Quaderno di storia contemporanea n. 34


 

 

 

 


L'attentato a Togliatti
Intervista a Carlo Gilardenghi
Alberto Ballerino

A livello documentario c’è ben poco a disposizione per avere una chiara idea di come si comportarono le forze politiche e sociali ad Alessandria nei drammatici giorni dell’attentato a Togliatti. È preziosa dunque questa breve testimonianza di Carlo Gilardenghi che offre un primo significativo quadro di come reagirono agli avvenimenti il PCI, le sinistre e anche le forze partigiane. Con la consueta franchezza, Gilardenghi non nasconde le incertezze, le paure e gli sbandamenti delle fasi più drammatiche della crisi. L’intervista venne effettuata nel giugno del 1998 e poi fu pubblicata su «Il Piccolo» con molti tagli dovuti alle solite esigenze di spazio.

Cosa ha significato per la sinistra l’attentato a Togliatti?
A livello emozionale per la sinistra è stato un colpo incredibile, forse il maggiore dalla fine della guerra. Avveniva dopo l’infuocata campagna elettorale per le elezioni del 18 aprile e la delusione per la sconfitta del Fronte Popolare. In questo clima, l’attentato a Togliatti sembrava dare ragione a quelli che temevano un colpo di Stato da destra per privare le sinistre della libertà politica. Soprattutto per il fatto che introduceva nella lotta politica un metodo, l’assassinio di un dirigente politico, che sembrava ricordare infausti eventi del passato. L’impatto quindi è stato enorme, la reazione è stata spontanea, popolare, e ha spinto tutti ad assumere delle posizioni. Del resto, il segretario del PCI era davvero un mito per tutta la sinistra.

Anche ad Alessandria ci furono disordini. Guardando i giornali dell’epoca, si parla di un tentativo di occupare la stazione e di bloccare un treno.
Il fermento non si limitò al primo giorno in cui ci furono manifestazioni spontanee come quella alla stazione di Alessandria durante la quale l’anpi (Associazione partigiani d’Italia) intervenne per evitare lo scontro. Quel treno che doveva andare a Novi era di pendolari, di gente che doveva andare a casa dopo il lavoro, di operai. Concordavano sulla protesta, ma volevano andare a casa. Anche noi siamo intervenuti, io stesso andai in stazione con altri per convincere i manifestanti a lasciare partire il treno. Tanto più che ci sarebbe stato lo sciopero generale che avrebbe bloccato tutto. In questa opera di persuasione abbiamo avuto successo. Altri episodi del genere erano accaduti e sarebbero accaduti il giorno dopo in città. Manifestazioni spontanee e turbolente. Ricordo che la polizia dopo una prima comparsa con delle camionette, di fronte al fatto che la gente così si inaspriva ancora di più si era ritirata tranquillamente nei suoi locali. Siamo intervenuti in piazza della Libertà quando ad un certo momento sembrò ci potesse essere uno scontro con le forze di polizia. C’era una camionetta con dei poliziotti sopra e delle donne che cercavano di arrampicarsi, sputacchiavano, urlavano. Poteva capitare da un momento all’altro che uno dei poliziotti perdesse il controllo e venisse fuori il peggio. Noi conoscevamo tutti questi manifestanti, ci siamo messi in mezzo e li abbiamo convinti. I poliziotti hanno aiutato l’operazione di distensione ritirandosi.

Quindi tra reazione popolare e atteggiamento del partito c’è subito una differenza...
Sì, diciamo che c’è una prima presa di posizione intesa a evitare il peggio. Poi con il passare delle ore la situazione invece di chiarirsi si oscurava perché erano in qualche modo saltati i collegamenti, almeno per quanto riguarda il pci, fra la città e non solo il centro romano ma anche con il comitato regionale di Torino. Mi ricordo una grande confusione. Era stato proclamato lo sciopero generale senza scadenza di data e nello stesso tempo diramato il comunicato con cui Togliatti mentre veniva ricoverato invitava alla calma e a non abbandonare la linea della lotta democratica. Il fatto che ci fosse uno sciopero generale senza limite di scadenza aumentava la tensione. Si poteva anche ipotizzare da parte di alcuni che lo sciopero fosse a carattere insurrezionale, che dovesse svilupparsi per andare oltre.
In altri posti d’Italia avvennero fatti ben più gravi che ad Alessandria. Anche la radio non è che ci aggiornasse costantemente sugli avvenimenti. Alcune frange di elementi più estremisti, che magari venivano dall’esperienza partigiana assunta in un certo modo, tendevano a inasprire la situazione. Da quel che ricordo, per un po’ di tempo, gli organi sia di partito sia pubblici non riuscirono a dominare la situazione. Ci furono riunioni per vedere cosa fare e che però non portarono a risultati e anche incontri con comandanti partigiani. Era come se ci fosse un’esigenza di mobilitare le brigate partigiane di fronte ad un pericolo che a qualcuno sembrava imminente di colpo di stato. Nell’ultimo giorno la tensione era salita ad un punto di non ritorno. Addirittura, noi non dormivamo più a casa per la convinzione che ci sarebbero venuti a prendere. L’ultima notte l’abbiamo passata alla Casa del Popolo degli Orti. Gruppi non ben identificati avevano fatto saltare l’illuminazione. La città era immersa nel buio. La polizia era rintanata in caserma e non si muoveva. Si aveva tutti la sensazione che si preparasse un evento di questo genere. Qualcuno di questi comandanti partigiani parlava di dare un appuntamento partigiano. Verso il mattino c’è stato poi il comunicato della cgil (allora ancora unitaria, salvo poi spaccarsi subito dopo proprio a causa dello sciopero politico) che chiudeva lo sciopero. Questo ha allentato la tensione immediatamente. C’è stata una grande manifestazione in Piazza della Libertà sotto il balcone del Comune ed è stato lì che i dirigenti politici hanno ripreso un po’ in mano la situazione. In particolare ci fu il discorso di Lozza, allora deputato della città, che tese a calmare gli animi, anche se si prese un sacco di parolacce perché molti non erano soddisfatti dall’esito nullo di tutta la vicenda. C’era stato dunque uno sbandamento dovuto alla mancanza di collegamenti. Penso che ci sia stato anche in alto un momento di disorientamento. Se Togliatti, che era in punto di perdere la vita, ha avuto come unico pensiero di dire a Longo e Secchia di mantenere la calma vuol dire che la situazione era veramente grave.

Spesso si dice che la vittoria di Bartali al Tour de France contribuì ad allentare la tensione.
In parte è vero. Ricordo benissimo che anch’io mi misi ad ascoltare la radio. Ma la città era deserta. Non c’era anima viva in giro. Mia cugina che aveva dovuto venire dal centro per andare dalla sarta a un certo punto ha avuto paura. L’ho tranquillizzata, ma questo era il clima. Siamo andati ad ascoltare la corsa io e qualcun altro che eravamo lì in piazza.

Come mai eravate in piazza?
In verità, un gruppo di dirigenti si rendeva conto che si doveva evitare in ogni modo episodi cruenti. Noi più giovani, eravamo come mobilitati, per intervenire in tutti i punti in cui c’era qualche scontro per evitare che la situazione degenerasse. Questa è stata la funzione che abbiamo svolto in quei giorni io e parecchi altri. Tornando a Bartali, c’era l’arrivo del giro di Francia che allora era una cosa eccezionale. Siamo andati sull’angolo di via Cavour dove c’era un negozio che vendeva radio e dischi e si poteva sentire la tappa. Ma eravamo quattro gatti, non c’era la folla.

È difficile trovare documenti su quanto è successo.
Questa è stata la meccanica degli eventi. Non esiste forse una cronaca all’interno dei partiti. Mi ricordo di queste riunioni, in particolare di quelle con i comandanti dei partigiani che erano particolarmente tese. Già erano piuttosto delusi dall’esito della guerra di liberazione, con tutti i problemi venuti dopo con la mancata sistemazione dei partigiani. Con fatti del genere ai loro occhi sembrava ci fosse proprio il tentativo di ribaltare quella che era stata la conquista non solo della libertà e della democrazia ma anche di un ruolo delle masse popolari. Pareva che con l’esclusione delle sinistre dal governo venisse disconosciuto questo elemento fondamentale della lotta di liberazione e della Costituzione e cioè che le classi subalterne avevano conquistato un diritto come tutte le altre a governare il paese. Si capisce, osservando le regole della democrazia.

A distanza di tanto tempo, che valutazione si può dare di quei giorni?
Direi che forse il 1948, attraverso il 18 aprile e il 14 luglio, è stata la prova del fuoco della democrazia italiana. Cioè se l’Italia era veramente in grado di reggere a prove di questo genere, con le destre ossessionate dal timore della sovversione e le sinistre dal colpo di stato, continuando a mantenere aperto il sistema democratico. Direi che è lì che viene dimostrato che la democrazia in Italia aveva messo le basi. C’era stata la rottura del governo di unità antifascista, poi il 18 aprile, quindi l’attentato a Togliatti. Sembrava proprio che ci fosse un corso delle cose che precipitava. E invece sia da una parte che dall’altra c’è stata la conferma di una scelta che era stata fatta.

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