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Prefazione

di Federico Fornaro

 

 

Gabriele Lunati, La divisione Mingo. Dall'eccidio della Benedicta alla liberazione di Genova, Le Mani- Isral, Recco 2003.

 

Gabriele Lunati è nato ad Alessandria nel 1968. Ha collaborato con le riviste
Quaderno di storia contemporanea e Storia e memoria, pubblicando saggi e articoli su resistenza, antifascismo e missioni alleate.
Scrive di musica, web e nuove tecnologie su vari siti e periodici. Vive a Milano, dove lavora da anni nella redazione di Virgilio, la guida italiana a Internet.

La divisione Mingo. Dall'eccidio della Benedicta alla liberazione di Genova

 

Un gruppo di partigiani fotografato nei pressi della Benedicta pochi giorni prima del rastrellamento della Pasqua 1944

Bartolomeo Ferrari, don Berto, cappellano della divisione Mingo, insieme ad alcuni partigiani della divisione originari di Genova-Sestri

 

 

 

Ripercorrere attraverso le pagine di questo libro la lunga e drammatica stagione di lotta al nazifascismo, rappresenta non solo un giusto e doveroso riconoscimento al coraggio di chi ha lottato, sofferto ed è caduto sui monti dell’Appennino Ligure-Piemontese combattendo nelle fila della Divisione “Mingo”, ma è anche un atto di straordinaria attualità e valore.
In una stagione percorsa da pericolosi e spesso subdoli tentativi di riscrittura della storia della Resistenza con l’obiettivo dichiarato di parificare le parti in lotta, è necessario ribadire con forza la verità dei fatti e dei comportamenti.
Capita sempre più spesso,infatti, di ascoltare alla televisione o di leggere in una pubblicistica non più limitata, come un tempo, ai nostalgici del ventennio, tesi già ampiamente discusse e rigettate dalla ricerca storica, ma che ciclicamente ritornano in superficie come una sorta di fiume carsico, fino a costituire una nuova “vulgata” della Resistenza, rivista e depurata – sostengono furbescamente i protagonisti di questa ventata revisionista - dalle scorie ideologiche della lotta politica del secondo dopoguerra.
Un’operazione che, sfruttando l’inesorabile passare del tempo e la conseguente naturale scomparsa dei protagonisti di quell’epoca, rischia di consegnare alle giovani generazioni un’immagine offuscata e distorta della Resistenza, dei suoi valori e dei suoi ideali.
E’ tornata, ad esempio, alla ribalta delle cronache la tesi che, in fondo, sulla scia della leggenda dell’”italiano buono”, la Repubblica di Salò abbia svolto un ruolo di “cuscinetto” tra la furia devastatrice di uomini e cose dell’esercito tedesco e delle SS e la popolazione civile.
Una riabilitazione postuma dell’ultima stagione del fascismo mussoliniano, che contrasta apertamente con la verità documentale, prima ancora che con il buon senso: le carte ritrovate all’Archivio di Stato di Alessandria- Fondo Prefettura, pubblicate in questo libro, testimoniamo senza ombra di dubbio che furono le autorità della R.S.I. di Alessandria a sollecitare, già nel marzo ’44, un intervento delle forze tedesche per debellare le bande di ribelli della zona del Monte Tobbio. Una richiesta che fu, in un primo tempo, rigettata dal comando militare germanico e a cui fecero seguito segnalazioni che sovrastimavano sia la consistenza numerica che l’armamento delle brigate partigiane all’unico scopo di sollecitare il rastrellamento. Un atteggiamento che sé è comprensibile in un contesto bellico e non può essere quindi censurato sotto il profilo etico e morale, dimostra quanto sia lontana dalla verità la citata, presunta, immagine della R.S.I. “cuscinetto”. Ad ulteriore conferma militari italiani parteciperanno al rastrellamento e all’eccidio della Benedicta, così come ad altre centinaia di altre azioni di antiguerriglia che avvennero sul territorio italiano nei mesi successivi.
La lettura serena degli eventi e questa sì libera da pregiudizi ideologici, che compie Gabriele Lunati consente di offrire al lettore un quadro esauriente degli avvenimenti e della grande battaglia ideale e morale che si combatté sulle montagne e sulle colline alessandrine tra il settembre del ’43 e l’aprile ’45.
Su di un fronte, la Repubblica Sociale Italiana aveva deliberatamente deciso di proseguire l’alleanza militare e politica con la Germania nazista che proprio in quel periodo stava accelerato il processo di sterminio del popolo ebraico e dei diversi in genere (oppositori politici, zingari, omosessuali, Testimoni di Geova ecc.), fornendo all’esercito tedesco occupante supporto logistico e sostegno attivo nelle azioni di rastrellamento e negli eccidi di partigiani combattenti e della popolazione civile inerme.
Sull’altro versante,invece, le formazioni partigiane, in collegamento con gli alleati anglo-americani, attuavano un’azione importante di sabotaggio e di disturbo, che risulterà,a posteriori, fondamentale non soltanto per le motivazioni etiche e politiche espresse dalla Resistenza, ma anche per il contributo militare che seppero offrire alla guerra contro il nazismo.
Spesso si tende,poi, a dimenticare che la seconda guerra mondiale fu un conflitto radicalmente diverso da quelli precedenti: in gioco non vi era solamente il predominio di uno stato su di un altro, ma la posta era la sopravvivenza della libertà contro la barbarie, la sconfitta del tentativo dichiarato di attuare un predominio totale di un uomo e di una presunta razza eletta su tutto il genere umano.
Ricordare queste cose non è, come qualcuno vorrebbe far credere un gesto di sterile retorica reducistica e nella propaganda, ma, al contrario, riaffermare, con forza, il significato profondo della lotta di Liberazione, nel rispetto che dobbiamo a tutti coloro che persero la vita per difendere la dignità e la libertà del nostro Paese ed anche alla verità storica dei fatti.
Questo non significa tacere su gli errori, le contraddizioni e i limiti dell’azione partigiana - la drammatica cronaca dei giorni del rastrellamento della Benedicta riportata in questo libro è a riguardo esemplare -, ma porre nel giusto rilievo le motivazioni e le profonde differenze tra gli italiani che in armi si combatterono tra loro.
Alla Benedicta, nella straordinaria cornice del Parco delle Capanne di Marcarolo, ci sono le “radici” della nostra libertà e, al tempo stesso, della nostra storia e del nostro futuro e questo non possiamo dimenticarlo perché altrimenti quei giovani sarebbero caduti invano.
A quasi sessanta anni dalla settimana di Pasqua del ’44, il ricordo di quei tragici momenti è oggi ancora forte e saldo e tutti noi abbiamo il dovere di conservarlo e trasmetterlo alle giovani generazioni in un’ideale consegna del testimone in una staffetta che tenga sempre alta la fiaccola della tolleranza, della democrazia, del rispetto dell’uomo per i suoi simili.
Un compito difficile, che deve essere perseguito con l’onesta della ricerca storica e rifuggendo dalle troppo facili tentazioni retoriche, perché dalle pagine di questo libro emerge con chiarezza la freschezza, l’umanità e il coraggio di quei giovani e giovanissimi che scelsero di andare in montagna per difendere, prima di tutto, la loro Patria, sognando un mondo diverso da quello in cui erano cresciuti: un Paese in cui giustizia sociale e libertà potessero concorrere a costruire una società migliore e più giusta.
Quel sogno rimane valido ancora oggi, in una tensione ideale che non va mai smarrita, perché non dobbiamo mai dimenticare che il “mostro” del razzismo e dell’intolleranza, humus ideologico di fascismo e nazismo, cova nelle viscere della società moderne, pronto ad uscire allo scoperto non appena si abbassi colpevolmente la guardia.

 

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