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In
questo numero
di
Laurana
Lajolo
Questo
numero si apre con un nuovo ricordo di Carlo Gilardenghi
attraverso la presentazione del suo libro di memorie Cantun di rus
e
dintorni, un affresco gustoso della vita alessandrina, nelle sue
componenti politiche e amministrative e nelle modalità di
vita, di incontro, di svago.
In occasione delle celebrazioni del sessantesimo anniversario della
Liberazione, abbiamo incaricato Federico Trocini di monitorare come
alcune testate giornalistiche abbiano trattato la ricorrenza. Salvo
alcune
eccezioni, la comunicazione giornalistica, trainata dal revisionismo
diffuso e dall’ottica ristretta di considerare la lotta di
liberazione soltanto
come fatto militare (e per di più attraverso episodi sanguinosi),
ha cavalcato l’ideologia della pacificazione e dell’esaurimento
del valore politico dell’antifascismo, banalizzando e appannando
il significato storico della Resistenza. Non sono mancate, comunque,
voci di storici, che hanno sottolineato lo stretto nesso tra Resistenza,
Costituzione e fondazione della democrazia. È prevalsa cioè la
polemica ideologica per fini politici contingenti.
Come già in altri momenti del passato, anche questo anniversario
della Liberazione rappresenta una verifica significativa dello stato
delle
istituzioni democratiche, disegnate dall’Assemblea costituente
tra il 1946
e il 1948, considerato che le proposte del governo di centro-destra
di
cambiamento della Costituzione stanno mettendo in discussione proprio
quei principi, che hanno fondato la struttura dell’allora
incipiente democrazia italiana: la divisione dei poteri e il loro
reciproco bilanciamento intorno
alla centralità dell’assemblea parlamentare.
I partiti presenti nell’Assemblea Costituente misero un grande
impegno
per trovare mediazioni di alto livello tra culture politiche diverse
e
anche per stabilire fondamenti condivisi da tutti al fine di far
uscire il
Paese dalla guerra civile e per dare dignità democratica
alle istituzioni locali
e nazionali. La scelta referendaria dei cittadini italiani a favore
della Repubblica, penalizzando la monarchia pesantemente compressa
con il passato regime, rappresentò, infine, il suggello di una diffusa
consapevolezza che per l’Italia iniziava una fase nuova e inedita, quella
della Repubblica democratica. I lavori dell’Assemblea Costituente hanno,
dunque, istitutito la democrazia in Italia, i diritti e i principi di cittadinanza;
una
democrazia supportata da una funzione pedagogica dei partiti di
massa ai fini della partecipazione del popolo alla vita politica.
Ripensare la Resistenza oggi significa anche stabilire un collegamento
stretto tra la lotta armata per i valori di libertà e di giustizia sociale
e
gli orientamenti dei partiti antifascisti, poi rielaborati nella Carta costituzionale.
Dalla
Resistenza uscì una classe dirigente, che con ideologie differenziate
e
a volte contrapposte, sottoscrisse il patto costituzionale antifascista,
base dell’unità democratica della nascente Repubblica italiana,
patto che ha retto anche in periodi di scontri politici aspri e combattuti.
La partecipazione al movimento di liberazione, infatti, fu una scuola di
formazione etica e politica fondamentale per la generazione dei giovani
partigiani, che sono rimasti fedeli a quell’impegno civile lungo il corso
della loro vita. Ma questo sessantesimo anniversario avviene loro assenti: i
protagonisti
non ci sono più.
Quella classe dirigente non ha avuto eredi. Infatti il problema centrale
della politica attuale è la mancanza di una classe dirigente adeguata
alle questioni aperte e capace di assumersi la responsabilità di governo,
così come aveva fatto la classe antifascista all’indomani della
Liberazione. Oggi manca il senso di responsabilità verso la collettività e
l’interesse comune, che emerse all’indomani dell’8 settembre
dopo lo
sfacelo del regime, quando i giovani scelsero di diventare partigiani per
combattere contro i nazisti e i fascisti al fine di far finire la guerra, quando
i
partiti antifascisti usciti dalla clandestinità seppero esprimere una
proposta
politica plurale di un nuovo Stato già durante il conflitto con l’istituzione
delle repubbliche partigiane nelle zone liberate per provvedere alle prime esigenze
quotidiane della popolazione. Infine i partiti si assunsero la responsabilità di
mantenere un terreno comune di incontro nell’Assemblea costituente proprio
mentre si consumava l’espulsione delle forze di sinistra dal governo centrista
di De Gasperi.
Sarebbe stato di grande interesse utilizzare l’occasione del sessantesimo
anniversario per approfondire la connessione tra la lotta partigiana
e la costruzione della democrazia italiana, anche alla luce delle riforme
istituzionali in atto, per riflettere sulla formazione di una classe dirigente
adeguata al momento storico attuale, sulla funzione dei partiti, sulla
coscienza politica del popolo.
A
sessant’anni di distanza, dunque, nonostante notevoli interventi
in
senso contrario, la Resistenza non è archiviabile in una pagina di storia
strumentalizzata secondo esigenze politiche contingenti, perché quel
processo di liberazione è la matrice dell’assetto democratico del
Paese.
La
sezione STUDI E RICERCHE di questo numero è sostanzialmente
dedicata, oltre alla riflessione sul sessantesimo anniversario
del 25 aprile
1945, ad un approfondimento di temi relativi alla guerra e ai prodromi
della comunità europea. La ricerca, condotta da Gennaro
Fusco sulle
carte conservate nell’Archivio di Stato di Alessandria,
che documentano
la partecipazione di legionari alessandrini alla guerra di Spagna,
offre
indicazioni sugli elementi caratterizzanti dei volontari fascisti.
Il dato
interessante che emerge è l’aspettativa di lavoro
dopo la partecipazione
alla guerra, quasi fosse quella la motivazione principale per diventare
volontario.
Claudio Vercelli analizza l’uso pubblico della Giornata
della memoria,
sottolineando il ruolo che il ricordo della Shoah ha assunto nei
programmi
scolastici, quasi a divenire l’unico parametro per affrontare
il
tema delle conseguenze del totalitarismo nazista.
Dopo la vittoria degli stati antifascisti sul nazismo e sul fascismo
si
apre la questione della costruzione dell’Europa, obiettivo
per altro ben
presente ad alcuni settori dell’antifascismo politico,
basti pensare a
Altiero Spinelli. Claudio Anta delinea il fondamento cristiano
della scelta
europeista di Robert Schuman, il quale, come ministro francese
e
quindi come presidente del Parlamento di Strasburgo, fu uno dei
protagonisti, con il leader tedesco Adenauer, del progetto dell’unità
dell’Europa occidentale, basata su una chiara scelta atlantista.
In NOTE E DISCUSSIONI Cesare Manganelli riprende in senso critico
il
giudizio di Croce sul fascismo, così come viene fuori
dai Taccuini di
guerra del filosofo; Maria Luisa Jori si interroga sulla cultura
degli italiani,
prendendo spunto dalle indicazioni di Tullio De Mauro; Massimo
Rapetti ricostruisce l’episodio di Cefalonia, così come
lo ha raccontato
nel suo romanzo Vanghelis Sakkatos, che era bambino durante l’occupazione italiana
dell’isola. La presidente dell’Istituto Carla Nespolo
fa un bilancio dell’attività svolta dall’ISRAL
in occasione della
Giornata della memoria.
Significativa e interessante nella sezione FONTI, ARCHIVI, DOCUMENTI è
la riproposizione da parte di Manganelli del carteggio, in larga
parte inedito, tra due esponenti della sinistra Giacinto Menotti
Serrati e Ambrogio Belloni, deputato alessandrino, dopo l’omicidio
di Matteotti, nella fase politica particolarmente contrastata del
biennio 1924-26.
Nella
sezione PROBLEMI E MATERIALI DIDATTICI pubblichiamo le relazioni
tenute da Luciana Ziruolo e Vittorio Rapetti nell’ambito
del convegno La
scuola e il giorno della memoria, organizzato dalla Sezione
didattica
dell’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea
di Alessandria, convegno che ha rappresentato un’interessante
occasione per riflettere sugli aspetti problematici legati
alla didattica della Shoah e sulla valenza assunta dalla ricorrenza
del 27 gennaio.
L’inserto fotografico, curato da Franco Castelli, è dedicato
alle immagini
delle mondine negli anni Cinquanta.
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