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Fondare un Istituto di storia della Resistenza in provincia di Alessandria
a distanza di 32 anni dalla Liberazione è impresa che suscita
numerosi interrogativi, un po' di scetticismo e anche qualche diffidenza,
tutti pienamente legittimi, sia che provengano dagli studiosi, sia
dai cittadini in genere; basti pensare poi che l'Istituto nasce e
vive coi mezzi messi a disposizione dagli Enti Locali della Provincia
e dalla Regione per rendersi conto della necessità di dare
risposte chiare ed esaurienti su ogni punto, specie in un momento
come questo in cui eccezionali difficoltà finanziarie impongono
una rigorosa amministrazione del pubblico denaro.
Il timore più diffuso, diciamolo subito, è che l'intento
sia esclusivamente
celebrativo, e questo sarebbe certamente il peggior uso che oggi si
possa fare non solo dei mezzi finanziari elargiti, ma anche dell'argomento
che è la
ragion d'essere dell'Istituto.
Non che la Resistenza in passato sia stata troppo «celebrata»,
anzi
ricordiamo ancora benissimo gli anni in cui celebrarla costava dure
battaglie politiche, e in questo caso anche le celebrazioni avevano
un senso. Ma poi i tempi sono cambiati e questo episodio, insieme a
tanti altri, è assurto
tra i «fasti» della Nazione, correndo immediatamente il
rischio di finire raggelato nella retorica ufficiale.
Se questo rischio è stato evitato dobbiamo dire grazie al '68:
sarà rituale
ormai il richiamo a questa data, sta di fatto che proprio da questo
grande movimento di lotte operaie e studentesche è scaturita
una domanda politica nuova, critica, di massa che ha rimesso tutto
in discussione, ivi compreso il giudizio da dare sul nostro passato,
in primo luogo sulla Resistenza.
Così, mentre prima si era fatto poco per conoscerIa nella sua
complessa
realtà, dopo, tutto della Resistenza è diventato problematico
e oggetto di valutazioni discordanti.
Non ce ne dobbiamo dolere, perchè in questo clima nuovo la ricerca
scientifica sul periodo ha fatto decisivi passi avanti; basta scorrere
le pagine dell'ultimo volume di Guido Quazza, Resistenza e storia d'Italia,
per rendersi conto dell'impegno profuso da singoli studiosi, Quazza
per primo, e da gruppi di ricercatori, in genere nell'ambito degli
Istituti Storici coordinati dall'Istituto Nazionale per la storia del
Movimento di Liberazione in Italia, per
arricchire la bibliografia delle opere sulla Resistenza al punto da
consentire a Quazza stesso di tentare un profilo di storia della storiografia
su questo tema. (1)
In questa storia c'è già un posto per la nostra Provincia,
assicuratoci da
Gianpaolo Pansa col suo libro Guerra partigiana tra Genova e il
Po - La Resistenza in provincia di Alessandria, il «primo
ampio studio d'insieme su un'intera provincia condotto con criteri
scientifici...»,
come lo definisce Quazza nella sua presentazione.
Recentemente poi un concorso indetto dall'Amministrazione Provinciale
di Alessandria ha selezionato, tra le altre, l'opera di Franco Castelli
Cultura popolare e Resistenza in provincia di Alessandria,
elaborata con criteri di rigore filologico e con laboriose ricerche
sul campo, che si inserisce in
un filone scoperto non da oggi ma lasciato pressochè inesplorato,
se si eccettua l'immane lavoro solitariamente svolto da Nuto Revelli
sulle lettere di soldati e contadini del cuneese. (2)
Altri studi sono stati condotti in questi ultimi anni sulla Resistenza
in
provincia da studenti come tesi di laurea, e di essi diamo conto nelle
altre sezioni di questo fascicolo.
Infine c'è stata una ripresa d'interesse per i libri di memoria
di protagonisti della guerra partigiana: accanto alla ristampa di modelli
ormai classici come Ponte rotto di G.B. Lazagna e La Repubblica
di Torriglia di G.B. Canepa, hanno visto la luce alcune opere inedite
dalle quali emergono,
pur nella prevalente ottica di cronache degli episodi di guerriglia,
spunti di analisi critica, accenni di indagine socio-politica, tentativi
di documentazione. (3)
Tuttavia, tirando le somme, è giocoforza ammettere che, mentre
da un
lato il piano di lavoro dell'Istituto Nazionale è ben lungi
dal potersi considerare esaurito, e anzi ora si tratta di articolarlo
ovunque, dall'altro lato non si è ancora riusciti a generalizzare
il metodo critico-problematico e gli stessi risultati già acquisiti,
il che è altrettanto importante
dell'attività di ricerca, o meglio ne costituisce il risultato
finale.
Quanto poi alla nostra provincia, dal quadro delineato risulta chiaramente
che si è trattato finora di iniziative occasionali e saltuarie,
i cui risultati erano destinati a finire per la maggior parte nel cassetto;
mentre ciò di cui si avverte oggi il bisogno è semmai
del contrario, cioè di
un lavoro sistematico e continuativo, e quindi di uno strumento capace,
sul modello di istituti analoghi, di programmare e di svolgere un'attività di
ricerca interdisciplinare e in diverse direzioni è di farne
circolare i risultati il più largamente possibile.
Ma proprio questo è il punto: esiste davvero un bisogno del
genere, e
in tal caso, di che natura è e come si soddisfa?
lo credo che si debba partire, nel dimostrare l'assunto, ammettendo
senza perifrasi che questo bisogno è di natura «politica »,
che è « reale» e «attuale»; però è un
bisogno che, oggi come oggi, può essere soddisfatto solo «storicamente».
Voglio dire che questo bisogno nasce per un verso dai fenomeni di
disgregazione in atto e apparentemente inarrestabili, dal groviglio
di contraddizioni in cui sembriamo inestricabilmente avvolti, e per
un altro verso dai risultati insoddisfacenti delle analisi fin qui
tentate della crisi e dalla fatica che fanno le forze politiche, economiche,
sociali a dominarne i i processi.
Anzi, a proposito di analisi, come può l'opinione pubblica non
uscire
sconcertata da certe dispute che vedono coinvolti osservatori e uomini
politici anche della stessa parte, studiosi e specialisti di ogni disciplina,
in possesso dei più raffinati strumenti di indagine i quali
giungono poi a conclusioni diametralmente, opposte: l'Italia è il
Paese più libero,
l'Italia è il Paese più repressivo, l'Italia è il
Paese che è cambiato di più,
l'Italia non è cambiata affatto.
D'altra parte le difficoltà sono reali e non solo mentali e
quindi è difficile uscirne con esercitazioni dialettiche e operazioni
mediatrici del tipo: la
verità sta nel mezzo.
Cominciamo allora a prendere la situazione italiana così com'è,
caratterizzata proprio dalla simultanea presenza di elementi di contrasto
e di forze antagoniste come ogni altro paese percosso dalla crisi,
e cerchiamo di indi viduarne la peculiarità.
Sarà difficile a questo punto negare che abbiamo il movimento
operaio
più forte dei paesi capitalistici, ma anche i gruppi conservatori
più decisi a combatterlo con ogni mezzo, che si fanno da noi
le più avanzate
esperienze di partecipazione popolare e di organizzazione della democrazia
di base mentre rimangono tenacemente in piedi strutture addirittura
arcaiche, che vi è stato un salto di qualità senza precedenti
della coscienza politica e civile della cultura e del costume degli
italiani ma che permangono residui di legislazione, di mentalità,
di comportamenti autoritari un po' in tutti i settori della vita nazionale.
Siamo il Paese dove al maggior grado di unità tra i lavoratori
corrispondono le più gravi spaccature sociali, e al maggior
senso di responsabilità nazionale di alcune categorie le più anguste
chiusure corporative di altre dove alla maggior capacità di
difesa del tenore di vita delle masse fa riscontro la maggior precarietà della
occupazione, dove più forte è la
spinta al cambiamento mentre è sempre presente il pericolo di
una regressione catastrofica.
Non a caso sono state coniate da noi le due espressioni più fortunate
del momento, «la strategia della tensione» e «la
forza della democrazia» e le abbiamo sperimentate insieme fino
in fondo.
In che altro se non in questo consiste dunque la singolarità del «caso
italiano»,
il suo essere «diverso» rispetto a quello
delle altre società europee occidentali: il livello incandescente
delle nostre contraddizioni ci fa vivere assai più acutamente
che altrove l'attuale crisi come la crisi di una società di transizione.
Ecco perchè ogniqualvolta, pressati dalle esigenze del momento,
ci sforziamo di interpretare più rigorosamente i segni della
crisi non ci possiamo più accontentare delle spiegazioni congiunturali
ma dobbiamo ricercare le cause più profonde e più lontane
dei ritardi, strozzature, squilibrii e insieme l'origine di quelle
inesauribili energie, di quella capacità di
mobilitazione, di quella creatività che hanno contrassegnato
fino ad oggi le lotte di massa in Italia. Siamo costretti cioè a
percorrere a ritroso il cammino della nostra storia recente e meno
recente, risalendo a quei momenti di maggiore dinamismo sociale e politico,
e tra questi alla Resistenza, nei quali sono maturate le esperienze
e si sono fatte le scelte che hanno poi condizionato gli sviluppi successivi,
allo scopo di individuare le linee di tendenza e il potenziale ancora
esistente e lì fare leva per impedire che il meccanismo
si blocchi definitivamente rinnovandolo alla radice.
Dunque il bisogno a cui accennavamo sopra, è un bisogno di conoscere
per capire, di capire per fare: ecco dove, a nostro avviso, si salda,
spontaneamente l'interesse del politico col rigore dello storico, il
bisogno di risposte immediate con la necessaria visione d'assieme e
di prospettiva, risolvendo in positivo le dispute sul rapporto tra politica
e storia.
Proprio
perchè impegnati in una battaglia politica per
molti aspetti decisiva, abbiamo bisogno di tutto il sapere storico
umanamente accumulabile, ma questo sapere deve essere, investito
a livello di massa per contribuire a formare, secondo la definizione
di uno storico insigne, una diffusa «coscienza storica dell'attualità».
Da questa concezione viene fuori un modo nuovo di interrogare la
storia
d'Italia in generale e quella della Resistenza in particolare: prima
di tutto
strappandola al suo isolamento per collocarla all'interno del sistema
di
rapporti internazionali col quale dovette fare i conti, e per collegarla
col
fascismo e con l'antifascismo che l'avevano preceduta e accompagnata
in un unico viluppo dialettico; e poi scandagliando il suo substrato
socio-economico per svelare la trama dei conflitti sociali, economici
e politici, il travaglio del confronto fra interessi, ideologie,
tradizioni profondamente diverse, che rappresentarono nel loro
insieme i materiali con i quali le forze politiche costruirono le
loro soluzioni. (4)
Non
per questo la Resistenza esce svalutata, anzi, acquistando profondità di
dimensione e ricchezza di chiaroscuri, essa assume una più precisa
fisionomia, acquisisce una verità storica e umana ancora
sconosciuta, e soprattutto gli esiti a cui pervenne, al di
là delle
valutazioni che si possono fare, non potranno più apparire
come la meccanica conseguenza di politiche astratte, di
progetti esterni al processo reale, ma come il risultato di
uno scontro all'interno del processo stesso, tra politiche
e progetti diversi, saggiati dalla durezza delle cose.
E' chiaramente una impostazione che coinvolge in un radicale
rinnovamento, metodi e contenuti: e in effetti gli studiosi
più giovani
in particolare orientano la loro attenzione verso problematiche
se non nuove, certo ancora irrisolte, come il rapporto spontaneità-direzione
del movimento, il rapporto fra interessi di classe e coscienza
politica della classe operaia, o meglio, coscienza della funzione «dirigente» e «nazionale»,
come si cominciò allora a definirla; e ancora intensità ed
ampiezza della partecipazione di massa dei vari strati sociali
e in particolare dei contadini, e quindi grado del loro reale
riscatto da una condizione subalterna; misura e forme dell'impegno
politicomilitare
dei vari partiti che lasciarono segni indelebili sulla loro fisionomia
e sullo stesso regime democratico post-liberazione. (5)
Non sono che esempi, perchè infinita è la gamma
degli interessi che a
proposito di quella eccezionale epoca storica, vengono stimolati
dalle categorie più complesse del nostro tempo: ma è subito
chiaro che si tratta di nodi essenziali, ora come allora.
Naturalmente quando accettiamo questa logica non possiamo ignorare
i rischi che vi sono impliciti. Sono quei rischi di «strumentalizzazione» dei
quali, peraltro, il passato è stato tutt'altro che immune
e contro i quali non si è mai garantiti in assoluto,
neanche quando, come nel caso del nostro Istituto, si procede
a un attento dosaggio degli equilibri politici e cullurali
nella composizione degli Organi tecnici e amministrativi; anzi
molti,
a torto o a ragione, paventano oggi questi equilibri più delle
discriminazionl di ieri.
A
liquidare, nella misura del possibile, sospetti del genere può concorrere,
a nostro parere, la combinazione di più fattori:
chiarezza e pubblicità dei programmi, formulati in collaborazione
con l'Istituto Nazionale e con quello Regionale del Movimento
di Liberazione in Italia, permanente dibattito e verifica
delle metodologie applicate, massima circolarità di
ricerca-discussione-divulgazione, stretto rapporto con la
scuola e, non ultimo, un impianto tecnico-documentario altamente
specializzato.
Infatti si tratta anche di dotare la città e la provincia
di uno strumento
di lavoro agile e moderno che manca, non alternativo o sostitutivo
delle
altre istituzioni di ricerca e documentazione esistenti ma
integrativo delle stesse, coprendo lo spazio che risulta vuoto.
Ed è lo spazio non dedicato esclusivamente allo studio
della congiuntura
o comunque del breve periodo, che è proprio degli uffici
studi delle Amministrazioni pubbliche e dei privati, oppure
quello consistente nel mettere a disposizione degli interessati
per una pronta consultazione un tipo di documentazione specializzata
che le biblioteche comunali, per ovvie ragioni, non riescono a
fornire in modo soddisfacente.
Per questo la commissione tecnica ha raccomandato di concentrare
lo
sforzo finanziario e operativo del nostro Istituto, oltre
che nella direzione
istituzionalmente propria, che è quella di promuovere,
sollecitare, coordinare con opportune iniziative ricerche
di storia contemporanea locale, in altri tre settori complementari:
la formazione di un archivio di documenti originali scritti e orali,
provenienti da fondi privati o raccolti sul campo; la costituzione
di una biblioteca-emeroteca che, oltre a un nucleo di base dedicato
alla storia contemporanea nei suoi caratteri più generali
e alla storia italiana del 900, si doti di pubblicazioni
specialistiche non facilmente reperibili in provincia; infine
un apparato di mezzi tecnici
di lettura, riproduzione, visualizzazione di materiale proprio
o da procurarsi presso altri istituti sviluppando al massimo
il prestito o lo scambio.
Uno strumento di lavoro dunque a disposizione di singoli
e di gruppi che desiderano fare ricerca, capace
di coinvolgere il più largo
numero di persone non solo come utenti e fruitori ma come
attori responsabili; un'attività che si articoli in dibattiti,
seminari, convegni, che sfoci in pubblicazioni di atti, saggi,
monografie, che curi il permanente rapporto con le scuole della
provincia e con le Università confinanti.
Tutto ciò, allo stato attuale, non è che un obiettivo
ambizioso, che può essere conseguito solo gradualmente; dovrebbe
invece risultare assodato, dopo quanto è stato detto, che
l'interesse per lo studio dei problemi di storia contemporanea
ha ormai investito direttamente o indirettamente la società e non
può pertanto
meravigliare che le Amministrazioni locali se ne siano fatte carico.
Piuttosto resta ancora da chiedersi se la dimensione provinciale
sia o
meno giustificata per un Istituto del genere, specie
nel caso di una provincia come 'quella di Alessandria, considerata
tra le meno omogenee per struttura e per tradizioni.
Il
problema di metodo storico che questo interrogativo suscita lo
lasciamo agli specialisti, e gli storici che collaborano col nostro
Istituto mostrano l'intenzione, a partire da questo
stesso fascicolo, di porre i problemi metodologici al centro della
loro attenzione.
Per parte nostra siamo invece interessati a fare alcune
considerazioni
preliminari e del tutto provvisorie sulle più recenti
vicende storiche di
questa provincia, che l'hanno portata ad essere quella
che è.
Siamo perfettamente consapevoli della sua origine per
molti versi artificiosa e relativamente recente; degli
aumenti
territoriali spesso casuali che ne hanno fatto, durante tutto un
lungo periodo della sua esistenza, un'entità meramente amministrativa,
al più militare.
Senonchè, le lotte politiche e sociali di questo
secolo, a partire cioè
dalla nascita di nuovi protagonisti come il movimento
operaio e contadino, hanno in qualche modo «unificato» la
provincia, cosi differenziata al suo interno, proprio
in quell'elemento decisivo che è la coscienza
della sua complessità, della sua naturale articolazione,
nelle quali tuttavia è dato
oggi riscontrare proprio la sua specifica ,funzione.
La collocazione geografica apparentemente marginale rispetto
al centro
regionale, ma crocicchio obbligato di sei province
e di quattro Regioni, l'ampio ventaglio di situazioni
socio-economiche,
la presenza, accanto al capoluogo, di numerose cittadine con un
proprio omogeneo entroterra, con una propria storia spesso illustre
e quindi con una inconfondibile personalità, le forti tendenze
extra-provinciali e addirittura extra-regionali di ciascuna zona,
proprio queste caratteristiche eterogenee, grazie a quelle lotte
hanno finito per costituire la matrice della comune identità:
quella cioè di una provincia «ponte», anello
di congiunzione tra i centri essenziali della produzione e dello
sviluppo in Italia, soggetta quindi a sollecitazioni prepotenti,
a condizionamenti massicci, ma al tempo stesso terreno di verifica
e momento equilibratore tra le opposte esigenze. Struttura articolata
dunque ma funzione centripeta che hanno impedito l'isolamento
e la chiusura provinciale, hanno favorito un costante flusso di
scambi commerciali, di energie politiche e sociali, hanno fornito
molti contenuti al dibattito culturale e scientifico:
questo clima ha in qualche modo plasmato le forze sociali
e politiche
rendendole particolarmente sensibili a ogni discorso di decentramento,
di
autonomia, in definitiva di democrazia.
Del processo di maturazione di questa identità la guerra
partigiana ha
rappresentato la fase culminante e decisiva, coinvolgendo
tutta la popolazione in uno stato di tensione permanente,
mobilitando grandi forze, strappando all'isolamento contadini e
montanari che stabilirono proprio allora un'intensità di
contatti col mondo esterno sconosciuta in periodi «normali».
Ciascuno
individualmente fu costretto in qualche modo a prendere coscienza
di sè e degli altri, e i gruppi sociali e politici
dovettero scendere in campo aperto e misurarsi con quella
fermentante realtà.
La realtà di una provincia sottoposta a una
duplice pressione militare,
in senso longitudinale e trasversale, da parte dell'esercito
tedesco, che doveva tenere aperti i collegamenti con
Genova e il fronte italiano da una parte e con Savona e il fronte
sud della Francia dall'altro; la realtà di
un territorio sostanzialmente diviso in due zone geograficamente
ed economicamente assai diverse, quella collinare del Monferrato
a nord di Alessandria e quella montuosa dell'Appennino ligure-piemontese
a sud, separate da un'intercapedine pianeggiante attorno al Tanaro;
la realtà di
una direzione politico-militare divisa tra Torino,
il CLN piemontese, il suo comando militare, i suoi partiti, capaci
di esprimere una forte presenza, e Genova, con le prepotenti esigenze
del suo entroterra, che sconfinava inevitabilmente come aveva
sempre
fatto nel corso della sua storia, in territorio alessandrino.
La montagna ligure-alessandrina, aspra e brulla, incombente
da un lato
sulla grande città portuale e industriale e
dall'altro sulla pianura alessandrina influenzò profondamente
il processo di formazione delle unità partigiane,
la tattica di combattimento, la tendenza al collegamento
e alla concentrazione; la presenza massiccia di
operai della grande industria genovese segnò inconfondibilmente
i connotati socio-politici delle formazioni e improntò
di sè tutta una vivacissima problematica
di rapporti tra partigiani e popolazioni.
Nel Monferrato, più ricco dal punto di vista alimentare,
più decentrato
rispetto ai grandi centri urbani e alle vie di comunicazione
principali, la fondamentale componente contadina
diede a ogni cosa una colorazione diversa: come là c'era
più organizzazione, più politicizzazione,
più militarizzazione, in una parola una tendenza
collettiva, qua c'era più spontaneità,
più autonomia, più ribellione, una
radicale affermazione individualistica. (6)
Sembrava inevitabile che la provincia, tra tutte
queste sollecitazioni
dovesse finire per spaccarsi, dando vita alle iniziative
più disparate
che rischiavano ad ogni momento di entrare addirittura
in conflitto tra di loro; invece accadde il contrario
e tutti i settori del movimento (non dimentichiamo
anche la guerriglia urbana e di pianura, la lotta
di massa
nelle città) finirono per accettare l'unità di
direzione politico-militare e per rendere uniformi,
sia pure dopo la tragica lezione di fatti, tattiche
di combattimento, modelli organizzativi, obiettivi
politici, in un vivace intreccio tra le reciproche
esperienze.
Risulterà di estremo interesse verificare da vicino, cosa
che è ancora possibile da
fare in ciascuna zona della nostra provincia, quanto abbia contato
nel produrre questo risultato, l'impatto dei gruppi organizzati
con la spontaneità dei meccanismi, e osservare come sono
nate e si sono gradualmente imposte quelle soluzioni
che caratterizzarono l'intera Resistenza italiana: il ruolo essenziale
dei partiti, non solo politico ma militare, il tipo di accordo
che si venne perfezionando tra di loro, gli organismi
unitari che ne scaturirono, il CLN, il CVL, i comandi
unificati e infine la creazione forse più interessante, quelle
formazioni armate che pur essendo espresse, anzi organizzate dai
singoli partiti non erano formazioni «di partito»,
e tutte le conseguenti sistemazioni dei rapporti
politici, ideologici, religiosi, e anche sociali e gerarchici,
all'interno delle stesse.
Sono questioni ancora oggi variamente valutate ma
senza intendere le quali è poi difficile non
solo spiegarsi l'originalità della
Resistenza italiana nell'ambito di quella europea,
ma soprattutto capire e giudicare nel bene e nel
male, l'Italia di oggi e con essa anche la nostra
realtà provinciale.
Bisogna ormai disporsi a comprendere fino in fondo
entità e
limiti, cioè la vera natura dei mutamenti provocati
dalla Resistenza nel quadro politico
italiano. Quel che non sembra contestabile è che l'Italia
successiva alla Liberazione non è più quella
di prima non solo nell'assetto istituzionale, che è importante
anche se è questione di «forma» dello
Stato, ma nei rapporti di forza tra le classi, che è questione
di sostanza.
Giustificata o meno la polemica sulla «egemonia» esercitata
durante la
Resistenza dalla classe operaia, non si può ignorare
il ruolo nuovo che essa, e con essa l'insieme delle
classi popolari, si sono conquistate grazie alla loro partecipazione
determinante. Un ritardo storico, di coscienza di classe e di maturità politica,
che era stato materia di considerazioni pessimistiche di tanti protagonisti
del movimento operaio italiano, è stato
per molta parte colmato.
A seguito di ciò sono usciti rivoluzionati i
rapporti tra i partiti, i sindacati,
i diversi ceti sociali: è mutata pertanto la
struttura politica del Paese.
Vi è stata una maturazione democratica di massa che si è tradotta
in
una dislocazione delle masse sul terreno della democrazia
e della nazione
ed ha costituito di conseguenza una base di massa
per la nostra democrazia politica e per lo Stato
Repubblicano: cambiati radicalmente i rapporti tra classe operaia
e popolo da una parte e istituzioni
dall'altra, tutti i termini della lotta politica e
della lotta di classe in Italia sono cambiati.
Non si tratta, è vero, di un processo storico
concluso e quindi irreversibile, e a noi pare di
vedere chiaramente qual'è il
punto d'attacco del disegno eversivo che si sviluppa
in Italia, in corrispondenza con la crisi economica e sociale: separare
ancora una volta le masse dalla democrazia.
Se non ci sono finora riusciti non è per caso, ma per
un tipo di risposta
politica che affonda le sue radici nell'esperienza
della lotta antifascista
e
della Resistenza; conoscere sempre meglio questa
esperienza equivale a mettersi in condizione di finire
il lavoro allora incominciato.
(1) Quazza torna a più riprese su questo argomento. Cfr.:
G. Quazza, Storia della Resistenza e storia
d'Italia: ipotesi di lavoro, in «Rivista
di storia contemporanea », A. I, fasc. l,
1972,pp. 50-74;id., Storia del fascismo e storia
d'Italia, introduzione a G. Quazza (a cura
di), Fascismo e società italiana,
Torino 1973, pp. 5-43; id., Resistenza e storia
d'Italia,
Milano 1976,pp. 7-22. Ma ciò che si vuole
qui sottolineare è che
l'A., sviluppando il suo profilo storiografico
in stretto rapporto con le vicende della politica
italiana del dopoguerra, riesce a chiarire perfettamente
le
ragioni di fondo della varia fortuna e delle diverse
interpretazioni che si sono succedute nel tempo.
(2)
Cfr. R. Battaglia, Storia della Resistenza
italiana,
Torino '1953, pp. 403-419, gli spunti e le indicazioni
ivi contenute e vedi le valutazioni espresse
da Quazza, Resistenza e storia d'Italia,
cit., p. 14; e un po' tutta l'opera di Nuto Revelli,
ma in particolare L'ultimo fronte. Lettere
di soldati caduti o
dispersi nella seconda guerra mondiale,
Torino 1971.
(3)
0. Mussio, Una brigata di pianura, Castelnuovo Scrivia
,1976; L. iBalestrieril,
Brigata Balilla, Novi Ligure;
L. Canessa, La strada era tortuosa,Novi
Ligure 1977; e merita una citazione anche l'antologia
di brani e documenti curata da W. Valsesia
e F. Gambera, La Resistenza in provincia
di Alessandria, Alessandria 1976.
(4)
Anche per questi aspetti del problema e per gli altri
che seguono immediatamente, non possiamo
che rimandare alle considerazioni fatte da Quazza in Resistenza
e storia d'Italia, cit., pp. 19-20.
(5) Cfr., per quanto riguarda il PCI, P.
Spriano, Storia del partito comunista
italiano, vol. V, La Resistenza.
Togliatti e il partito nuovo, Torino
1975; e Valiani Bianchi Ragionieri, Azionisti,
cattolici e comunisti nella Resistenza, Milano
1971.
(6) Vedi al riguardo le interessanti osservazioni
fatte da Giorgio Bocca in Storia dell'Italia
partigiana, Bari 1966, in particolare il cap. XIX, I caratteri
regionali,
pp.
371-394
(7) «L'originalità della Resistenza italiana va individuata
nel fatto che l'unità politica raggiunta
ai fini della lotta armata finì col
sovrastare ogni altro obiettivo, ma al tempo
stesso si giovò di una pluralità di
articolazioni nella partecipazione sociale
che che fece della lotta armata solo un elemento,
seppure il più importante,
della sua attività. Ed è sotto questo
profilo che il contributo delle classi popolari
si
rivela come il dato nuovo nella storia del
movimento di Liberazione Nazionale in Italia; è appunto
con la Resistenza che interviene un mutamento
qualitativo nel rapporto tra classe operaia
e nazione, tra storia del movimento operaio
e storia d'Italia. E' importante notare il
forte contenuto di classe presente nella
Resistenza italiana, che non è però da
identificarsi immediatamente e con un contenuto
classista». «In
questo intreccio di scioperi e guerriglia
di azione militare e rivendicazioni sociali
risiede il tratto peculiare e distintivo
della Resistenza italiana». Abbiamo
ritenuto di citare ampiamente e testualmente
questi
passi da E. Ragionieri, La
storia politica e sociale, vol. lV
de La storia d'Italia, Torino 1976,
per il loro vigore sintetico. Ma vedi in
generale tutto il cap. III, La Resistenza,
della parte quinta, pp. 2364-2392.
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