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Ricordo
Giorgio
Canestri
Discutendo
nel n. 15, 1985, del "Quaderno" dell’Istituto il libro di Mauro
Calamandrei, La vita indivisibile (Roma,
Editori Riuniti, 1984), Carlo avanzava l’ipotesi di "un sostanziale
scacco del protagonista proprio in quella che sembrava essere l’unica
sua certezza: l’indivisibilità dell’esistenza". Ma, osservava subito
dopo, "la scissione lamentata da Calamandrei non è solo in lui
ma è nelle cose, nella vita stessa [...], e come tale non può essere
cancellata". Anzi, soggiungeva, "quest’ ansia di totalità nasconde
un rischio, un pericolo, di sacrificare uno dei due termini della
realtà all’altro, impoverendo irrimediabilmente la vita". Così poteva
concludere che il problema "tra individuo e società, tra politica
e cultura non è di identità ma di rapporto, difficile
da conquistare e mai sicuro". Ho
trattenuto a lungo nella memoria queste parole che Carlo
aveva affidato a uno dei suoi scritti: non compreso,
forse, tra quelli che di lui maggiormente si ricordano, e che
tuttavia a me offrivano una più sottile possibilità di conoscenza. Ero studente
quando l’ho incontrato, lui brillante maître à penser della
sinistra alessandrina, io apprendista – e con momenti di presunzione
giovanile che ho poi naturalmente deplorato – tra militanza politica
e impegno culturale. A me e ad alcuni miei coetanei Carlo appariva
possedere certezze che noi non sapevamo se invidiare, oppure avere
in dispetto. La svolta di Salerno e l’unità resistenziale,
il partito
nuovo che costruiva la Repubblica e la cittadinanza costituzionale,
la democrazia progressiva: tutte le componenti del suo
comunismo lucidamente togliattiano, mantenuto nell’equilibrio della guerra
fredda e della scelta di campo filosovietica, avrebbero segnato
la mia e nostra vita privata e pubblica, con scelte anche molto
difformi, che avrebbero alimentato gli incontri, gli scontri e
le diaspore della sinistra. Qualcuno di noi avrebbe anche cercato
di coniugare l’antistalinismo e il rifiuto del riferimento
sovietico con la ricerca, quanto mai difficile e sempre esposta
al vizio
endemico del massimalismo, di una militanza di sinistra socialista.
Non
molti anni dopo le fasi più intense
di queste esperienze, ci saremmo ritrovati, tra il 1977 e il 1978,
insieme ad alcune care e valorose persone dai percorsi ulteriormente
diversi e ora convergenti, a fondare l’Istituto e a promuovere
il primo numero della serie di questa rivista che allora si intitolava,
semplicemente, "Quaderno". Carlo sarebbe divenuto presidente dell’Istituto
nel marzo 1982, e avrebbe lasciato l’incarico nell’aprile 2000,
per mantenere poi, fino al settembre 2003, quello di coordinatore
del comitato scientifico. Io avrei avuto la fortuna di collaborare
con lui per tutto questo tempo, anche nell’ambito di altre iniziative. Quelle
parole, dunque, risalenti alla metà degli anni Ottanta, le ho ricordate perché continuo a trovarvi
significati che per me assumono il senso di un’epigrafe, viva tanto
per il prima che per il dopo di quando Carlo le ha scritte. L’ansia
di totalità nasconde il rischio e il pericolo di impoverire irrimediabilmente
la vita, perché sono le cose, la vita stessa, a rendere impossibile
l’indivisibilità dell’esistenza. È una constatazione di alta moralità,
privata e pubblica, personale e politica che, seppure segnata da
un’ombra di inevitabile rimpianto, proprio per questo acquista
eccellenza nella sua laica accettazione della condizione umana,
e nel suo rifiuto di ogni forma di fondamentalismo ideologico.
Allora il problema capitale che investe l’individuo e la società,
la politica e la cultura, è di rapporto: difficile da
conquistare e – conclude Carlo, davvero secondo un nobile avvertimento
della ragione – mai sicuro.
Così, oggi, presumo di potere meglio
comprendere alcuni, e certo solo alcuni, passaggi della vita e
del lavoro di Carlo. La sua capacità di portare in salvo, attraversando
la tragedia e, infine, l’implosione del comunismo realizzato, i
valori antitotalitari e autenticamente democratici della sua nozione
di società socialista. La sua sofferta ripulsa di ogni forma di
accomodante trasformismo postcomunista, fonte di consunti e intollerabili
rituali, e di incapacità di recuperare, nella lucida individuazione
delle responsabilità e delle aporie critiche, i tratti di una contraddittoria,
ma irrinunciabile identità storica. Il suo antifascismo nutrito
di una vissuta vicenda resistenziale, e di un’intransigente rivendicazione
dei valori fondanti della Repubblica. Il suo più recente approdo
a una considerazione pienamente partecipe della dimensione planetaria
di ogni questione di guerra, di pace, di giustizia sociale, di
salvaguardia ambientale, e quindi di mobilitazione lungo i variegati
versanti dei nuovi movimenti. Nell’affollato e applaudito discorso
tenuto l’ultimo 25 aprile, Carlo aveva insistito nell’ammonizione
secondo cui a chi pretende di debellare il terrorismo "irrorando
di bombe un paese dopo l’altro" si contrappone chi ne coglie la
vera causa: "l’ingiustizia di fondo che domina il pianeta. È questa
ingiustizia che bisogna aggredire cambiando modello di sviluppo
e comportamenti personali". Del
pari, posso evocare l’intero arco
della sua presenza nel nostro Istituto dicendo, semplicemente,
che egli è, per dedizione e per capacità di corrispondere a tutte
le proposte di iniziativa e di rinnovamento, all’origine di ogni
passaggio del suo sviluppo: l’ampliamento, da subito, degli ambiti
storici e delle discipline di riferimento; la promozione della
ricerca nella contestuale direzione della storia generale e di
quella locale; l’impulso al più rapido arricchimento della conservazione
archivistica e della dotazione bibliotecaria; il vivido interesse
per le proiezioni della ricerca e dell’attività didattica; il convinto
sostegno al passaggio da Istituto storico della Resistenza a Istituto
storico della Resistenza e della società contemporanea, con la
conseguente nuova intitolazione della rivista; la cura attenta
delle esigenze di autonomia degli Istituti e, insieme, della necessaria
rilevanza scientifica e politica della loro rete nazionale; il
costante riscontro della vitalità degli Istituti piemontesi, rafforzato
dalla cura dedicata alla nascita dell’Istituto astigiano; la competenza
amministrativa dispiegata nei confronti della struttura consortile,
dei rappresentanti degli enti istituzionali e locali, sempre consultati
e intrattenuti come protagonisti di estesi progetti culturali.
Rimarcando con grata ammirazione, nel corso degli anni, la sua
instancabile assiduità, poteva accadere a tutti noi, suoi collaboratori,
di immaginare, per celia affettuosa, una sorta di romanzo di formazione
il cui esito fosse, per saggezza di destino, la presidenza dell’Istituto
storico di Alessandria.
Dal
settembre 2002, nell’ultimo anno
della sua vita, Carlo aveva aggiunto ai suoi impegni quello fondativo
dell’Associazione politico-culturale “Città futura”, così intitolata
non per facili motivi di richiamo ideologico, bensì per testimoniare
la speranza nella possibilità di una cittadinanza eticamente e
politicamente riscattata dalla volgarità e dalla cialtroneria di
molto costume nazionale. Gli era parso un buon modo per ravvivare,
in una dimensione di sinistra critica e aperta, la passione politica
di tutta la sua esistenza. E io non so che ripetere parole già spese
quando il giornale cittadino «Il Piccolo» ce le chiese nell’immediatezza
del cordoglio. Risposi che Carlo sarebbe rimasto un esempio straordinario
di giovinezza intellettuale, di inesauribile curiosità per le idee,
di strenua attitudine allo studio del passato e all’immaginazione
del futuro. Aggiunsi che non sapevo darmi pace che un malinteso
con la condizione umana avesse fermato quella giovinezza. Ancora
oggi non so dirlo diversamente. |
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