Il
giovane socialista Giuseppe Romita nacque a Tortona il 7 gennaio
1887 da Guglielmo Romita e Maria Gianelli. Le condizioni di vita
della famiglia Romita - il padre era contadino ed in seguito fu
capomastro - con tre figli maschi e tre femmine, erano modeste.
Compiuti i primi studi nella città d'origine, Romita conseguì
il diploma di geometra ad Alessandria. In quegli anni maturò l'adesione
alle idee socialiste, iscrivendosi, nel 1903, ad appena sedici
anni, alla locale sezione del Partito socialista italiano.
Dopo aver brillantemente terminato gli studi secondari superiori,
nell'autunno del 1907 si iscrisse al Politecnico di Torino, per
frequentare il corso di ingegneria, ingannando il padre sulla
durata degli studi e pagandosi il vitto e l'alloggio insegnando
alla sera matematica in un istituto privato. Romita entrò ben
presto in contatto con gli ambienti socialisti del capoluogo subalpino.
Il Psi aveva allora nella Camera del lavoro e nell'Alleanza cooperativa
torinese le sue principali organizzazioni popolari, insieme ad
una ramificata struttura di circoli operai, ed aveva in Oddino
Morgari e Quirino Nofri i suoi maggiori rappresentanti, eletti
in Parlamento già nel 1897. L'esordio pubblico di Romita, nel
gennaio del 1909, avvenne in un pubblico contraddittorio con uno
studente cattolico sul tema "Socialismo e Cattolicesimo di fronte
alla questione sociale.
Nel maggio dello stesso anno venne costituita la sezione torinese
della Federazione italiana giovanile socialista, che era stata
fondata nel 1903, e Romita entrò a far parte dell'esecutivo divenendo
il corrispondente locale dell' `Avanguardia", il battagliero organo
di stampa della Figs nazionale. Insieme ad Angelo Tasca e a Gino
Castagno, fu uno dei fondatori del Fascio giovanile socialista
"Centro" di Torino, che divenne ben presto il luogo d'incontro
preferito di quei giovani studenti universitari, provenienti da
molte regioni italiane, che si avvicinavano in quegli anni alle
idee socialiste.
L'impegno primario dei giovani, di cui Angelo Tasca e Romita erano
gli esponenti più rappresentativi, fu indirizzato verso la propaganda
(anticlericalismo e antimilitarismo erano veri e propri cavalli
di battaglia della Figs) e l'organizzazione del movimento. Al
congresso nazionale della Federazione giovanile socialista (Firenze,
18-20 ottobre 1910), Romita, che dopo quell'assise entrò a far
parte del consiglio nazionale, presentò un ordine del giorno fortemente
ostile alla monarchia e favorevole all'instaurazione di una repubblica
democratica.
Il partito torinese, invece, versava in una forte crisi organizzativa
e di consensi (nel 1909 il numero degli iscritti era sceso a poco
più di 600 unità), che coincideva con una crescente critica alla
politica della direzione nazionale, ispirata da Filippo Turati,
orientata a proseguire il dialogo e la collaborazione parlamentare
con i governi giolittiani. Ma le manifestazioni contro la guerra
di Libia, nel 1911, segnarono l'apertura nel socialismo torinese
della lunga stagione dell' `intransigenza", che portò, nell'immediato,
al ribaltamento dei tradizionali rapporti di forza all'interno
della sezione, con la conquista della segreteria nell'ottobre
dello stesso anno da parte dei sostenitori della ripresa di una
combattiva politica di opposizione ai governi moderati.
Alla guida della sezione, e pochi mesi più tardi alla direzione
dell'organo di stampa settimanale "Il Grido del Popolo", fu chiamato
il ventiquattrenne Romita, che iniziò così un lungo periodo di
intensa attività politica - il che non gli impedì comunque di
laurearsi in Ingegneria nel 1913 - in cui, all'impegno per la
riorganizzazione del partito, associò un'assidua attività giornalistica,
dimostrando doti di acuto polemista.
La conquista della maggioranza da parte degli intransigenti al
congresso di Reggio Emilia nel 1912 e l'intensa stagione di lotta
avviata dal direttore dell "Avanti" Benito Mussolini contro le
istituzioni borghesi e nei confronti del "ministerialismo" dei
riformisti turatiani, ebbero profonde ripercussioni alla periferia
del partito e quindi anche a Torino. Romita, però, a differenza
di molti esponenti della sua generazione, fu diffidente rispetto
al linguaggio e alla demagogia mussoliniani e soprattutto non
ne condivise la volontà distruttrice delle istituzioni solidaristiche
della tradizione riformista (associazionismo, cooperative, sindacato).
Nel giugno 1914 fu eletto in consiglio comunale sia a Torino che
a Tortona, tribune da cui condusse un'intensa battaglia politica
contro l'interventismo e i guerrafondai. Fu tra i fondatori, nel
1916, del movimento semiclandestino "Soldo al soldato", che si
rese da subito protagonista di un'attiva propaganda antimilitarista
tra i giovani militari di leva. L'entrata in guerra dell'Italia
e la conseguente chiamata alle armi sguarnirono progressivamente
le file della sezione torinese e Romita, esonerato dal servizio
militare, rimase uno dei pochi dirigenti attivi. In questa delicata
fase nel dibattito interno al partito, semiclandestino per la
censura di guerra, prevalsero le tesi di un gruppo di ultra- intransigenti
(Pietro Rabezzana, Elvira Zocca, Giovanni Boero e Francesco Barberis).
Nella lacerante discussione riguardante la partecipazione degli
amministratori socialisti ai comitati municipali d'assistenza
alle vittime del conflitto, Romita si schierò insieme a Buozzi
e ad altri dirigenti riformisti e intransigenti a favore della
presenza socialista in questi organismi pensati per portare un
po' di sollievo ai ceti più duramente colpiti dal conflitto bellico.
Richiamato d'urgenza alla guida della sezione nel gennaio 1917,
a seguito dell'arresto del segretario Antonio Oberti, fu così
tra i maggiori protagonisti della sanguinosa "rivolta del pane"
dell'agosto 1917, che si concluse con l'arresto dell'intero gruppo
dirigente del partito e della Camera del lavoro. Romita trascorse
l'autunno e l'inverno del 1917 nelle carceri delle "Nuove", fino
al suo completo proscioglimento, giunto nell'aprile 1918.
Nei mesi di grande eccitazione tra le file socialiste che seguirono
la conclusione della grande guerra, Romita, che in questa fase
aderì alle posizioni massimaliste di Serrati, si mosse nella sezione
per limitare gli eccessi degli estremisti rivoluzionari, pur nella
convinzione che fossero urgenti e indifferibili radicali trasformazioni
in campo economico e istituzionale con l'avvio di una battaglia
per la repubblica. Nelle elezioni del 16 novembre 1919 il Psi
diventò il primo partito italiano ed a Torino superò addirittura
il 50% dei voti eleggendo ben 11 deputati. Romita, quarto nella
lista socialista, entrò in Parlamento forte di un lusinghiero
successo personale.
L'anno successivo sposò Maria Stella, anch'essa di origini tortonesi.
Dalla loro unione nasceranno i figli Gemma (1922) e Pier Luigi
(1924).
Dopo aver conseguito la laurea aveva affiancato all'impegno nella
vita politica cittadina, la libera professione, aprendo uno studio
d'ingegneria che divenne ben presto uno dei più importanti della
città e a cui si appoggiarono le strutture cooperative socialiste.
1 proventi di questa attività avrebbero poi contribuito a garantire
alla sua famiglia una relativa agiatezza, anche nei momenti più
difficili e pericolosi del suo impegno politico.
Nel partito, durante il cosidetto "biennio rosso" 1919-1920, si
raggiunse l'apice della spinta rivoluzionaria e Torino divenne
uno degli epicentri della lotta alle istituzioni borghesi, che
sfociò nel settembre 1920 nell'occupazione delle fabbriche. L'ingegner
Romita fu impegnato nella direzione operativa degli stabilimenti
nel non facile compito di garantire la continuazione della produzione
anche in quella situazione eccezionale.
La scissione di Livorno, nel gennaio 1921, determinò l'uscita
dal Psi della componente comunista, assai forte a Torino ed in
Piemonte. Romita, che nell'ottobre 1920 era stato il primo degli
eletti al consiglio comunale del capoluogo subalpino, scelse di
rimanere nel vecchio partito e nelle elezioni del maggio del 1921
fu riconfermato in Parlamento.
Dalle colonne del "Grido del Popolo" e del "Popolo Socialista",
quotidiano che uscì per un'ottantina di numeri nella primavera-estate
del 1922, Romita sviluppò una coerente e intensa critica alle
divisioni del movimento operaio, che, a suo giudizio, avevano
finito per favorire la reazione agrario-fascista. Al congresso
nazionale del Psi dell'ottobre 1922 che sancì l'espulsione dal
partito dei riformisti, Romita si schierò, con Arturo Vella, a
sostegno dell'azione di coloro che tentarono fino all'ultimo un'infruttuosa
mediazione per evitare una nuova e dolorosa scissione. Nominato
dal congresso insieme a Serrati, Maffi, Tonetti e Garruccio nella
delegazione del Psi al IV Congresso della Terza Internazionale
(5 novembre-5 dicembre 1922), Romita, solitario, difese fino in
fondo le ragioni dell'autonomia socialista contro la tesi della
riunificazione con i comunisti. Al ritorno in Italia, con Pietro
Nenni firmò la mozione del "Comitato nazionale di difesa socialista",
che prevalse nel congresso nazionale straordinario di Milano (15-17
aprile 1923) e bloccò sul nascere la progettata fusione, che peraltro
non era parimenti condivisa dalla maggioranza dei dirigenti del
Pcd'I ad eccezione della minoranza di Angelo Tasca e Antonio Graziadei.
Nelle elezioni della primavera del 1924, caratterizzate dalla
violenza squadrista, Romita, capolista del Psi in Piemonte, fu
nuovamente eletto in Parlamento insieme a Filippo Amedeo. La sua
ultima iniziativa' d'intesa con Nenni, prima dell'avvento della
dittatura fascista fu rivolta a favore dell'unità socialista,
per riportare nuovamente insieme massimalisti e riformisti.
La
lotta contro il regime fascista
Quando, dopo lo scioglimento dei partiti decretato dal governo
fascista il 5 novembre 1926, la direzione del Psi decise di abbandonare
l'Italia e andare in esilio a Parigi, Romita fu tra quei dirigenti
antifascisti che scelsero di rimanere, nella convinzione che non
si dovesse perdere il contatto con le masse, pur consapevoli dei
rischi cui si andava incontro. Ed, infatti, pochi giorni dopo,
il 16 novembre 1926, fu arrestato nella sua dimora di Mongreno,
sulla collina torinese, e successivamente condannato a cinque
anni di confino per attività contraria al regime.
Dopo un viaggio da incubo Romita raggiunge, il 13 dicembre dello
stesso anno, la sua prima destinazione confinaria: l'isola di
Pantelleria. Il timore di fughe per la vicinanza alla Tunisia,
indusse, però, poche settimane dopo, le autorità fasciste a trasferire
i confinati nella più sicura isola di Ustica, da cui era stato
fatto partire alla volta di Milano, proprio negli stessi giorni,
Antonio Gramsci. Nell'ottobre 1927 fu trasferito a Palermo, nel
famigerato carcere dell'Ucciardone, a causa di un procedimento
per l'accusa di aver costituito un'organizzazione clandestina
di assistenza dei confinati e di lotta al regime. Il I' agosto
1928 il castello accusatorio si rivelò però inconsistente e il
giudice istruttore lo prosciolse insieme agli altri trentanove
confinati, tra cui Amadeo Bordiga e Giuseppe Massarenti, ordinando
il suo trasferimento in un'altra storica isola confinaria, Ponza,
da cui poté partire, seppur in libertà condizionata, solamente
nel settembre dell'anno successivo.
La radiazione dall'albo degli ingegneri, conseguente alla sua
attività politica ostile al regime, rese però difficile il suo
reinserimento nella libera professione.
Nel 1930, tornato a Torino, riprese i contatti con i vecchi compagni
e con la direzione dei partito socialista in Francia e si rese
protagonista, insieme al fratello di Filippo Amedeo, Mario, e
ad un ristretto gruppo di ex-dirigenti del partito e del sindacato,
di uno dei primi tentativi di animare iniziative di riorganizzazione
in Italia delle file socialiste. Operazione che venne stroncata
sul nascere dalle autorità fasciste, per la presenza di un confidente
dell'Ovra.
Arrestato il 1' agosto 1931 Romita subì una nuova condanna al
confino, questa volta a Veroli, in provincia di Frosinone, dove
rimase, raggiunto dalla moglie e dai figli, fino al 20 giugno
1933. Dopo il suo ritorno alla libertà, egli rimase comunque un
sorvegliato speciale fino alla caduta del fascismo. Si stabilì
quindi a Roma, città in cui era meno conosciuto. Superando non
poche difficoltà e ostacoli burocratici riuscì anche a riprendere
un minimo di attività professionale, nonostante le periodiche
riconferme della sua radiazione dall'albo.
Nel 1940, anno di entrata in guerra dell'Italia a fianco della
Germania nazista, la casa romana di Romita divenne il luogo dei
primi incontri di un piccolo nucleo di socialisti composto da
Olindo Vernocchi, Oreste Lizzadri, Nicola Perrotti e dall'ex deputato
Emilio Canevari. Questo ristretto nucleo si assunse l'onere di
elaborare un documento politico per la ricostituzione del partito
socialista, che venne inviato, nel luglio del 1942, ad un centinaio
di esponenti politici e sindacali dei partiti socialisti pre-fascisti
e della Cgl, in rappresentanza di una quarantina di province.
Il testo venne approvato all'unanimità e portò alla nomina di
un esecutivo segreto. Romita, eletto segretario, ricevette il
mandato di riannodare le fila del partito nel Nord Italia, mentre
Lizzadri, suo vice, concentrò l'attività nelle regioni meridionali.
L'opera "diplomatica" di Romita si concretizzò, nell'agosto del
1943, con il convegno romano di ricostituzione del partito socialista,
che, fondendosi con il "Movimento di Unità Proletaria" di Lelio
Basso, movimento che aveva riscosso un largo consenso nel Nord
Italia, e 1`Unione Proletaria Italiana" di Roma, prese la denominazione
di Psiup (Partito socialista di unità proletaria). Nenni fu nominato
segretario, mentre Romita entrò nella direzione. Ma l'armistizio
e la conseguente fuga del re a Brindisi, l'8 settembre 1943, rigettarono
i partiti nuovamente nella clandestinità. Il giorno appresso fu
costituito il Comitato di liberazione nazionale, in cui il Psiup
fu rappresentato da Nenni e Romita, che svolse in quei drammatici
frangenti un'importante azione di "ricucitura" unitaria tra i
democristiani e i liberali da un lato ed i comunisti dall'altro.
La liberazione di Roma ad opera degli Alleati nel maggio del 1944
consentì una seppur timida ripresa della vita politica e nel mese
di luglio Romita, che faceva parte dell'esecutivo nazionale del
Psiup, fu nominato vice presidente della Camera dei deputati,
ruolo onorifico ma di rilevante significato politico. I socialisti,
che nell'autunno scelsero la strada dell'intransigenza sia sulla
questione istituzionale che sul ruolo del Chi dell'Alta Italia,
decisero di non partecipare, in disaccordo con i comunisti, al
secondo governo Bonomi.
La
battaglia per la repubblica
Il 2 maggio 1945, all'indomani della liberazione anche del Nord
del paese, Romita fu chiamato a Torino dai dirigenti piemontesi
del Psiup, che gli affidarono la direzione dell'edizione torinese
dell'"Avanti!". Dalle colonne del quotidiano si impegnò nel non
facile compito di tracciare le linee di un programma di governo
capace di garantire sia un'immediata ricostruzione economica e
produttiva dopo i disastri del conflitto bellico che uno sviluppo
industriale equilibrato, in cui i lavoratori fossero corresponsabili
delle decisioni fondamentali della vita delle imprese.
Il prestigio maturato negli anni difficili della lotta al fascismo
e le sue capacità professionali, furono alla base della scelta
del Psi di indicare Romita, nel giugno del 1945, come ministro
dei Lavori pubblici nel governo Parri, un posto chiave per garantire
la ripresa delle attività produttive e la lotta alla disoccupazione.
Entrato anche a far parte della Consulta nazionale (25 settembre
1945-10 maggio 1946), dedicò molte energie all'attività ministeriale,
ma la crisi dei governo Parri, a cui succedette il leader della
Dc Alcide De Gasperi, determinò il suo passaggio, nel dicembre
1945, al ministero dell'Interno.
Fu questo il ruolo istituzionale per il quale l'uomo politico
piemontese entrò nella memoria storica nazionale, legando indissolubilmente
il suo nome al referendum del 2 giugno 1946, che sancì, non senza
tensioni e drammatiche vicende personali, il passaggio istituzionale
dalla monarchia alla repubblica. Romita riuscì con grande maestria
e guidando una macchina burocratica ancora prevalentemente fedele
al re, ad operare affinché la campagna elettorale si svolgesse
in modo regolare, dopo aver indetto nel marzo 1946, con notevole
intuito politico, le elezioni amministrative nei grandi centri
del Nord, con un prevedibile successo dei partiti "repubblicani",
favorendo così la sconfitta dei Savoia.
In questa fase si era a lungo battuto contro la tentazione, ricorrente
in settori della sinistra e negli stessi Nenni e Togliatti, di
delegare la scelta istituzionale alla Costituente, nel fondato
timore che fattori esterni e non facilmente controllabili - quali
il ruolo della Chiesa e la disabitudine al confronto democratico
ed elettorale delle grandi masse potessero giocare a favore della
monarchia. La scelta tenacemente sostenuta da Romita di affidarsi
alla volontà popolare, non solo venne premiata dai risultati elettorali,
ma avrebbe consentito alla repubblica di non essere più messa
in discussione nei decenni successivi.
Nei giorni immediatamente successivi alla consultazione popolare,
il lungo spoglio delle schede e il rincorrersi di voci su un vantaggio
della monarchia, poi smentito dai dati ufficiali comunicati al
paese e al mondo intero nel tardo pomeriggio del 5 giugno, consentirono
agli ambienti monarchici che non intendevano arrendersi alla sconfitta,
di sostenere la tesi di un broglio perpetrato ai loro danni. Una
tesi questa che, seppur priva di una qualsivoglia prova storica
attendibile, venne riproposta ciclicamente su alcuni organi di
informazione, non tanto con l'obiettivo di mettere in dubbio la
correttezza del comportamento del ministro dell'Interno, quanto
per sminuire la portata ed il valore della scelta compiuta dalla
maggioranza degli italiani.
I socialisti uscirono fortemente premiati dalla parallela elezione
della Costituente e non senza sorpresa superarono a sinistra il
Pci, grazie soprattutto alla coerente battaglia repubblicana e
Romita, protagonista insieme a Nenni di questa condotta intransigente,
fu il primo degli eletti socialisti nella circoscrizione dei Piemonte
Sud (Cuneo-Alessandria-Asti).
Il prestigio acquisito nell'azione ministeriale e nella campagna
elettorale referendaria, lo portarono ad un passo dalla nomina
alla presidenza dell'Assemblea costituente, carica per la quale
invece il Psiup indicò il leader degli autonomisti Giuseppe Saragat.
Considerato raggiunto l'obiettivo principale con la vittoria repubblicana,
Romita lasciò il ministero dell'Interno per tornare, nel luglio
del 1946, nel secondo gabinetto De Gasperi, ai Lavori pubblici.
I lavori per la Costituente lo videro, perciò, protagonista soprattutto
nelle sue vesti istituzionali di interlocutore governativo dei
consultori, chiamato a rispondere ad interrogazioni ed interpellanze
sia su problemi nazionali che su questioni di carattere locale.
Nella fase della ricostruzione materiale del paese la politica
dei lavori pubblici si intrecciava, infatti, fortemente, con l'emergenza
occupazionale, sia come strumento per dare in breve tempo un lavoro
e quindi un reddito a milioni di famiglie, che come fattore nodale
per riavviare lo sviluppo, attraverso il ripristino e la nuova
creazione di adeguate infrastrutture.
Particolare attenzione fu dedicata, perciò, da Romita sia alla
riparazione dei danni bellici alle case private e alle strade
minori che all'avvio di interventi per la costruzione di nuovi
impianti per la produzione di energia elettrica e per il ripristino
della grande viabilità, che venne affidata alla rinata Azienda
nazionale autonoma della strada (Anas). Parallelamente vennero
indirizzati dal ministero fondi per la costruzione di nuovi tronchi
ferroviari e per opere idrauliche, marìttime e di navigazione
interna.
L'azione ministeriale di Romita si mosse, dunque, su due piani
paralleli: rispondere tempestivamente alle emergenze ancora presenti
in molte aree del paese ad un anno di distanza dalla conclusione
del conflitto bellico e al tempo stesso disegnare le linee di
una politica di infrastrutture coerente con il disegno di un'economia
pienamente inserita nella competizione europea. Una strategia
che, accanto alla più tradizionale attenzione ai problemi della
viabilità su strada, avviò iniziative originali come quelle delle
idrovie padane, che saranno colpevolmente abbandonate dai successivi
governi e che avrebbero, invece, potuto diventare un'interessante
alternativa al trasporto delle merci su gomma.
Coerentemente con l'impostazione economica del partito socialista,
Romita favorì la diffusione di cooperative di produzione e lavoro,
costituite prevalentemente da disoccupati e, come testimonia la
risposta ad un'interrogazione del costituente Carbonari del 10
dicembre 1946, trasmise ai Provveditorati alle opere pubbliche
e agli uffici del Genio civile precise disposizioni per affidare
opere urgenti del piano di ricostruzione, anche a trattativa privata,
"a cooperative di lavoratori, meritevoli di aiuto, specie se nella
fase iniziale della loro attività".
Meno sensibile apparve, invece, alle richieste di qualche democristiano
di dare precedenza assoluta alla ricostruzione delle chiese, disposizione
che era stata data dopo la guerra dall'allora ministero delle
Terre Liberate. Nella risposta ad interrogazione il ministro non
accolse la perorazione per una precedenza assoluta, pur comprendendo
le ragioni delle popolazioni soprattutto in considerazione dell'ingente
mole di interventi di riparazione urgenti in molteplici settori
vitali del paese. Tra questi Romita pose certamente il problema
dell'approvvigionamento di vaste zone del Mezzogiorno, da realizzarsi
con la costruzione di sbarramenti sui fiumi e di acquedotti, favorendo
la creazione di consorzi tra enti locali.
Nella definitiva discussione in aula della bozza preparata Commissione
dei 75, Romita, nella votazione sulla questione cattolica, in
piena coerenza con le giovanili battaglie anticlericali e con
la tradizione laica del socialismo italiano, votò insieme al gruppo
Psiup contro l'articolo 7, che acquisiva alla Carta costituzionale
il Concordato mussoliniano.
Insieme ad altri esponenti socialisti, tra cui Nenni e Basso,
non approvò neppure la scelta regionalista, per timore che le
forze della restaurazione potessero usare le regioni come una
sorta di grimaldello per far saltare l'unità nazionale. Una preoccupazione,
condivisa da larghi settori della sinistra che risentiva, forse
in modo eccessivo, delle tensioni separatiste manifestatesi in
Sicilia alla conclusione del conflitto bellico.
Fautore
dell'autonomia socialista
Parallelamente alle scelte istituzionali che si compivano alla
Costituente, le vicende politiche vedevano il compiersi, nel gennaio
del 1947, di una nuova frattura nel movimento socialista, la cosiddetta
"scissione di Palazzo Barberini", con l'uscita dal partito di
quasi la metà del gruppo socialista alla Costituente e la nascita
del Psli, Partito socialista dei lavoratori italiani. Una scissione
che colse Romita impreparato e attivo fino all'ultimo per scongiurare
quello che considerava al tempo stesso un errore tattico per la
battaglia autonomista contro le tentazioni fusioniste della sinistra
interna e una iattura per il movimento operaio.
La conseguente crisi ministeriale, causata dalle dimissioni dei
ministri e dei sottosegretari che avevano aderito al Psli, significò
per Romita un nuovo spostamento ministeriale dai Lavori pubblici
al Lavoro, dopo essere stato in predicato per assumere la carica
di vice-presidente del Consiglio. Una stagione di breve durata
(2 febbraio-31 maggio 1947), perché, esaurita la fase dei governi
tripartiti, per la sinistra si riaprirono le porte dell'opposizione.
Con l'abbandono del partito da parte di Saragat e compagni, nel
Psi, che era tornato alla storica sigla proprio in occasione della
scissione, Romita, richiamato a far parte della direzione nazionale,
si ritrovò ad essere il punto di riferimento di quei dirigenti
autonomisti che, pur essendo rimasti fedeli al vecchio partito,
continuavano ad essere critici rispetto ad una politica di totale
accondiscendenza nei confronti dei comunisti, con i quali erano
iniziati i contatti per un blocco elettorale unitario.
Al congresso nazionale di Roma (19-22 gennaio 1948), gli autonomisti
scelsero di evitare lo scontro frontale votando a favore del Fronte
popolare, ma sostennero una mozione per la presentazione di liste
separate che ottenne un lusinghiero 32,7% dei consensi dei delegati,
insufficiente però ad evitare la débácle dei socialisti nelle
liste unitarie nelle elezioni del 18 aprile 1948 (solamente 42
eletti sui 183 del Fronte, nel quadro di una pesantissima sconfitta
delle sinistre).
Ancor prima di conoscere gli esiti del voto, Romita, che non fu
candidato in quanto senatore di diritto, chiese alla maggioranza
una netta e chiara inversione di marcia nella politica socialista,
pur riconfermando una leale alleanza con il Pci. La bruciante
sconfitta elettorale costrinse Basso ad indire un congresso straordinario,
che si tenne a Genova dal 27 giugno al primo luglio 1948 e che
si concluse con la sconfitta della sinistra interna di Nenni,
Morandi e Basso (30%) e la vittoria dei "centristi" (Lombardi,
Pertini, Jacometti) con il 43%. Gli autonomisti, dal canto loro,
ottenero un insperato e consistente 27%, tenuto conto della scissione
saragattiana dell'anno precedente.
La
mancata alleanza tra il centro e la "destra" romitiana, in un
clima politico nazionale ed internazionale sempre più condizionato
dalle tensioni Est-Ovest, spinsero gli autonomisti a ricercare
un dialogo unitario sia con l'Unione dei Socialisti" (costituita
nella primavera del. 1948 per iniziativa tra gli altri di Ivan
Matteo Lombardo, Ignazio Silone e degli ex azionisti guidati da
Tristano Codignola e Piero Calamandrei), che con la sinistra del
Psli. Contatti che portarono, nell'ottobre 1948, all'elaborazione
di un documento per l'unificazione socialista.
L'obiettivo dell'unità socialista fu, però, fortemente avversato
sia dalla maggioranza del Psi, che sospese Romita per sei mesi
dal partito per la sua adesione al documento, che da quella del
Psli, timorosa di perdere i privilegi ottenuti con l'entrata al
governo.
Sul fronte interno al Psi la debolezza della segreteria di Alberto
Jacometti portò alla convocazione di un nuovo congresso nazionale
(Firenze, 11-15 maggio 1949) che segnò l'uscita dal partito socialista
della minoranza autonomista. 1 mesi successivi furono, così, interamente
dedicati da Romita alla ritessitura dei rapporti tra le diverse
anime del socialismo democratico, per raggiungere l'unità socialista
fuori da un partito socialista in cui non si riconosceva più;
obiettivo a cui lavorava alacremente anche il Comisco, l'organizzazione
che riuniva tutti i partiti e movimenti socialisti europei. Le
resistenze dell'ala moderata del Psli impedirono però, proprio
in dirittura d'arrivo, di giungere al traguardo dell'unità e,
nella migliore tradizione socialista, nacque a Firenze (4-8 dicembre
1949) un terzo partito, il Psu, Partito socialista unitario, che
riuniva le correnti di centro-sinistra del Psli, l'Uds e gli autonomisti
ex-Psi. In Parlamento il Psu poté contare sull'adesione di otto
senatori e tredici deputati. Nel nuovo partito, che ottenne il
riconoscimento del Comisco ai danni del Psli, Romita si mosse
da subito per evitare inutili e dannosi sogni "terzaforzisti"
nella sinistra interna di matrice azionista, avendo ben chiari
i limiti organizzativi del movimento e la difficoltà di reggere
a lungo il confronto con il Psi e Psli.
Nel secondo congresso nazionale del Psu (Torino, 27-29 gennaio
1951), la mozione romitiana favorevole a riprendere il dialogo
unitario con il Psli ottenne la maggioranza di strettissima misura
e, superando non pochi ostacoli politici ed organizzativi, il
I' maggio 1951 poté avvenire l'unificazione. Nacque così il "Partito
Socialista (Sezione Italiana dell'Internazionale Socialista)",
che passò all'opposizione del governo a guida democristiana, pur
accettando l'adesione, in chiave difensiva, dell'Italia al Patto
atlantico.
Al congresso di Bologna (3-6 gennaio 1952), il partito assunse
la denominazione di Partito socialista democratico italiano (Psdi)
e poche settimane dopo, al termine di un duro scontro interno,
Romita fu chiamato alla segreteria nazionale, alla guida di una
maggioranza espressione unicamente delle componenti provenienti
dal Psu La sua conduzione politica della segreteria spostò l'asse
della strategia del Psdi verso posizioni di ripresa di dialogo
con i socialisti, suscitando le ire della Dc e dell'ala moderata
del partito, che non ritenevano ancora maturi i tempi per un'apertura
a sinistra.
Nell'assise congressuale di Genova (4-7 ottobre 1952) Romita strinse
un'alleanza interna con Saragat sul tema della legge elettorale,
dichiarandosi favorevole all'introduzione del premio di maggioranza
per la coalizione che avesse superato il 50% dei voti, la cosiddetta
legge truffa". Nei mesi precedenti, invece, si era schierato,
in linea con le tradizionali posizioni socialiste, con i fautori
di una proporzionale corretta. La scelta della maggioranza ebbe
come conseguenza immediata la fuoriuscita dal partito della sinistra
di Codignola, Vittorelli, Calamandrei e finì per recidere gli
ancor saldi legami con la base operaia, facendo progressivamente
perdere al Psdi le sue radici sociali e popolari. Alcuni anni
dopo Romita riconoscerà l'errore compiuto, soprattutto per la
divisione che aveva determinato nella sinistra e per la collocazione
dei socialdemocratici a fianco dei moderati e dei conservatori
in una battaglia rivelatasi perdente.
Nella strategia di Romita, che nelle elezioni del 1953 fu eletto
alla Camera, con qualche fatica, nel collegio di Cuneo-Alessandria-Asti,
diveniva ora prioritario evitare uno scivolamento della compagine
governativa verso la destra monarchica e i settori più conservatori
della società italiana ed in questo quadro, d'intesa con Saragat,
si dichiarò favorevole ad un ritorno dei socialdemocratici al
governo, con la precisa funzione di garanti della sinistra democratica.
Questa posizione, maggioritaria nel Psdi, assunse per Romita un
significato particolare perché gli venne nuovamente affidato,
dopo sette anni, il ministero dei Lavori pubblici.
Nei tre anni di permanenza in questo incarico (febbraio 1954 maggio
1957), con la presidenza del Consiglio di Mario Scelba prima ed
in seguito nel governo guidato da Antonio Segni, riuscì ad esprimere
compiutamente la sua carica di positiva concretezza e di subalpina
caparbietà nel raggiungere gli obiettivi che si prefiggeva. Furono
anni di realizzazioni importanti (l'avvio del piano autostradale,
i piani per l'edificazione delle case popolari, la costruzione
di acquedotti, il rafforzamento del sistema portuale, ecc.) con
la creazione di una rete di infrastrutture che risulteranno de
terminanti per l'avvio del cosiddetto "miracolo italiano del quinquennio
1958-1963. Sul piano della politica estera non esitò a schierarsi
con lungimiranza, a differenza della maggioranza della sinistra
italiana, a sostegno della politica europeista che, con i trattati
della Ceca (Comunità europea del carbone e dell'acciaio) e della
Ced Comunità europea di difesa), gettava le basi per la Comunità
economica europea dei marzo 1957.
Dopo la sua uscita dal governo Romita, che nelle elezioni amministrative
del 1956 era stato eletto consigliere comunale a Torino e a Roma
con un significativo successo personale, cercò di sfruttare la
popolarità acquisita nell'attività ministeriale per alimentare
contatti personali e iniziative politiche in direzione dell'unità
socialista, soprattutto dopo le aperture verificatesi al congresso
di Venezia del Psi nel febbraio del 1957. Per favorire questa
prospettiva fu alleato di Saragat nel congresso di Milano dell'ottobre
1957, in cui fu eletto nel comitato centrale, con il preciso intento
di lavorare dall'interno della maggioranza per superare le resistenze
dei settori moderati del partito al progetto di riunificazione
con i socialisti.
Non poté, però, assistere alle realizzazioni e ai successi della
sua politica di infrastrutture e di lavori pubblici, né tanto
meno alla unificazione socialista, perché il 15 marzo 1958 venne
stroncato da un attacco cardiaco, che lo colpì nella sua dimora
romana.
Romita aveva attraversato in più di mezzo secolo di militanza
tutti i momenti cruciali e controversi del socialismo italiano,
ma, pur nelle inevitabili differenze legate alle diverse fasi
della sua vita, aveva creduto e lottato per l'affermazione di
un socialismo capace di non perdere mai di vista il legame con
le masse lavoratrici e al tempo stesso permeato di una cultura
realizzatrice, di quella che oggi potremmo definire una "cultura
di governo". La venatura massimalista degli anni giovanili, la
sua straordinaria capacità di arringare le folle, non avevano
mai preso il sopravvento sulla convinzione profonda che i socialisti
dovessero perseguire una politica di conquiste graduali e che
si dovesse operare per migliorare le condizioni di vita nell'immediato
e non già nel "paradiso" della rivoluzione. Nel suo pensiero l'aggettivo
socialista era poi indissolubilmente legato alla democrazia; la
prospettiva del superamento del sistema capitalistico attraverso
la lotta di classe non aveva mai coinciso, nella sua concezione,
con la rinuncia alla libertà, così come è avvenuto nelle esperienze
dei paesi comunisti.
FONTI
E BIBLIOGRAFIA
Per la documentazione archivistica, cfr. Archivio Centrale dello
Stato, Casellario politico centrale, ad nomen; sul suo operato
ministeriale, oltre alla documentazione rinvenibile presso l'Archivio
Centrale dello Stato relativamente ai vari ministeri, si vedano
le Carte Romita conservate presso l'Istituto di studi storici
Gaetano Salvemini di Torino.
Sono disponibili vari contributi biografici su Giuseppe Romita:
oltre alle voci curate da G. Sapelli, in Il movimento operaio
italiano. Dizionario biografico. 1853-1943, vol. III, Roma, Editori
Riuniti, 1978, pp. 375-80 e da M. Giovana, in Enciclopedia dell'antifascismo
e della Resistenza, vol. IV, Milano, La Pietra, 1987, pp. 249-50;
cfr. A. Sessi, Giuseppe Romita. Una vita per il socialismo, Roma,
Opere Nuove, 1963; R. Puletti, Giusep- pe Romita e la democrazia
socialista (1900-1945), Parma, Guanda, 1974; Id., Giuseppe Romita
nella vita politica italiana del dopoguerra, introdu- zione a
Taccuini politici (1947-1958), Milano, Mursia, 1980; F. Fomaro,
Giuseppe Romita. L'autonomia socialista e la battaglia per la
Repubblica, Milano, Franco Angeli, 1996; a quest'ultima opera
si rimanda anche per l'ampia bibliografia ivi pubblicata. Premesso
che alla figura di Romita fan- no riferimento le principali opere
storiografiche sul dopoguerra italiano e sul movimento socialista,
ci si limita qui a richiamame alcune in particolare: G. Sabbatucci
(diretta da), Storia del socialismo italiano, vol. III, IV, V,
Roma, li Poligono, 1980-81; Z. Ciuffoletti-M. Degl'lnnocenti-G.
Sabba- tucci, Storia del PSI, Roma-Bari, Laterza, 1992-93, vol.
1 e 111; Aa. Vv., Storia del Partito socialista, Venezia, Marsilio,
1979-80, 3 voll.; Aa. Vv., Socialismo e comunismo. 1892-1992,
"Il Ponte a. XLVIII, n. 5, maggio 1992. Sul periodo della militanza
torinese: A. Agosti-G.M. Bravo (diretta da), Storia del movimento
operaio, del socialismo e delle lotte sociali in Piemonte, vol.
Il e III, Bari, De Donato, 1979, 1980; P. Spriano, Torino operaia
nella grande guerra (1914-1918), Torino, Einaudi, 1960; Id., L'occupazione
dellefabbriche. Settembre 1920, Torino, Einaudi, 1964, Id., "L'Ordine
Nuovo Il e i consigli di fabbrica, Torino, Einaudi, 1971; Id.,
Storia di Torino operaia e socialista, Torino, Einaudi, 1972;
D. Zucaro, La rivolta di Torino del 1917 nella sentenza del Tribunale
militare terri- toriale, "Rivista storica del socialismo", a.
III, n. 10, 1960, pp. 437-69; G. Carcano, Cronaca di una rivol
ta. I moti torinesi del '17, Torino, Stampa- tori Nuova Società,
1977; Id, Il "Grido del Popolo", in Giornali e giorna- listi a
Torino, Torino, Centro Studi Carlo Trabucco, 1984. Sull'oppo-
sizione al fascismo e la rinascita del Psi: P. Nenni, La battaglia
socialista contro il fascismo. 1922-1944, Milano, Mursia, 1977;
A. Landuyt, Le si- nistre e l'Aventino, Milano, Franco Angeli,
1973; S. Neri Semeri, Il parti- to socialista nella Resistenza.
I documenti e la stampa clandestina (1943- 1945), Pisa, Nistri-Lischi,
1988; Id., Resistenza e democrazia dei partiti. I socialisti nell'Italia
del 1943-1945, Manduria-Bari-Rorna, Lacaita Editore, 473 1995;
P. Nenni, Vento del Nord, Torino, Einaudi, 1978;. Sul dopoguerra:
G. Saragat, Giuseppe Romita socialista e uomo di governo, Roma
1959; P. Nenni Tempo di guerra fredda. Diari. 1943-1956, Milano,
SugarCo, 198 l; A. Benzoni-V. Tedesco, Il movimento socialista
nel dopoguerra, Venezia, Marsilio, 1968; P. Amato, Il PSI tra
frontismo e autonomia (19481954), Cosenza, Lerici, 1980; G. Averardi,
I socialisti democratici, Milano, SugarCo, 1977; P. Morettí, I
due socialismi, Milano, Mursìa, 1975; F. Taddei, Il socialismo
italiano del dopoguerra: correnti ideologiche e scelte politiche
(1943-1947), Milano, Franco Angeli, 1984; T. Codignola, Scritti
politici (1943-1981), Firenze, La Nuova Italia, 1987, 2 voll.;
A. Roveri, Il socialismo tradito. La sinistra italiana negli anni
della guerra fredda, Firenze, La Nuova Italia, 1995. Sulla vicenda
dello spoglio dei risultati del referendum istituzionale ha recentemente
scritto P. Víttorelli, L'età della speranza. Testimonianze e ricordi
del Partito d'Azione, Firenze, La Nuova Italia, 1998.
(Federico Fornaro)