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Giuseppe Romita  
 

 

I costituenti della provincia di Alessandria

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Giuseppe Brusasca

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Gioachino Quarello

Giuseppe Raimondi

Giuseppe Romita

 

 

Il giovane socialista Giuseppe Romita nacque a Tortona il 7 gennaio 1887 da Guglielmo Romita e Maria Gianelli. Le condizioni di vita della famiglia Romita - il padre era contadino ed in seguito fu capomastro - con tre figli maschi e tre femmine, erano modeste. Compiuti i primi studi nella città d'origine, Romita conseguì il diploma di geometra ad Alessandria. In quegli anni maturò l'adesione alle idee socialiste, iscrivendosi, nel 1903, ad appena sedici anni, alla locale sezione del Partito socialista italiano.
Dopo aver brillantemente terminato gli studi secondari superiori, nell'autunno del 1907 si iscrisse al Politecnico di Torino, per frequentare il corso di ingegneria, ingannando il padre sulla durata degli studi e pagandosi il vitto e l'alloggio insegnando alla sera matematica in un istituto privato. Romita entrò ben presto in contatto con gli ambienti socialisti del capoluogo subalpino. Il Psi aveva allora nella Camera del lavoro e nell'Alleanza cooperativa torinese le sue principali organizzazioni popolari, insieme ad una ramificata struttura di circoli operai, ed aveva in Oddino Morgari e Quirino Nofri i suoi maggiori rappresentanti, eletti in Parlamento già nel 1897. L'esordio pubblico di Romita, nel gennaio del 1909, avvenne in un pubblico contraddittorio con uno studente cattolico sul tema "Socialismo e Cattolicesimo di fronte alla questione sociale.
Nel maggio dello stesso anno venne costituita la sezione torinese della Federazione italiana giovanile socialista, che era stata fondata nel 1903, e Romita entrò a far parte dell'esecutivo divenendo il corrispondente locale dell' `Avanguardia", il battagliero organo di stampa della Figs nazionale. Insieme ad Angelo Tasca e a Gino Castagno, fu uno dei fondatori del Fascio giovanile socialista "Centro" di Torino, che divenne ben presto il luogo d'incontro preferito di quei giovani studenti universitari, provenienti da molte regioni italiane, che si avvicinavano in quegli anni alle idee socialiste.
L'impegno primario dei giovani, di cui Angelo Tasca e Romita erano gli esponenti più rappresentativi, fu indirizzato verso la propaganda (anticlericalismo e antimilitarismo erano veri e propri cavalli di battaglia della Figs) e l'organizzazione del movimento. Al congresso nazionale della Federazione giovanile socialista (Firenze, 18-20 ottobre 1910), Romita, che dopo quell'assise entrò a far parte del consiglio nazionale, presentò un ordine del giorno fortemente ostile alla monarchia e favorevole all'instaurazione di una repubblica democratica.
Il partito torinese, invece, versava in una forte crisi organizzativa e di consensi (nel 1909 il numero degli iscritti era sceso a poco più di 600 unità), che coincideva con una crescente critica alla politica della direzione nazionale, ispirata da Filippo Turati, orientata a proseguire il dialogo e la collaborazione parlamentare con i governi giolittiani. Ma le manifestazioni contro la guerra di Libia, nel 1911, segnarono l'apertura nel socialismo torinese della lunga stagione dell' `intransigenza", che portò, nell'immediato, al ribaltamento dei tradizionali rapporti di forza all'interno della sezione, con la conquista della segreteria nell'ottobre dello stesso anno da parte dei sostenitori della ripresa di una combattiva politica di opposizione ai governi moderati.
Alla guida della sezione, e pochi mesi più tardi alla direzione dell'organo di stampa settimanale "Il Grido del Popolo", fu chiamato il ventiquattrenne Romita, che iniziò così un lungo periodo di intensa attività politica - il che non gli impedì comunque di laurearsi in Ingegneria nel 1913 - in cui, all'impegno per la riorganizzazione del partito, associò un'assidua attività giornalistica, dimostrando doti di acuto polemista.
La conquista della maggioranza da parte degli intransigenti al congresso di Reggio Emilia nel 1912 e l'intensa stagione di lotta avviata dal direttore dell "Avanti" Benito Mussolini contro le istituzioni borghesi e nei confronti del "ministerialismo" dei riformisti turatiani, ebbero profonde ripercussioni alla periferia del partito e quindi anche a Torino. Romita, però, a differenza di molti esponenti della sua generazione, fu diffidente rispetto al linguaggio e alla demagogia mussoliniani e soprattutto non ne condivise la volontà distruttrice delle istituzioni solidaristiche della tradizione riformista (associazionismo, cooperative, sindacato).
Nel giugno 1914 fu eletto in consiglio comunale sia a Torino che a Tortona, tribune da cui condusse un'intensa battaglia politica contro l'interventismo e i guerrafondai. Fu tra i fondatori, nel 1916, del movimento semiclandestino "Soldo al soldato", che si rese da subito protagonista di un'attiva propaganda antimilitarista tra i giovani militari di leva. L'entrata in guerra dell'Italia e la conseguente chiamata alle armi sguarnirono progressivamente le file della sezione torinese e Romita, esonerato dal servizio militare, rimase uno dei pochi dirigenti attivi. In questa delicata fase nel dibattito interno al partito, semiclandestino per la censura di guerra, prevalsero le tesi di un gruppo di ultra- intransigenti (Pietro Rabezzana, Elvira Zocca, Giovanni Boero e Francesco Barberis). Nella lacerante discussione riguardante la partecipazione degli amministratori socialisti ai comitati municipali d'assistenza alle vittime del conflitto, Romita si schierò insieme a Buozzi e ad altri dirigenti riformisti e intransigenti a favore della presenza socialista in questi organismi pensati per portare un po' di sollievo ai ceti più duramente colpiti dal conflitto bellico.
Richiamato d'urgenza alla guida della sezione nel gennaio 1917, a seguito dell'arresto del segretario Antonio Oberti, fu così tra i maggiori protagonisti della sanguinosa "rivolta del pane" dell'agosto 1917, che si concluse con l'arresto dell'intero gruppo dirigente del partito e della Camera del lavoro. Romita trascorse l'autunno e l'inverno del 1917 nelle carceri delle "Nuove", fino al suo completo proscioglimento, giunto nell'aprile 1918.
Nei mesi di grande eccitazione tra le file socialiste che seguirono la conclusione della grande guerra, Romita, che in questa fase aderì alle posizioni massimaliste di Serrati, si mosse nella sezione per limitare gli eccessi degli estremisti rivoluzionari, pur nella convinzione che fossero urgenti e indifferibili radicali trasformazioni in campo economico e istituzionale con l'avvio di una battaglia per la repubblica. Nelle elezioni del 16 novembre 1919 il Psi diventò il primo partito italiano ed a Torino superò addirittura il 50% dei voti eleggendo ben 11 deputati. Romita, quarto nella lista socialista, entrò in Parlamento forte di un lusinghiero successo personale.
L'anno successivo sposò Maria Stella, anch'essa di origini tortonesi. Dalla loro unione nasceranno i figli Gemma (1922) e Pier Luigi (1924).
Dopo aver conseguito la laurea aveva affiancato all'impegno nella vita politica cittadina, la libera professione, aprendo uno studio d'ingegneria che divenne ben presto uno dei più importanti della città e a cui si appoggiarono le strutture cooperative socialiste. 1 proventi di questa attività avrebbero poi contribuito a garantire alla sua famiglia una relativa agiatezza, anche nei momenti più difficili e pericolosi del suo impegno politico.
Nel partito, durante il cosidetto "biennio rosso" 1919-1920, si raggiunse l'apice della spinta rivoluzionaria e Torino divenne uno degli epicentri della lotta alle istituzioni borghesi, che sfociò nel settembre 1920 nell'occupazione delle fabbriche. L'ingegner Romita fu impegnato nella direzione operativa degli stabilimenti nel non facile compito di garantire la continuazione della produzione anche in quella situazione eccezionale.
La scissione di Livorno, nel gennaio 1921, determinò l'uscita dal Psi della componente comunista, assai forte a Torino ed in Piemonte. Romita, che nell'ottobre 1920 era stato il primo degli eletti al consiglio comunale del capoluogo subalpino, scelse di rimanere nel vecchio partito e nelle elezioni del maggio del 1921 fu riconfermato in Parlamento.
Dalle colonne del "Grido del Popolo" e del "Popolo Socialista", quotidiano che uscì per un'ottantina di numeri nella primavera-estate del 1922, Romita sviluppò una coerente e intensa critica alle divisioni del movimento operaio, che, a suo giudizio, avevano finito per favorire la reazione agrario-fascista. Al congresso nazionale del Psi dell'ottobre 1922 che sancì l'espulsione dal partito dei riformisti, Romita si schierò, con Arturo Vella, a sostegno dell'azione di coloro che tentarono fino all'ultimo un'infruttuosa mediazione per evitare una nuova e dolorosa scissione. Nominato dal congresso insieme a Serrati, Maffi, Tonetti e Garruccio nella delegazione del Psi al IV Congresso della Terza Internazionale (5 novembre-5 dicembre 1922), Romita, solitario, difese fino in fondo le ragioni dell'autonomia socialista contro la tesi della riunificazione con i comunisti. Al ritorno in Italia, con Pietro Nenni firmò la mozione del "Comitato nazionale di difesa socialista", che prevalse nel congresso nazionale straordinario di Milano (15-17 aprile 1923) e bloccò sul nascere la progettata fusione, che peraltro non era parimenti condivisa dalla maggioranza dei dirigenti del Pcd'I ad eccezione della minoranza di Angelo Tasca e Antonio Graziadei.
Nelle elezioni della primavera del 1924, caratterizzate dalla violenza squadrista, Romita, capolista del Psi in Piemonte, fu nuovamente eletto in Parlamento insieme a Filippo Amedeo. La sua ultima iniziativa' d'intesa con Nenni, prima dell'avvento della dittatura fascista fu rivolta a favore dell'unità socialista, per riportare nuovamente insieme massimalisti e riformisti.

La lotta contro il regime fascista
Quando, dopo lo scioglimento dei partiti decretato dal governo fascista il 5 novembre 1926, la direzione del Psi decise di abbandonare l'Italia e andare in esilio a Parigi, Romita fu tra quei dirigenti antifascisti che scelsero di rimanere, nella convinzione che non si dovesse perdere il contatto con le masse, pur consapevoli dei rischi cui si andava incontro. Ed, infatti, pochi giorni dopo, il 16 novembre 1926, fu arrestato nella sua dimora di Mongreno, sulla collina torinese, e successivamente condannato a cinque anni di confino per attività contraria al regime.
Dopo un viaggio da incubo Romita raggiunge, il 13 dicembre dello stesso anno, la sua prima destinazione confinaria: l'isola di Pantelleria. Il timore di fughe per la vicinanza alla Tunisia, indusse, però, poche settimane dopo, le autorità fasciste a trasferire i confinati nella più sicura isola di Ustica, da cui era stato fatto partire alla volta di Milano, proprio negli stessi giorni, Antonio Gramsci. Nell'ottobre 1927 fu trasferito a Palermo, nel famigerato carcere dell'Ucciardone, a causa di un procedimento per l'accusa di aver costituito un'organizzazione clandestina di assistenza dei confinati e di lotta al regime. Il I' agosto 1928 il castello accusatorio si rivelò però inconsistente e il giudice istruttore lo prosciolse insieme agli altri trentanove confinati, tra cui Amadeo Bordiga e Giuseppe Massarenti, ordinando il suo trasferimento in un'altra storica isola confinaria, Ponza, da cui poté partire, seppur in libertà condizionata, solamente nel settembre dell'anno successivo.
La radiazione dall'albo degli ingegneri, conseguente alla sua attività politica ostile al regime, rese però difficile il suo reinserimento nella libera professione.
Nel 1930, tornato a Torino, riprese i contatti con i vecchi compagni e con la direzione dei partito socialista in Francia e si rese protagonista, insieme al fratello di Filippo Amedeo, Mario, e ad un ristretto gruppo di ex-dirigenti del partito e del sindacato, di uno dei primi tentativi di animare iniziative di riorganizzazione in Italia delle file socialiste. Operazione che venne stroncata sul nascere dalle autorità fasciste, per la presenza di un confidente dell'Ovra.
Arrestato il 1' agosto 1931 Romita subì una nuova condanna al confino, questa volta a Veroli, in provincia di Frosinone, dove rimase, raggiunto dalla moglie e dai figli, fino al 20 giugno 1933. Dopo il suo ritorno alla libertà, egli rimase comunque un sorvegliato speciale fino alla caduta del fascismo. Si stabilì quindi a Roma, città in cui era meno conosciuto. Superando non poche difficoltà e ostacoli burocratici riuscì anche a riprendere un minimo di attività professionale, nonostante le periodiche riconferme della sua radiazione dall'albo.
Nel 1940, anno di entrata in guerra dell'Italia a fianco della Germania nazista, la casa romana di Romita divenne il luogo dei primi incontri di un piccolo nucleo di socialisti composto da Olindo Vernocchi, Oreste Lizzadri, Nicola Perrotti e dall'ex deputato Emilio Canevari. Questo ristretto nucleo si assunse l'onere di elaborare un documento politico per la ricostituzione del partito socialista, che venne inviato, nel luglio del 1942, ad un centinaio di esponenti politici e sindacali dei partiti socialisti pre-fascisti e della Cgl, in rappresentanza di una quarantina di province. Il testo venne approvato all'unanimità e portò alla nomina di un esecutivo segreto. Romita, eletto segretario, ricevette il mandato di riannodare le fila del partito nel Nord Italia, mentre Lizzadri, suo vice, concentrò l'attività nelle regioni meridionali. L'opera "diplomatica" di Romita si concretizzò, nell'agosto del 1943, con il convegno romano di ricostituzione del partito socialista, che, fondendosi con il "Movimento di Unità Proletaria" di Lelio Basso, movimento che aveva riscosso un largo consenso nel Nord Italia, e 1`Unione Proletaria Italiana" di Roma, prese la denominazione di Psiup (Partito socialista di unità proletaria). Nenni fu nominato segretario, mentre Romita entrò nella direzione. Ma l'armistizio e la conseguente fuga del re a Brindisi, l'8 settembre 1943, rigettarono i partiti nuovamente nella clandestinità. Il giorno appresso fu costituito il Comitato di liberazione nazionale, in cui il Psiup fu rappresentato da Nenni e Romita, che svolse in quei drammatici frangenti un'importante azione di "ricucitura" unitaria tra i democristiani e i liberali da un lato ed i comunisti dall'altro.
La liberazione di Roma ad opera degli Alleati nel maggio del 1944 consentì una seppur timida ripresa della vita politica e nel mese di luglio Romita, che faceva parte dell'esecutivo nazionale del Psiup, fu nominato vice presidente della Camera dei deputati, ruolo onorifico ma di rilevante significato politico. I socialisti, che nell'autunno scelsero la strada dell'intransigenza sia sulla questione istituzionale che sul ruolo del Chi dell'Alta Italia, decisero di non partecipare, in disaccordo con i comunisti, al secondo governo Bonomi.

La battaglia per la repubblica
Il 2 maggio 1945, all'indomani della liberazione anche del Nord del paese, Romita fu chiamato a Torino dai dirigenti piemontesi del Psiup, che gli affidarono la direzione dell'edizione torinese dell'"Avanti!". Dalle colonne del quotidiano si impegnò nel non facile compito di tracciare le linee di un programma di governo capace di garantire sia un'immediata ricostruzione economica e produttiva dopo i disastri del conflitto bellico che uno sviluppo industriale equilibrato, in cui i lavoratori fossero corresponsabili delle decisioni fondamentali della vita delle imprese.
Il prestigio maturato negli anni difficili della lotta al fascismo e le sue capacità professionali, furono alla base della scelta del Psi di indicare Romita, nel giugno del 1945, come ministro dei Lavori pubblici nel governo Parri, un posto chiave per garantire la ripresa delle attività produttive e la lotta alla disoccupazione. Entrato anche a far parte della Consulta nazionale (25 settembre 1945-10 maggio 1946), dedicò molte energie all'attività ministeriale, ma la crisi dei governo Parri, a cui succedette il leader della Dc Alcide De Gasperi, determinò il suo passaggio, nel dicembre 1945, al ministero dell'Interno.
Fu questo il ruolo istituzionale per il quale l'uomo politico piemontese entrò nella memoria storica nazionale, legando indissolubilmente il suo nome al referendum del 2 giugno 1946, che sancì, non senza tensioni e drammatiche vicende personali, il passaggio istituzionale dalla monarchia alla repubblica. Romita riuscì con grande maestria e guidando una macchina burocratica ancora prevalentemente fedele al re, ad operare affinché la campagna elettorale si svolgesse in modo regolare, dopo aver indetto nel marzo 1946, con notevole intuito politico, le elezioni amministrative nei grandi centri del Nord, con un prevedibile successo dei partiti "repubblicani", favorendo così la sconfitta dei Savoia.
In questa fase si era a lungo battuto contro la tentazione, ricorrente in settori della sinistra e negli stessi Nenni e Togliatti, di delegare la scelta istituzionale alla Costituente, nel fondato timore che fattori esterni e non facilmente controllabili - quali il ruolo della Chiesa e la disabitudine al confronto democratico ed elettorale delle grandi masse potessero giocare a favore della monarchia. La scelta tenacemente sostenuta da Romita di affidarsi alla volontà popolare, non solo venne premiata dai risultati elettorali, ma avrebbe consentito alla repubblica di non essere più messa in discussione nei decenni successivi.
Nei giorni immediatamente successivi alla consultazione popolare, il lungo spoglio delle schede e il rincorrersi di voci su un vantaggio della monarchia, poi smentito dai dati ufficiali comunicati al paese e al mondo intero nel tardo pomeriggio del 5 giugno, consentirono agli ambienti monarchici che non intendevano arrendersi alla sconfitta, di sostenere la tesi di un broglio perpetrato ai loro danni. Una tesi questa che, seppur priva di una qualsivoglia prova storica attendibile, venne riproposta ciclicamente su alcuni organi di informazione, non tanto con l'obiettivo di mettere in dubbio la correttezza del comportamento del ministro dell'Interno, quanto per sminuire la portata ed il valore della scelta compiuta dalla maggioranza degli italiani.
I socialisti uscirono fortemente premiati dalla parallela elezione della Costituente e non senza sorpresa superarono a sinistra il Pci, grazie soprattutto alla coerente battaglia repubblicana e Romita, protagonista insieme a Nenni di questa condotta intransigente, fu il primo degli eletti socialisti nella circoscrizione dei Piemonte Sud (Cuneo-Alessandria-Asti).
Il prestigio acquisito nell'azione ministeriale e nella campagna elettorale referendaria, lo portarono ad un passo dalla nomina alla presidenza dell'Assemblea costituente, carica per la quale invece il Psiup indicò il leader degli autonomisti Giuseppe Saragat. Considerato raggiunto l'obiettivo principale con la vittoria repubblicana, Romita lasciò il ministero dell'Interno per tornare, nel luglio del 1946, nel secondo gabinetto De Gasperi, ai Lavori pubblici.
I lavori per la Costituente lo videro, perciò, protagonista soprattutto nelle sue vesti istituzionali di interlocutore governativo dei consultori, chiamato a rispondere ad interrogazioni ed interpellanze sia su problemi nazionali che su questioni di carattere locale.
Nella fase della ricostruzione materiale del paese la politica dei lavori pubblici si intrecciava, infatti, fortemente, con l'emergenza occupazionale, sia come strumento per dare in breve tempo un lavoro e quindi un reddito a milioni di famiglie, che come fattore nodale per riavviare lo sviluppo, attraverso il ripristino e la nuova creazione di adeguate infrastrutture.
Particolare attenzione fu dedicata, perciò, da Romita sia alla riparazione dei danni bellici alle case private e alle strade minori che all'avvio di interventi per la costruzione di nuovi impianti per la produzione di energia elettrica e per il ripristino della grande viabilità, che venne affidata alla rinata Azienda nazionale autonoma della strada (Anas). Parallelamente vennero indirizzati dal ministero fondi per la costruzione di nuovi tronchi ferroviari e per opere idrauliche, marìttime e di navigazione interna.
L'azione ministeriale di Romita si mosse, dunque, su due piani paralleli: rispondere tempestivamente alle emergenze ancora presenti in molte aree del paese ad un anno di distanza dalla conclusione del conflitto bellico e al tempo stesso disegnare le linee di una politica di infrastrutture coerente con il disegno di un'economia pienamente inserita nella competizione europea. Una strategia che, accanto alla più tradizionale attenzione ai problemi della viabilità su strada, avviò iniziative originali come quelle delle idrovie padane, che saranno colpevolmente abbandonate dai successivi governi e che avrebbero, invece, potuto diventare un'interessante alternativa al trasporto delle merci su gomma.
Coerentemente con l'impostazione economica del partito socialista, Romita favorì la diffusione di cooperative di produzione e lavoro, costituite prevalentemente da disoccupati e, come testimonia la risposta ad un'interrogazione del costituente Carbonari del 10 dicembre 1946, trasmise ai Provveditorati alle opere pubbliche e agli uffici del Genio civile precise disposizioni per affidare opere urgenti del piano di ricostruzione, anche a trattativa privata, "a cooperative di lavoratori, meritevoli di aiuto, specie se nella fase iniziale della loro attività".
Meno sensibile apparve, invece, alle richieste di qualche democristiano di dare precedenza assoluta alla ricostruzione delle chiese, disposizione che era stata data dopo la guerra dall'allora ministero delle Terre Liberate. Nella risposta ad interrogazione il ministro non accolse la perorazione per una precedenza assoluta, pur comprendendo le ragioni delle popolazioni soprattutto in considerazione dell'ingente mole di interventi di riparazione urgenti in molteplici settori vitali del paese. Tra questi Romita pose certamente il problema dell'approvvigionamento di vaste zone del Mezzogiorno, da realizzarsi con la costruzione di sbarramenti sui fiumi e di acquedotti, favorendo la creazione di consorzi tra enti locali.
Nella definitiva discussione in aula della bozza preparata Commissione dei 75, Romita, nella votazione sulla questione cattolica, in piena coerenza con le giovanili battaglie anticlericali e con la tradizione laica del socialismo italiano, votò insieme al gruppo Psiup contro l'articolo 7, che acquisiva alla Carta costituzionale il Concordato mussoliniano.
Insieme ad altri esponenti socialisti, tra cui Nenni e Basso, non approvò neppure la scelta regionalista, per timore che le forze della restaurazione potessero usare le regioni come una sorta di grimaldello per far saltare l'unità nazionale. Una preoccupazione, condivisa da larghi settori della sinistra che risentiva, forse in modo eccessivo, delle tensioni separatiste manifestatesi in Sicilia alla conclusione del conflitto bellico.

Fautore dell'autonomia socialista
Parallelamente alle scelte istituzionali che si compivano alla Costituente, le vicende politiche vedevano il compiersi, nel gennaio del 1947, di una nuova frattura nel movimento socialista, la cosiddetta "scissione di Palazzo Barberini", con l'uscita dal partito di quasi la metà del gruppo socialista alla Costituente e la nascita del Psli, Partito socialista dei lavoratori italiani. Una scissione che colse Romita impreparato e attivo fino all'ultimo per scongiurare quello che considerava al tempo stesso un errore tattico per la battaglia autonomista contro le tentazioni fusioniste della sinistra interna e una iattura per il movimento operaio.
La conseguente crisi ministeriale, causata dalle dimissioni dei ministri e dei sottosegretari che avevano aderito al Psli, significò per Romita un nuovo spostamento ministeriale dai Lavori pubblici al Lavoro, dopo essere stato in predicato per assumere la carica di vice-presidente del Consiglio. Una stagione di breve durata (2 febbraio-31 maggio 1947), perché, esaurita la fase dei governi tripartiti, per la sinistra si riaprirono le porte dell'opposizione.
Con l'abbandono del partito da parte di Saragat e compagni, nel Psi, che era tornato alla storica sigla proprio in occasione della scissione, Romita, richiamato a far parte della direzione nazionale, si ritrovò ad essere il punto di riferimento di quei dirigenti autonomisti che, pur essendo rimasti fedeli al vecchio partito, continuavano ad essere critici rispetto ad una politica di totale accondiscendenza nei confronti dei comunisti, con i quali erano iniziati i contatti per un blocco elettorale unitario.
Al congresso nazionale di Roma (19-22 gennaio 1948), gli autonomisti scelsero di evitare lo scontro frontale votando a favore del Fronte popolare, ma sostennero una mozione per la presentazione di liste separate che ottenne un lusinghiero 32,7% dei consensi dei delegati, insufficiente però ad evitare la débácle dei socialisti nelle liste unitarie nelle elezioni del 18 aprile 1948 (solamente 42 eletti sui 183 del Fronte, nel quadro di una pesantissima sconfitta delle sinistre).
Ancor prima di conoscere gli esiti del voto, Romita, che non fu candidato in quanto senatore di diritto, chiese alla maggioranza una netta e chiara inversione di marcia nella politica socialista, pur riconfermando una leale alleanza con il Pci. La bruciante sconfitta elettorale costrinse Basso ad indire un congresso straordinario, che si tenne a Genova dal 27 giugno al primo luglio 1948 e che si concluse con la sconfitta della sinistra interna di Nenni, Morandi e Basso (30%) e la vittoria dei "centristi" (Lombardi, Pertini, Jacometti) con il 43%. Gli autonomisti, dal canto loro, ottenero un insperato e consistente 27%, tenuto conto della scissione saragattiana dell'anno precedente.
La mancata alleanza tra il centro e la "destra" romitiana, in un clima politico nazionale ed internazionale sempre più condizionato dalle tensioni Est-Ovest, spinsero gli autonomisti a ricercare un dialogo unitario sia con l'Unione dei Socialisti" (costituita nella primavera del. 1948 per iniziativa tra gli altri di Ivan Matteo Lombardo, Ignazio Silone e degli ex azionisti guidati da Tristano Codignola e Piero Calamandrei), che con la sinistra del Psli. Contatti che portarono, nell'ottobre 1948, all'elaborazione di un documento per l'unificazione socialista.
L'obiettivo dell'unità socialista fu, però, fortemente avversato sia dalla maggioranza del Psi, che sospese Romita per sei mesi dal partito per la sua adesione al documento, che da quella del Psli, timorosa di perdere i privilegi ottenuti con l'entrata al governo.
Sul fronte interno al Psi la debolezza della segreteria di Alberto Jacometti portò alla convocazione di un nuovo congresso nazionale (Firenze, 11-15 maggio 1949) che segnò l'uscita dal partito socialista della minoranza autonomista. 1 mesi successivi furono, così, interamente dedicati da Romita alla ritessitura dei rapporti tra le diverse anime del socialismo democratico, per raggiungere l'unità socialista fuori da un partito socialista in cui non si riconosceva più; obiettivo a cui lavorava alacremente anche il Comisco, l'organizzazione che riuniva tutti i partiti e movimenti socialisti europei. Le resistenze dell'ala moderata del Psli impedirono però, proprio in dirittura d'arrivo, di giungere al traguardo dell'unità e, nella migliore tradizione socialista, nacque a Firenze (4-8 dicembre 1949) un terzo partito, il Psu, Partito socialista unitario, che riuniva le correnti di centro-sinistra del Psli, l'Uds e gli autonomisti ex-Psi. In Parlamento il Psu poté contare sull'adesione di otto senatori e tredici deputati. Nel nuovo partito, che ottenne il riconoscimento del Comisco ai danni del Psli, Romita si mosse da subito per evitare inutili e dannosi sogni "terzaforzisti" nella sinistra interna di matrice azionista, avendo ben chiari i limiti organizzativi del movimento e la difficoltà di reggere a lungo il confronto con il Psi e Psli.
Nel secondo congresso nazionale del Psu (Torino, 27-29 gennaio 1951), la mozione romitiana favorevole a riprendere il dialogo unitario con il Psli ottenne la maggioranza di strettissima misura e, superando non pochi ostacoli politici ed organizzativi, il I' maggio 1951 poté avvenire l'unificazione. Nacque così il "Partito Socialista (Sezione Italiana dell'Internazionale Socialista)", che passò all'opposizione del governo a guida democristiana, pur accettando l'adesione, in chiave difensiva, dell'Italia al Patto atlantico.
Al congresso di Bologna (3-6 gennaio 1952), il partito assunse la denominazione di Partito socialista democratico italiano (Psdi) e poche settimane dopo, al termine di un duro scontro interno, Romita fu chiamato alla segreteria nazionale, alla guida di una maggioranza espressione unicamente delle componenti provenienti dal Psu La sua conduzione politica della segreteria spostò l'asse della strategia del Psdi verso posizioni di ripresa di dialogo con i socialisti, suscitando le ire della Dc e dell'ala moderata del partito, che non ritenevano ancora maturi i tempi per un'apertura a sinistra.
Nell'assise congressuale di Genova (4-7 ottobre 1952) Romita strinse un'alleanza interna con Saragat sul tema della legge elettorale, dichiarandosi favorevole all'introduzione del premio di maggioranza per la coalizione che avesse superato il 50% dei voti, la cosiddetta legge truffa". Nei mesi precedenti, invece, si era schierato, in linea con le tradizionali posizioni socialiste, con i fautori di una proporzionale corretta. La scelta della maggioranza ebbe come conseguenza immediata la fuoriuscita dal partito della sinistra di Codignola, Vittorelli, Calamandrei e finì per recidere gli ancor saldi legami con la base operaia, facendo progressivamente perdere al Psdi le sue radici sociali e popolari. Alcuni anni dopo Romita riconoscerà l'errore compiuto, soprattutto per la divisione che aveva determinato nella sinistra e per la collocazione dei socialdemocratici a fianco dei moderati e dei conservatori in una battaglia rivelatasi perdente.
Nella strategia di Romita, che nelle elezioni del 1953 fu eletto alla Camera, con qualche fatica, nel collegio di Cuneo-Alessandria-Asti, diveniva ora prioritario evitare uno scivolamento della compagine governativa verso la destra monarchica e i settori più conservatori della società italiana ed in questo quadro, d'intesa con Saragat, si dichiarò favorevole ad un ritorno dei socialdemocratici al governo, con la precisa funzione di garanti della sinistra democratica. Questa posizione, maggioritaria nel Psdi, assunse per Romita un significato particolare perché gli venne nuovamente affidato, dopo sette anni, il ministero dei Lavori pubblici.
Nei tre anni di permanenza in questo incarico (febbraio 1954 maggio 1957), con la presidenza del Consiglio di Mario Scelba prima ed in seguito nel governo guidato da Antonio Segni, riuscì ad esprimere compiutamente la sua carica di positiva concretezza e di subalpina caparbietà nel raggiungere gli obiettivi che si prefiggeva. Furono anni di realizzazioni importanti (l'avvio del piano autostradale, i piani per l'edificazione delle case popolari, la costruzione di acquedotti, il rafforzamento del sistema portuale, ecc.) con la creazione di una rete di infrastrutture che risulteranno de terminanti per l'avvio del cosiddetto "miracolo italiano del quinquennio 1958-1963. Sul piano della politica estera non esitò a schierarsi con lungimiranza, a differenza della maggioranza della sinistra italiana, a sostegno della politica europeista che, con i trattati della Ceca (Comunità europea del carbone e dell'acciaio) e della Ced Comunità europea di difesa), gettava le basi per la Comunità economica europea dei marzo 1957.
Dopo la sua uscita dal governo Romita, che nelle elezioni amministrative del 1956 era stato eletto consigliere comunale a Torino e a Roma con un significativo successo personale, cercò di sfruttare la popolarità acquisita nell'attività ministeriale per alimentare contatti personali e iniziative politiche in direzione dell'unità socialista, soprattutto dopo le aperture verificatesi al congresso di Venezia del Psi nel febbraio del 1957. Per favorire questa prospettiva fu alleato di Saragat nel congresso di Milano dell'ottobre 1957, in cui fu eletto nel comitato centrale, con il preciso intento di lavorare dall'interno della maggioranza per superare le resistenze dei settori moderati del partito al progetto di riunificazione con i socialisti.
Non poté, però, assistere alle realizzazioni e ai successi della sua politica di infrastrutture e di lavori pubblici, né tanto meno alla unificazione socialista, perché il 15 marzo 1958 venne stroncato da un attacco cardiaco, che lo colpì nella sua dimora romana.
Romita aveva attraversato in più di mezzo secolo di militanza tutti i momenti cruciali e controversi del socialismo italiano, ma, pur nelle inevitabili differenze legate alle diverse fasi della sua vita, aveva creduto e lottato per l'affermazione di un socialismo capace di non perdere mai di vista il legame con le masse lavoratrici e al tempo stesso permeato di una cultura realizzatrice, di quella che oggi potremmo definire una "cultura di governo". La venatura massimalista degli anni giovanili, la sua straordinaria capacità di arringare le folle, non avevano mai preso il sopravvento sulla convinzione profonda che i socialisti dovessero perseguire una politica di conquiste graduali e che si dovesse operare per migliorare le condizioni di vita nell'immediato e non già nel "paradiso" della rivoluzione. Nel suo pensiero l'aggettivo socialista era poi indissolubilmente legato alla democrazia; la prospettiva del superamento del sistema capitalistico attraverso la lotta di classe non aveva mai coinciso, nella sua concezione, con la rinuncia alla libertà, così come è avvenuto nelle esperienze dei paesi comunisti.

FONTI E BIBLIOGRAFIA
Per la documentazione archivistica, cfr. Archivio Centrale dello Stato, Casellario politico centrale, ad nomen; sul suo operato ministeriale, oltre alla documentazione rinvenibile presso l'Archivio Centrale dello Stato relativamente ai vari ministeri, si vedano le Carte Romita conservate presso l'Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino.
Sono disponibili vari contributi biografici su Giuseppe Romita: oltre alle voci curate da G. Sapelli, in Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico. 1853-1943, vol. III, Roma, Editori Riuniti, 1978, pp. 375-80 e da M. Giovana, in Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza, vol. IV, Milano, La Pietra, 1987, pp. 249-50; cfr. A. Sessi, Giuseppe Romita. Una vita per il socialismo, Roma, Opere Nuove, 1963; R. Puletti, Giusep- pe Romita e la democrazia socialista (1900-1945), Parma, Guanda, 1974; Id., Giuseppe Romita nella vita politica italiana del dopoguerra, introdu- zione a Taccuini politici (1947-1958), Milano, Mursia, 1980; F. Fomaro, Giuseppe Romita. L'autonomia socialista e la battaglia per la Repubblica, Milano, Franco Angeli, 1996; a quest'ultima opera si rimanda anche per l'ampia bibliografia ivi pubblicata. Premesso che alla figura di Romita fan- no riferimento le principali opere storiografiche sul dopoguerra italiano e sul movimento socialista, ci si limita qui a richiamame alcune in particolare: G. Sabbatucci (diretta da), Storia del socialismo italiano, vol. III, IV, V, Roma, li Poligono, 1980-81; Z. Ciuffoletti-M. Degl'lnnocenti-G. Sabba- tucci, Storia del PSI, Roma-Bari, Laterza, 1992-93, vol. 1 e 111; Aa. Vv., Storia del Partito socialista, Venezia, Marsilio, 1979-80, 3 voll.; Aa. Vv., Socialismo e comunismo. 1892-1992, "Il Ponte a. XLVIII, n. 5, maggio 1992. Sul periodo della militanza torinese: A. Agosti-G.M. Bravo (diretta da), Storia del movimento operaio, del socialismo e delle lotte sociali in Piemonte, vol. Il e III, Bari, De Donato, 1979, 1980; P. Spriano, Torino operaia nella grande guerra (1914-1918), Torino, Einaudi, 1960; Id., L'occupazione dellefabbriche. Settembre 1920, Torino, Einaudi, 1964, Id., "L'Ordine Nuovo Il e i consigli di fabbrica, Torino, Einaudi, 1971; Id., Storia di Torino operaia e socialista, Torino, Einaudi, 1972; D. Zucaro, La rivolta di Torino del 1917 nella sentenza del Tribunale militare terri- toriale, "Rivista storica del socialismo", a. III, n. 10, 1960, pp. 437-69; G. Carcano, Cronaca di una rivol ta. I moti torinesi del '17, Torino, Stampa- tori Nuova Società, 1977; Id, Il "Grido del Popolo", in Giornali e giorna- listi a Torino, Torino, Centro Studi Carlo Trabucco, 1984. Sull'oppo- sizione al fascismo e la rinascita del Psi: P. Nenni, La battaglia socialista contro il fascismo. 1922-1944, Milano, Mursia, 1977; A. Landuyt, Le si- nistre e l'Aventino, Milano, Franco Angeli, 1973; S. Neri Semeri, Il parti- to socialista nella Resistenza. I documenti e la stampa clandestina (1943- 1945), Pisa, Nistri-Lischi, 1988; Id., Resistenza e democrazia dei partiti. I socialisti nell'Italia del 1943-1945, Manduria-Bari-Rorna, Lacaita Editore, 473 1995; P. Nenni, Vento del Nord, Torino, Einaudi, 1978;. Sul dopoguerra: G. Saragat, Giuseppe Romita socialista e uomo di governo, Roma 1959; P. Nenni Tempo di guerra fredda. Diari. 1943-1956, Milano, SugarCo, 198 l; A. Benzoni-V. Tedesco, Il movimento socialista nel dopoguerra, Venezia, Marsilio, 1968; P. Amato, Il PSI tra frontismo e autonomia (19481954), Cosenza, Lerici, 1980; G. Averardi, I socialisti democratici, Milano, SugarCo, 1977; P. Morettí, I due socialismi, Milano, Mursìa, 1975; F. Taddei, Il socialismo italiano del dopoguerra: correnti ideologiche e scelte politiche (1943-1947), Milano, Franco Angeli, 1984; T. Codignola, Scritti politici (1943-1981), Firenze, La Nuova Italia, 1987, 2 voll.; A. Roveri, Il socialismo tradito. La sinistra italiana negli anni della guerra fredda, Firenze, La Nuova Italia, 1995. Sulla vicenda dello spoglio dei risultati del referendum istituzionale ha recentemente scritto P. Víttorelli, L'età della speranza. Testimonianze e ricordi del Partito d'Azione, Firenze, La Nuova Italia, 1998.

(Federico Fornaro)

 

 

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