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Costituzione e teorie della società giusta
di Massimo Cellerino

Giovani e Costituzione. I presupposti di un nuovo protagonismo nella famiglia e nella società. Uguaglianza nel diritto di Chiara Campese e Giovanna Gola

La cittadinanza al femminile. I diritti dimezzati di Graziella Gaballo

Costituzione e teoria della società giusta di Massimo Cellerino

testo tratto da Orizzonte Costituzione. Materiali per un laboratorio, a cura di Giorgio Canestri e Luciana Ziruolo, Alessandria, Consiglio regionale del Piemonte, Istituto storico per lo studio della Resistenza e della società contemporanea di Alessandria, 1998

 

Questo percorso didattico si propone di condurre gli allievi a riflettere sulle nozioni di eguaglianza, differenza, diversità, e sul rapporto tra eguaglianza e giustizia come viene enunciato dalla Costituzione. Si propone inoltre di stimolare l'acquisizione di alcune abilità di tipo filosofico-politico: la capacità di definire il concetto di eguaglianza e di applicarlo a contesti diversi, di distinguere tra interpretazioni e applicazioni diverse dei concetto di eguaglianza, di enunciare in modo per-suasivo le ragioni che consentono di definire "giusta" o "ingiusta" una situazione o un comportamento sociale.


Eguaglianza


Si legge nell'articolo 3 della Costituzione italiana:
"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese."
Si tratta, com'è noto, di uno dei "Principi fondamentali" della Costituzione: affermazioni aventi carattere molto generale che enunciano appunto i fondamenti, definiscono le linee guida del documento costituzionale, e che dovrebbero orientare i legislatori nell'applicazione e nell'attuazione della Carta costituzionale. Come ogni testo, anche una costituzione richiede di essere interpretata, richiede cioè che alle affermazioni, ai termini che contiene venga attribuito un significato preciso: tale significato è al tempo stesso il prodotto delle decisioni interpretative di un gruppo di individui (giuristi, legislatori, membri del Parlamento, cittadini in generale) e la realizzazione concreta delle sue norme attraverso le leggi della società.
I primi dodici articoli della Costituzione, e tra essi l'art. 3 in particolare, hanno carattere programmatico, cioè enunciano un programma politico e sociale che deve essere realizzato, e finalistico, cioè indicano fini che devono essere perseguiti. Le vicende dei primi cinquant'anni della Repubblica mostrano che i governi e i parlamenti dal 1948 ad oggi non hanno sempre perseguito energicamente i fini enunciati dalla carta costituzionale, né garantito efficacemente che i diritti inviolabili là dichiarati non fossero effettivamente violati: le direttive dei costituenti sono state applicate con grave ritardo, a volte malamente, altre volte sono state completamente disattese (è appena il caso di ricordare come almeno fino all'istituzione della Corte Costituzionale, nel 1956, la magistratura italiana distinguesse tra norme costituzionali "immediatamente precettive" e norme costituzionali "a efficacia differita", sottraendo in tal modo ogni forza giuridica agli articoli programmatici: ciò impedì tra l'altro che venisse abrogata la vasta normativa fascista e prefascista, che risultava in flagrante contrasto con la Costituzione, soprattutto per quanto riguardava i cosiddetti diritti di libertà).
Ma "programmatico" non significa "irrilevante": se non si vuole permettere che i principi fondamentali della Costituzione restino semplici enunciazioni occorre anzitutto che vengano riconosciuti e protetti attraverso opportuni strumenti di legge, e che allo stesso tempo il senso e il campo della loro applicazione vengano definiti in modo chiaro e persuasivo. Alla definizione del senso dell'eguaglianza in una società democratica possono contribuire anche alcune teorie elaborate in questi ultimi anni dalla filosofia politica anglosassone, che tentano di delineare i contorni di quella che dovrebbe essere una "società giusta".
Le tre teorie che esamineremo sono state scelte per la chiarezza con cui enunciano i loro principi, e la relativa facilità con cui tali principi possono essere applicati e quindi verificati in situazioni concrete; nonché per la posizione di primo piano che occupano nel dibattito politico contemporaneo, documentata dall'interesse che hanno suscitato nella comunità scientifica. L'interrogativo cui tali teorie cercano di rispondere si può riassumere così: se è vero che tutte le teorie politiche plausibili si fondano, benché con modalità diverse, sull'idea astratta di eguaglianza, di quale eguaglianza si tratta: dei beni, delle risorse, dei diritti, del piacere, del reddito, o di che altro? In altre parole, posto che una comunità politica collochi tra i propri fini più importanti 1) l'eguaglianza giuridica (eguaglianza di fronte alla legge ed eguaglianza nella legge), e 2) l'eguaglianza sociale (pari dignità sociale) dei suoi cittadini, in base a quali principi deve regolare la propria esistenza e il proprio sviluppo al fine di realizzarli?

 

Robert Nozick

1. 2. Nozick: lo stato minimo

Robert Nozick ha sostenuto in Anarchia, stato e utopia (1974), che l'unica eguaglianza ammissibile, dal punto di vista morale, è l'eguaglianza dei diritti: ciascun individuo detiene diritti inviolabili che riducono drasticamente la sfera dell'azione legittima dello stato. Più precisamente, in quanto ogni individuo "appartiene a se stesso", nessuno, tanto meno lo stato, può legittimamente controllare i suoi comportamenti: esistono solo diritti individuali, lo stato non può porsi alcun fine collettivo, ma deve limitarsi ad assicurare funzioni "negative" quali la protezione contro la forza, il furto, la frode, la protezione del rispetto dei contratti, e simili. Nell'ipotesi di Nozick l'unico stato legittimo è uno stato "minimo", che si limita a garantire l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, permettendo qualsiasi azione e comportamento, a patto che ciò non violi i diritti individuali di alcuno (l'insierne di tali diritti è ciò che l'autore chiama "autoappartenenza": ciascuno appartiene a se stesso, e nessun altro, individuo o gruppo, può legittimamente avanzare pretese sul suo lavoro, il suo reddito, le sue capacità, ecc.).
Ciò ha conseguenze molto rilevanti: lo stato non può impiegare il proprio apparato coercitivo (a) allo scopo di ottenere che alcuni cittadini aiutino altri cittadini, o (b) al fine di proibire agli individui di svolgere attività finalizzate al proprio vantaggio o alla propria protezione. Per Nozick, l'eguaglianza degli individui va interpretata nel senso che tutti hanno un eguale diritto morale a essere trattati come fini e non come mezzi (il riferimento qui è ovviamente alla filosofia morale di Kant): quindi, anche a non essere usati come mezzi per il benessere, il piacere, i fini di altri, individui o collettività. Ricapitoliamo: una società giusta, per Nozick, è una società libera, cioè tale che in essa ciascun individuo vede riconosciuti i propri diritti individuali, cioè la propria autoappartenenza, o, che è lo stesso, la propria libertà. Ne consegue che in una società libera non c'è, né può esservi, alcuna distribuzione organizzata dal centro, non c'è alcuna persona o gruppo autorizzato a controllare tutte le risorse, ma piuttosto, persone diverse controllano risorse diverse, e i mutamenti negli assetti proprietari risultano dagli scambi volontari e dall'azione delle persone: non può esservi una distribuzione prescritta delle risorse più di quanto possa esservi una distribuzione prescritta dei partner in una società in cui ciascuno sceglie liberamente chi sposare.
Con questo ragionamento siamo giunti alla questione centrale di ogni teoria della società giusta, la questione della distribuzione delle risorse disponibili all'interno della società: coerente con i presupposti enunciati, Nozick rifiuta come illegittimo qualsiasi controllo collettivo sulla distribuzione e qualsiasi criterio di ridistribuzione (non sono legittime leggi che limitino la
proprietà o prelevino una porzione dei guadagni individuali). Nello stato minimo vige un principio di giustizia distributiva che recita: "una distribuzione è giusta se ciascuno ha un titolo ai beni che possiede in virtù di tal distribuzione, cioè se essa è derivata, attraverso mezzi legittimi, da un'altra giusta distribuzione". Ciò significa che il modo in cui i membri di una società suddividono tra loro le risorse disponibili è giusto se: 1) i singoli si appropriano di beni che non siano già in possesso di altri; 2) gli scambi di beni avvengono tramite accordi liberi e volontari; 3) qualora in una fase successiva all'appropriazione iniziale i beni utili e accessibili esauriscano, gli individui rimasti privi di beni vengano adeguatamente compensati. Qui l'autore si richiama all teoria di Locke, secondo cui i diritti di proprietà su un oggetto privo di proprietario nascono quando qualcuno mischia in qualche modo il proprio lavoro con l'oggetto: una persona ha diritto al possesso di una cosa il cui valore egli abbia creato con il proprio lavoro. L'appropriazione è legittima qualora non violi la clausola che rimangano altrettanti beni, e di pari valore, disponibíli per gli altri, a patto cioè che la situazione degli altri non sia in tal modo peggiorata. Dunque l'appropriazione permanente di un bene è legittima quando non impedisce agli altri di usare liberamente (pur senza appropriarsene) ciò che prima potevano usare. In questo senso, non si può sostenere che la situazione degli individui non più in grado di appropriarsi (cioè quando non siano più disponibili oggetti utili e accessibili privi di proprietario) sia resa realmente peggiore dall'appropriazione permanente da parte di altri. In definitiva Nozick sostiene che l'appropriazione di una cosa nonprecedentemente posseduta è legittima (e quindi suscettibile di essere scambiata o trasmessa in eredità) se la posizione di altri che non sono più in grado di usare liberamente la cosa non viene peggiorata per effetto dell'appropriazione; o anche, qualora il danno sussista se chi si appropria compensa adeguatamente gli altri riportandoli ad una situazione equivalente a quella precedente al danno. Due esempi, per intenderci: 1) non è legittimo che qualcuno si appropri dell'unico pozzo una zona desertica e venda l'acqua al prezzo che vuole perché ciò peggiorerebbe drasticamente la posizione degli altri rispetto alla situazione precedente l'appropriazione (si noti però che la teoria non nega i diritti del proprietario, ma li "scavalca" al fine di evitare una catastrofe). 2) E' invece del tutto legittima la decisione di uno scienziato che abbia sintetizzato una nuova sostanza per la cura del cancro e i rifiuti di venderla a un prezzo imposto da altri (dall'autorità sanitaria): il suo atteggiamento non peggiora la situazione degli altri privandoli di ciò di cui si è appropriato, perché non ha li
mitato l'accesso a una risorsa prima disponibile. Conclusione: soltanto un sistema di libero mercato consente scambi che rispettino i diritti e le volontà degli individui.
Secondo Nozick dunque, i possessi possono dipendere, in parte, dalla dotazione naturale, e in parte dal modo in cui sono stati sviluppati e impiegati. La teoria intende garantire che non vi sia alcuno schema distributivo dominante - sia esso basato su merito, talenti, intelligenza, bisogno, ecc. - a regolare la distribuzione, o peggio, a dettare il fine dello stato: un simile schema, oltre ad essere impraticabile per la difficoltà o arbitrarietà del calcolo delle quote da distribuire, è inammissibile dal punto di vista morale perché richiederebbe una continua interferenza dell'autorità centrale nelle vite degli individui, e quindi una continua violazione dei loro diritti. Dunque la semplice presenza di diseguaglianze sociali (l'esistenza di indigenti, disoccupati, handicappati) non giustifica affatto l'intervento dello stato al fine di rimuoverle. La legittimità di un intervento redistributivo, e di un'eventuale correzione dipende invece dal modo in cui si è stabilita la distribuzione attuale: se ciò è avvenuto in modo legittimo, cioè secondo le regole del libero mercato, senza coercizione, violenza o violazione dei diritti individuali, allora la distribuzione è legittima e non c'è bisogno di modificarla, né sarebbe giusto. Questo significa, tra l'altro, che per Nozick la tassazione dei guadagni da lavoro è sullo stesso piano dei lavori forzati": cioè che ogni sistema di ridistribuzione del prodotto sociale totale, in quanto conferisce a tutti un diritto su una porzione del totale (attraverso tasse sul reddito, prelievi sui profitti, ecc.) implica l'appropriazione delle azioni di altre persone; o anche, espropria alcuni individui del controllo e del possesso del proprio lavoro e delle proprie azioni. Implica insomma una chiara violazione del principio di autoappartenenza, che è invece proprio ciò che lo stato minimo deve proteggere.
Questa teoria prescrive l'eguaglianza dei diritti individuali, e così facendo salvaguarda la libertà; ammette l'eguaglianza delle opportunità, ma solo a patto che non violi i diritti dei singoli a cose particolari, e il loro diritto a scegliere il modo di esercitarli. Secondo Nozick non esistono diritti universali a cose come la vita, l'eguaglianza sociale, ecc., ma soltanto diritti individuali e particolari:
"Nessuno ha un diritto a qualcosa la cui realizzazione richiede certi usi di cose e attività su cui altre persone hanno diritti e titoli di proprietà. I diritti e i titoli di altre persone su cose particolari (quella matita, il loro corpo, e così via), e il modo in cui scelgono di esercitare questi diritti e titoli determinano l'ambiente esterno di ogni dato individuo e i mezzi che saranno a lui disponibili. [ ... ]Esistono diritti particolari su cose particolari detenuti da persone particolari, e diritti particolari a trovare accordi con altri, se tu e loro insieme potete acquisire i mezzi per trovare un accordo. [ ... ] Non esistono diritti in contrasto con questa sottostruttura di diritti particolari. Poiché nessun diritto, definito in modo netto, di conseguire un obiettivo, potrà evitare l'incompatibilità con questa sottostruttura, diritti di questo genere non esistono. I diritti particolari sulle cose riempiono lo spazio dei diritti, senza lasciare alcuno spazio per diritti generali ad essere in una certa condizione.
Ne consegue che la diseguaglianza nella distribuzione delle risorse (inevitabile anche nella società giusta) è il prodotto di uno sfortunato concorso di circostanze, non è affatto un'ingiustizia: le rivendicazioni egualitarie e le richieste di eguaglianza nella distribuzione dei beni si fondano sull'invidia, e la domanda di eguaglianza è così forte perché è forte l'invidia per i possessi altrui (specie quando la dignità sociale viene a dipendere dal successo in una sola dimensione del valore: denaro o ricchezza materiale). E' chiaro allora che il mercato è il sistema migliore per regolare gli scambi, poiché tali scambi sono liberi e volontari (si noti che il senso di "volontario" dipende da ciò che limita le alternative all'azione scelta, all'interno di un meccanismo competitivo simile al mercato. Si veda il caso seguente: si considerino due gruppi di 13 donne e 13 uomini (chiamiamoli A e A', B e B', sino a 0 e 0'), aventi il diritto di scegliere il partner secondo l'ordine alfabetico; si potrà dire che gli ultimi due a scegliere non avranno scelto volontariamente di accoppiarsi? La loro decisione non è resa meno volontaria dal fatto che in altre circostanze avrebbero scelto diversamente, e che il contesto di scelta è stato così determinato dalle decisioni, altrettanto volontarie, degli altri). Insomma, l'arbitrarietà, dal punto di vista morale, del possesso di talenti naturali e circostanze sociali, non significa che le persone così beneficiate non abbiano titolo o diritto a tali benefici, e a ciò che ne deriva, e quindi anche a non esserne private.


John Rawls

1. 3. Rawls: giustizia e moralità

Anche John Rawls (Una teoria della giustizia, 1971), come Nozick, ritiene che trattare le persone in modo eguale (o anche: come fini e non come mezzi) significhi porre limiti alla possibilità di usare qualcuno per il bene di altri o della società. La differenza sta nella scelta dei diritti che si devono rispettare perché si possa dire che le persone sono trattate come fini: per Nozick i diritti individuali (l'autoappartenenza), per Rawls, il diritto a una certa quota delle risorse della società. Secondo Rawls una società giusta deve realizzare non soltanto l'eguaglianza di fronte alla legge, come sosteneva la tradizione del pensiero liberale, ma anche l'eguaglianza effettiva nell'accesso alle risorse della società - ovvero l'equità nella suddivisione dei risultati della cooperazione sociale. Il problema di che cosa sia una società giusta è quindi il problema di che cosa (quale principio, regola o procedura) garantisca la gíustízía nella distribuzione dei risultati della cooperazione sociale. Rawls rifiuta il principio del libero mercato, fondato sulla concorrenza e sull'interesse economico: esso infatti permette che le quote distributive vengano influenzate impropriamente da fattori che dal punto di vista morale sono arbitrari (talenti e abilità naturali, situazione familiare, ecc.); Rawls ricerca proprio una concezione della giustizia che annulli gli accidenti della dotazione naturale e le contingenze della situazione sociale, e ristabilisca l'eguaglianza degli individui.
Tale concezione viene elaborata per mezzo di un artificio teorico definito "posizione originaria" che si riallaccia alla tradizione del contratto sociale. Rawls immagina una situazione originaria di eguaglianza in cui persone libere, razionali, e intenzionate a vivere insieme perseguendo ciascuna i propri interessi si trovino a dover scegliere i principi fondamentali della loro convivenza sociale: poiché tali persone devono poter decidere liberamente e in modo imparziale, Rawls suppone che siano sottoposte al "velo dell'ignoranza", cioè che nessuno di esse conosca la posizione sociale che occuperà nella società che si accinge a fondare, né la propria classe o condizione, né la propria quota di talenti e abilità naturali, intelligenza, forza, e simili, né la propria concezione del bene o le proprie propensioni psicologiche; ciò assicura che nessuno possa ritagliare i principi in modo da favorire la propria condizione particolare, e che nessuno sia avvantaggiato o svantaggiato, nella scelta dei principi, dal risultato della "lotteria naturale" o dalle contingenze sociali. E' importante sottolineare come i principi di giustizia non siano già dati, pronti per essere sottoscritti, ma scaturiscano dalla (ipotetica) situazione originaria: sono scelti da soggetti liberi e razionali in una situazione ipotetica di eguale libertà, da individui concepiti come "persone morali", cioè "esseri razionali provvisti di fini propri e capaci ... di un senso della giustizia". Giusto è allora per Rawls quell'insieme di principi che emerge dalla posizione originaria attraverso il processo vincolato di accordo unanime. I principi che secondo Rawls sarebbero adottati nella situazione originaria, in quanto sono la migliore risposta di ciascuno alle corrispondenti domande degli altri, anzi sono l'unica soluzione possibile al problema posto dalla posizione originaria, sono due:
"(I) ogni persona deve avere eguale diritto alla libertà fondamentale più ampia possibile e compatibile con una simile libertà degli altri; (2) le diseguaglianze sociali devono essere organizzate in modo tale da (a) arrecare il massimo beneficio ai più svantaggiati e (b) essere collegate a incarichi e impieghi aperti a tutti in condizioni di piena eguaglianza delle opportunità."
Spieghiamo: primo, le libertà fondamentali devono essere garantite in ogni caso, salvo quando si tratti di evitare ingiustizie peggiori; secondo, i maggiori benefici che alcuni ricevono dalla cooperazione sociale (diseguaglianze di ricchezza, di potere) sono ammissibili soltanto a condizione che producano un miglioramento nella situazione di persone non altrettanto fortunate. Come dire che fatto salvo il rispetto di alcune libertà fondamentali (libertà di pensiero, di coscienza, della persona, ecc.: la libertà può essere limitata solo allo scopo di non violare un'altra libertà), la condizione normale della società giusta è l'eguaglianza nell'accesso alle risorse della cooperazione sociale; la giustizia esige che tutte le diseguaglianze (sociali ed economiche) vengano giustificate agli occhi dei più svantaggiati come essenziali al miglioramento della loro situazione. E' chiaro a questo punto il ruolo del "velo dell'ignoranza" nella posizione originaria: i contraenti si impegnano a rinunciare a quella porzione dei loro guadagni o benefici che non contribuisce a migliorare le aspettative dei cittadini meno fortunati, non per magnanimità o solidarietà, ma per calcolo razionale; perché non sanno ancora che cosa li aspetta, cioè se saranno tra i più o i meno fortunati, e nell'incertezza è preferibile subire una riduzione dei propri privilegi all'essere esclusi dai benefici della cooperazione sociale. Per questo l'autore può sostenere che i due principi sono quelli che una persona razionale sceglierebbe per il progetto di una società in cui sarebbe il suo nemico ad assegnargli il posto.
Una società che soddisfacesse questi principi di giustizia sarebbe una società i cui membri potrebbero considerare le proprie istituzioni come conformi a decisioni e scelte che essi stessi potrebbero sottoscrivere come giuste, condivisibili e ragionevoli; una società che quindi si approssimerebbe all'ideale di un'associazione volontaria dei propri membri, in quanto soddisfa i requisiti cui persone libere ed eguali acconsentirebbero in
condizioni di equità. L'autore ritiene inoltre che una teoria così definita possa fornire una concezione della giustizia ragionevole, anzi più ragionevole di altre: questo perché "una concezione della giustizia è più ragionevole di un'altra, o più giustificabile rispetto ad essa, se persone razionali poste nella situazione iniziale sceglierebbero i suoi principi anziché quelli dell'altra per il ruolo della giustizia".

 

Michael Walzer

1. 4. Walzer: eguaglianza complessa

Un modo ancora diverso di intendere l'eguaglianza viene proposto da Michael Walzer in Sfere di giustizia (1983). Una società è giusta quando tratta i propri membri come eguali e allo stesso tempo come diversi. Vale a dire, quando è egualitaria in senso complesso o pluralista, cioè realizza al proprio interno una distribuzione dei beni sociali che rispetta le differenze tra le persone: non si tratta di far sì che ogni cittadino disponga della stessa quota di ricchezza (denaro, terra, immobili, ecc.) - questa sarebbe "l'eguaglianza semplice" - ; si tratta piuttosto di operare affinché la distribuzione dei beni sociali sia congegnata in modo da escludere il dominio di un gruppo sugli altri, con una concezione cioè che conservi il significato originario della nozione di eguaglianza. Il senso profondo dell'eguaglianza è "abolizionista", cioè designa una politica o un insieme di politiche volte ad abolire il dominio di un gruppo, a eliminare le ingiustizie legate alla condizione di subordinazione: perciò la richiesta di eguaglianza è stata al centro delle grandi lotte politiche e sociali dalla Rivoluzione francese in poi. Il problema centrale della società giusta non è quello di amministrare il monopolio delle risorse in un regime di eguaglianza semplice uno stato che intervenisse continuamente nella vita dei cittadini per riequilibrare le diseguaglianze sociali ed economiche sarebbe invadente in modo intollerabile ma quello di impedire qualsiasi forma di dominio: le diseguaglianze sono accettabili se restano limitate ai singoli ambiti del vivere sociale, e non si moltiplicano nel corso del passaggio da un ambito all'altro (le diseguaglianze nella sfera politica non devono potersi tradurre in diseguaglianze nella sfera sociale, quelle della sfera economica non devono potersi trasferire nella sfera affettiva, ecc.: il ricco industriale non dovrebbe poter comprare le elezioni, gli affetti, la giustizia, la gloria, ecc.).
Il fatto è, sostiene Walzer, che gli esseri umani sono eguali in quanto sono produttori di cultura, cioè sono allo stesso titolo produttori di significati che danno senso alla vita sociale nelle sue varie sfere (lavoro, affetti, politica, fede, ecc.). Questa facoltà creativa va rispettata nella sua complessità ed eterogeneità, poiché non c'è modo di ordinare gerarchicamente i mondi di significati che gli esseri umani producono: non tutti condividono gli stessi giudizi, le stesse preferenze, non tutti ccollocano al primo posto gli stessi valori o gli stessi obiettivi. Per qualcuno il senso dell'esistenza è contenuto negli affetti familiari, per un altro in una carriera altamente retribuita, per un altro ancora in una buona giornata di pesca alla trota, e così via: all'interno di una stessa società politica convivono sfere di significato diverse ed eterogenee, in cui gli individui si muovono seguendo le proprie preferenze, coltivando i propri talenti e perseguendo i propri ideali; più in generale, società diverse, in luoghi ed epoche diverse, hanno prodotto sfere di significato eterogenee, talvolta incompatibili (si pensi alla società teocratica dell'antico Egitto, o al comunismo agrario della società Inca, ecc.). E' vano, oltre che ingiusto, cercare di fissare una volta per tutte un criterio di giustizia universalmente valido: i principi di giustizia sono pluralistici, perché beni sociali diversi vengono distribuiti secondo criteri e procedure diverse, e da agenti diversi (il denaro è distribuito in base al merito e - talvolta - al bisogno, non così l'amore, o il potere politico); e ciò dipende dal fatto che i beni sociali vengono intesi in modi diversi a seconda delle circostanze storiche e culturali.

"La giustizia è radicata nella particolare comprensione delle posizioni lavorative, degli onori, delle professioni, delle varie componenti che costituiscono un modo di vita condiviso. Travalicare queste comprensioni equivale (sempre) ad agire ingiustamente [314, edizione inglese]."

Diversamente da Nozick, che ritiene che a ciascuno spettino solo ed esclusivamente diritti individuali, e contrariamente a Rawls, per il quale esistono due principi di giustizia su cui si accorderebbero tutte le persone razionali, Walzer sostiene una concezione "localista", "relativista" della giustizia: giusto è ciò che viene considerato tale da una comunità determinata nel tempo e nello spazio, e per tutto il tempo che quella particolare comprensione della giustizia rimane valida. Questo perché il modo in cui una data comunità politica sceglie di distribuire le risorse della cooperazione sociale dipende dalle scelte e dalle convinzioni dei membri di quella comunità circa ciò che costituisce un'esistenza provvista di significato e di valore, dipende cioè dal modo in cui essi interpretano il "contratto sociale" che regola la convivenza. Per Walzer il contratto sociale

"è un accordo per ridistribuire le risorse dei membri in conformità a una qualche comprensione condivisa dei loro bisogni, sempre soggetta a un'ulteriore determinazione politica più dettagliata. Il contratto è un legame morale. Collega il forte con il debole, il fortunato con lo sfortunato, il ricco con il povero, creando un'unione che trascende tutte le divergenze d'interesse, e attingendo la propria forza dalla storia, dalla cultura, dalla reli
gione, dal linguaggio e così via. Argomenti circa la distribuzione comune sono, al livello più profondo, interpretazioni di tale unione. [ ... ] Non dubito che molte comunità politiche abbiano distribuito le risorse secondo principi molto diversi, non in conformità ai bisogni dei loro membri in generale ma in conformità al potere dei privilegiati o dei facoltosi. Ma questo, come suggeriva Rousseau nel suo Discorso sulla diseguaglianza, trasforma il contratto sociale in una frode. [ ... ]
La categoria di bisogni socialmente riconosciuti è indeterminata. Perché il senso che le persone hanno dei propri bisogni comprende non solo la vita come tale, ma anche la vita buona, e l'equilibrio adeguato tra le due è a sua volta materia di controversia. Il teatro ad Atene, e le accademie nelle comunità ebraiche erano finanziate con denaro che avrebbe potuto essere speso, poniamo, per l'edilizia, o per la sanità pubblica. Ma il teatro e l'istruzione non erano considerate da greci ed ebrei semplici abbellimenti della vita comune, ma aspetti essenziali del benessere comunitario. [ ... ] questi giudizi non si possono semplicemente liquidare come scorretti. [p.82-83, edizione inglese]"


Dunque: non si dà una concezione della giustizi universalmente valida, in quanto ogni cultura ha un propria concezione di ciò che ha valore e significato dei modi per distribuirlo; non solo, ma all'interno
una società altamente differenziata come la nostra (diciamo: la società occidentale contemporanea governata da principi democratici e liberali) convivono interpretazioni differenti, spesso contrastanti, dei valori e della giustizia. Ma se ogni individuo è simultaneamente inserito in più sfere della vita sociale, e opera allo stesso tempo con vari criteri di giustizia, si tratterà di definire una concezione pluralista della società giusta: una concezione di "eguaglianza complessa", a favore della qual si troverebbero argomenti in Pascal e in Marx, tra g altri; essa significa che la posizione di un cittadino i una certa sfera o rispetto ad un bene sociale non può essere danneggiata dalla sua posizione in un'altra sfera o rispetto a qualche altro bene. L'autore enuncia così il principio "aperto " della giustizia distributiva, che può contribuire a una critica del dominio: "Nessun bene sociale x dovrebbe essere distribuito a uomini e donne eh possiedono qualche altro bene y semplicemente perchè essi possiedono y e senza riguardo per il senso di x' L'idea-guida è che beni diversi vengono distribuiti gruppi diversi di uomini e donne per ragioni diverse secondo procedure diverse; data la diversità dei beni che vengono prodotti nella vita in comune, anche i criteri distributivi saranno vari e concomitanti: il riconoscimento sociale non viene distribuito con gli stessi criteri con cui viene distribuito il diritto di cittadinanza, o il denaro, o l'affetto; il denaro non è appropriato nella sfera delle cariche ecclesiastiche; la pietà è fuori luogo nel mercato, e così via. Ci sono regole e criteri per ogni bene sociale e per ogni sfera distributiva in ogni società particolare; la nozione di "eguaglianza complessa" tende precisamente ad impedire che tali criteri vengano violati e le varie sfere invase. L'eguaglianza complessa non impedisce che si stabiliscano differenze anche considerevoli nella distribuzione dei beni, ma provvede affinché tali differenze non si traducano in un dominio dei detentori di alcuni beni sui detentori di altri. Nelle società non gerarchiche, come quelle delle democrazie liberali, i beni sociali, e le rispettive sfere sono molto meno integrati che in altre società (si pensi ad esempio al sistema delle caste nell'India pre-moderna, ove alla posizione sociale erano strettamente collegati denaro, prestigio, proprietà, sicurezza, istruzione): minor integrazione, cioè maggiore differenziazione sociale, significa che ci sono più beni ritenuti significativi, più principi distributivi, più agenti, più procedure; è necessario, per comprenderle, un concetto complesso di giustizia. Il semplice fatto della presenza di diseguaglianze nel possesso di beni quali il prestigio sociale o la ricchezza o il tempo libero non significa la presenza di ingiustizia: si ha ingiustizia laddove la diseguaglianza nel possesso di uno o più di questi beni si traduca nel dominio di chi li detiene su coloro che ne sono privi, ad esempio quando il prestigio sociale (di un atleta, di un magistrato, di un generale, ... ) garantisce l'accesso a beni appartenenti a un'altra sfera (ricchezza, potere politico, istruzione). Si noti poi che secondo Walzer le società differenziate non sono necessariamente più giuste di quelle integrate: tutto dipende dalla comprensione condivisa dei membri della società; ciò vale anche per il sistema indiano delle caste, che era giusto finche fu considerato tale dai suoi membri. Ogni resoconto sostanziale di giustizia distributiva è un resoconto locale, particolaristico, che non può avere validità universale. Per Walzer una data società è giusta se la sua vita sostanziale è vissuta in un modo che è fedele alle comprensioni condivise dei suoi membri: si tratta, come si è detto, di una soluzione relativista al problema del rapporto tra ciò che è giusto e ciò che costituisce la vita buona.
Nel corso dello sviluppo storico delle democrazie liberali moderne ha preso forma un tipo di società che, malgrado le forti differenze culturali nazionali, presenta alcune caratteristiche definite: è pluralista, egualitaria, e incline a regolare 1 propri conflitti tramite mezzi non violenti come la contrattazione e la discussione razionale. Una tale società è segnata da disaccordi anche profondi circa valori morali e ideali politici: sarà giusta se saprà essere fedele a tale condizione, cioè se sarà conflittuale e fornirà strumenti adeguati ad esprimere il conflitto, il disaccordo, il dissenso, e se garantirà la possibilità di distribuzioni alternative di beni. Il problema dei confini tra le sfere distributive è il problema centrale, soprattutto rispetto al dominio del denaro: oggi il denaro non è più semplicemente l'equivalente generale di tutte le merci, come voleva Marx, ma è diventato anche l'equivalente generale di tutti i valori, visto che la disponibilità di denaro riesce ad assicurare potere politico (si pensi all'aspetto economico di una campagna elettorale), prestigio sociale, gratificazione personale, tempo libero, ecc. La conclusione è che una società giusta è quella in cui a persone diverse spettano beni diversi in sfere diverse, e ciascuna sfera è autonoma, cioè governata da criteri e valori distinti, rispetto alle altre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTA BIBLIOGRAFICA

Kymlicka Will, Introduzione alla filosofia politica contemporanea (1990), Milano, Feltrinelli, 1996

Nozick Robert, Anarchia, stato e utopia (1974), Firenze, Le Monnier, 1981

Rawls John, Una teoria della giustizia (1971), Milano, Feltrinelli, 1982

Walzer Michael, Sfere di giustizia (1983), Milano, Feltrinelli, 1987

 

 

 

 

 

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