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Dalla crisi del regime alla Resistenza
Intervista a Carlo Gilardenghi
Alberto
Ballerino
Questa
intervista a Carlo Gilardenghi venne fatta nella primavera del 1993,
alla vigilia
del cinquantenario
del 25 luglio e dell’8 settembre. Venne poi pubblicata su «La
Provincia» e su «Il Piccolo»,
ma con diversi tagli, dovuti a problemi di spazio. Resta probabilmente
una delle testimonianze più significative su
quegli avvenimenti ad Alessandria. Soprattutto offre l’esempio
del percorso di uno studente che, di fronte ai disastri della guerra
fascista, cerca i primi faticosi contatti con un antifascismo ancora
nelle “catacombe” per poi, attraverso le drammatiche esperienze
del 25 luglio e dell’8 settembre, approdare alla resistenza.
Ad
Alessandria si dice che l’antifascismo era rappresentato
dal partito comunista e dai liberaldemocratici che ruotavano
intorno
a Livio Pivano.
Io ero
in contatto con i comunisti e poi ero stato presentato anche
a Pivano, che in effetti era l’altro punto
di riferimento dell’antifascismo alessandrino. Da lui c’erano tutti
gli altri: qualche cattolico, gli azionisti (come lo stesso Pivano)
e dei liberali. In particolare, aveva un paio di collaboratori proprio
fidati, Capriata, quello della Cassa di Risparmio, e Maranzana, ambedue
liberali. Pivano teneva salotto a casa sua. Vi ho partecipato anch’io
qualche volta nel 1942, prima del crollo del fascismo. Allora studiavo
al liceo classico. Per combinazione, una volta ci trovai l’insegnante
di italiano, che si allarmò moltissimo. Farsi vedere lì da un allievo
poteva essere pericoloso. Poi mi ha chiamato a casa sua e mi ha
fatto un lungo discorso. Era un mazziniano. Io ho partecipato ad
alcune
di queste riunioni. Si parlava ormai di politica.
Il
partito comunista aveva già, a differenza delle altre forze,
un certo radicamento?
Il partito comunista aveva già un certo
tipo di organizzazione, l’unica che andasse alla base, che fosse
dentro le fabbriche. Era una struttura più o meno presente in quasi
tutte le maggiori fabbriche alessandrine, specialmente la Borsalino,
i calzaturifici e le aziende meccaniche, come la Pivano e la Mino.
Però nel 1942 c’era stata la caduta. Si era talmente sviluppata
la rete di spionaggio fascista, l’ovra in particolare, che erano guai appena
i gruppi comunisti tentavano di uscire allo scoperto, uscire
cioè dal
chiuso dell’organizzazione interna per prendere contatto con l’esterno
del partito. L’importante dell’organizzazione infatti era riuscire
a collegarsi con il centro. I vertici del partito stavano all’estero
ma in Italia vi era un centro direzionale. Tu venivi in qualche
modo riconosciuto quando riuscivi a venire in contatto con esso.
Sennonché quando questo accadeva, subentrava il rischio che gli
emissari, quasi sempre controllati, trascinassero nella loro caduta
tutta l’organizzazione locale del partito. C’era già stata una
prima caduta nel 1931, una caduta generale ad Alessandria e Asti.
Ci sono i documenti. Pochi anni dopo erano caduti altri, il padre
di Maestri, anche il mio insegnante delle elementari. Stavamo preparando
l’esame finale e sono venuti a prenderlo in classe. Abbiamo pensato
fosse malato e che lo portassero all’ospedale. Vi rimasero implicati
Audisio, Maestri e un paio di altri militanti. Anche in quell’occasione
il contatto con l’esterno c’era stato. Poi era caduto il gruppo
di Quargnento e Fubine. C’era stato anche un gruppo nella zona
di Rocca Grimalda e Ovada. Quelli però erano in contatto con Genova.
Nel 1942 c’era questo gruppo di cui facevano parte persone come
Gandini, Carlo Negri. Li hanno messi dentro e deferiti al Tribunale
Speciale. Sennonché hanno provato un paio di volte a portarli a
Roma e, anche per via dei bombardamenti, non ci sono mai riusciti. È venuto
il 25 luglio e questi stavano ancora in carcere. Erano un bel gruppo,
dieci o dodici persone. C’erano anche Gallinotti di Solero, alcuni
compagni di Castelceriolo. Quindi in quel momento per la verità la
struttura si era un po’ indebolita. Il dirigente principale era
Ottavio Maestri.
Come
entraste in contatto con l’organizzazione comunista?
Noi eravamo un
gruppo di giovani e cercavamo un contatto. Conoscevamo Mandirola,
maestro di musica e comunista,
e anche con lui si ragionava sul fatto che ci doveva essere un’organizzazione.
Abbiamo contattato tante persone che erano note per essere azioniste,
comuniste, socialiste, repubblicane. Parlandogli insieme capivi però che
avevano opinioni antifasciste ma anche che erano degli isolati. Anzi
stavano bene attenti a non avere rapporti con nessuno. A noi la cosa
non soddisfaceva. Volevamo vedere un’organizzazione che potesse dirci
anche che cosa fare. Ad un certo momento il padre di Maestri, il
quale era molto cauto, ha accettato di incontrarmi. Ci siamo visti
nei giardini, dove aveva un negozio, un magazzino di alimentari.
Stava parlando con degli operai, parlavano di una perquisizione che
era stata fatta a casa di uno di loro a cui Maestri diceva di stare
tranquillo, che non avevano trovato niente. E allora ho capito che
lì sì che c’era qualcosa. Da quel momento abbiamo incominciato ad
avere un rapporto con questo organismo del partito comunista in città il
quale ci dava la direzione. Maestri ci diceva che a un bel momento
qualunque cosa facessimo andava bene: «Tu
prendi un pezzo di gesso di notte e scrivi sul muro Abbasso il
Duce e hai già fatto una grossa
operazione di propaganda. Una cosa che da vent’anni non succede. È già sufficiente».
Allora andavo all’Università con un pacco di volantini con parole
d’ordine antifasciste e al cesso li distribuivo. Io avevo un mio
gruppo, gente della mia classe, della scuola, amici. Avevamo preso
contatto con i ragionieri. C’erano diversi gruppetti. Si stringevano
delle amicizie personali e poi si reclutava.
Il contatto con il gruppo
di Pivano avvenne successivamente?
Ad un certo momento, Maestri
mi disse che l’onorevole Pivano era dell’avviso di prendere contatto con
alcuni di noi. Si parlava già di istituire un organismo pluripartitico,
un comitato antifascista. Sono andato da Pivano, ho partecipato
a qualche riunione e ho portato anche qualche persona, non tante,
si capisce. Pivano addirittura ci ha acquistato un ciclostile.
Così, invece, di fare a mano qualche dozzina di volantini, abbiamo
potuto sfornare centinaia e centinaia di pezzi di propaganda.
Cosa è accaduto
il 25 luglio ad Alessandria?
Stavo andando a casa sul tardi,
passando davanti a una bottiglieria che era sempre aperta in
via Guasco.
Il proprietario mi conosceva e sapeva che orientamento avevo,
mi ha chiamato per darmi la notizia perché il comunicato era stato
dato nella notte. Quindi i più non lo hanno sentito. Al mattino
sono andato in piazza per vedere che movimento c’era. Sembrava
non dovesse esserci niente. A un certo momento è arrivato Pivano
che mi ha detto: «Guarda, vai a casa mia, tieniti vicino
al telefono, io adesso vedo di incontrare gli altri, facciamo
una manifestazione».
Sono andato a casa sua, in via Trotti. Mi ha telefonato, dicendomi
cosa fare, preparare i volantini, ecc. Abbiamo fatto una manifestazione,
era la prima volta, in un clima inizialmente un po’ di incertezza.
Tanto per dire, qui (a palazzo Guasco, nella sede dell’Istituto
per la storia della resistenza, dove è stata registrata l’intervista,
ndr) c’era il gruppo rionale Chiappino e al mattino ho visto il
segretario che si recava ancora tranquillo in ufficio. Mi conosceva.
Vedendomi, mi ha chiesto cosa succedeva. $Ma guardi che è caduto
il Duce#. È diventato tutto bianco. Quando la cosa è montata, partivano
dei gruppi come quello che è venuto qui con il figlio di Gandini
(aveva quindici sedici anni) che è salito sulla bicicletta per
andare a colpire l’insegna con un martello. La cosa che soddisfaceva
di più era prendere i documenti e distruggere tutto, con gran disappunto
dei miei collaboratori dell’Istituto storico della Resistenza che
non hanno poi trovato niente. Si trattava di una documentazione
riguardante tutta l’attività del gruppo rionale, che era veramente
totalitaria: assistenza, indagini, di tutto. Hanno bruciato anche
i mobili. Queste cose si sono ripetute in tutti i gruppi rionali.
Noi però abbiamo fatto questa manifestazione, c’erano Audisio e
Pivano in testa. Siamo andati in piazza, dove c’era il distretto
militare. Sono andati su e hanno fatto un discorso dal balcone.
Dappertutto c’erano dei gruppi di giovani, dai quali noi correvamo
per prendere contatto. Questi gruppi, come ho già detto, erano
scatenati. Quelli nei giardini, per esempio, spaccavano la testa
al monumento di Arnaldo Mussolini. Queste cose capitavano in tutte
le città d’Italia. Il Regime era praticamente sparito.
E nei giorni successivi?
C’era lo stato di guerra. Qui però c’erano
tutti soldati di Alessandria, li conoscevo in gran parte perché più o
meno erano miei coetanei. Io avevo l’esonero perché ero studente
universitario, ritardavo il servizio militare di qualche anno.
In tutti i posti dove avevano messo queste guardie, dalle poste
alla federazione fascista, si trovavano pertanto soldati che erano
amici. Quindi avevamo rapporti con tutti. Allora eravamo già tutti
spostati decisamente sull’antifascismo e poi, insomma, si pensava
alla pace. Comunque sia, in quel mese di agosto ci furono tutta
una serie di tentativi di riorganizzazione dei partiti politici,
un po’ lenti perché il regime non consentiva tanto. Anche i giornali
hanno incominciato gradualmente a modificare il linguaggio. Ma
l’obiettivo principale era di strappare il permesso di organizzare
ufficialmente i partiti politici. Il sindacato è stato il primo
a riorganizzarsi anche qui ad Alessandria. Il grosso dei comunisti,
che erano in prigione, sono usciti alla fine di agosto e forse
anche dopo. Il regime lasciava andare i prigionieri con molta lentezza,
specialmente i comunisti perché avevano già dichiarato che si
organizzavano per far finire la guerra mentre al momento Badoglio
voleva far
credere che avrebbe continuato.
E
così si arriva all’8
settembre
L’8 settembre ci siamo riuniti tutti
in quella osteria in via XX settembre, “Arnaldo”. Saremo stati
una trentina. C’erano tutti i vecchi comunisti e io li ho conosciuti
per la prima volta, non li avevo mai visti. Esco, passo davanti
al chiosco di bibite e sento da una radiolina il comunicato di
Badoglio. Anche allora, di nuovo, l’incertezza. Anche quella volta
non riuscii a dormire. Il mattino dopo ero in piazza. Vi incontrai
di nuovo Pivano, molto agitato. Abbiamo cercato di organizzarci.
C’erano dei tedeschi ma erano dei territoriali. Sono andato da
quello che c’era, il gruppo di soldati alle poste e gli ho detto: «Qui
bisogna prendere questi tedeschi. Ormai...».
C’era un gruppetto
che credo andasse a portare il rancio. Allora uno, mi sembra fosse
l’avvocato Badò (che era tenente), è andato a catturarli. Sennonché dopo
un po’ sono arrivati altri tedeschi. Venivano da via Dante e la
gente li osservava. Poi, siccome hanno preso per via Guasco o via
Milano, hanno pensato che se ne andassero verso la Lombardia e
quindi verso casa. Allora c’è stato addirittura qualche accenno
di applauso, come dire “bravi, se ne vanno”. Invece, dopo pochissimo
tempo, abbiamo sentito dei colpi. Stavano sparando alla Cittadella.
Avevano intimato la resa. Gli italiani avevano chiuso il portone
e quelli avevano sparato alcuni colpi. Mi ricordo che siamo andati
di nuovo – non so più se con Pivano o con Audisio – al comando
a cercare il comandante della piazza. Era sfollato anche lui, mi
pare a Solero. In quelle condizioni che razza di resistenza potevi
fare? Allora ci siamo messi a correre in tutte le caserme per indurre
i soldati a scappare, magari con le armi. Bisognava portare via
più armi possibili. Mi ricordo che siamo arrivati alla Valfré.
C’erano già i tedeschi e avevano ripetuto la stessa scena della
Cittadella. Da dentro la caserma avevano chiuso il portone, allora
i tedeschi hanno sparato un colpo contro la porta e dall’altra
parte hanno tirato fuori lo straccio bianco. Ne hanno presi un
bel po’, incolonnandoli per via Faà di Bruno. Non era facile però controllare
i prigionieri. Spesso un solo soldato tedesco doveva controllare
una colonna che non finiva più. Così c’erano delle donne che dai
portoni semiaperti prendevano questi ragazzi, li portavano dentro
(o loro stessi si infilavano) e poi li rivestivano. Poi sono andato
all’Autocentro con Audisio. Qui siamo arrivati in tempo, abbiamo
chiamato il comandante, gli abbiamo spiegato che stavano facendo
il repulisti. Quello fa: «Ma
voi chi siete? Siete dei borghesi». «Noi
siamo del comitato antifascista». «Ma
che comitato antifascista. Io vi metto dentro».
Il tipico sistema che avevano allora. Allora ho detto: «Questo
non capisce mica, andiamocene se no ci facciamo prendere».
Difatti, come siamo usciti, sono arrivati i tedeschi. I soldati
hanno tentato di scavalcare , e parecchi ci sono riusciti,
il muro dietro che dà verso il Tanaro. Lì c’erano tutti i barcaioli.
Noi gli dicevamo: «Prendete
i fucili altrimenti non vi portiamo di là».
Abbiamo recuperato una cinquantina di fucili. Poi sono andato ancora
a Pecetto dove c’era un altro piccolo distaccamento
di soldati. Stessa musica: «Ma
cosa volete?». Lì, quando sto per
uscire dalla caserma dopo averli mandati a quel paese, arrivano
i tedeschi. Questi avevano un piccolo camion con un cannoncino
sopra. Non c’era niente da fare. Sono rimasto intrappolato nella
caserma. Per fortuna c’era un’uscita nel retro, ho fatto un salto
di due o tre metri. Sono poi tornato sul posto e mi sono chiesto
come avevo fatto a fare quel salto. In quel frangente non me ne
ero neppure accorto. Gli altri però li hanno presi. Insomma, questo è stato
l’8 settembre ad Alessandria. A un certo punto sembrava dovessero
arrivare truppe. Allora siamo stati tre giorni all’addiaccio, inizialmente
sull’argine del Tanaro. Poi la maggior parte sono andati a casa
e noi giovani in bicicletta siamo andati nei boschi sotto Pavone
ad aspettare. A un bel momento, uno viene a dire «Arrivano
i bersaglieri da Torino». Ci siamo messi in fila indiana,
abbiamo fatto il giro della Cittadella e siamo andati sulla strada
di Solero. Qui abbiamo
incontrato un compagno che ci ha disilluso: «Ma
che bersaglieri, è pieno
di tedeschi». Siamo tornati indietro e abbiamo nascosto i
fucili.
Nei giorni successivi cosa
accadde?
Il partito ha organizzato dei gruppi
e soprattutto c’era questo fatto nuovo del contatto tra i singoli
partiti. Naturalmente c’era una situazione stramba. Gli antifascisti
notori, come Maestri o Pivano, erano conosciuti.
Allora non potevano agire?
Agivano
lo stesso perché nei primi mesi
la struttura del Regime neofascista era fragilissima. Tant’è vero
che c’è un episodio interessante. Tra i fascisti alessandrini,
erano ben pochi quelli disponibili. C’era proprio uno squagliamento.
Quei pochi hanno proposto il famoso patto di pacificazione. Lo
hanno fatto dappertutto, anche qui ad Alessandria. Non ho partecipato,
ma ricordo che si era discusso in casa comunista se partecipare
o meno a questo incontro tra alcuni fascisti alessandrini, i fratelli
Bologna, e i membri del Comitato di Liberazione. Mi ricordo che
su questo all’interno del partito c’era una netta divisione. Audisio
era uno di quelli che volevano partecipare. Qualcuno c’è andato.
Ne è seguita una specie di resa dei conti interna. Quelli che vi
avevano partecipato sono stati sconfessati. In realtà, i fascisti
intendevano guadagnare tempo. Non solo, ma in qualche modo scoprivano
le carte dell’avversario. Ufficialmente questi sono andati come
rappresentanti del Comitato di Liberazione, tanto è vero che poi
quando c’è stato il primo scontro in città, li hanno messi tutti
dentro.
Si trattava naturalmente
del famoso attentato al tenente colonnello Ruggeri...
Abbiamo incominciato a organizzare i gap e, dopo i primi due o tre colpi,
quello è stato il più grave. Loro, i fascisti avevano tutta la
mappa dell’antifascismo alessandrino, hanno messo dentro tutti.
Come nacquero
i gap ad Alessandria?
Era una esperienza
già fatta in Francia,
a Parigi e in altri posti. Nasceva dall’idea era che la guerriglia
si potesse fare anche in città, naturalmente con criteri diversi.
Non organizzando delle brigate ma dei gruppi. Uno dei maggiori
esperti era Pesce, di Acqui, che era stato anche in Spagna. È venuto
in Alessandria. Abbiamo parlato e abbiamo fatto un giro, incontrando
amici che mi salutavano e questo lo rese perplesso. Per lui questa
era una città troppo piccola, con troppe relazioni. Mi ha detto
che non poteva lavorare qui. È poi andato a Torino. Lì e a Milano
ha trovato una situazione più adatta. Anche lì, per la verità,
dopo pochi mesi di attività, questi gruppi vennero scoperti e sterminati.
Qui ad Alessandria però abbiamo voluto fare ugualmente i gap.
Si sono organizzati dei gruppetti di giovani. Alcuni erano impreparati,
non avevano fatto il militare e dovevano imparare a sparare. Però c’erano
anche quelli come Ennio Massobrio, Abbiati e altri che erano abbastanza
determinati. Sono state fatte alcune azioni di cui la più significativa è stata
quella contro Ruggeri.
Quali sono state le altre
azioni compiute dai gap ad
Alessandria?
C’erano molti ufficialetti che andavano
con le ragazze sotto il viale del cimitero, in piazza d’Armi. Allora
andavi lì e quando vedevi che erano in un momento di abbandono,
poco vigili, gli puntavi contro una pistola, magari finta e gli
prendevi la pistola vera. Di questi colpi ce ne sono stati parecchi
e suscitavano molto allarme. Mi pare ci sia stato anche un caso
con una sparatoria. Poi c’è stato il tentativo – in parte riuscito – di
far saltare la tipografia dove si stampava quel terribile giornaletto
che aveva un grande successo, «Il Popolo di Alessandria»,
che era di uno sboccato e di una violenza tremenda. Prendeva di
mira tutti
i personaggi più in vista della città. Anzi più che prendersela
con gli antifascisti, attaccava gli ex fascisti che non avevano
più aderito al fascismo repubblichino. Abbiamo messo una bomba
che ha fatto qualche danno. Hanno sospeso le pubblicazioni per
un po’ di tempo.
Dopo l’attentato a Ruggeri,
c’è stata la retata. Come avete reagito?
Dopo
l’attentato hanno preso tutti gli
antifascisti più conosciuti. Qualcuno disse che non si poteva più continuare
perché minacciavano la rappresaglia. Li prendevano apposta, come
ostaggi. È già andata bene che, dopo quella uccisione, non abbiano
fatto una rappresaglia. Avevamo la possibilità di parlare con quelli
che stavano dentro il carcere. Il direttore, Dattola, era socialista
e quindi consentiva rapporti con l’esterno. Infatti poi l’hanno
trasferito. Suo figlio era con noi. Metteva a nostra disposizione
il suo appartamento in via Parma, proprio dentro al carcere. Allora
sono andato con Carlo Negri a parlare con Maestri e gli abbiamo
esposto la situazione. Mi aspettavo che dicesse: «Molliamo
un momento e poi, se riusciamo a uscire, se ne riparla».
Invece, con mia sorpresa, lui – che non era affatto un eroe, anzi era un uomo comune, molto
prudente – ci espose questo concetto: «Questi
prendono gli ostaggi e minacciano la rappresaglia proprio per fermare
il movimento.
Se segui questa logica, il movimento si ferma e di lotta antifascista
non ne fai più».
Non parliamo di azioni partigiane. Era la stessa cosa. Se c’era
uno scontro, andavano in un paese e prendevano gli ostaggi ma non
era colpa nostra. Il movimento per lui non si doveva
fermare. E quindi con mia sorpresa a me che chiedevo «Ma
se capita...»,
rispondeva «Cosa vuoi che ti dica». Il partito, lo
stesso cln sostenevano
che non si poteva cedere ad una minaccia di rappresaglia che era
un’azione illegale, contro le leggi di guerra, contro la convenzione
di Ginevra. Ma loro non ci consideravano come militari ma come
banditi. Però poi un grande sviluppo nell’attività dei gap non
c’è più stato perché tutti, più o meno, siamo stati individuati
e quindi per la maggior parte siamo diventati uccel di bosco. Alcuni,
come Gandini, sono stati catturati e poi se la sono più o meno
cavata.
Chi era a
capo dei gap?
Fin dall’inizio Piacentini è stato
il responsabile dei gap.
Era anch’egli un uomo nuovo e non era conosciuto. Era tenente dell’esercito
e aveva fatto la campagna di Russia. Lo conoscevo e fui io a proporlo.
Era figlio di un gran socialista però era stato, se non fascista,
uno di quei giovani che aveva creduto nella guerra. L’ho incontrato
quando è tornato dalla Russia. La campagna di Russia lo aveva fatto
riflettere come del resto era accaduto ad altri.
Anche successivamente l’esperienza
dei gap non fu
più ripresa?
La guerriglia urbana non era possibile
ad Alessandria perché si era facilmente individuati. È stato così un
po’ dappertutto Anche nei grandi centri c’è stata la vampata dei gap per qualche mese ma inevitabilmente
venivano distrutti uno per uno. Ma nel momento in cui il movimento
partigiano si è consolidato e sviluppato, non si sentiva più quell’urgenza. |
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