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Traiettorie
dell’anticomunismo
di
Aldo Agosti e Bruno Bongiovanni
L’anticomunismo è un fenomeno che ha certo un cuore
antico. Ha tuttavia avuto tante anime. Ed è stato declinato,
nel corso del tempo, in modi storicamente e concettualmente diversi.
Non va d’altronde passato sotto silenzio il fatto che, allo
stato attuale delle conoscenze, il termine comunismo sia comparso
per la prima volta nel 1569, in ambito religioso, e in lingua latina,
come atto d’accusa, e quindi con significato negativo, contro
la setta protestante dei fratelli moravi. Questi ultimi, a quel che
sosteneva l’anonimo anabattista anticomunitario che per primo
produsse, proprio contro di loro, il termine “comunisti”,
pretendevano, mettendo in comune i beni, di trasformare la vita quotidiana
in vita conventuale. Annullavano così, a suo dire, la necessaria
distanza tra esistenza laicale ed esistenza monastica. Alle origini
della sua accidentatissima vicenda semantica, il comunismo germinò dunque
da un’evidente intenzionalità anticomunista. Si può così quasi
dire che il sospettoso anticomunismo sia nato prima del paventato
comunismo.
Dopo varie peripezie lessicali, il termine, inteso principalmente
come movimento reale della società, si affermò definitivamente
intorno al 1840. Suscitò grandi passioni, e divenne per un
decennio popolarissimo, anche se il significato pareva tutt’altro
che chiaro. Il comunismo era infatti appunto il movimento della società,
oltre che il fine ultimo, e immanente, di tale movimento, e poi,
ma non sempre, e non subito, il programma politico – il partito
comunista organo del proletariato – di chi tale fine auspicava.
Il comunismo restò insomma semanticamente indeterminato. Anche
quando lo fecero proprio Marx ed Engels. I quali, peraltro, a parte
le ristampe del Manifesto, non utilizzarono quasi più il termine
dopo il 1852. Fu invece il “socialismo” che si volle “scientifico”.
Il comunismo fece però al suo apparire paura perché si
diceva che era rintracciabile, come la loro natura nascosta, in tutti
i movimenti liberali, democratici, e “di progresso”.
Proprio per questo divenne uno spettro. Il 2 agosto 1847 Honoré de
Balzac scrisse a Madame Hanska:
«l’Italia sta per cominciare la sua insurrezione, ma questa
sarà una cosa terribile, dal momento che non si può neppure
immaginare la strada che sta facendo il comunismo, dottrina che consiste
nel tutto rovesciare e nel tutto dividere, persino le risorse alimentari
e le merci, tra tutti gli uomini considerati come fratelli».
I
moti non inattesi dei patrioti italiani contenevano dunque, senza
che i patrioti
neppure lo immaginassero, una possibile deriva “comunista”.
E quest’ultima era considerata, da chi la temeva, lo spettro
che si celava nel processo rivoluzionario in quanto tale. Tale processo,
come la rivoluzione francese aveva messo in evidenza, non era arrestabile.
Sulla sua strada si sarebbe comunque insinuata la guerra sociale.
E poi il comunismo. L’anticomunismo fin dall’inizio fu
dunque legato al conservatorismo giacché ogni scavalcamento
di quest’ultimo, anche se aveva come meta da conquistare le
costituzioni liberali o l’indipendenza nazionale, poteva trascinare,
innescando un processo inarrestabile, verso il confusamente temuto
spettro comunista.
Il comunismo, trasformato a tal punto da essere un’altra cosa,
tornò poi nel 1918, nella Russia arcaica, sotto le vesti del
bolscevismo leninista, destinato poi a trasformarsi in bolscevismo
stalinista. Questa volta si ebbe a che fare non con il movimento
della società, ma con uno Stato che si autodefiniva operaio.
E il partito comunista non fu più un mero programma di un
drappello di democratici internazionalisti, ma un organismo rigidamente
coeso e centralizzato. L’anticomunismo assunse allora diverse
forme: fu fascista (e subì in qualche circostanza il fascino
dell’odiatissima URSS rivoluzionaria), fu liberaldemocratico
e libertario (opposto ai sovietici come ai fascisti), fu liberalconservatore
(disponibilie talora ad essere indulgente con i fascisti in chiave
antisovietica), fu clericale (e in questo caso fu irriducibile),
fu liberista (e pronto a scorgere nell’URSS il capolinea antieconomico
del processo statalista contemporaneo), fu infine socialista e socialdemocratico
(e pronto a negare, con sfumature di volta in volta diverse, il carattere “socialista” dell’URSS).
Nel periodo tra le due guerre l’anticomunismo fu accesissimo
nel 1917-’21, si attenuò un poco nel 1922-’28,
fu ambivalente nel 1929-’35 (quando l’URSS lanciò la
politica “classe contro classe” e tuttavia suscitò ammirazione
per il fatto di eludere con i piani quinquennali la crisi del ’29).
La politica dei Fronti popolari riaccostò ai comunisti i democratici
e i socialisti. Il patto nazisovietico allontanò nuovamente
questi ultimi e rappresento anzi il momento culminante dell’anticomunismo-antifascismo
liberaldemocratico. La guerra e la Resistenza nuovamente riaccostarono
ai comunisti, contro il comune nemico fascista, gli antifascisti
democratici e socialisti. L’anticomunismo fascista ritenne
dunque – per ricapitolare – che lo Stato sovietico, parentesi
del 1939-’41 a parte, fosse un rivale che andava eliminato.
L’anticomunismo conservatore, così come quello clericale,
anche quando le repliche della storia gli imposero di deporre ogni
indulgenza nei confronti del nazifascismo, ritenne che l’URSS
e il comunismo fossero per sempre perduti dal punto di vista dei
valori, laici e religiosi, della civiltà cosiddetta “occidentale”.
Democratici e socialisti, invece, ritennero, soprattutto nel 1941-’45
(pur essendo rimasti sgomenti e delusi in Spagna), che la comune
battaglia antifascista avrebbe democratizzato inevitabilmente, se
non l’URSS, almeno i comunisti di tutti i paesi, sempre in
primissima fila, e con enormi sacrifici, nella difesa della comune
libertà e nello stesso processo della ricostruzione dell’Europa
democratica.
L’URSS staliniana, anche con il perseguitare i soldati che
tornavano dalla guerra antifascista, rimase, fino alla morte del
tiranno, e anche oltre, uno Stato totalitario. In Italia e anche
in Francia, invece, i comunisti erano diventati, pur nel permanente
legame con l’URSS, socialdemocratici nei fatti ed inseriti
a pieno diritto nella vita costituzionale e nazionale dei loro paesi.
La scommessa liberaldemocratica, insomma, era stata vinta solo a
metà. La Guerra fredda, tuttavia, incrudelì sì con
nuove e feroci repressioni ad Est, ma riscoprì ad Ovest un
anticomunismo primario che non faceva distinzioni. Un anticomunismo
che ebbe punte ossessivo-paranoidi con il maccartismo e che non esitò a
trovare sponde nelle dittature militari assassine e liberticide,
nell’estrema destra antidemocratica e nel clericalismo talvolta
intollerante nei confronti dell’insieme del mondo moderno.
Lo spazio dell’anticomunismo democratico e socialista si ridusse.
Anche perché i democratici e i socialisti che si volevano
indipendenti non di rado vennero accusati di essere a loro volta
comunisti.
Vi fu dunque, nella seconda metà del ’900, un anticomunismo
n. 1, diplomatico-militare e geopolitico, tutto giocato sulla divisione
del mondo in blocchi e sul “contenimento” dell’espansionismo
sovietico. Vi fu un anticomunismo n. 2, politico-culturale, proteso
nella difesa del “mondo libero” e suddiviso ancora, nella
pur comune alleanza autoproclamatasi antitotalitaria (ma non sempre
con le carte in regola), in diverse famiglie: la reazionario-dittatoriale
(come in Portogallo e in Spagna), la conservatrice (o anche clericale),
la liberaldemocratica e la socialdemocratica. Queste due ultime,
in taluni casi, cercarono di porsi, talora assai coraggiosamente
e intelligentemente, come “terze forze” tra conservatorismo-clericalismo
e sinistre radicali e comuniste. Vi fu infine un diffusissimo e spesso
prevalente anticomunismo n. 3, che utilizzava il comunismo come alibi
per sabotare le riforme, per frenare l’emancipazione sociale
e per rallentare il grande processo della decolonizzazione. Chi chiedeva
diritti civili e politici per i neri dell’Alabama, tanto per
fare un esempio, era sistematicamente accusato di essere “comunista”.
L’anticomunismo, d’altra parte, non cercò mai
di liberare le vittime dei regimi comunisti esportando la democrazia
(vedi Berlino 1953 e Ungheria 1956) e talora, invece, distrusse la
democrazia – con relativo bagno di sangue – là dove
non vi erano regimi comunisti (vedi Indonesia 1965 e Cile 1973).
L’anticomunismo realistico n. 1 e quello assiologico n. 2 furono
dunque fortemente condizionati, e qualche volta addirittura travolti,
e danneggiati, dall’anticomunismo n. 3, vale a dire dall’anticomunismo
parassitario degli interessi. La storia dell’anticomunismo in Italia, che è oggetto
dei saggi contenuti in questo fascicolo, e in particolare la storia
dell’anticomunismo nell’Italia repubblicana, che è al
centro della maggior parte di essi, riflette in modo abbastanza fedele
questa classificazione, e al tempo stesso presenta una propria originalità.
Anche l’Italia ha conosciuto tutta la gamma degli anticomunismi
più diversi: da quello violento e virulento che è stato
una delle componenti del fascismo alle origini, a quello liberale
conservatore, che lo ha affiancato nell’illusione di servirsene
ai propri fini, a quello cattolico – che nella sua versione
più reazionaria ha avversato nel comunismo l’idea stessa
della lotta di classe e in quella più illuminata ne ha denunciato
la negazione dei diritti della persona –, fino a quello liberaldemocratico
e libertario, ricco di personaggi dall’indiscutibile fascino,
come Salvemini e Ernesto Rossi, e a quello – che è pure
esistito – propriamente socialista e riformista, la cui ultima
e abbastanza singolare incarnazione è stata rappresentata
da Bettino Craxi.
Pur così variegato, l’anticomunismo nella storia repubblicana
fu profondamente condizionato da una duplice peculiarità.
La prima era la particolare collocazione geopolitica nella Guerra
fredda dell’Italia, territorio di frontiera e dunque posta
di vitale importanza per il campo occidentale che ne detiene il controllo
politico. La seconda era la natura dell’avversario: l’anticomunismo
italiano doveva misurarsi e combattere con un partito comunista che
era il più forte del mondo occidentale e che seguiva un suo
percorso – comunque lo si giudichi – particolare e atipico,
tanto da costituire l’oggetto della curiosità intellettuale
di innumerevoli politologi e sociologi oltre che di tanti storici.
Le radici di questa forza e di questa atipicità affondano
prima di tutto nelle vicende storiche del paese, che fu il laboratorio
politico del fascismo: nato per fare la rivoluzione, il PCI si trovò quasi
subito ad essere in prima fila nella lotta per contrastare una dittatura
di destra, che lo identificava come principale nemico. In questa
lotta il Partito comunista acquistò prestigio e legittimazione,
mostrandosi da un lato capace di assorbire e canalizzare la tradizione
del “sovversivismo”, che aveva consistentemente segnato
la storia del movimento operaio italiano, dall’altro di penetrare
in profondità gli spazi del socialismo prima occupati dal
socialismo riformista. Ma il radicamento sociale e il seguito elettorale
di cui il PCI diede prova dopo la fine della Seconda guerra mondiale
non sono riconducibili solo a questi precedenti, né al ruolo
di protagonista svolto durante la Resistenza: si spiegano anche con
una strategia politica – quella di Togliatti – che puntava
sulla costruzione di un partito di massa, inserito in tutte le pieghe
della società italiana e integrato nel sistema politico della
Repubblica di cui aveva contribuito a porre le fondamenta.
L’insieme di queste peculiarità incide sui connotati
dell’anticomunismo italiano e contribuisce a scandirne le fasi,
secondo tempi non sempre coincidenti con quelli che conosce il fenomeno
su scala più generale. Subito dopo la rivoluzione russa, già in
partenza le voci dell’anticomunismo più “rispettabili” furono
messe in sordina da quelle chiassose del fascismo, e divenne per
loro via via più difficile farsi sentire, perché il
comunismo era pur sempre il nemico numero uno di un regime totalitario
e dispotico, al quale poco valeva assimilarlo su un piano di principio
quando migliaia di combattenti per quell’idea pagavano in prima
persona nelle carceri e al confino. Poi, fra il 1941 e il 1947, durante
la parentesi dell’unità antifascista, l’anticomunismo
di ogni ordine e grado fece per così dire un passo indietro,
e in Italia forse più che altrove: perfino la Chiesa cattolica
parve attenuare la sua intransigenza, al punto che nel dicembre 1945
monsignor Giovanni Montini, sostituto della Segreteria di Stato vaticana,
rassicurava Eugenio Reale (allora sottosegretario agli Esteri nel
governo Bonomi e stretto collaboratore di Togliatti) che «il
Vaticano non ha mai proclamato l’incompatibilità fra
fede cattolica e l’iscrizione a un partito di sinistra, sì che
un cattolico può benissimo essere iscritto al partito socialista
o comunista»; e proponeva addirittura al suo interlocutore
un colloquio «fra Sua Santità e il capo del Vostro partito,
che ha oggi una così grande influenza in Italia».
Durante la Guerra fredda, però, prese di nuovo il sopravvento
l’anticomunismo meno nobile, non a caso definito spesso “viscerale”.
Molto di esso proviene dalle acque profonde di una cultura politica
di destra, poco visibile ma ben presente sulla scena italiana: una
cultura che è, più in generale, quella dell’antipolitica.
Declinata nelle sue forme più plebee, diciamo pure becere,
dall’«Uomo Qualunque» di Giannini, essa circolò anche
nei salotti buoni attraverso gli scritti di giornalisti intelligenti
come Leo Longanesi o – absit iniuria verbis – di Indro
Montanelli. Dopo il 18 aprile 1948, trovò una sponda in una
cultura sicuramente diversa, ma certo nei suoi confronti ammiccante:
quella del clericalismo chiuso della Chiesa di Pio XII.
Spesso rimosso o esorcizzato, il peso di questo substrato profondo
della cultura di destra nella storia della Repubblica continuò a
farsi sentire ben più a lungo di quanto ci si potesse aspettare
dopo la caduta del fascismo: se non evocasse piuttosto l’immagine
della palude, si sarebbe tentati di usare anche a suo riguardo l’espressione
di “fiume carsico”, spesso impiegata per descrivere il
percorso di altre, ben diverse correnti politiche, come quella dell’azionismo.
Questa cultura di destra ha trovato spesso udienza anche nell’aggressivo
mondo imprenditoriale italiano, tanto diviso al proprio interno e
disorientato sui destini del paese, quanto determinato nel rivendicare
il ritorno a un liberismo concepito essenzialmente in termini “privatistici” e
geloso nel difendere i propri immediati interessi.
Il terreno unificante, a ben vedere, è stato quello della “grande
paura”, categoria ben nota agli storici della rivoluzione francese:
paura resa appunto più viva e concreta dalla richiamata posizione
strategica dell’Italia nell’arena della Guerra fredda,
e dal carattere agguerrito dell’avversario che si combatteva,
un partito comunista che arrivò a superare i due milioni di
iscritti, che controllava il più forte dei sindacati, e che
anche dall’altro contendente della Guerra fredda era percepito
come una risorsa di cruciale importanza. Quanto fondamento reale
aveva questa paura? Non c’è dubbio che il PCI, pur con
le specificità che ne accompagnano la vicenda, rivendicò per
la quasi intera durata della sua storia l’appartenenza al movimento
comunista internazionale e la superiorità di un modello sociale
e politico diverso da quello della democrazia “occidentale”.
Da questo punto di vista, esso poteva legittimamente essere visto
dagli anticomunisti di ogni tinta come un partito che riconosceva
un vincolo di lealtà speciale con un altro mondo, contrapposto
e ostile a quello in cui l’Italia si collocava: e dunque come
un pericolo per la libertà. Ma questo timore cessò di
essere realistico già molto presto nella storia dell’Italia
repubblicana, nella quale il PCI ha svolto, assai più che
un ruolo di “quinta colonna”, una funzione di disciplinamento
delle masse subalterne e di loro integrazione in un quadro democratico.
Con il senno di poi, si può dire che sui due versanti della
frattura che ha lacerato così profondamente il tessuto politico
italiano si sono perdute delle occasioni per colmare il solco. Certo,
il sistema politico italiano è stato particolarmente vulnerabile
all’influenza dei “vincoli esterni” e delle “doppie
lealtà”, che ne hanno ridotto i margini di autoriforma.
Ma ci sono anche responsabilità soggettive delle forze politiche
per scelte non fatte o fatte tardivamente. Non può non colpire,
per esempio, che l’esperienza più coraggiosa e feconda
del riformismo in Italia, quella dei primi governi di centro-sinistra,
sia stata compiuta nel segno esplicito e dichiarato della “delimitazione
della maggioranza”, negando a priori al partito comunista ogni
legittimità democratica e costringendolo quasi suo malgrado
all’opposizione. Per altro verso, il PCI non ha avuto il coraggio,
dopo aver espresso nel 1968 una pur ferma condanna dell’invasione
della Cecoslovacchia ad opera delle truppe del Patto di Varsavia,
di portare avanti fino in fondo la critica del “socialismo
reale”, e ha lasciato passare un altro decennio prima di ammettere “l’esaurimento
della forza propulsiva” della Rivoluzione d’ottobre.
E tuttavia, anche questo discorso sulle occasioni mancate dovrebbe
ormai appartenere al passato. Invece l’anticomunismo sopravvissuto
e tenuto in caldo dopo la caduta dei comunismi – l’anticomunismo
grottesco di Berlusconi, che non esita ad assolvere Mussolini – è,
oltre che una ripetitiva retorica da rispolverare nei non rari momenti
di disperazione, il residuo populistico-demagogico di quello classficato
prima con il numero 3. Senza più né la realtà,
né la foglia di fico, del n. 1 e del n. 2.
Siamo tornati al punto di partenza. Non è il comunismo che
genera l’anticomunismo. È quest’ultimo che, senza
più alcuna serietà, inventa il comunismo. E definisce
comunisti quelli che non lo sono mai stati o che non lo sono più da
decenni.
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