Quaderno di storia contemporanea n. 34


 

 

 

 


«Auguriamo anche a voi il vostro 25 Aprile»
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Carlo Gilardenghi

Gli oratori che mi hanno preceduto hanno già detto tutto quel che dovevano dire per celebrare degnamente il 25 aprile.
A me tocca un altro compito: parlando a nome di tutti coloro che sono stati testimoni e protagonisti di quegli eventi, parlando anche a nome di Ezio Gemma, presidente dell’anpi, di cui scuso l’assenza, a me tocca il compito di fare un momento di riflessione, che ne è del 25 aprile?
Ancora una volta questa ricorrenza si celebra in mezzo alle polemiche: quest’anno la più rivoltante, sarebbero stati i partigiani i responsabili della strage di Marzabotto.
Dunque non le ss autrici materiali dell’eccidio, i cui crimini sono stati sepolti per mezzo secolo negli archivi.
Ricordo a voi che solo la nostra determinazione e il coraggio di un magistrato militare ha consentito recentemente di processare e condannare il responsabile del massacro della Benedicta.
Ma non è una accusa nuova quella di rovesciare sui combattenti della libertà la responsabilità delle stragi nazifasciste.
Era già accaduto a proposito delle Fosse Ardeatine.

È un’accusa che ci brucia perché ci rendiamo conto che la nostra azione è stata la causa involontaria di tante sofferenze della popolazione civile.
Ma la responsabilità storica e morale pesa sui nazifascisti per avere usato in Italia come dovunque metodi da guerra civile.
Attenzione metodi da guerra civile ma la Resistenza non è stata una guerra civile in senso proprio come sostengono alcuni.
Mancava il presupposto essenziale per una guerra civile: nessuno strato sociale era ormai disposto a dare il suo sostegno al fascismo, non quelli che lo avevano forgiato, non quelli che gli avevano portato il consenso, meno che mai le classi lavoratrici che avevano pagato più di tutti.
Certo ci furono ancora italiani che si schierarono coi nazifascisti, per interesse e per paura e anche per convinzione.
Venti anni di educazione fascista avevano devastato troppe coscienze perché non ci fossero ancora margini di incomprensione. Ma senza i tedeschi non ci sarebbe stata Salò. La prova a contrario: nel Meridione non ci fu alcun abbozzo di resistenza.
Ma gli altri, la massa dei giovani e degli italiani che poteva fare di fronte all’occupazione alle spogliazioni alle pretese dei tedeschi di reclutare ancora una volta i nostri giovani per farne carne da cannone al fine di tenere il più a lungo possibile gli Alleati lontano dai loro confini?

Potevate aspettare i liberatori, le truppe alleate: presto o tardi sarebbero arrivate. La risposta la diede per tutti il partigiano cattolico Teresio Olivelli, martire della Resistenza: «Non ci sono liberatori, ci sono solo uomini che si liberano».
Qualcuno non ha ancora capito che libertà e democrazia non sono beni d’esportazione.
Che bisogna guadagnarseli se si vuole poi essere capaci di difenderli quando vengono minacciati.
Ed è quello che abbiamo cercato di fare, nonostante i costi.
Vedete, si fa dell’ironia sul contributo militare della Resistenza.
So solo che abbiamo avuto alcune decine di migliaia di morti partigiani, senza contare i feriti.
Ma bisogna aggiungere anche le decine di migliaia di caduti del corpo di liberazione italiano aggregato agli Alleati.
Bisogna aggiungere le decine di migliaia di morti nei campi di sterminio e nei campi di prigionia tedeschi.
E insieme a loro le vittime civili dei bombardamenti alleati e delle stragi nazifasciste. Scusate se è poco.
Per quanto ci riguarda direttamente la nostra guerra si è conclusa con un evento davvero “storico”, che abbiamo appena ricordato stamane: la resa di un intero corpo d’armata tedesco nelle mani dei partigiani e del popolo insorto. Come era già accaduto a Genova.

Perché l’hanno fatto? Potevano attendere un giorno o due e sarebbero arrivati gli Alleati.
La verità è che in quei venti mesi di scontri qualcosa si era spezzato nell’orgoglio teutonico, al punto di preferire la resa di fronte a coloro che li avevano contrastati tenacemente nonostante la disparità enorme di mezzi.
È stato il riconoscimento sul campo dello statuto di combattenti a tutti i militanti del fronte antifascista.
L’8 settembre sarà anche stato la morte della patria come alcuni sostengono: morte della patria fascista, la patria della dittatura, del razzismo, delle guerre di aggressione.
Bene, il 25 aprile è stato allora la resurrezione della patria, la patria della libertà, della democrazia, della pace.
Ma fin qui siamo ancora alla polemica storica e politica.
Purtroppo da qualche tempo è in corso nel nostro paese un’operazione non a parole ma coi fatti che tende a intaccare le fondamenta dell’edificio costruito grazie alla Resistenza.
Questa operazione si materializza con l’attacco alla Costituzione italiana col pretesto delle “Riforme”.
Di questa operazione abbiamo avuto l’ultimo atto con l’affermazione, mai sentita prima, che la nostra Costituzione reca l’impronta sovietica.

Fino ad oggi abbiamo creduto di vivere in un paese profondamente liberale, fondato com’è sul suffragio universale (conquista recente sull’onda della lotta di liberazione, prima metà del corpo elettorale, le donne, era esclusa dal voto), sulla centralità del Parlamento, sulla divisione dei poteri... ecc.
Se mai il pericolo può annidarsi in certe “riforme” in senso presidenzialistico, di emarginazione del Parlamento, di subordinazione dell’ordine giudiziario all’esecutivo, tutte misure che con il liberalismo classico hanno poco da spartire.

Ma chi ha lanciato l’accusa si riferiva alle norme che riguardavano l’iniziativa privata e in particolare all’articolo 41, visto che parlava a una assemblea di imprenditori.
Cosa recita l’articolo 41?

«L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».
Che cosa si vorrebbe? Disancorare del tutto l’iniziativa economica dalla legge? Lo si sta già facendo purtroppo!
Negare ogni responsabilità sociale dell’attività imprenditoriale?
Ma l’attribuire una funzione sociale all’impresa non la diminuisce, anzi l’arricchisce, la eleva su un piano morale. Basta leggere gli atti della Costituente e ci si rende conto che non ha l’impronta sovietica.
In questo articolo si invera la dottrina sociale della Chiesa cattolica e vengono accolte alcune istanze dell’area socialista e comunista come emerge dal dibattito costituente.
È questo articolo un altro dei più significativi risultati della Resistenza, il riconoscimento del ruolo primario svolto volontariamente dalle classi popolari in quella lotta e grazie ad essa sottratte a una storica subalternità.

Immissione delle classi popolari nel corpo della nazione come protagoniste assieme alle altre classi, consolidamento della struttura democratica del Paese.
Da dove viene la forza della democrazia italiana che in più di mezzo secolo ha consentito di reggere a tutti gli urti, se non da questa partecipazione attiva, da questo protagonismo delle classi lavoratrici?
Ma l’attacco forse più grave è quello all’articolo 11 della Costituzione, quello che nel corso dell’ultimo conflitto milioni di italiani hanno imparato a memoria: «L’Italia ripudia la guerra come mezzo per la composizione delle vertenze internazionali».
Attacco diretto: c’è un uomo politico, non di destra, che ha proposto di “riformarlo”, al solito, che vuol dire abolirlo.
Attacco diretto, al movimento per la pace: è finita la guerra si dice, dovete finirla col movimento per la pace.
Un fantomatico quotidiano, non a caso chiamato «Il Riformista», titola «Stiamo guarendo dal pacifismo».
Come fosse una malattia, al pari dell’Aids o della Sars, al pari della guerra preventiva, al pari della guerra infinita, al pari delle violazioni del diritto internazionale.

L’accusa di pacifismo come fosse un’offesa.
Cha male c’è nel mondo d’oggi a essere “pacifisti”, cioè per la pace senza se e senza ma?
Ma, si oppone, ci sono le guerre giuste.
Lo sappiamo per esperienza personale, le guerre di liberazione, quelle che non si può fare a meno di combattere.
Ma per favore, non chiamiamo la guerra, qualunque guerra, guerra umanitaria.
La guerra è guerra, anche la più giusta delle guerre si combatte sempre coi mezzi della guerra, che non hanno nulla di umanitario.
Ho conosciuto comandanti che avrebbero voluto combattere la guerra partigiana con mezzi adeguati al fine che si proponevano, giustizia e libertà.
Purtroppo proprio quella guerra, la guerra incivile non glielo consentiva! Il fine giustifica i mezzi, si è sempre detto.
Dopo Hiroshima non c’è fine che possa giustificare i mezzi della guerra attuale.
La grande novità del movimento per la pace è che si propone di rovesciare il concetto: perseguire il fine supremo della pace con mezzi pacifici.
Finalmente, ha detto qualcuno, sono i mezzi a giustificare il fine!
Ma nell’attuale movimento di lotta per la pace c’è qualcosa che trascende il suo stesso oggetto: la lotta per la pace non va mai disgiunta dalla lotta per la giustizia.
Giustizia sociale nel proprio paese, maggiore giustizia nella distribuzione delle risorse tra paesi ricchi e paesi poveri.
Ciò che rende indistruttibile l’attuale movimento per la pace è la confluenza in esso dei grandi filoni culturali politici sociali che scuotono il mondo ormai da diversi anni: la cultura ambientalista, la protesta dei no global, la critica al consumismo, la lotta sul campo contro la povertà, la fame, le malattie, specie delle organizzazioni della Chiesa cattolica.
Grazie al movimento dei movimenti si va diffondendo la consapevolezza che la causa della povertà del terzo mondo sta nella ricchezza dei paesi sviluppati.
A chi si affanna per cercare di debellare il terrorismo irrorando di bombe un paese dopo l’altro, consigliamo di rivolgersi al movimento per la pace che indica la vera causa del terrorismo: l’ingiustizia di fondo che domina il pianeta.
È questa ingiustizia che bisogna aggredire cambiando modello di sviluppo e comportamenti personali se si vuole sradicare il terrorismo.

Mi rendo conto che al termine di questo percorso si potrebbe pensare che la Resistenza ha mancato i suoi obiettivi. Ci troviamo dopo mezzo secolo a misurarci con gli stessi problemi, con pericoli ancora più grandi.
Certo se abbiamo pensato di aver risolto una volta per tutte il problema della giustizia e della pace, ci siamo sbagliati di grosso.
È chiaro che non c’è la fine della storia: lo svolgimento storico pone a ogni generazione sempre nuovi compiti.
E per noi è grande soddisfazione vedere come gli ideali e i propositi per i quali ci siamo battuti sono ora pienamente accolti nel grande alveo del movimento per la pace.
Non solo, ma ci conforta constatare come le schiere di giovani che si raccolgono sotto le bandiere della pace, si battono non solo con metodi nuovi adeguati ai tempi, ma con lo stesso spirito che ci ha animato allora.
Auguriamo anche a voi il vostro 25 Aprile.


*Discorso pronunciato da Carlo Gilardenghi in occasione della celebrazione del 25 aprile 2003 ad Alessandria  

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