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Le premesse
da cui è scaturito il progetto
di creare ad Alessandria l'Istituto storico della Resistenza e di
dar voce all'attività che attraverso di esso si svolge con
una rivista periodica sono chiare: non celebrazione ma ricerca, non
nostalgia sterile del passato ma interrogazione di quel passato per
l'analisi di un presente difficile e tormentato. Non solo. L'attenzione
alle vicende della storia recente nell'Alessandrino (giacchè nell'espressione
usata di Resistenza si include, a ragione, il periodo cruciale del
fascismo e dell'antifascismo preresistenziale) non ha, a leggere
con attenzione i contributi ospitati nel primo numero della rassegna,
nulla di angusto, localistico, ristretto ma aspira - nei metodi e
nei contenuti - a ripercorrere l'ultimo cinquantennio alla luce
dei problemi e delle suggestioni che provengono dalla storia nazionale.
«Il
territorio dell'Alessandrino - osserva giustamente Ricuperati nel
suo articolo - con i suoi caratteri complessi e le sue tradizioni
secolari
di crocevia fra Liguria, Piemonte, Lombardia ed Emilia, pone allo
studioso problemi affascinanti e di tipo interdisciplinari, che
investono storia economica, sociale, religiosa, culturale, e poi
oltre che geografia, la stessa linguistica storica».
Di
qui si delinea dunque un'ipotesi di ricerca storica che non interessa
esclusivamente nè la storiografia della Resistenza nè i
lettori che coltivano la storia di Alessandria a preferenza di
ogni altra,
ma
che può attrarre - se i redattori della rassegna vi si
atterranno come hanno fatto in questo primo numero - tutti coloro
(e non son
pochi in questo momento, soprattutto nelle nuove generazioni)
che aspirano a una storia «diversa» da quella cui
ci ha abituato una lunga tradizione centralizzatrice, di storia
presuntuosamente «nazionale».
Una
storia, cioè,
che si ponga effettivamente i problemi della ricostruzione
a tutti i livelli di una società,
che utilizzi fonti e tecniche fino a questo momento assai trascurate,
che si serva
di un universo limitato quale può essere una città o
una provincia per verificare direttamente ipotesi e problemi
troppo spesso discussi in astratto.
Non
vorrei, a questo punto, caricare
gli autori della rassegna di compiti eccessivi, ma la lettura
del primo numero, delle intenzioni che vi si dichiarano,
dei primi
lavori che in esso vedono la luce incoraggino proprio queste
aspettative.
La
storia contemporanea, che in Italia ha registrato nell'ultimo
trentennio una crescita grande quanto disordinata e a
volte metodologicamente
poco rigorosa, ha bisogno oggi più che mai di intraprese
come quelle che qui si iniziano. Gli studi di storia locale,
se condotti
con la coscienza dei problemi più generali che in
questa rivista si avverte, possono contribuire fattivamente
a un
rinnovamento graduale
ma fecondo delle ricerche sull'età contemporanea.
Ed è da
questo punto di vista, oltre che da quello legato all'interesse
specifico della ricostruzione storica in una zona che è stata
presente notevolmente nelle vicende dell'Italia tra fascismo
e antifascismo,
che mi sembra di poter invitare i lettori, e in particolare
i giovani, a seguire con interesse un esperimento di analisi
e di
ricerca che
fugge la retorica e invita alla riflessione.
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