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L'attentato a Togliatti
Intervista
a Carlo Gilardenghi
Alberto Ballerino
A
livello documentario c’è ben poco a
disposizione per avere una chiara idea di come si comportarono
le forze politiche e sociali ad Alessandria nei drammatici giorni
dell’attentato a Togliatti. È preziosa dunque questa breve testimonianza
di Carlo Gilardenghi che offre un primo significativo quadro
di come reagirono agli avvenimenti il PCI, le sinistre e anche
le forze partigiane. Con la consueta franchezza, Gilardenghi
non
nasconde le incertezze, le paure e gli sbandamenti delle fasi
più drammatiche
della crisi. L’intervista venne effettuata nel giugno del 1998
e poi fu pubblicata su «Il Piccolo» con molti
tagli dovuti alle solite esigenze di spazio. Cosa
ha significato per la sinistra l’attentato a Togliatti?
A livello emozionale
per la sinistra è stato
un colpo incredibile, forse il maggiore dalla fine della guerra.
Avveniva dopo l’infuocata campagna elettorale per le elezioni del
18 aprile e la delusione per la sconfitta del Fronte Popolare.
In questo clima, l’attentato a Togliatti sembrava dare ragione
a quelli che temevano un colpo di Stato da destra per privare le
sinistre della libertà politica. Soprattutto per il fatto che introduceva
nella lotta politica un metodo, l’assassinio di un dirigente politico,
che sembrava ricordare infausti eventi del passato. L’impatto quindi è stato
enorme, la reazione è stata spontanea, popolare, e ha spinto tutti
ad assumere delle posizioni. Del resto, il segretario del PCI era
davvero un mito per tutta la sinistra.
Anche
ad Alessandria ci furono disordini. Guardando i giornali dell’epoca,
si parla di un tentativo di occupare la stazione e di bloccare
un treno.
Il
fermento non si limitò al primo giorno
in cui ci furono manifestazioni spontanee come quella alla stazione
di Alessandria durante la quale l’anpi (Associazione
partigiani d’Italia) intervenne per evitare lo scontro. Quel treno
che doveva andare a Novi era di pendolari, di gente che doveva
andare a casa dopo il lavoro, di operai. Concordavano sulla protesta,
ma volevano andare a casa. Anche noi siamo intervenuti, io stesso
andai in stazione con altri per convincere i manifestanti a lasciare
partire il treno. Tanto più che ci sarebbe stato lo sciopero generale
che avrebbe bloccato tutto. In questa opera di persuasione abbiamo
avuto successo. Altri episodi del genere erano accaduti e sarebbero
accaduti il giorno dopo in città. Manifestazioni spontanee e turbolente.
Ricordo che la polizia dopo una prima comparsa con delle camionette,
di fronte al fatto che la gente così si inaspriva ancora di più si
era ritirata tranquillamente nei suoi locali. Siamo intervenuti
in piazza della Libertà quando ad un certo momento sembrò ci potesse
essere uno scontro con le forze di polizia. C’era una camionetta
con dei poliziotti sopra e delle donne che cercavano di arrampicarsi,
sputacchiavano, urlavano. Poteva capitare da un momento all’altro
che uno dei poliziotti perdesse il controllo e venisse fuori il
peggio. Noi conoscevamo tutti questi manifestanti, ci siamo messi
in mezzo e li abbiamo convinti. I poliziotti hanno aiutato l’operazione
di distensione ritirandosi.
Quindi
tra reazione popolare e atteggiamento del partito c’è subito
una differenza...
Sì, diciamo che c’è una prima presa di
posizione intesa a evitare il peggio. Poi con il passare delle
ore la situazione invece di chiarirsi si oscurava perché erano
in qualche modo saltati i collegamenti, almeno per quanto riguarda
il pci, fra la città e
non solo il centro romano ma anche con il comitato regionale di
Torino. Mi ricordo una grande confusione. Era stato proclamato
lo sciopero generale senza scadenza di data e nello stesso tempo
diramato il comunicato con cui Togliatti mentre veniva ricoverato
invitava alla calma e a non abbandonare la linea della lotta democratica.
Il fatto che ci fosse uno sciopero generale senza limite di scadenza
aumentava la tensione. Si poteva anche ipotizzare da parte di alcuni
che lo sciopero fosse a carattere insurrezionale, che dovesse svilupparsi
per andare oltre.
In altri posti d’Italia avvennero fatti
ben più gravi che ad Alessandria. Anche la radio non è che ci aggiornasse
costantemente sugli avvenimenti. Alcune frange di elementi più estremisti,
che magari venivano dall’esperienza partigiana assunta in un certo
modo, tendevano a inasprire la situazione. Da quel che ricordo,
per un po’ di tempo, gli organi sia di partito sia pubblici non
riuscirono a dominare la situazione. Ci furono riunioni per vedere
cosa fare e che però non portarono a risultati e anche incontri
con comandanti partigiani. Era come se ci fosse un’esigenza di
mobilitare le brigate partigiane di fronte ad un pericolo che a
qualcuno sembrava imminente di colpo di stato. Nell’ultimo giorno
la tensione era salita ad un punto di non ritorno. Addirittura,
noi non dormivamo più a casa per la convinzione che ci sarebbero
venuti a prendere. L’ultima notte l’abbiamo passata alla Casa del
Popolo degli Orti. Gruppi non ben identificati avevano fatto saltare
l’illuminazione. La città era immersa nel buio. La polizia era
rintanata in caserma e non si muoveva. Si aveva tutti la sensazione
che si preparasse un evento di questo genere. Qualcuno di questi
comandanti partigiani parlava di dare un appuntamento partigiano.
Verso il mattino c’è stato poi il comunicato della cgil (allora
ancora unitaria, salvo poi spaccarsi subito dopo proprio a causa
dello sciopero politico) che chiudeva lo sciopero. Questo ha allentato
la tensione immediatamente. C’è stata una grande manifestazione
in Piazza della Libertà sotto il balcone del Comune ed è stato
lì che i dirigenti politici hanno ripreso un po’ in mano la situazione.
In particolare ci fu il discorso di Lozza, allora deputato della
città, che tese a calmare gli animi, anche se si prese un sacco
di parolacce perché molti non erano soddisfatti dall’esito nullo
di tutta la vicenda. C’era stato dunque uno sbandamento dovuto
alla mancanza di collegamenti. Penso che ci sia stato anche in
alto un momento di disorientamento. Se Togliatti, che era in punto
di perdere la vita, ha avuto come unico pensiero di dire a Longo
e Secchia di mantenere la calma vuol dire che la situazione era
veramente grave.
Spesso
si dice che la vittoria di Bartali al Tour de France contribuì ad
allentare la tensione.
In parte è vero. Ricordo benissimo che
anch’io mi misi ad ascoltare la radio. Ma la città era deserta.
Non c’era anima viva in giro. Mia cugina che aveva dovuto venire
dal centro per andare dalla sarta a un certo punto ha avuto paura.
L’ho tranquillizzata, ma questo era il clima. Siamo andati ad ascoltare
la corsa io e qualcun altro che eravamo lì in piazza.
Come mai eravate in piazza?
In verità, un gruppo di dirigenti si
rendeva conto che si doveva evitare in ogni modo episodi cruenti.
Noi più giovani, eravamo come mobilitati, per intervenire in tutti
i punti in cui c’era qualche scontro per evitare che la situazione
degenerasse. Questa è stata la funzione che abbiamo svolto in quei
giorni io e parecchi altri. Tornando a Bartali, c’era l’arrivo
del giro di Francia che allora era una cosa eccezionale. Siamo
andati sull’angolo di via Cavour dove c’era un negozio che vendeva
radio e dischi e si poteva sentire la tappa. Ma eravamo quattro
gatti, non c’era la folla.
È difficile trovare documenti
su quanto è successo.
Questa è stata la meccanica degli eventi.
Non esiste forse una cronaca all’interno dei partiti. Mi ricordo
di queste riunioni, in particolare di quelle con i comandanti dei
partigiani che erano particolarmente tese. Già erano piuttosto
delusi dall’esito della guerra di liberazione, con tutti i problemi
venuti dopo con la mancata sistemazione dei partigiani. Con fatti
del genere ai loro occhi sembrava ci fosse proprio il tentativo
di ribaltare quella che era stata la conquista non solo della libertà e
della democrazia ma anche di un ruolo delle masse popolari. Pareva
che con l’esclusione delle sinistre dal governo venisse disconosciuto
questo elemento fondamentale della lotta di liberazione e della
Costituzione e cioè che le classi subalterne avevano conquistato
un diritto come tutte le altre a governare il paese. Si capisce,
osservando le regole della democrazia.
A
distanza di tanto tempo, che valutazione si può dare di quei
giorni?
Direi
che forse il 1948, attraverso il 18 aprile e il 14 luglio, è stata la prova del fuoco della democrazia
italiana. Cioè se l’Italia era veramente in grado di reggere a
prove di questo genere, con le destre ossessionate dal timore della
sovversione e le sinistre dal colpo di stato, continuando a mantenere
aperto il sistema democratico. Direi che è lì che viene dimostrato
che la democrazia in Italia aveva messo le basi. C’era stata la
rottura del governo di unità antifascista, poi il 18 aprile, quindi
l’attentato a Togliatti. Sembrava proprio che ci fosse un corso
delle cose che precipitava. E invece sia da una parte che dall’altra
c’è stata la conferma di una scelta che era stata fatta.
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