Didattica- Ancora sui manuali di storia

Verità di ragione o verità di regione.
In margine a un cattivo uso della storia
di Giuseppe Ricuperati
pubblicato su "Quaderno di storia contemporanea" n.28, 2000.

Ancora sui manuali di storia di Luciana Ziruolo

L'insegnamento della storia di Agostino Pietrasanta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


La decisione della Regione Lazio di creare una Commissione per il controllo dei libri di testo e in particolare di quelli di storia, con un accanimento specifico per quanto riguarda gli eventi del Novecento, appare una decisione gravissima perché viola in modo aperto il dettato costituzionale (dalla garanzia della libertà dell'insegnamento, allo spirito stesso della Costituzione nata come patto fondativo di una società che prendeva consapevolmente le distanze dal Fascismo). Il fatto più grave è però che di fronte ad un atto di palese violenza come quella perpetrata da un gruppo di estremisti di destra (il danneggiamento di libri reputati non graditi attraverso un gesto insieme fisico e simbolico come il marchiamento, pena d'antichi e nuovi regimi) la risposta della Regione è stata quella di dare implicitamente ragione a tale bravata, che ha il sapore di una squallida goliardia, prendendola come un'esasperata denuncia di qualcosa che nella sostanza era legittimo e quindi da regolare.

A questo punto i problemi non investono soltanto l'episodio in sé e la sgradevole ed incolta decisione della Regione, ma si collocano in un contesto più generale e pericoloso in cui lo sfaldamento dello stato di diritto, confuso con uno stato ormai accusato di essere centralistico ed autoritario, viene combattuto da isole di potere alternativo, che impongono di fatto, per ora su margini, ma in prospettiva su ben altro, in nome di una cultura delle autonomie, che essendo assolutamente fluida e confusa, non offre alcuna garanzia costituzionale al cittadino, scelte di fatto fuori dai limiti di un patto sociale uguale per tutti. La paradossale alleanza (che ormai non è solo elettorale) fra una destra della secessione, unadestra dell'accentramento e una destra del consumo consente un accordo provvisorio i cui risultati offrono questi primi esiti eversivi. A parte le nostalgie da Minculpop che la decisione rivela, c'è qualcosa di più nuovo e sinistro ed è la trasformazione della funzione identitaria nazionale della storia (oggi fortemente messa in discussione dai più seri storici che guardano all'Europa e in prospettiva al modo di costruire una coscienza culturale planetaria attraverso nuovi modelli di World history) da verità di stato a verità di regione. Qui regione non è intesa come una cultura locale che dialoga razionalmente con identità più vaste, da quella nazionale a quella europea, a quella universale, ma strumento di potere per scompaginare, in una sorta di isolamento micro-etnico, le altre identità, che per esempio la Costituzione italiana aveva previsto in prospettiva. Se questo è un aspetto del problema, l'altro, abbastanza grave, è la rottura implicita di quella delega da parte dello stato e della società civile ad una corporazione professionale, quella degli storici, del controllo problematico della memoria, che non significa affatto la costruzione di una verità a senso unico, ma l'offerta controllata da regole internazionali di interpretazioni che tengono conto in modo disincantato e critico dei problemi che il presente ed il futuro pongono al passato. Tale delegittimazione strisciante (praticata da politici e da giornalisti) ha raggiunto effetti di strumentalizzazione al limite del paradosso, creando un solo reale risultato nuovo, una sfiducia nella possibilità della conoscenza razionale, un ritorno ai miti di fondazione. Uno storico americano, Brendan Dooley, in un libro recente dedicato alla storia sociale dello scetticismo, ha mostrato come la crisi della storia a fine Seicento partisse proprio dalla massa di informazioni manipolate che da una parte i media di allora, dall'altra gli storici di parte mettevano indiscriminatamente in circolo, soprattutto nel campo degli avvenimenti contemporanei, fino a consumare il senso della verità. La risposta fu la storiografia dell'Illuminismo e la costruzione di una vigorosa sfera pubblica in grado emarginare gli hired historians, che trasformavano facilmente una sconfitta in una vittoria. ~ quanto ci si può augurare per il nostro futuro.

L'accusa mossa ai libri di testo incriminati è solo la punta di un iceberg di questo processo di delegittimazione, in cui la verità, inevitabilmente provvisoria e soprattutto dialogica, non è costruita da fonti ed interpretazioni, da modelli critici e da dolorose responsabilità etiche, da un progetto che richiede tempi lunghi ed isolamento per essere compiuto (i grandi libri di storia sono nati tutti così), ma sostituita da impersonali pacchetti mediatici, senza autore e quindi senza identità, moltiplicabili indefinitamente e con un ,unica sostanziale caratteristica, di essere gradevoli, poco impegnativi. Ma l'apparente mancanza di ideologia è invece profondamente ideologica, perché non educa, perché toglie il gusto della ricerca, perché riconsegna al mito quella sfida, che dovrebbe essere razionale, della costruzione del futuro. Il discorso di una storia "condivisa" ha radici recenti in tutto l'arco politico: occorre prenderne atto e misurarne gli effetti perversi. Non mancano responsabilità degli storici. La prima è forse quella di non aver avvertito i rischi impliciti nella presentizzazione dei modelli scolastici. Su questo occorre coraggiosamente riaprire un dibattito e non limitarsi ad un generico richiamo ad una "pedagogia civile" per cui la conoscenza dei tempi più vicini è didatticamente più fruibile per il nuovo cittadino. Questo ha portato inevitabilmente una "politicizzazione" della storia nel suo complesso di cui varrebbe la pena di valutare anche le conseguenze negative, proprio in un momento in cui la disciplina si apre a tempi lunghi, storie di alterità, confronti di civiltà. La seconda è quella di avere ceduto ai tempi brevi e convulsi dei media senza accorgersi che forse alteravano i tempi più lenti e meditati del loro mestiere. La terza è la patetica volontà di trasferire il gioco degli scoops al passato, per aprirsi a nuovi mestieri in concorrenza con i giornalisti ed i politici. Dietro tutto questo c'è una disciplina che sta vivendo una crisi di notevoli dimensioni a livello mondiale e che sta interrogandosi sul suo significato, sul suo ruolo pubblico e intorno ai suoi rapporti non solo con le altre discipline e scienze, ma anche con la responsabilità etica, individuale e collettiva. P- un mestiere che Roger Chartier definisce come "au bord de lafalaise ", fra certezze ed inquietudini. La grande stagione dell'egemonia dei manuali legati al marxismo come chiave interpretatìva del mondo è in realtà finita da qualche decennio. Anche qui c'erano prodotti di altissima qualità e divulgazioni scadenti. Ma egemonia non significa verità di stato, di gruppo o peggio di regione. Accanto a questi c'erano testi ottimi, buoni, mediocri e pessimi, ispirati ad una visione cattolica del mondo. Il docente compiva delle scelte e si faceva mediatore critico. Oggi la storiografia è certo più aperta, più articolata e anche più divisa, cosa che rende meno facile la mediazione didattica. Ma non esiste una strada diversa dal libero confronto, come non esiste una verità di regione che sostituisca una verità di stato. La storia è interpretazione ed anche il manuale, che dovrebbe essere un progetto razionale che media per il pubblico concetti del comune senso storiografico al livello più alto è corretto quanto più è critico e problematico. Ma non può non essere interpretazione (e interpretazione di interpretazioni). A meno che non si voglia il libro di regione, un catechismo, una fabbrica di miti, un'ìdeologìa del consumo da usare in una fretta asettica e priva di residui problematici, per un'istruzione senza educazione e senza religione civile.

Il rischio è che l'esempío si diffonda ad altre regioni, perché non c'è mai limite al cattivo gusto e alla mediocre tragedia di un tempo che ha perso il senso della verità critica e della responsabilità morale ed insegue ciò che si vende come immagine e come prodotto. Ma questo non è più compito degli storici, cui non si può chiedere né una storia ufficiale, né una storia neutrale e "condivisa", ma un'interpretazione secondo coscienza, che è progetto ed etica della verità. In ogni altro caso si esce di fatto dalla comunità internazionale degli storici, come è capitato durante regimi totalitari.

 

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