Quaderno di storia contemporanea n. 34


 

 

 


Ricordo
Giorgio Canestri

Discutendo nel n. 15, 1985, del "Quaderno" dell’Istituto il libro di Mauro Calamandrei, La vita indivisibile (Roma, Editori Riuniti, 1984), Carlo avanzava l’ipotesi di "un sostanziale scacco del protagonista proprio in quella che sembrava essere l’unica sua certezza: l’indivisibilità dell’esistenza". Ma, osservava subito dopo, "la scissione lamentata da Calamandrei non è solo in lui ma è nelle cose, nella vita stessa [...], e come tale non può essere cancellata". Anzi, soggiungeva, "quest’ ansia di totalità nasconde un rischio, un pericolo, di sacrificare uno dei due termini della realtà all’altro, impoverendo irrimediabilmente la vita". Così poteva concludere che il problema "tra individuo e società, tra politica e cultura non è di identità ma di rapporto, difficile da conquistare e mai sicuro".

Ho trattenuto a lungo nella memoria queste parole che Carlo aveva affidato a uno dei suoi scritti: non compreso, forse, tra quelli che di lui maggiormente si ricordano, e che tuttavia a me offrivano una più sottile possibilità di conoscenza. Ero studente quando l’ho incontrato, lui brillante maître à penser della sinistra alessandrina, io apprendista – e con momenti di presunzione giovanile che ho poi naturalmente deplorato – tra militanza politica e impegno culturale. A me e ad alcuni miei coetanei Carlo appariva possedere certezze che noi non sapevamo se invidiare, oppure avere in dispetto. La svolta di Salerno e l’unità resistenziale, il partito nuovo che costruiva la Repubblica e la cittadinanza costituzionale, la democrazia progressiva: tutte le componenti del suo comunismo lucidamente togliattiano, mantenuto nell’equilibrio della guerra fredda e della scelta di campo filosovietica, avrebbero segnato la mia e nostra vita privata e pubblica, con scelte anche molto difformi, che avrebbero alimentato gli incontri, gli scontri e le diaspore della sinistra. Qualcuno di noi avrebbe anche cercato di coniugare l’antistalinismo e il rifiuto del riferimento sovietico con la ricerca, quanto mai difficile e sempre esposta al vizio endemico del massimalismo, di una militanza di sinistra socialista.

Non molti anni dopo le fasi più intense di queste esperienze, ci saremmo ritrovati, tra il 1977 e il 1978, insieme ad alcune care e valorose persone dai percorsi ulteriormente diversi e ora convergenti, a fondare l’Istituto e a promuovere il primo numero della serie di questa rivista che allora si intitolava, semplicemente, "Quaderno". Carlo sarebbe divenuto presidente dell’Istituto nel marzo 1982, e avrebbe lasciato l’incarico nell’aprile 2000, per mantenere poi, fino al settembre 2003, quello di coordinatore del comitato scientifico. Io avrei avuto la fortuna di collaborare con lui per tutto questo tempo, anche nell’ambito di altre iniziative.

Quelle parole, dunque, risalenti alla metà degli anni Ottanta, le ho ricordate perché continuo a trovarvi significati che per me assumono il senso di un’epigrafe, viva tanto per il prima che per il dopo di quando Carlo le ha scritte. L’ansia di totalità nasconde il rischio e il pericolo di impoverire irrimediabilmente la vita, perché sono le cose, la vita stessa, a rendere impossibile l’indivisibilità dell’esistenza. È una constatazione di alta moralità, privata e pubblica, personale e politica che, seppure segnata da un’ombra di inevitabile rimpianto, proprio per questo acquista eccellenza nella sua laica accettazione della condizione umana, e nel suo rifiuto di ogni forma di fondamentalismo ideologico. Allora il problema capitale che investe l’individuo e la società, la politica e la cultura, è di rapporto: difficile da conquistare e – conclude Carlo, davvero secondo un nobile avvertimento della ragione – mai sicuro.

Così, oggi, presumo di potere meglio comprendere alcuni, e certo solo alcuni, passaggi della vita e del lavoro di Carlo. La sua capacità di portare in salvo, attraversando la tragedia e, infine, l’implosione del comunismo realizzato, i valori antitotalitari e autenticamente democratici della sua nozione di società socialista. La sua sofferta ripulsa di ogni forma di accomodante trasformismo postcomunista, fonte di consunti e intollerabili rituali, e di incapacità di recuperare, nella lucida individuazione delle responsabilità e delle aporie critiche, i tratti di una contraddittoria, ma irrinunciabile identità storica. Il suo antifascismo nutrito di una vissuta vicenda resistenziale, e di un’intransigente rivendicazione dei valori fondanti della Repubblica. Il suo più recente approdo a una considerazione pienamente partecipe della dimensione planetaria di ogni questione di guerra, di pace, di giustizia sociale, di salvaguardia ambientale, e quindi di mobilitazione lungo i variegati versanti dei nuovi movimenti. Nell’affollato e applaudito discorso tenuto l’ultimo 25 aprile, Carlo aveva insistito nell’ammonizione secondo cui a chi pretende di debellare il terrorismo "irrorando di bombe un paese dopo l’altro" si contrappone chi ne coglie la vera causa: "l’ingiustizia di fondo che domina il pianeta. È questa ingiustizia che bisogna aggredire cambiando modello di sviluppo e comportamenti personali".

Del pari, posso evocare l’intero arco della sua presenza nel nostro Istituto dicendo, semplicemente, che egli è, per dedizione e per capacità di corrispondere a tutte le proposte di iniziativa e di rinnovamento, all’origine di ogni passaggio del suo sviluppo: l’ampliamento, da subito, degli ambiti storici e delle discipline di riferimento; la promozione della ricerca nella contestuale direzione della storia generale e di quella locale; l’impulso al più rapido arricchimento della conservazione archivistica e della dotazione bibliotecaria; il vivido interesse per le proiezioni della ricerca e dell’attività didattica; il convinto sostegno al passaggio da Istituto storico della Resistenza a Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea, con la conseguente nuova intitolazione della rivista; la cura attenta delle esigenze di autonomia degli Istituti e, insieme, della necessaria rilevanza scientifica e politica della loro rete nazionale; il costante riscontro della vitalità degli Istituti piemontesi, rafforzato dalla cura dedicata alla nascita dell’Istituto astigiano; la competenza amministrativa dispiegata nei confronti della struttura consortile, dei rappresentanti degli enti istituzionali e locali, sempre consultati e intrattenuti come protagonisti di estesi progetti culturali. Rimarcando con grata ammirazione, nel corso degli anni, la sua instancabile assiduità, poteva accadere a tutti noi, suoi collaboratori, di immaginare, per celia affettuosa, una sorta di romanzo di formazione il cui esito fosse, per saggezza di destino, la presidenza dell’Istituto storico di Alessandria.

Dal settembre 2002, nell’ultimo anno della sua vita, Carlo aveva aggiunto ai suoi impegni quello fondativo dell’Associazione politico-culturale “Città futura”, così intitolata non per facili motivi di richiamo ideologico, bensì per testimoniare la speranza nella possibilità di una cittadinanza eticamente e politicamente riscattata dalla volgarità e dalla cialtroneria di molto costume nazionale. Gli era parso un buon modo per ravvivare, in una dimensione di sinistra critica e aperta, la passione politica di tutta la sua esistenza. E io non so che ripetere parole già spese quando il giornale cittadino «Il Piccolo» ce le chiese nell’immediatezza del cordoglio. Risposi che Carlo sarebbe rimasto un esempio straordinario di giovinezza intellettuale, di inesauribile curiosità per le idee, di strenua attitudine allo studio del passato e all’immaginazione del futuro. Aggiunsi che non sapevo darmi pace che un malinteso con la condizione umana avesse fermato quella giovinezza. Ancora oggi non so dirlo diversamente.

ISRAL - via dei Guasco 49 - 15100 Alessandria | telefono 0131 443861 | fax 0131 444607

sito realizzato con il contributo della fondazione CRT Cassa di Risparmio di Torino