Quaderno di storia contemporanea n. 38


 

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Traiettorie dell’anticomunismo
di Aldo Agosti e Bruno Bongiovanni

L’anticomunismo è un fenomeno che ha certo un cuore antico. Ha tuttavia avuto tante anime. Ed è stato declinato, nel corso del tempo, in modi storicamente e concettualmente diversi. Non va d’altronde passato sotto silenzio il fatto che, allo stato attuale delle conoscenze, il termine comunismo sia comparso per la prima volta nel 1569, in ambito religioso, e in lingua latina, come atto d’accusa, e quindi con significato negativo, contro la setta protestante dei fratelli moravi. Questi ultimi, a quel che sosteneva l’anonimo anabattista anticomunitario che per primo produsse, proprio contro di loro, il termine “comunisti”, pretendevano, mettendo in comune i beni, di trasformare la vita quotidiana in vita conventuale. Annullavano così, a suo dire, la necessaria distanza tra esistenza laicale ed esistenza monastica. Alle origini della sua accidentatissima vicenda semantica, il comunismo germinò dunque da un’evidente intenzionalità anticomunista. Si può così quasi dire che il sospettoso anticomunismo sia nato prima del paventato comunismo.
Dopo varie peripezie lessicali, il termine, inteso principalmente come movimento reale della società, si affermò definitivamente intorno al 1840. Suscitò grandi passioni, e divenne per un decennio popolarissimo, anche se il significato pareva tutt’altro che chiaro. Il comunismo era infatti appunto il movimento della società, oltre che il fine ultimo, e immanente, di tale movimento, e poi, ma non sempre, e non subito, il programma politico – il partito comunista organo del proletariato – di chi tale fine auspicava. Il comunismo restò insomma semanticamente indeterminato. Anche quando lo fecero proprio Marx ed Engels. I quali, peraltro, a parte le ristampe del Manifesto, non utilizzarono quasi più il termine dopo il 1852. Fu invece il “socialismo” che si volle “scientifico”. Il comunismo fece però al suo apparire paura perché si diceva che era rintracciabile, come la loro natura nascosta, in tutti i movimenti liberali, democratici, e “di progresso”. Proprio per questo divenne uno spettro. Il 2 agosto 1847 Honoré de Balzac scrisse a Madame Hanska:
«l’Italia sta per cominciare la sua insurrezione, ma questa sarà una cosa terribile, dal momento che non si può neppure immaginare la strada che sta facendo il comunismo, dottrina che consiste nel tutto rovesciare e nel tutto dividere, persino le risorse alimentari e le merci, tra tutti gli uomini considerati come fratelli».

I moti non inattesi dei patrioti italiani contenevano dunque, senza che i patrioti neppure lo immaginassero, una possibile deriva “comunista”. E quest’ultima era considerata, da chi la temeva, lo spettro che si celava nel processo rivoluzionario in quanto tale. Tale processo, come la rivoluzione francese aveva messo in evidenza, non era arrestabile. Sulla sua strada si sarebbe comunque insinuata la guerra sociale. E poi il comunismo. L’anticomunismo fin dall’inizio fu dunque legato al conservatorismo giacché ogni scavalcamento di quest’ultimo, anche se aveva come meta da conquistare le costituzioni liberali o l’indipendenza nazionale, poteva trascinare, innescando un processo inarrestabile, verso il confusamente temuto spettro comunista.
Il comunismo, trasformato a tal punto da essere un’altra cosa, tornò poi nel 1918, nella Russia arcaica, sotto le vesti del bolscevismo leninista, destinato poi a trasformarsi in bolscevismo stalinista. Questa volta si ebbe a che fare non con il movimento della società, ma con uno Stato che si autodefiniva operaio. E il partito comunista non fu più un mero programma di un drappello di democratici internazionalisti, ma un organismo rigidamente coeso e centralizzato. L’anticomunismo assunse allora diverse forme: fu fascista (e subì in qualche circostanza il fascino dell’odiatissima URSS rivoluzionaria), fu liberaldemocratico e libertario (opposto ai sovietici come ai fascisti), fu liberalconservatore (disponibilie talora ad essere indulgente con i fascisti in chiave antisovietica), fu clericale (e in questo caso fu irriducibile), fu liberista (e pronto a scorgere nell’URSS il capolinea antieconomico del processo statalista contemporaneo), fu infine socialista e socialdemocratico (e pronto a negare, con sfumature di volta in volta diverse, il carattere “socialista” dell’URSS). Nel periodo tra le due guerre l’anticomunismo fu accesissimo nel 1917-’21, si attenuò un poco nel 1922-’28, fu ambivalente nel 1929-’35 (quando l’URSS lanciò la politica “classe contro classe” e tuttavia suscitò ammirazione per il fatto di eludere con i piani quinquennali la crisi del ’29). La politica dei Fronti popolari riaccostò ai comunisti i democratici e i socialisti. Il patto nazisovietico allontanò nuovamente questi ultimi e rappresento anzi il momento culminante dell’anticomunismo-antifascismo liberaldemocratico. La guerra e la Resistenza nuovamente riaccostarono ai comunisti, contro il comune nemico fascista, gli antifascisti democratici e socialisti. L’anticomunismo fascista ritenne dunque – per ricapitolare – che lo Stato sovietico, parentesi del 1939-’41 a parte, fosse un rivale che andava eliminato. L’anticomunismo conservatore, così come quello clericale, anche quando le repliche della storia gli imposero di deporre ogni indulgenza nei confronti del nazifascismo, ritenne che l’URSS e il comunismo fossero per sempre perduti dal punto di vista dei valori, laici e religiosi, della civiltà cosiddetta “occidentale”. Democratici e socialisti, invece, ritennero, soprattutto nel 1941-’45 (pur essendo rimasti sgomenti e delusi in Spagna), che la comune battaglia antifascista avrebbe democratizzato inevitabilmente, se non l’URSS, almeno i comunisti di tutti i paesi, sempre in primissima fila, e con enormi sacrifici, nella difesa della comune libertà e nello stesso processo della ricostruzione dell’Europa democratica.
L’URSS staliniana, anche con il perseguitare i soldati che tornavano dalla guerra antifascista, rimase, fino alla morte del tiranno, e anche oltre, uno Stato totalitario. In Italia e anche in Francia, invece, i comunisti erano diventati, pur nel permanente legame con l’URSS, socialdemocratici nei fatti ed inseriti a pieno diritto nella vita costituzionale e nazionale dei loro paesi. La scommessa liberaldemocratica, insomma, era stata vinta solo a metà. La Guerra fredda, tuttavia, incrudelì sì con nuove e feroci repressioni ad Est, ma riscoprì ad Ovest un anticomunismo primario che non faceva distinzioni. Un anticomunismo che ebbe punte ossessivo-paranoidi con il maccartismo e che non esitò a trovare sponde nelle dittature militari assassine e liberticide, nell’estrema destra antidemocratica e nel clericalismo talvolta intollerante nei confronti dell’insieme del mondo moderno. Lo spazio dell’anticomunismo democratico e socialista si ridusse. Anche perché i democratici e i socialisti che si volevano indipendenti non di rado vennero accusati di essere a loro volta comunisti.
Vi fu dunque, nella seconda metà del ’900, un anticomunismo n. 1, diplomatico-militare e geopolitico, tutto giocato sulla divisione del mondo in blocchi e sul “contenimento” dell’espansionismo sovietico. Vi fu un anticomunismo n. 2, politico-culturale, proteso nella difesa del “mondo libero” e suddiviso ancora, nella pur comune alleanza autoproclamatasi antitotalitaria (ma non sempre con le carte in regola), in diverse famiglie: la reazionario-dittatoriale (come in Portogallo e in Spagna), la conservatrice (o anche clericale), la liberaldemocratica e la socialdemocratica. Queste due ultime, in taluni casi, cercarono di porsi, talora assai coraggiosamente e intelligentemente, come “terze forze” tra conservatorismo-clericalismo e sinistre radicali e comuniste. Vi fu infine un diffusissimo e spesso prevalente anticomunismo n. 3, che utilizzava il comunismo come alibi per sabotare le riforme, per frenare l’emancipazione sociale e per rallentare il grande processo della decolonizzazione. Chi chiedeva diritti civili e politici per i neri dell’Alabama, tanto per fare un esempio, era sistematicamente accusato di essere “comunista”. L’anticomunismo, d’altra parte, non cercò mai di liberare le vittime dei regimi comunisti esportando la democrazia (vedi Berlino 1953 e Ungheria 1956) e talora, invece, distrusse la democrazia – con relativo bagno di sangue – là dove non vi erano regimi comunisti (vedi Indonesia 1965 e Cile 1973). L’anticomunismo realistico n. 1 e quello assiologico n. 2 furono dunque fortemente condizionati, e qualche volta addirittura travolti, e danneggiati, dall’anticomunismo n. 3, vale a dire dall’anticomunismo parassitario degli interessi.

La storia dell’anticomunismo in Italia, che è oggetto dei saggi contenuti in questo fascicolo, e in particolare la storia dell’anticomunismo nell’Italia repubblicana, che è al centro della maggior parte di essi, riflette in modo abbastanza fedele questa classificazione, e al tempo stesso presenta una propria originalità. Anche l’Italia ha conosciuto tutta la gamma degli anticomunismi più diversi: da quello violento e virulento che è stato una delle componenti del fascismo alle origini, a quello liberale conservatore, che lo ha affiancato nell’illusione di servirsene ai propri fini, a quello cattolico – che nella sua versione più reazionaria ha avversato nel comunismo l’idea stessa della lotta di classe e in quella più illuminata ne ha denunciato la negazione dei diritti della persona –, fino a quello liberaldemocratico e libertario, ricco di personaggi dall’indiscutibile fascino, come Salvemini e Ernesto Rossi, e a quello – che è pure esistito – propriamente socialista e riformista, la cui ultima e abbastanza singolare incarnazione è stata rappresentata da Bettino Craxi.
Pur così variegato, l’anticomunismo nella storia repubblicana fu profondamente condizionato da una duplice peculiarità. La prima era la particolare collocazione geopolitica nella Guerra fredda dell’Italia, territorio di frontiera e dunque posta di vitale importanza per il campo occidentale che ne detiene il controllo politico. La seconda era la natura dell’avversario: l’anticomunismo italiano doveva misurarsi e combattere con un partito comunista che era il più forte del mondo occidentale e che seguiva un suo percorso – comunque lo si giudichi – particolare e atipico, tanto da costituire l’oggetto della curiosità intellettuale di innumerevoli politologi e sociologi oltre che di tanti storici. Le radici di questa forza e di questa atipicità affondano prima di tutto nelle vicende storiche del paese, che fu il laboratorio politico del fascismo: nato per fare la rivoluzione, il PCI si trovò quasi subito ad essere in prima fila nella lotta per contrastare una dittatura di destra, che lo identificava come principale nemico. In questa lotta il Partito comunista acquistò prestigio e legittimazione, mostrandosi da un lato capace di assorbire e canalizzare la tradizione del “sovversivismo”, che aveva consistentemente segnato la storia del movimento operaio italiano, dall’altro di penetrare in profondità gli spazi del socialismo prima occupati dal socialismo riformista. Ma il radicamento sociale e il seguito elettorale di cui il PCI diede prova dopo la fine della Seconda guerra mondiale non sono riconducibili solo a questi precedenti, né al ruolo di protagonista svolto durante la Resistenza: si spiegano anche con una strategia politica – quella di Togliatti – che puntava sulla costruzione di un partito di massa, inserito in tutte le pieghe della società italiana e integrato nel sistema politico della Repubblica di cui aveva contribuito a porre le fondamenta.
L’insieme di queste peculiarità incide sui connotati dell’anticomunismo italiano e contribuisce a scandirne le fasi, secondo tempi non sempre coincidenti con quelli che conosce il fenomeno su scala più generale. Subito dopo la rivoluzione russa, già in partenza le voci dell’anticomunismo più “rispettabili” furono messe in sordina da quelle chiassose del fascismo, e divenne per loro via via più difficile farsi sentire, perché il comunismo era pur sempre il nemico numero uno di un regime totalitario e dispotico, al quale poco valeva assimilarlo su un piano di principio quando migliaia di combattenti per quell’idea pagavano in prima persona nelle carceri e al confino. Poi, fra il 1941 e il 1947, durante la parentesi dell’unità antifascista, l’anticomunismo di ogni ordine e grado fece per così dire un passo indietro, e in Italia forse più che altrove: perfino la Chiesa cattolica parve attenuare la sua intransigenza, al punto che nel dicembre 1945 monsignor Giovanni Montini, sostituto della Segreteria di Stato vaticana, rassicurava Eugenio Reale (allora sottosegretario agli Esteri nel governo Bonomi e stretto collaboratore di Togliatti) che «il Vaticano non ha mai proclamato l’incompatibilità fra fede cattolica e l’iscrizione a un partito di sinistra, sì che un cattolico può benissimo essere iscritto al partito socialista o comunista»; e proponeva addirittura al suo interlocutore un colloquio «fra Sua Santità e il capo del Vostro partito, che ha oggi una così grande influenza in Italia».
Durante la Guerra fredda, però, prese di nuovo il sopravvento l’anticomunismo meno nobile, non a caso definito spesso “viscerale”. Molto di esso proviene dalle acque profonde di una cultura politica di destra, poco visibile ma ben presente sulla scena italiana: una cultura che è, più in generale, quella dell’antipolitica. Declinata nelle sue forme più plebee, diciamo pure becere, dall’«Uomo Qualunque» di Giannini, essa circolò anche nei salotti buoni attraverso gli scritti di giornalisti intelligenti come Leo Longanesi o – absit iniuria verbis – di Indro Montanelli. Dopo il 18 aprile 1948, trovò una sponda in una cultura sicuramente diversa, ma certo nei suoi confronti ammiccante: quella del clericalismo chiuso della Chiesa di Pio XII.
Spesso rimosso o esorcizzato, il peso di questo substrato profondo della cultura di destra nella storia della Repubblica continuò a farsi sentire ben più a lungo di quanto ci si potesse aspettare dopo la caduta del fascismo: se non evocasse piuttosto l’immagine della palude, si sarebbe tentati di usare anche a suo riguardo l’espressione di “fiume carsico”, spesso impiegata per descrivere il percorso di altre, ben diverse correnti politiche, come quella dell’azionismo.
Questa cultura di destra ha trovato spesso udienza anche nell’aggressivo mondo imprenditoriale italiano, tanto diviso al proprio interno e disorientato sui destini del paese, quanto determinato nel rivendicare il ritorno a un liberismo concepito essenzialmente in termini “privatistici” e geloso nel difendere i propri immediati interessi.
Il terreno unificante, a ben vedere, è stato quello della “grande paura”, categoria ben nota agli storici della rivoluzione francese: paura resa appunto più viva e concreta dalla richiamata posizione strategica dell’Italia nell’arena della Guerra fredda, e dal carattere agguerrito dell’avversario che si combatteva, un partito comunista che arrivò a superare i due milioni di iscritti, che controllava il più forte dei sindacati, e che anche dall’altro contendente della Guerra fredda era percepito come una risorsa di cruciale importanza. Quanto fondamento reale aveva questa paura? Non c’è dubbio che il PCI, pur con le specificità che ne accompagnano la vicenda, rivendicò per la quasi intera durata della sua storia l’appartenenza al movimento comunista internazionale e la superiorità di un modello sociale e politico diverso da quello della democrazia “occidentale”. Da questo punto di vista, esso poteva legittimamente essere visto dagli anticomunisti di ogni tinta come un partito che riconosceva un vincolo di lealtà speciale con un altro mondo, contrapposto e ostile a quello in cui l’Italia si collocava: e dunque come un pericolo per la libertà. Ma questo timore cessò di essere realistico già molto presto nella storia dell’Italia repubblicana, nella quale il PCI ha svolto, assai più che un ruolo di “quinta colonna”, una funzione di disciplinamento delle masse subalterne e di loro integrazione in un quadro democratico.
Con il senno di poi, si può dire che sui due versanti della frattura che ha lacerato così profondamente il tessuto politico italiano si sono perdute delle occasioni per colmare il solco. Certo, il sistema politico italiano è stato particolarmente vulnerabile all’influenza dei “vincoli esterni” e delle “doppie lealtà”, che ne hanno ridotto i margini di autoriforma. Ma ci sono anche responsabilità soggettive delle forze politiche per scelte non fatte o fatte tardivamente. Non può non colpire, per esempio, che l’esperienza più coraggiosa e feconda del riformismo in Italia, quella dei primi governi di centro-sinistra, sia stata compiuta nel segno esplicito e dichiarato della “delimitazione della maggioranza”, negando a priori al partito comunista ogni legittimità democratica e costringendolo quasi suo malgrado all’opposizione. Per altro verso, il PCI non ha avuto il coraggio, dopo aver espresso nel 1968 una pur ferma condanna dell’invasione della Cecoslovacchia ad opera delle truppe del Patto di Varsavia, di portare avanti fino in fondo la critica del “socialismo reale”, e ha lasciato passare un altro decennio prima di ammettere “l’esaurimento della forza propulsiva” della Rivoluzione d’ottobre.
E tuttavia, anche questo discorso sulle occasioni mancate dovrebbe ormai appartenere al passato. Invece l’anticomunismo sopravvissuto e tenuto in caldo dopo la caduta dei comunismi – l’anticomunismo grottesco di Berlusconi, che non esita ad assolvere Mussolini – è, oltre che una ripetitiva retorica da rispolverare nei non rari momenti di disperazione, il residuo populistico-demagogico di quello classficato prima con il numero 3. Senza più né la realtà, né la foglia di fico, del n. 1 e del n. 2.
Siamo tornati al punto di partenza. Non è il comunismo che genera l’anticomunismo. È quest’ultimo che, senza più alcuna serietà, inventa il comunismo. E definisce comunisti quelli che non lo sono mai stati o che non lo sono più da decenni.


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