Quaderno di storia contemporanea n. 1
Antifascismo e Resistenza in Alessandria: problemi politici e prospettive storiografiche
di Carlo Gilardenghi


 

 

 


Fondare un Istituto di storia della Resistenza in provincia di Alessandria
a distanza di 32 anni dalla Liberazione è impresa che suscita numerosi interrogativi, un po' di scetticismo e anche qualche diffidenza, tutti pienamente legittimi, sia che provengano dagli studiosi, sia dai cittadini in genere; basti pensare poi che l'Istituto nasce e vive coi mezzi messi a disposizione dagli Enti Locali della Provincia e dalla Regione per rendersi conto della necessità di dare risposte chiare ed esaurienti su ogni punto, specie in un momento come questo in cui eccezionali difficoltà finanziarie impongono una rigorosa amministrazione del pubblico denaro.
Il timore più diffuso, diciamolo subito, è che l'intento sia esclusivamente
celebrativo, e questo sarebbe certamente il peggior uso che oggi si possa fare non solo dei mezzi finanziari elargiti, ma anche dell'argomento che è la ragion d'essere dell'Istituto.
Non che la Resistenza in passato sia stata troppo «celebrata», anzi
ricordiamo ancora benissimo gli anni in cui celebrarla costava dure battaglie politiche, e in questo caso anche le celebrazioni avevano un senso. Ma poi i tempi sono cambiati e questo episodio, insieme a tanti altri, è assurto tra i «fasti» della Nazione, correndo immediatamente il rischio di finire raggelato nella retorica ufficiale.
Se questo rischio è stato evitato dobbiamo dire grazie al '68: sarà rituale
ormai il richiamo a questa data, sta di fatto che proprio da questo grande movimento di lotte operaie e studentesche è scaturita una domanda politica nuova, critica, di massa che ha rimesso tutto in discussione, ivi compreso il giudizio da dare sul nostro passato, in primo luogo sulla Resistenza.
Così, mentre prima si era fatto poco per conoscerIa nella sua complessa
realtà, dopo, tutto della Resistenza è diventato problematico e oggetto di valutazioni discordanti.
Non ce ne dobbiamo dolere, perchè in questo clima nuovo la ricerca
scientifica sul periodo ha fatto decisivi passi avanti; basta scorrere le pagine dell'ultimo volume di Guido Quazza, Resistenza e storia d'Italia, per rendersi conto dell'impegno profuso da singoli studiosi, Quazza per primo, e da gruppi di ricercatori, in genere nell'ambito degli Istituti Storici coordinati dall'Istituto Nazionale per la storia del Movimento di Liberazione in Italia, per arricchire la bibliografia delle opere sulla Resistenza al punto da consentire a Quazza stesso di tentare un profilo di storia della storiografia su questo tema. (1)
In questa storia c'è già un posto per la nostra Provincia, assicuratoci da
Gianpaolo Pansa col suo libro Guerra partigiana tra Genova e il Po - La Resistenza in provincia di Alessandria, il «primo ampio studio d'insieme su un'intera provincia condotto con criteri scientifici...», come lo definisce Quazza nella sua presentazione.
Recentemente poi un concorso indetto dall'Amministrazione Provinciale
di Alessandria ha selezionato, tra le altre, l'opera di Franco Castelli Cultura popolare e Resistenza in provincia di Alessandria, elaborata con criteri di rigore filologico e con laboriose ricerche sul campo, che si inserisce in un filone scoperto non da oggi ma lasciato pressochè inesplorato, se si eccettua l'immane lavoro solitariamente svolto da Nuto Revelli sulle lettere di soldati e contadini del cuneese. (2)
Altri studi sono stati condotti in questi ultimi anni sulla Resistenza in
provincia da studenti come tesi di laurea, e di essi diamo conto nelle altre sezioni di questo fascicolo.
Infine c'è stata una ripresa d'interesse per i libri di memoria di protagonisti della guerra partigiana: accanto alla ristampa di modelli ormai classici come Ponte rotto di G.B. Lazagna e La Repubblica di Torriglia di G.B. Canepa, hanno visto la luce alcune opere inedite dalle quali emergono, pur nella prevalente ottica di cronache degli episodi di guerriglia, spunti di analisi critica, accenni di indagine socio-politica, tentativi di documentazione. (3)
Tuttavia, tirando le somme, è giocoforza ammettere che, mentre da un
lato il piano di lavoro dell'Istituto Nazionale è ben lungi dal potersi considerare esaurito, e anzi ora si tratta di articolarlo ovunque, dall'altro lato non si è ancora riusciti a generalizzare il metodo critico-problematico e gli stessi risultati già acquisiti, il che è altrettanto importante dell'attività di ricerca, o meglio ne costituisce il risultato finale.
Quanto poi alla nostra provincia, dal quadro delineato risulta chiaramente che si è trattato finora di iniziative occasionali e saltuarie, i cui risultati erano destinati a finire per la maggior parte nel cassetto; mentre ciò di cui si avverte oggi il bisogno è semmai del contrario, cioè di un lavoro sistematico e continuativo, e quindi di uno strumento capace, sul modello di istituti analoghi, di programmare e di svolgere un'attività di ricerca interdisciplinare e in diverse direzioni è di farne circolare i risultati il più largamente possibile.
Ma proprio questo è il punto: esiste davvero un bisogno del genere, e
in tal caso, di che natura è e come si soddisfa?
lo credo che si debba partire, nel dimostrare l'assunto, ammettendo
senza perifrasi che questo bisogno è di natura «politica », che è « reale» e «attuale»; però è un bisogno che, oggi come oggi, può essere soddisfatto solo «storicamente».
Voglio dire che questo bisogno nasce per un verso dai fenomeni di
disgregazione in atto e apparentemente inarrestabili, dal groviglio di contraddizioni in cui sembriamo inestricabilmente avvolti, e per un altro verso dai risultati insoddisfacenti delle analisi fin qui tentate della crisi e dalla fatica che fanno le forze politiche, economiche, sociali a dominarne i i processi.
Anzi, a proposito di analisi, come può l'opinione pubblica non uscire
sconcertata da certe dispute che vedono coinvolti osservatori e uomini politici anche della stessa parte, studiosi e specialisti di ogni disciplina, in possesso dei più raffinati strumenti di indagine i quali giungono poi a conclusioni diametralmente, opposte: l'Italia è il Paese più libero, l'Italia è il Paese più repressivo, l'Italia è il Paese che è cambiato di più, l'Italia non è cambiata affatto.
D'altra parte le difficoltà sono reali e non solo mentali e quindi è difficile uscirne con esercitazioni dialettiche e operazioni mediatrici del tipo: la
verità sta nel mezzo.
Cominciamo allora a prendere la situazione italiana così com'è, caratterizzata proprio dalla simultanea presenza di elementi di contrasto e di forze antagoniste come ogni altro paese percosso dalla crisi, e cerchiamo di indi viduarne la peculiarità.
Sarà difficile a questo punto negare che abbiamo il movimento operaio
più forte dei paesi capitalistici, ma anche i gruppi conservatori più decisi a combatterlo con ogni mezzo, che si fanno da noi le più avanzate esperienze di partecipazione popolare e di organizzazione della democrazia di base mentre rimangono tenacemente in piedi strutture addirittura arcaiche, che vi è stato un salto di qualità senza precedenti della coscienza politica e civile della cultura e del costume degli italiani ma che permangono residui di legislazione, di mentalità, di comportamenti autoritari un po' in tutti i settori della vita nazionale.
Siamo il Paese dove al maggior grado di unità tra i lavoratori corrispondono le più gravi spaccature sociali, e al maggior senso di responsabilità nazionale di alcune categorie le più anguste chiusure corporative di altre dove alla maggior capacità di difesa del tenore di vita delle masse fa riscontro la maggior precarietà della occupazione, dove più forte è la spinta al cambiamento mentre è sempre presente il pericolo di una regressione catastrofica.
Non a caso sono state coniate da noi le due espressioni più fortunate
del momento, «la strategia della tensione» e «la forza della democrazia» e le abbiamo sperimentate insieme fino in fondo.
In che altro se non in questo consiste dunque la singolarità del «caso italiano», il suo essere «diverso» rispetto a quello delle altre società europee occidentali: il livello incandescente delle nostre contraddizioni ci fa vivere assai più acutamente che altrove l'attuale crisi come la crisi di una società di transizione.
Ecco perchè ogniqualvolta, pressati dalle esigenze del momento, ci sforziamo di interpretare più rigorosamente i segni della crisi non ci possiamo più accontentare delle spiegazioni congiunturali ma dobbiamo ricercare le cause più profonde e più lontane dei ritardi, strozzature, squilibrii e insieme l'origine di quelle inesauribili energie, di quella capacità di mobilitazione, di quella creatività che hanno contrassegnato fino ad oggi le lotte di massa in Italia. Siamo costretti cioè a percorrere a ritroso il cammino della nostra storia recente e meno recente, risalendo a quei momenti di maggiore dinamismo sociale e politico, e tra questi alla Resistenza, nei quali sono maturate le esperienze e si sono fatte le scelte che hanno poi condizionato gli sviluppi successivi, allo scopo di individuare le linee di tendenza e il potenziale ancora esistente e lì fare leva per impedire che il meccanismo si blocchi definitivamente rinnovandolo alla radice.
Dunque il bisogno a cui accennavamo sopra, è un bisogno di conoscere
per capire, di capire per fare: ecco dove, a nostro avviso, si salda, spontaneamente l'interesse del politico col rigore dello storico, il bisogno di risposte immediate con la necessaria visione d'assieme e di prospettiva, risolvendo in positivo le dispute sul rapporto tra politica e storia.
Proprio perchè impegnati in una battaglia politica per molti aspetti decisiva, abbiamo bisogno di tutto il sapere storico umanamente accumulabile, ma questo sapere deve essere, investito a livello di massa per contribuire a formare, secondo la definizione di uno storico insigne, una diffusa «coscienza storica dell'attualità».
Da questa concezione viene fuori un modo nuovo di interrogare la storia
d'Italia in generale e quella della Resistenza in particolare: prima di tutto
strappandola al suo isolamento per collocarla all'interno del sistema di
rapporti internazionali col quale dovette fare i conti, e per collegarla col
fascismo e con l'antifascismo che l'avevano preceduta e accompagnata in un unico viluppo dialettico; e poi scandagliando il suo substrato socio-economico per svelare la trama dei conflitti sociali, economici e politici, il travaglio del confronto fra interessi, ideologie, tradizioni profondamente diverse, che rappresentarono nel loro insieme i materiali con i quali le forze politiche costruirono le loro soluzioni. (4)
Non per questo la Resistenza esce svalutata, anzi, acquistando profondità di dimensione e ricchezza di chiaroscuri, essa assume una più precisa fisionomia, acquisisce una verità storica e umana ancora sconosciuta, e soprattutto gli esiti a cui pervenne, al di là delle valutazioni che si possono fare, non potranno più apparire come la meccanica conseguenza di politiche astratte, di progetti esterni al processo reale, ma come il risultato di uno scontro all'interno del processo stesso, tra politiche e progetti diversi, saggiati dalla durezza delle cose.
E' chiaramente una impostazione che coinvolge in un radicale rinnovamento, metodi e contenuti: e in effetti gli studiosi più giovani in particolare orientano la loro attenzione verso problematiche se non nuove, certo ancora irrisolte, come il rapporto spontaneità-direzione del movimento, il rapporto fra interessi di classe e coscienza politica della classe operaia, o meglio, coscienza della funzione «dirigente» e «nazionale», come si cominciò allora a definirla; e ancora intensità ed ampiezza della partecipazione di massa dei vari strati sociali e in particolare dei contadini, e quindi grado del loro reale riscatto da una condizione subalterna; misura e forme dell'impegno politicomilitare
dei vari partiti che lasciarono segni indelebili sulla loro fisionomia
e sullo stesso regime democratico post-liberazione. (5)
Non sono che esempi, perchè infinita è la gamma degli interessi che a
proposito di quella eccezionale epoca storica, vengono stimolati dalle categorie più complesse del nostro tempo: ma è subito chiaro che si tratta di nodi essenziali, ora come allora.
Naturalmente quando accettiamo questa logica non possiamo ignorare
i rischi che vi sono impliciti. Sono quei rischi di «strumentalizzazione» dei
quali, peraltro, il passato è stato tutt'altro che immune e contro i quali non si è mai garantiti in assoluto, neanche quando, come nel caso del nostro Istituto, si procede a un attento dosaggio degli equilibri politici e cullurali nella composizione degli Organi tecnici e amministrativi; anzi molti, a torto o a ragione, paventano oggi questi equilibri più delle discriminazionl di ieri.
A liquidare, nella misura del possibile, sospetti del genere può concorrere, a nostro parere, la combinazione di più fattori: chiarezza e pubblicità dei programmi, formulati in collaborazione con l'Istituto Nazionale e con quello Regionale del Movimento di Liberazione in Italia, permanente dibattito e verifica delle metodologie applicate, massima circolarità di ricerca-discussione-divulgazione, stretto rapporto con la scuola e, non ultimo, un impianto tecnico-documentario altamente specializzato.
Infatti si tratta anche di dotare la città e la provincia di uno strumento
di lavoro agile e moderno che manca, non alternativo o sostitutivo delle
altre istituzioni di ricerca e documentazione esistenti ma integrativo delle stesse, coprendo lo spazio che risulta vuoto.
Ed è lo spazio non dedicato esclusivamente allo studio della congiuntura
o comunque del breve periodo, che è proprio degli uffici studi delle Amministrazioni pubbliche e dei privati, oppure quello consistente nel mettere a disposizione degli interessati per una pronta consultazione un tipo di documentazione specializzata che le biblioteche comunali, per ovvie ragioni, non riescono a fornire in modo soddisfacente.
Per questo la commissione tecnica ha raccomandato di concentrare lo
sforzo finanziario e operativo del nostro Istituto, oltre che nella direzione
istituzionalmente propria, che è quella di promuovere, sollecitare, coordinare con opportune iniziative ricerche di storia contemporanea locale, in altri tre settori complementari: la formazione di un archivio di documenti originali scritti e orali, provenienti da fondi privati o raccolti sul campo; la costituzione di una biblioteca-emeroteca che, oltre a un nucleo di base dedicato alla storia contemporanea nei suoi caratteri più generali e alla storia italiana del 900, si doti di pubblicazioni specialistiche non facilmente reperibili in provincia; infine un apparato di mezzi tecnici di lettura, riproduzione, visualizzazione di materiale proprio o da procurarsi presso altri istituti sviluppando al massimo il prestito o lo scambio.
Uno strumento di lavoro dunque a disposizione di singoli e di gruppi che desiderano fare ricerca, capace di coinvolgere il più largo numero di persone non solo come utenti e fruitori ma come attori responsabili; un'attività che si articoli in dibattiti, seminari, convegni, che sfoci in pubblicazioni di atti, saggi, monografie, che curi il permanente rapporto con le scuole della provincia e con le Università confinanti.
Tutto ciò, allo stato attuale, non è che un obiettivo ambizioso, che può essere conseguito solo gradualmente; dovrebbe invece risultare assodato, dopo quanto è stato detto, che l'interesse per lo studio dei problemi di storia contemporanea ha ormai investito direttamente o indirettamente la società e non può pertanto meravigliare che le Amministrazioni locali se ne siano fatte carico.
Piuttosto resta ancora da chiedersi se la dimensione provinciale sia o
meno giustificata per un Istituto del genere, specie nel caso di una provincia come 'quella di Alessandria, considerata tra le meno omogenee per struttura e per tradizioni.
Il problema di metodo storico che questo interrogativo suscita lo lasciamo agli specialisti, e gli storici che collaborano col nostro Istituto mostrano l'intenzione, a partire da questo stesso fascicolo, di porre i problemi metodologici al centro della loro attenzione.
Per parte nostra siamo invece interessati a fare alcune considerazioni
preliminari e del tutto provvisorie sulle più recenti vicende storiche di
questa provincia, che l'hanno portata ad essere quella che è.
Siamo perfettamente consapevoli della sua origine per molti versi artificiosa e relativamente recente; degli aumenti territoriali spesso casuali che ne hanno fatto, durante tutto un lungo periodo della sua esistenza, un'entità meramente amministrativa, al più militare.
Senonchè, le lotte politiche e sociali di questo secolo, a partire cioè
dalla nascita di nuovi protagonisti come il movimento operaio e contadino, hanno in qualche modo «unificato» la provincia, cosi differenziata al suo interno, proprio in quell'elemento decisivo che è la coscienza della sua complessità, della sua naturale articolazione, nelle quali tuttavia è dato oggi riscontrare proprio la sua specifica ,funzione.
La collocazione geografica apparentemente marginale rispetto al centro
regionale, ma crocicchio obbligato di sei province e di quattro Regioni, l'ampio ventaglio di situazioni socio-economiche, la presenza, accanto al capoluogo, di numerose cittadine con un proprio omogeneo entroterra, con una propria storia spesso illustre e quindi con una inconfondibile personalità, le forti tendenze extra-provinciali e addirittura extra-regionali di ciascuna zona, proprio queste caratteristiche eterogenee, grazie a quelle lotte hanno finito per costituire la matrice della comune identità: quella cioè di una provincia «ponte», anello di congiunzione tra i centri essenziali della produzione e dello sviluppo in Italia, soggetta quindi a sollecitazioni prepotenti, a condizionamenti massicci, ma al tempo stesso terreno di verifica e momento equilibratore tra le opposte esigenze. Struttura articolata dunque ma funzione centripeta che hanno impedito l'isolamento e la chiusura provinciale, hanno favorito un costante flusso di scambi commerciali, di energie politiche e sociali, hanno fornito molti contenuti al dibattito culturale e scientifico:
questo clima ha in qualche modo plasmato le forze sociali e politiche
rendendole particolarmente sensibili a ogni discorso di decentramento, di
autonomia, in definitiva di democrazia.
Del processo di maturazione di questa identità la guerra partigiana ha
rappresentato la fase culminante e decisiva, coinvolgendo tutta la popolazione in uno stato di tensione permanente, mobilitando grandi forze, strappando all'isolamento contadini e montanari che stabilirono proprio allora un'intensità di contatti col mondo esterno sconosciuta in periodi «normali».
Ciascuno individualmente fu costretto in qualche modo a prendere coscienza di sè e degli altri, e i gruppi sociali e politici dovettero scendere in campo aperto e misurarsi con quella fermentante realtà.
La realtà di una provincia sottoposta a una duplice pressione militare,
in senso longitudinale e trasversale, da parte dell'esercito tedesco, che doveva tenere aperti i collegamenti con Genova e il fronte italiano da una parte e con Savona e il fronte sud della Francia dall'altro; la realtà di un territorio sostanzialmente diviso in due zone geograficamente ed economicamente assai diverse, quella collinare del Monferrato a nord di Alessandria e quella montuosa dell'Appennino ligure-piemontese a sud, separate da un'intercapedine pianeggiante attorno al Tanaro; la realtà di una direzione politico-militare divisa tra Torino, il CLN piemontese, il suo comando militare, i suoi partiti, capaci di esprimere una forte presenza, e Genova, con le prepotenti esigenze del suo entroterra, che sconfinava inevitabilmente come aveva sempre fatto nel corso della sua storia, in territorio alessandrino.


La montagna ligure-alessandrina, aspra e brulla, incombente da un lato
sulla grande città portuale e industriale e dall'altro sulla pianura alessandrina influenzò profondamente il processo di formazione delle unità partigiane, la tattica di combattimento, la tendenza al collegamento e alla concentrazione; la presenza massiccia di operai della grande industria genovese segnò inconfondibilmente i connotati socio-politici delle formazioni e improntò di sè tutta una vivacissima problematica di rapporti tra partigiani e popolazioni.
Nel Monferrato, più ricco dal punto di vista alimentare, più decentrato
rispetto ai grandi centri urbani e alle vie di comunicazione principali, la fondamentale componente contadina diede a ogni cosa una colorazione diversa: come là c'era più organizzazione, più politicizzazione, più militarizzazione, in una parola una tendenza collettiva, qua c'era più spontaneità, più autonomia, più ribellione, una radicale affermazione individualistica. (6)
Sembrava inevitabile che la provincia, tra tutte queste sollecitazioni
dovesse finire per spaccarsi, dando vita alle iniziative più disparate che rischiavano ad ogni momento di entrare addirittura in conflitto tra di loro; invece accadde il contrario e tutti i settori del movimento (non dimentichiamo anche la guerriglia urbana e di pianura, la lotta di massa nelle città) finirono per accettare l'unità di direzione politico-militare e per rendere uniformi, sia pure dopo la tragica lezione di fatti, tattiche di combattimento, modelli organizzativi, obiettivi politici, in un vivace intreccio tra le reciproche esperienze.
Risulterà di estremo interesse verificare da vicino, cosa che è ancora possibile da fare in ciascuna zona della nostra provincia, quanto abbia contato nel produrre questo risultato, l'impatto dei gruppi organizzati con la spontaneità dei meccanismi, e osservare come sono nate e si sono gradualmente imposte quelle soluzioni che caratterizzarono l'intera Resistenza italiana: il ruolo essenziale dei partiti, non solo politico ma militare, il tipo di accordo che si venne perfezionando tra di loro, gli organismi unitari che ne scaturirono, il CLN, il CVL, i comandi unificati e infine la creazione forse più interessante, quelle formazioni armate che pur essendo espresse, anzi organizzate dai singoli partiti non erano formazioni «di partito», e tutte le conseguenti sistemazioni dei rapporti politici, ideologici, religiosi, e anche sociali e gerarchici, all'interno delle stesse.
Sono questioni ancora oggi variamente valutate ma senza intendere le quali è poi difficile non solo spiegarsi l'originalità della Resistenza italiana nell'ambito di quella europea, ma soprattutto capire e giudicare nel bene e nel male, l'Italia di oggi e con essa anche la nostra realtà provinciale.
Bisogna ormai disporsi a comprendere fino in fondo entità e limiti, cioè la vera natura dei mutamenti provocati dalla Resistenza nel quadro politico
italiano. Quel che non sembra contestabile è che l'Italia successiva alla Liberazione non è più quella di prima non solo nell'assetto istituzionale, che è importante anche se è questione di «forma» dello Stato, ma nei rapporti di forza tra le classi, che è questione di sostanza.
Giustificata o meno la polemica sulla «egemonia» esercitata durante la
Resistenza dalla classe operaia, non si può ignorare il ruolo nuovo che essa, e con essa l'insieme delle classi popolari, si sono conquistate grazie alla loro partecipazione determinante. Un ritardo storico, di coscienza di classe e di maturità politica, che era stato materia di considerazioni pessimistiche di tanti protagonisti del movimento operaio italiano, è stato per molta parte colmato.
A seguito di ciò sono usciti rivoluzionati i rapporti tra i partiti, i sindacati,
i diversi ceti sociali: è mutata pertanto la struttura politica del Paese.
Vi è stata una maturazione democratica di massa che si è tradotta in
una dislocazione delle masse sul terreno della democrazia e della nazione
ed ha costituito di conseguenza una base di massa per la nostra democrazia politica e per lo Stato Repubblicano: cambiati radicalmente i rapporti tra classe operaia e popolo da una parte e istituzioni dall'altra, tutti i termini della lotta politica e della lotta di classe in Italia sono cambiati.
Non si tratta, è vero, di un processo storico concluso e quindi irreversibile, e a noi pare di vedere chiaramente qual'è il punto d'attacco del disegno eversivo che si sviluppa in Italia, in corrispondenza con la crisi economica e sociale: separare ancora una volta le masse dalla democrazia.
Se non ci sono finora riusciti non è per caso, ma per un tipo di risposta
politica che affonda le sue radici nell'esperienza della lotta antifascista e
della Resistenza; conoscere sempre meglio questa esperienza equivale a mettersi in condizione di finire il lavoro allora incominciato.



(1) Quazza torna a più riprese su questo argomento. Cfr.: G. Quazza, Storia della Resistenza e storia d'Italia: ipotesi di lavoro, in «Rivista di storia contemporanea », A. I, fasc. l, 1972,pp. 50-74;id., Storia del fascismo e storia d'Italia, introduzione a G. Quazza (a cura di), Fascismo e società italiana, Torino 1973, pp. 5-43; id., Resistenza e storia d'Italia, Milano 1976,pp. 7-22. Ma ciò che si vuole qui sottolineare è che l'A., sviluppando il suo profilo storiografico in stretto rapporto con le vicende della politica italiana del dopoguerra, riesce a chiarire perfettamente le ragioni di fondo della varia fortuna e delle diverse interpretazioni che si sono succedute nel tempo.

(2) Cfr. R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino '1953, pp. 403-419, gli spunti e le indicazioni ivi contenute e vedi le valutazioni espresse da Quazza, Resistenza e storia d'Italia, cit., p. 14; e un po' tutta l'opera di Nuto Revelli, ma in particolare L'ultimo fronte. Lettere di soldati caduti o dispersi nella seconda guerra mondiale, Torino 1971.

(3) 0. Mussio, Una brigata di pianura, Castelnuovo Scrivia ,1976; L. iBalestrieril, Brigata Balilla, Novi Ligure; L. Canessa, La strada era tortuosa,Novi Ligure 1977; e merita una citazione anche l'antologia di brani e documenti curata da W. Valsesia e F. Gambera, La Resistenza in provincia di Alessandria, Alessandria 1976.

(4) Anche per questi aspetti del problema e per gli altri che seguono immediatamente, non possiamo che rimandare alle considerazioni fatte da Quazza in Resistenza e storia d'Italia, cit., pp. 19-20.

(5) Cfr., per quanto riguarda il PCI, P. Spriano, Storia del partito comunista italiano, vol. V, La Resistenza. Togliatti e il partito nuovo, Torino 1975; e Valiani Bianchi Ragionieri, Azionisti, cattolici e comunisti nella Resistenza, Milano 1971.

(6) Vedi al riguardo le interessanti osservazioni fatte da Giorgio Bocca in Storia dell'Italia partigiana, Bari 1966, in particolare il cap. XIX, I caratteri regionali, pp. 371-394

(7) «L'originalità della Resistenza italiana va individuata nel fatto che l'unità politica raggiunta ai fini della lotta armata finì col sovrastare ogni altro obiettivo, ma al tempo stesso si giovò di una pluralità di articolazioni nella partecipazione sociale che che fece della lotta armata solo un elemento, seppure il più importante, della sua attività. Ed è sotto questo profilo che il contributo delle classi popolari si rivela come il dato nuovo nella storia del movimento di Liberazione Nazionale in Italia; è appunto con la Resistenza che interviene un mutamento qualitativo nel rapporto tra classe operaia e nazione, tra storia del movimento operaio e storia d'Italia. E' importante notare il forte contenuto di classe presente nella Resistenza italiana, che non è però da identificarsi immediatamente e con un contenuto classista». «In questo intreccio di scioperi e guerriglia di azione militare e rivendicazioni sociali risiede il tratto peculiare e distintivo della Resistenza italiana». Abbiamo ritenuto di citare ampiamente e testualmente questi passi da E. Ragionieri, La storia politica e sociale, vol. lV de La storia d'Italia, Torino 1976, per il loro vigore sintetico. Ma vedi in generale tutto il cap. III, La Resistenza, della parte quinta, pp. 2364-2392.

ISRAL - via dei Guasco 49 - 15100 Alessandria | telefono 0131 443861 | fax 0131 444607

sito realizzato con il contributo della fondazione CRT Cassa di Risparmio di Torino