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Il
mio rifugio in Val Borbera
Introduzione
di Mauro Bonelli
Cap.III Studente fra Torino,
Alessandria e Asti
Cap.
V L'8 settembre 1943
Cap.
VIII Finalmente in Val Borbera
Cap.
XVIII Coi partigiani
Indice
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Alla
giovanile età di ottantanni lingegner Vittorio
Finzi è nonno di undici nipoti, vive da tempo una vita agiata
e ricca intellettualmente dopo una carriera direttiva nelle Ferrovie
e nellinsegnamento universitario, abita a Genova, città
in cui si è trasferito fin dallimmediato dopoguerra.
E proprio in questi anni che, come ci dice nella presentazione,
la sua mente ritorna a vecchie carte riposte in uno scatolone
subito dopo la fine delle vicende che gli erano toccate per alcuni
terribili anni. Le aveva messe da parte, e da parte erano rimaste,
accantonate dalla ripresa, piena e quotidianamente normale, della
vita. Ventanni di vita normale prima, più di cinquanta
dopo. In mezzo il periodo più tragico, per tutti ma ancor
più per il giovane ebreo italiano della nostra storia.
Perché lingegner Finzi era, ed è, la persona
più normale che si possa pensare: vuole fare le cose che
tutti vogliono fare, dedicarsi alla famiglia, agli studi,
alla professione; proprio quello che aveva già in
mente quando, studente diciassettenne, va in vacanza in Val Borbera,
(come ci racconta nel capitolo primo), e si può ancora
godere due anni che, nonostante le avvisaglie di grossi guai in
Europa, passano tranquilli tra la famiglia e la scuola (e, non
ultima componente di questa tranquilla normalità, alcune
simpatiche compagne di studi).
Poi, sè detto, i sette anni dalle leggi razziali
alla Liberazione, attraverso linferno della guerra. Questi
anni Vittorio Finzi li passa comportandosi nel modo più
normale possibile, giorno per giorno, cercando di
usare tutte le opportunità che ancora restano, senza illudersi
ma senza perdersi danimo, e senza indulgere alla viltà
(che, prima che sottomissione alloppressore, è accettazione
della disperazione). Riesce cioè a laurearsi, ad avere
anche una borsa di studio, a sostenere lesame per labilitazione
alla professione, sempre superando prepotenze dellautorità
fascista che sovrainterpretava le proprie stesse leggi inique.
Dopo l8 settembre la catastrofe è alle porte e coglie
la famiglia Finzi, come tutti gli ebrei alessandrini, non impreparata,
ma tragicamente inerme: e le soluzioni che essa si dà,
tre diverse per cinque componenti, sono lo specchio dellatroce
condizione di nuda esposizione che schiaccia gli ebrei italiani
sotto il regime di Salò.
E tuttavia Vittorio, anche quando trova rifugio in Val Borbera,
come ci narra in pagine che superano lautobiografismo e
raggiungono, nella descrizione di quella natura e di quelle persone,
punti di vera poesia, schiacciato non è mai, e reagisce
con un atteggiamento che è prudente, ma non inattivo: accetta
cioè, ad esempio, di mascherare la propria qualità
di ebreo (portando, su suggerimento di un sacerdote, la statua
di San Rocco in processione), ma non se ne sta rinchiuso, nascosto,
ad aspettare che tutto finisca: a poco a poco, si inserisce nella
vita della vallata, si prende cura della scuola, fino ad aderire
alla resistenza e ad assumere importanti compiti amministrativi
e politici.
Vittorio Finzi percorre dunque un cammino, antieroico ed antiretorico
al massimo grado, e approda allattiva partecipazione alla
lotta di liberazione. Rappresenta cioè uno dei molti percorsi
i quali, da partenze lontane e con modalità che rispecchiano
le più varie diversità ideologiche, sociali, caratteriali,
convergono nel movimento fondativo della nostra Patria contemporanea.
E in sostanza ed in accidente una delle incarnazioni dellitaliano
del nostro secolo.
Vittorio Finzi è italiano ed ebreo. La sua ebraicità
permea ogni pagina dello scritto, senza essere mai esibita. I
punti in cui emerge in primo piano sono la discussione con don
Marino sul Messia, nella quale la ricchezza di sentimento e di
cultura lascia trasparire una evidente rielaborazione della memoria
alla luce di una riflessione continuata per tutta la vita; e lumanissimo
orgoglio di nonno per i suoi tanti nipoti che vivono a Gerusalemme
(orgoglio naturalmente equivalente per i nipoti in Italia!).
LIstituto storico di Alessandria ha voluto pubblicare questo
testo in occasione della Giornata della Memoria, trovando pieno
appoggio e collaborazione nel Comitato per laffermazione
dei valori della resistenza e della costituzione del Consiglio
regionale del Piemonte e nella Presidenza del Consiglio provinciale
di Alessandria. E una pubblicazione nata e pensata soprattutto
per le scuole, perché possa essere una base di riflessione
e accresca la conoscenza della pluralità delle esperienze
che hanno costruito la rinascita del nostro paese.
E un momento in cui molti, che vissero quegli anni, riaprono
le vecchie scatole in cui avevano riposto i documenti vissuti
ed immediati di quelle lotte. Anche molti tra coloro che quegli
anni li vissero dallaltra parte. Il Presidente della Repubblica,
io credo, ha ragione nel rivendicare anche per molti di loro la
buona fede soggettiva ed anche lo spirito di sacrificio da cui
furono animati (non certo la giustezza della loro scelta e nemmeno
molti degli atti che compirono). Dunque è ancora più
giusto che gli scritti come questo si pubblichino e si diffondano
soprattutto tra i giovani tanto pericolosamente lontani da quegli
anni non nella cronologia, ma nella conoscenza. |
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