltura) verso il Po ed anche in due vallate del sud, la Curone e la Borbera, pur teatro di importanti episodi resistenziali (e in questo caso possiamo già leggere un dato di grande interesse che segnala la presenza attiva di dinamiche culturali e sociali profonde nel corpo della società piemontese e difficilmente intaccabili dalla presenza partigiana, anche se è d'obbligo osservare che qui le bande partigiane si insediarono con un certo ritardo e, soprattutto in val Borbera, con caratteristiche sociali assai poco autoctone e legate piuttosto alla vicinissima città di Genova).

Quasi tutti i grandi centri votarono repubblica e la città di Alessandria si rivelò essere fra i capoluoghi di provincia piemontesi quello dove lo scarto fra monarchici e repubblicani era maggiore.

Analogamente divisa in due, anche se con un risultato finale di segno opposto, la provincia di Asti dove a contrastare il generale risultato a favore della monarchia furono le zone a sud, Nizza e il nicese, Canelli ed in genere i paesi verso l'acquese, cui si aggiunsero alcuni comuni verso l'alessandrino e il casalese, dove prima del '22 esistevano relativamente tradizioni socialiste o comunque progressiste di una certa importanza: in alcuni casi la pronuncia a favore della repubblica avvenne in questi comuni (è ad esempìo il caso di Scurzolengo) con risultati quasi plebiscitarie.

Il voto nella provincia di Torino, invece, è forse quello che meglio si presta a una lettura secondo lo schema "classico" che attribuisce una maggior propensione al voto per la repubblica agli abitanti dei grandi centri industriali. Può essere ad esempio interessante notare come a Torino con la sua immediata cintura e alla zona industriale che si estende verso Chivasso, dove le percentuali di voto repubblicano furono fra il 55 ed il 65 % (con punte anche del 70 o del 76% come a Collegno), si contrapponesse l'altra parte della provincia generalmente monarchica. Con un’immagine, si può dire che Torino era accerchiata, con compatte pronunce per la monarchia a est nei paesi dei primi contrafforti del Monferrato; a sud nelle piane agricole da Volvera, Vinovo e La Loggia, verso Carignano e Carmagnola e, a più a sud ovest, verso Pinerolo (la seconda città della provincia in quanto a numero dì votanti e monarchica al 52.36%); a nord nel Canavese, dove tuttavia si ebbero significative enclaves repubblicane nelle zone montane comprese fra la Dora Baltea ed il torrente Orco (in questa zona troviamo ad esempio il Comune di Lugnacco, il paese in assoluto con il miglior risultato per la repubblica, 95%).

Più singolare l'esito del voto in provincia di Cuneo, 56,15% per la monarchia ma con grandi differenze fra zona e zona. Qui ad esprimersi per il rinnovamento istituzionale furono soprattutto, ed ecco un altro dato di grande interesse su cui spenderemo ancora alcune parole, le vallate montane: la Vermenagna con pronunce che arrivano anche al 70%, la Gesso (la Valle dei Re per antonomasia, tradizionale meta dei membri di casa Savoia per dare sfogo alla loro passione per la caccia e la pesca!), la Stura (tranne che negli ultimi due comuni), le medie valli Grana e Varaita, la valle Po tranne il comune di Revello, parte della Val Maira, l'alta valle Tanaro.

Al contrario di quanto avviene in provincia di Alessandria, qui la presenza partigiana, nelle sue componenti garibaldine e azioniste, pare aver lasciato sedimenti più consistenti nel determinare la propensione al voto repubblicano nella popolazione, effetto che invece pare meni visibile nel resto della provincia dove la prevalenza di voti per la repubblica fu una sporadica eccezione: dei centri maggiori solo il capoluogo e Fossano si espressero per la repubblica, mentre Mondovì, Saluzzo e Savigliano votarono monarchia anche se con percentuali di poco sopra il 5°; Alba invece fu la cittadina più ricche di soddisfazione per il re: qui lo schieramento monarchico raggiunse il 66,80%.

Per concludere queste brevi note, vorremmo proporre alcune considerazioni utili per esemplificare come un'analisi al microscopio della consultazione referendaria, al di là del suo significato politico elettorale, può risultare assai interessante per comprendere, o almeno focalizzare, alcune dinamiche sociali e culturali della realtà regionale, nonché alcune caratteristiche del processo di ricomposizione delle forme di potere nelle comunità locali. Detto in altre parole, l'analisi accurata del risultato referendario può aiutarci a individuare temi e fenomeni che vanno molto al di là del semplice dato politico istituzionale.

La prima questione si riferisce al voto nei comuni di montagna. Abbiamo già visto il dato per Cuneo, dove i paesi di montagna risultano decisamente meno fedeli alla casa Savoia rispetto al resto della provincia: scomponendo il voto provinciale, sulla scorta della suddivisione proposta dall'Istat, in comuni di pianura, collina e montagna, la monarchia si afferma in pianura (56,75%) e in collina (61,23%) ma è sconfitta proprio nei paesi di montagna dove ottiene solo il 46,75%, 10 punti sotto la media provinciale. Ma anche nelle altre province nel cui territorio vi sono molti comuni montani (Novara, Torino, Vercelli) essi dimostrano una spiccata vocazione repubblicana. In provincia di Torino, ad esempio, si ripete la stessa situazione del cuneese, sia pure in un cotesto complessivamente repubblicano: in collina la repubblica vince con il 55%, in pianura con il 58,25% e in montagna con il 63,59%.

E’ evidente che questi comportamenti elettorali hanno bisogno di essere analizzati con molta circospezione, e ponendo attenzione alle diverse variabili che si possono riscontrare quasi caso per caso; ci pare tuttavia possibile tentare, senza paura di azzardare troppo, almeno un'ipotesi, che attiene più alla sfera sociale e delle mentalità collettive che a quella della “ideologia" istituzionale e della politica.

I comuni di montagna sono quelli più segnati dalla guerra, in particolare dal crollo del fronte russo dove erano stati inviati moltissimi giovani montanari delle vallate piemontesi: la disfatta in Unione sovietica significa decimazione di intere generazioni per molti paesi. Il riflesso di quel disastro ci pare evidente in questo risultato, con il quale i piemontesi delle vallate montane sembrano voler individuare in casa Savoia, e non solo nel fascismo, il responsabile della guerra e della tragedia che ha colpito i loro figli. Il fatto stesso che il voto istituzionale solo in rari casi si traduca in un omogeneo voto politico per i partiti dichiaratamente repubblicani, suona come una conferma di questa ipotesi.

La seconda questione riguarda la frammentazione del voto. In particolare sorprende la presenza di picchi quasi plebiscitari per uno o l'altro schieramento in almeno 60 comuni (circa il 6% del totale), dove monarchia o repubblica superano l'80% dei consensi e molti altri con percentuali di poco inferiori. Si è già detto di Lugnacco, ma un po' tutte le province sono interessate al fenomeno: Sala Biellese, in provincia di Vercelli segue a ruota il piccolo comune torinese con il 95% dei consensi alla repubblica; in provincia di Alessandria si distingue Morsasco con il 90,07%; nel novarese Gurro con l'88,26%, e nell'astigiano Scurzolengo con l'88,16%. Solo un po' meno eclatante lo sfrangiamento del voto per la permanenza del re, che ottiene risultati eclatanti soprattutto nel cuneese (Bellino 91,88%, Montelupo Albese 85,92%, Murello 85,68%) ma anche nel vercellese (Rassa 88,3%), e nell'astigiano (Castelrocchero 83,92%).Anche in questo caso ci pare che il risultato del referendum possa offrirci alcune suggestioni di lavoro che vanno al di là del merito della consultazione. Bisogna considerare che i comuni in cui si registrano percentuali prossime al plebiscito sono quelli di più piccole dimensioni: non ci sembra allora scorretto ipotizzare che proprio le ridotte dimensioni di questi comuni favoriscano la visibilità attraverso il voto dalle caratteristiche plebiscitarie per l’una o per l’altra parte di un fenomeno di ricomposizione dei rapporti di potere intorno a interessi e figure che si dimostrano immediatamente in grado di controllare e condizionare le espressioni di voto dei loro concittadini. La comunità locale si presenta così, nell'immediato dopoguerra come il luogo in cui, quasi a sconfiggere il tempo dei ventennio, della guerra e della resistenza, si ricompongono e si ridefiniscono dinamiche sociali e di potere e riemergono alla luce rapporti di notabilato e vincoli familiari e di vicinato destinati a segnare per lungo tempo la storia della regione.

Due atteggiamenti di fronte al voto apparentemente contraddittori, quelli descritti, ma che dimostrano invece quali ragioni complesse e spesso legate alle singole realtà locale concorrono a determinare l'atteggiamento elettorale soprattutto delle classi popolari.

 

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