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«Auguriamo anche a voi il vostro 25 Aprile»*
Carlo
Gilardenghi
Gli
oratori che mi hanno preceduto hanno già detto tutto quel che
dovevano dire per celebrare degnamente il 25 aprile.
A me tocca un altro compito:
parlando a nome di tutti coloro che sono stati testimoni e
protagonisti di quegli eventi, parlando anche a nome di Ezio
Gemma, presidente
dell’anpi, di cui scuso l’assenza, a me tocca il compito di fare
un momento di riflessione, che ne è del 25 aprile?
Ancora una volta
questa ricorrenza si celebra in mezzo alle polemiche: quest’anno la più rivoltante,
sarebbero stati i partigiani i responsabili della strage
di Marzabotto.
Dunque non le ss autrici materiali dell’eccidio, i cui crimini sono stati
sepolti per mezzo secolo negli archivi.
Ricordo a voi che solo la
nostra determinazione e il coraggio di un magistrato militare ha
consentito recentemente
di processare e condannare il responsabile del massacro della
Benedicta.
Ma
non è una accusa nuova quella di rovesciare sui combattenti della
libertà la responsabilità delle stragi nazifasciste.
Era già accaduto
a proposito delle Fosse Ardeatine.
È un’accusa che ci brucia perché ci rendiamo
conto che la nostra azione è stata la causa involontaria di tante
sofferenze della popolazione civile.
Ma
la responsabilità storica e morale
pesa sui nazifascisti per avere usato in Italia come dovunque
metodi da guerra civile.
Attenzione metodi
da guerra civile ma la Resistenza non è stata una guerra civile
in senso proprio come sostengono alcuni.
Mancava
il presupposto essenziale per una guerra civile: nessuno strato
sociale era ormai disposto
a dare il suo sostegno al fascismo, non quelli che lo avevano
forgiato, non quelli che gli avevano portato il consenso, meno
che mai le classi lavoratrici che avevano pagato più di tutti.
Certo ci furono ancora italiani che si
schierarono coi nazifascisti, per interesse e per paura e anche
per convinzione.
Venti anni di educazione
fascista avevano devastato troppe coscienze perché non ci fossero ancora margini
di incomprensione. Ma senza i tedeschi non ci sarebbe stata Salò.
La prova a contrario: nel Meridione non ci fu alcun abbozzo
di resistenza.
Ma gli altri, la massa
dei giovani e degli italiani che poteva fare di fronte all’occupazione alle
spogliazioni alle pretese dei tedeschi di reclutare ancora una
volta i nostri giovani per farne carne da cannone al fine di
tenere il più a lungo possibile gli Alleati lontano dai loro
confini?
Potevate
aspettare i liberatori, le truppe alleate: presto o tardi sarebbero
arrivate.
La risposta la diede
per tutti il partigiano cattolico Teresio Olivelli, martire della
Resistenza: «Non ci sono liberatori, ci sono solo uomini
che si liberano».
Qualcuno non ha ancora capito che libertà e
democrazia non sono beni d’esportazione.
Che bisogna guadagnarseli
se si vuole poi essere capaci di difenderli quando vengono minacciati.
Ed è quello
che abbiamo cercato di fare, nonostante i costi.
Vedete, si fa
dell’ironia sul contributo
militare della Resistenza.
So solo che abbiamo avuto alcune decine
di migliaia di morti partigiani, senza contare i feriti.
Ma bisogna
aggiungere anche le decine di migliaia di caduti del corpo di
liberazione italiano aggregato
agli Alleati.
Bisogna aggiungere le decine di migliaia
di morti nei campi di sterminio e nei campi di prigionia tedeschi.
E
insieme a loro le vittime civili dei bombardamenti alleati e
delle stragi nazifasciste. Scusate se è poco.
Per quanto ci riguarda
direttamente la nostra guerra si è conclusa con un evento davvero “storico”,
che abbiamo appena ricordato stamane: la resa di un intero corpo
d’armata tedesco nelle mani dei partigiani e del popolo insorto.
Come era già accaduto a Genova.
Perché l’hanno
fatto? Potevano attendere un giorno o due e sarebbero arrivati
gli Alleati.
La verità è che in quei venti mesi di
scontri qualcosa si era spezzato nell’orgoglio teutonico, al
punto di preferire la resa di fronte a coloro che li avevano
contrastati tenacemente nonostante la disparità enorme di mezzi.
È stato
il riconoscimento sul campo dello statuto di combattenti a tutti
i militanti del fronte antifascista.
L’8 settembre sarà anche
stato la morte della patria come alcuni sostengono: morte della
patria fascista,
la patria della dittatura, del razzismo, delle guerre di aggressione.
Bene,
il 25 aprile è stato allora la
resurrezione della patria, la patria della libertà, della democrazia,
della pace.
Ma fin qui siamo ancora alla polemica
storica e politica.
Purtroppo da qualche
tempo è in corso
nel nostro paese un’operazione non a parole ma coi fatti che
tende a intaccare le fondamenta dell’edificio costruito grazie
alla Resistenza.
Questa operazione si materializza
con l’attacco alla Costituzione italiana col pretesto delle “Riforme”.
Di
questa operazione abbiamo avuto l’ultimo
atto con l’affermazione, mai sentita prima, che la nostra Costituzione
reca l’impronta sovietica.
Fino
ad oggi abbiamo creduto di vivere in un paese profondamente
liberale,
fondato com’è sul suffragio
universale (conquista recente sull’onda della lotta di liberazione,
prima metà del corpo elettorale, le donne, era esclusa dal voto),
sulla centralità del Parlamento, sulla divisione dei poteri...
ecc.
Se mai il pericolo può annidarsi in certe “riforme” in
senso presidenzialistico, di emarginazione del Parlamento, di
subordinazione dell’ordine giudiziario all’esecutivo, tutte misure
che con il liberalismo classico hanno poco da spartire.
Ma
chi ha lanciato l’accusa si riferiva
alle norme che riguardavano l’iniziativa privata e in particolare
all’articolo 41, visto che parlava a una assemblea di imprenditori.
Cosa
recita l’articolo 41?
«L’iniziativa
economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo
da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica
pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini
sociali».
Che cosa si vorrebbe? Disancorare del
tutto l’iniziativa economica dalla legge? Lo si sta già facendo
purtroppo!
Negare ogni responsabilità sociale dell’attività imprenditoriale?
Ma
l’attribuire una funzione sociale
all’impresa non la diminuisce, anzi l’arricchisce, la eleva su
un piano morale. Basta leggere gli atti della Costituente e ci
si rende conto che non ha l’impronta sovietica.
In
questo articolo si invera la dottrina sociale della Chiesa cattolica
e vengono accolte alcune istanze
dell’area socialista e comunista come emerge dal dibattito costituente.
È questo articolo un altro dei più significativi
risultati della Resistenza, il riconoscimento del ruolo primario
svolto volontariamente dalle classi popolari in quella lotta
e grazie ad essa sottratte a una storica subalternità. Immissione
delle classi popolari nel corpo della nazione come protagoniste
assieme
alle altre classi,
consolidamento della struttura democratica del Paese.
Da dove
viene la forza della democrazia italiana che in più di mezzo
secolo ha consentito di reggere a tutti gli urti, se non da
questa partecipazione attiva, da
questo protagonismo delle classi lavoratrici?
Ma l’attacco forse più grave è quello
all’articolo 11 della Costituzione, quello che nel corso dell’ultimo
conflitto milioni di italiani hanno imparato a memoria: «L’Italia
ripudia la guerra come mezzo per la composizione delle vertenze
internazionali».
Attacco
diretto: c’è un uomo politico,
non di destra, che ha proposto di “riformarlo”, al solito, che
vuol dire abolirlo.
Attacco diretto, al movimento per la
pace: è finita la guerra si dice, dovete finirla col movimento
per la pace.
Un fantomatico quotidiano, non a caso
chiamato «Il
Riformista»,
titola «Stiamo
guarendo dal pacifismo».
Come
fosse una malattia, al pari dell’Aids
o della Sars, al pari della guerra preventiva, al pari della
guerra infinita, al pari delle violazioni del diritto internazionale.
L’accusa
di pacifismo come fosse un’offesa.
Cha male c’è nel mondo d’oggi a essere “pacifisti”,
cioè per la pace senza se e senza ma?
Ma, si oppone, ci sono le
guerre giuste.
Lo sappiamo per esperienza personale,
le guerre di liberazione, quelle che non si può fare a meno di
combattere.
Ma per favore, non chiamiamo la guerra,
qualunque guerra, guerra umanitaria.
La guerra è guerra, anche la più giusta
delle guerre si combatte sempre coi mezzi della guerra, che non
hanno nulla di umanitario.
Ho conosciuto comandanti che avrebbero
voluto combattere la guerra partigiana con mezzi adeguati al
fine che si proponevano, giustizia e libertà.
Purtroppo proprio
quella guerra, la guerra incivile non glielo consentiva! Il fine
giustifica i mezzi, si è sempre
detto.
Dopo Hiroshima non c’è fine che possa
giustificare i mezzi della guerra attuale.
La grande novità del movimento per la
pace è che si propone di rovesciare il concetto: perseguire il
fine supremo della pace con mezzi pacifici.
Finalmente, ha detto
qualcuno, sono i mezzi a giustificare il fine!
Ma nell’attuale movimento di lotta per
la pace c’è qualcosa che trascende il suo stesso oggetto: la
lotta per la pace non va mai disgiunta dalla lotta per la giustizia.
Giustizia
sociale nel proprio paese, maggiore giustizia nella distribuzione
delle risorse tra paesi
ricchi e paesi poveri.
Ciò che rende indistruttibile l’attuale
movimento per la pace è la confluenza in esso dei grandi filoni
culturali politici sociali che scuotono il mondo ormai da diversi
anni: la cultura ambientalista, la protesta dei no global,
la critica al consumismo, la lotta sul campo contro la povertà,
la fame, le malattie, specie delle organizzazioni della Chiesa
cattolica.
Grazie al movimento dei movimenti si
va diffondendo la consapevolezza che la causa della povertà del
terzo mondo sta nella ricchezza dei paesi sviluppati.
A chi si
affanna per cercare di debellare il terrorismo irrorando di bombe
un paese dopo l’altro, consigliamo
di rivolgersi al movimento per la pace che indica la vera causa
del terrorismo: l’ingiustizia di fondo che domina il pianeta.
È questa
ingiustizia che bisogna aggredire cambiando modello di sviluppo
e comportamenti personali se si
vuole sradicare il terrorismo.
Mi
rendo conto che al termine di questo percorso si potrebbe pensare
che la
Resistenza ha mancato i suoi
obiettivi. Ci troviamo dopo mezzo secolo a misurarci con gli
stessi problemi, con pericoli ancora più grandi.
Certo se abbiamo pensato di aver risolto
una volta per tutte il problema della giustizia e della pace,
ci siamo sbagliati di grosso.
È chiaro che non c’è la
fine della storia: lo svolgimento storico pone a ogni generazione
sempre nuovi compiti.
E per noi è grande
soddisfazione vedere come gli ideali e i propositi per i quali
ci siamo battuti sono
ora pienamente accolti nel grande alveo del movimento per la
pace.
Non solo, ma ci conforta constatare come
le schiere di giovani che si raccolgono sotto le bandiere della
pace, si battono non solo con metodi nuovi adeguati ai tempi,
ma con lo stesso spirito che ci ha animato allora.
Auguriamo anche a voi il vostro 25 Aprile.
*Discorso
pronunciato da Carlo Gilardenghi in occasione della celebrazione
del 25 aprile 2003 ad Alessandria
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