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L’8 settembre 1943

 

sezioni

Il mio rifugio in Val Borbera

Introduzione di Mauro Bonelli

Cap.III Studente fra Torino, Alessandria e Asti

Cap. V L'8 settembre 1943

Cap. VIII Finalmente in Val Borbera

Cap. XVIII Coi partigiani

Indice

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
Nei primi mesi del 1943 le sorti della guerra in Italia erano ormai segnate.

In luglio si riunì il Gran Consiglio del Fascismo e Mussolini fu messo in minoranza; il Re Vittorio Emanuele lo fece arrestare e deportare in località segreta. Il Generale Badoglio, che ne assunse la successione, pur proclamando: “la guerra continua”, fu disponibile a trattare segretamente un armistizio con gli Alleati.

Dopo quarantacinque giorni, nei quali si dissolse il fascismo e l’Italia fece i primi passi verso la democrazia (senza peraltro abrogare le leggi razziali). L’8 settembre con la resa si sfasciò quello che restava dello stato italiano: i tedeschi gridarono al “tradimento” e da alleati si trasformarono in nemici. Soldati, sottufficiali e ufficiali italiani, rimasti senza precisi ordini, in parte si arresero ai tedeschi, in parte si diedero alla macchia, indossando abiti civili.

Giovanni Bava fu fra i fortunati. Calatosi con una fune dai bastioni della Cittadella, riuscì a dileguarsi e a raggiungere casa nostra a sera inoltrata, con la divisa sbrindellata. Al mattino, dopo aver prelevato i suoi abiti civili pronti per l’evenienza, ritornò a Dova Inferiore superando fortunosamente il posto di blocco subito istituito dai tedeschi sul ponte Bormida, sulla statale per Arquata Scrivia e Genova.

Quel 9 settembre per gli ebrei fu l’inizio di un periodo assai critico perché consapevoli che all’occupazione militare dell’esercito tedesco sarebbe seguita, come nel resto dell’Europa occupata, la caccia e l’arresto degli ebrei da parte della polizia italiana o tedesca.

Mio padre, incorreggibile ottimista, non ravvisò la necessità di lasciare Alessandria e, almeno per il momento, non intendeva raggiungere la mamma ed Enzo nella casa di campagna della nonna a Curtatone (Mantova); viceversa io ero deciso a rifugiarmi al più presto in Svizzera. Ritenni però utile consultarmi con il fratello di mio padre, lo zio Attilio, che, con la moglie Augusta, era nella sua villa del Resinone sulle colline di Valenza Po. Inoltre mi interessava parlare con alcuni amici. Perciò in bicicletta passai per il centro di Alessandria ancora presidiato da soldati del nostro esercito e, attraversato il ponte sul Tanaro, mi imbattei in un gruppo di gente tutta eccitata e con gli occhi lucenti; erano contadini, sfollati, ex militari vestiti nelle fogge più strane, studenti: alcuni raggianti, ritenendo la guerra ormai conclusa e i tedeschi sul punto di ritirarsi oltralpe, altri invece impauriti e con borse ricolme di viveri, nel timore di un immancabile periodo di carestia.

Trovai gli zii molto preoccupati. Secondo loro l’occupazione militare dell’Italia da parte dei tedeschi, con l’obiettivo di tenere le truppe anglo-americane lontane dal confine con la grande Germania, era inevitabile. A parere dello zio la resistenza dei tedeschi all’avanzata alleata sarebbe stata accanita. Quanto agli ebrei, gli zii non avevano dubbi: dovevano scappare, nascondersi, disperdersi; guai a restare in gruppo in quanto più vulnerabili. Loro erano decisi ad andare in Svizzera. Ben presto mi congedarono, salutandomi con un abbraccio affettuoso.

Nel tornare ad Alessandria feci una breve sosta a Valmadonna nella casa del dottor Osimo, che ci viveva da sfollato. Trovai tutta la famiglia riunita intorno ad un lungo tavolo, impegnata in una serrata discussione sul da farsi, e nemmeno dai loro discorsi trassi buoni auspici. Conclusi il mio giro informativo andando a casa dell’amico Antonio Panizza (1), che con la sua forbita dialettica mi convinse che la situazione, non solo degli ebrei, ma di tutta la popolazione, si sarebbe fatta molto precaria in quanto l’avanzata degli eserciti alleati nel Sud d’Italia sarebbe stata presto bloccata, sfruttando abilmente l’orografia della penisola, che si prestava a successive linee di resistenza.

Passando per il centro di Alessandria constatai che i palazzi degli Uffici Pubblici non erano più presidiati dai militari italiani, bensì da quelli tedeschi, in minacciosa tenuta da guerra.

In quello stesso giorno appresi che parte delle truppe italiane, ancora presenti nel presidio della Cittadella, si era arresa ai tedeschi senza opporre resistenza. Più tardi si seppe che le forze tedesche erano alquanto sparute.

Passai una notte insonne e, quando finalmente mi addormentai, sognai che le odiate SS abbattevano con i calci dei loro fucili la porta di casa e venivano a prendermi. Mi svegliai e udii provenire in lontananza colpi di cannone che, come poi emerse, erano diretti contro alcune caserme della Cittadella ancora in mani italiane.

Mi alzai e, accesa la radio, appresi molte altre brutte notizie: Roma, città aperta era nelle loro mani e l’occupazione militare si era già insediata in diversi punti strategici del Centro e del Nord Italia.

Ormai stavo perdendo ogni speranza e dovevo decidere cosa fare e dove andare, prima che fosse troppo tardi. Scartai l’idea di rifugiarmi a Calosso nell’Astigiano dove una mia allieva, Irma Bussi, mi aveva offerto ospitalità per ogni evenienza. Era un paese di collina con tante strade di accesso, quindi poco idoneo. Così pure scartai, per il momento, Dova Inferiore, perché ritenevo la Svizzera il rifugio più sicuro. Pensai, tuttavia, di recarmi subito dall’amico Federico Sacerdote con il quale, qualche giorno prima, ci eravamo accordati di vederci nella sua piccola cascina di Fubine, ad una decina di chilometri da Alessandria.

Mentre pedalavo sulla strada provinciale che si snodava in mezzo alle colline, incrociai molti fuggitivi ex militari, a piedi o in bicicletta, che in abiti borghesi stavano dirigendosi verso i loro paesi.

Federico stava nell’orto del suo piccolo cascinale e raccoglieva pomodori e peperoni. Fu ben contento nel vedermi e ci mettemmo subito a fare piani di fuga verso località dove i tedeschi non avrebbero potuto raggiungerci. Entrambi avevamo cattivi presentimenti, ma pensavamo che i nostri genitori fossero in minor pericolo di noi giovani.

Convenimmo che la meta finale dovesse essere la Svizzera e che intanto potevamo fare tappa in casa di suoi parenti che avevano una villa sul lago di Como.

Passammo il nostro tempo sino a sera a organizzare il viaggio, deciso per il giorno dopo, in treno dalla stazione di Alessandria e con poco bagaglio. Decidemmo di mettere nel nostro zaino anche il regolo calcolatore; con quello strumento in Svizzera avremmo potuto fare calcoli per lavori di progetto e riuscire a campare. (Oggi avremmo optato per un PC portatile).

In casa di Federico non c’era nulla da mangiare salvo pomodori, peperoni, olio e sale e del pane raffermo. Non volevamo farci vedere in paese e non avevamo pretese culinarie. Preparammo quindi una ricca peperonata sia per pranzo sia per cena. Quando venne buio, alla misera luce di una candela andammo a letto su due pagliericci gemelli, ma fu una notte tutt’altro che tranquilla. Alle due mi svegliai con tremendi conati di vomito e dolori viscerali lancinanti. Tremito e respiro affannoso spaventarono l’amico Federico che, sentendo le mie sofferte richieste di aiuto, corse fuori a prendere una grossa latta da benzina che gli serviva per annaffiare l’orto. Lì avrei potuto liberare stomaco e intestino senza insozzare il pavimento. Dovevo però fare attenzione ai bordi taglienti della latta. Prima vomitai senza alcun ritegno e a più riprese; poi, seduto per un tempo interminabile su quella latta dai bordi taglienti, fra atroci dolori di pancia, potei liberarmi di quella micidiale peperonata. Alla fine, con vistosi graffi sul sedere, giacqui come uno straccio sul pagliericcio sino a quando squillò la suoneria della vecchia sveglia.

Invano Federico tentò in tutti i modi di farmi alzare; io assolutamente opposi un rifiuto categorico, sentendomi troppo debole per affrontare il viaggio in bicicletta sino ad Alessandria per poi prendere il treno; certamente sarei caduto in qualche punto della strada tutta curve e dossi … .

Devo anche ammettere di aver pensato che quella indigestione potesse essere un segno premonitore di cui dovevo tenere conto. Ho rivisto Federico a guerra ultimata e mi sono convinto che quel segno era rivolto anche a lui che, a quanto mi raccontò, se l’era passata piuttosto male. Tramontata la possibilità di andare in Svizzera si era rifugiato a Roma; nella lunga attesa della liberazione di Roma da parte degli Alleati visse fra stenti e privazioni che gli rovinarono la salute.

Al pomeriggio di quello stesso giorno mi ricordai dell’accordo che in precedenza avevo preso con alcuni amici di Torino di ritrovarci nella trattoria del signor Fasson a Fiery, qualora la situazione fosse precipitata, per rifugiarci tutti assieme in Svizzera. Era venuto quel momento! Mi misi allora quasi freneticamente ad organizzare quest’altro viaggio. Fu impresa ardua e dolorosa persuadere il papà, che era molto spaventato e insisteva che tornassi con lui a Curtatone. Lo convinsi, con l’aiuto del “bravo portinaio” Gino Costa, e commosso insistette per darmi un modesto peculio.

Dopo molte notti insonni, anche quest’ultima passò in grande agitazione sino alle ore 4,30, quando la sveglia squillò in tempo per prendere il diretto delle 5,20 per Asti e Torino.

Nota

1. Antonio Panizza fu e rimase il mio miglior amico per molti e molti anni. In Alessandria era notissimo quale direttore della Biblioteca e del Museo Civico. Morì il 4 aprile 1995. Giancarlo Gatto gli dedicò un bel libretto intitolato ”Storie della Piazzetta” - Edizione il Piccolo.

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In val d’Ayas - Il convegno dei dodici

Erano trascorsi soltanto tre giorni dalla notizia dell’armistizio e uno solo dalla rinuncia di raggiungere la Svizzera con Federico, passando dal lago di Como. La Wehrmacht aveva già occupato militarmente Alessandria, Torino e Asti, ma la vita civile pareva non risentirne, con negozi aperti e circolazione stradale e ferroviaria regolare. Anche la cattura dei militari italiani si era esaurita.

Non per questo rinunciai all’idea di cercare rifugio in Svizzera. Pensai di realizzare il piano concordato a Fiery con Guido Bonfiglioli e di associare a questa fuga anche i miei cugini Aldo, Achille e Alberto, che con la loro famiglia erano sfollati da Torino ad Asti.

Presi i necessari accordi con mio padre, ormai convintosi a raggiungere la mamma e il fratello Enzo a Curtatone, partii dalla stazione ferroviaria di Alessandria il giorno 12 settembre col treno delle 5,20 fra mille raccomandazioni e tanti baci e abbracci. Ad Asti giunsi in casa degli zii come un ciclone. Dopo brevi e concitate discussioni riuscii a trascinare con me i tre cugini, che lasciarono la loro mamma singhiozzante. Zio Dante ci accompagnò in lacrime alla stazione. Il treno era diretto a Torino in coincidenza con quello per Castel Verres, in Val d’Aosta, dove inizia la Val d’Ayas, nota per le sue località di villeggiatura (Brusson, Antognod, Champoluc, e più, in alto St. Jacques e Fiery).

Nella stazione di Torino Dora il treno fece una lunga sosta, a causa della formazione di un convoglio di carri bestiame chiusi. Con raccapriccio ci accorgemmo che i carri erano vigilati a terra da soldati tedeschi armati di tutto punto e che, dietro le griglie delle prese d’aria dei carri, apparivano visi stravolti di giovani. Certamente erano militari italiani avviati verso i campi di prigionia in Germania. Per diverso tempo restammo in un angosciato silenzio!

Dopo esser scesi a Castel Verres, incontrammo la famiglia Krauss conosciuta ad Asti in casa Jona. Insieme in taxi salimmo a St. Jacques, al termine della strada carrozzabile, accolti quasi festosamente dai valligiani. In particolare ricordo un brigadiere della Guardia di Finanza che ci accompagnò da una pettoruta ed esuberante tabaccaia e dai custodi della Colonia Olivetti. Tutti ci colmarono di cortesie e ci regalarono persino pagnotte, formaggio, carne e frutta permettendoci di fare un buon pasto e di dimenticare temporaneamente l’incertezza della situazione.

Al pomeriggio, in mezz’ora di mulattiera, raggiungemmo Fiery. Lì, alla Trattoria Bellavista, era già presente Guido Bonfiglioli che stava confabulando col proprietario, il signor Fosson. Lo ricordavo benissimo, per la voce profonda e per una barba nera tagliata alla Teodoro Herzl, il fondatore del movimento sionista.

Fosson stava dicendo che la sua trattoria con le poche baite vicine, posta in un punto terminale della vallata che si biforca a sinistra verso le Cime Bianche e Cervinia, e a destra verso il ghiacciaio del Monte Rosa, sarebbe stata presto presidiata dai tedeschi o dalle milizie ausiliarie fasciste.

Dopo averci rifocillati e assegnata una camera per quella notte, ci segnalò un’altra località vicina per trovarvi un rifugio più sicuro. Si trattava di Resy, non molto distante da St. Jacques, sul sentiero per il Passo della Bettaforca (a metà strada fra la val d’Ayas e quella di Gressoney); là ci saremmo potuti nascondere nei locali ormai deserti di una piccola Colonia estiva. Così facemmo, e per quattro giorni stabilimmo il nostro bivacco a Resy, portando coperte, pentole, piatti, e altro, avuto gentilmente in prestito dai custodi della Colonia Olivetti che si prestarono anche a farci scambiare messaggi con Guido Bonfiglioli che aspettava gli amici di Torino. Intanto, in previsione delle fatiche che avremmo dovuto affrontare per raggiungere la Svizzera, ci allenavamo, nella tratta di mulattiera fra St. Jacques e Resy, a trasportare nei nostri zaini carichi non indifferenti e persino sassi.

Per nutrirci facevamo acquisti nel negozio di St. Jacques e, per due volte - crepi l’avarizia! - andammo in trattoria, dove i giornali e la radio ci potevano aggiornare sulle vicende belliche e politiche. Apprendemmo, con non poca preoccupazione, che Mussolini era stato liberato dai tedeschi e trasportato in aereo in Germania, dove Hitler lo aspettava per rimetterlo in sella.

Un giorno, con una macchina, giunsero a St. Jacques zio Dante, zia Clara e Luisa Cottino di Caluso (Ivrea), la simpatica fidanzata di Aldo. Ci incontrammo davanti alla tabaccheria insieme ad Alberto mentre stavamo per tornare a Resy, coi nostri zaini pesantissimi (pieni di sassi). Gli zii e Luisa, visibilmente ansiosi, ci chiesero subito notizie di Aldo e di Achille.

Risposi che “erano a Resy”; zia Clara capì che “(si) erano arresi”, impallidì e per poco non svenne. Chiarito l’equivoco, li lasciammo in trattoria per ritrovarci dopo un’oretta tutti intorno ad una tavola imbandita. Poi, loro tornarono a Castel Verres per prendere il treno per Calosso e Torino.

Finalmente fu possibile riunirci con gli amici di Torino, sicché, alle ore 9,30 del giorno 19 settembre nella trattoria Bella Vista di Fiery, ebbe inizio quello che io denominai “Convegno dei dodici”.

Erano presenti i miei cugini Aldo, Achille, Alberto, la famiglia di Guido Bonfiglioli compresi padre, madre e nonna, Primo Levi (conosciuto con il nome di dottor Michele) proveniente dal Col di Joux, con l’amico di Torino Bear e con un altro giovane di cui non annotai il nome.

Il relatore fu, naturalmente, Guido Bonfiglioli. Prospettò due alternative: la prima di spostarci in Valtournenche per utilizzare la funivia del Cervino e, al Plateau Rosà, prendere quella svizzera per Zermatt; in proposito però qualcuno obiettò che i tedeschi stavano per presidiare le stazioni della funivia. La seconda di attraversare il ghiacciaio del monte Rosa con la nonna Bonfiglioli sistemata su uno slittino. Per questa ultima scelta qualcuno espresse il suo netto dissenso data la pericolosità di una tale impresa, mentre la brava nonnina ascoltava, succhiando tranquilla delle caramelle. I più prudenti proposero di andare all’indomani a fare una puntata esplorativa sul ghiacciaio; però mancavano i ramponi, le carte dettagliate del ghiacciaio stesso, e soprattutto una guida.

Questi discorsi e altri ancora non facevano che accrescere le perplessità e innervosire il relatore e tutti i presenti. Ad un tratto Guido Bonfiglioli perse la pazienza e, alzatosi di scatto, si mise a gridare: “Io me ne vado” e corse fuori dalla sala; mentre il padre diceva: “Calma, calma!”; la madre invece lo rincorse quasi lo volesse “agguantare”.

Erano trascorse due ore in discussioni, secondo me senza capo né coda. La leadership di Guido Bonfiglioli risultava messa in dubbio e anche gli altri non avevano proposte alternative valide per tutto il gruppo. Iniziò così un vociare generale che fece accorrere il signor Fosson, che, rivolto a tutti, disse chiaro e tondo, che non eravamo ad Aosta al mercato delle vacche. Per la verità, se non si fosse trattato di una situazione grave, essa poteva avere anche del comico!

Si formarono poi diversi gruppi. Primo Levi dichiarò che sarebbe rientrato al Col di Joux, dove un gruppo di amici, ufficiali dell’esercito, volevano opporsi con le armi ai tedeschi costituendo una banda. I Bonfiglioli, seccatissimi, dichiararono che sarebbero tornati a Torino per assumere informazioni. I miei cugini, Achille e Alberto, volevano rientrare ad Asti e Aldo a Caluso. Ma io, insistendo non poco, riuscii a convincerli che, andando ad Aosta, avrei trovato la soluzione per raggiungere la Svizzera. Alla fine accettarono la mia proposta che si faceva forte dell’amicizia con tre compagni del Politecnico, ingegneri nell’azienda metallurgica Cogne di Aosta.

Restituite coperte, pentole e tutto il resto ai custodi della Colonia Olivetti e salutati amici e conoscenti, silenziosi e sconsolati, lasciammo la Val d’Ayas per le nostre destinazioni provvisorie, con l’intesa di ritrovarci ad Aosta, in un giorno convenuto.

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Svizzera - Andata e ritorno

Il 20 settembre 1943, dodici giorni dopo l’annuncio dell’armistizio, giunsi ad Aosta per tentare, per la terza volta, di espatriare in Svizzera.

Edmondo Marucco e gli altri due compagni del Politecnico (Levi e Galliano) mi accolsero come un fratello e insieme cercammo di formulare un serio piano di fuga, senza nulla lasciare al caso.

Progetto e preparativi, svolti essenzialmente nella pensione di Edmondo dove trovai ospitalità, richiesero pochi giorni dato che gli amici, tutti impiegati alla Soc. Cogne, conoscevano loro operai che, a tempo perso, erano anche ... esperti contrabbandieri.

Il compito più arduo non fu quello di trovare le guide, di concordare il compenso e di decidere cosa portare nei nostri zaini, bensì di tenere i collegamenti con i cugini che, come anime in pena, andavano e venivano da Asti, Torino, Caluso o giravano per Aosta a fare acquisti (cioccolato, miele, calzettoni, ecc.) col rischio di incappare in qualche retata tedesca. Aldo poi era la mia maggiore preoccupazione: ad ogni piè sospinto cercava di fare una scappata a Caluso dove abitava la fidanzata Luisa.

Alla sera Edmondo, tornando dalla Cogne, mi ragguagliava sugli accordi presi con gli operai che potevano farci da guida. Il percorso da loro prescelto era in Valpelline ai piedi del Gran Combin (4314 metri s.l.m.).

Ad Aosta la notte passava tranquilla ma, al mattino presto, c’era sempre un risveglio da incubo. Un plotone di soldati tedeschi, dagli scarponi ferrati, attraversava il centro della città nei due sensi con una marcia cadenzata sull’acciottolato delle strade, e intonando canti marziali frammisti a ordini gutturali.

In quei giorni incontrai, oltre a Bier che avevo lasciato a Resy, molti conoscenti di Alessandria (Jona, Jarach, Jachia, Vitale), tutti con la mente rivolta a Nord, alla Svizzera; ma ognuno procedeva per conto suo e non parlava dei propri piani. Feci conoscenza anche con la brava signora Caveri (1), la padrona di casa di Edmondo, che comprese subito la nostra situazione, in quanto il figlio antifascista era fuggito da una decina di giorni a Martigny, in Svizzera.

Il 25 settembre, abbracciati gli amici e la signora Caveri che mi pregò di portare al figlio una bella maglia di lana, presi la corriera per il paese di Doues dove il punto di raccolta convenuto coi cugini era presso la famiglia di Marino Cerisia, lo zio delle due guide prescelte, note come autentici “spalloni”, cioè professionisti del contrabbando di sigarette e di calze di nylon.

Nel vasto letto nel quale i Cerisia ci avevano messi tutti insieme a dormire, su alti materassi di foglie di granoturco, la notte passò agitata. Alle 6, fatta un’abbondante colazione, lasciammo i Cerisia, che ci raccomandarono ripetutamente di stare tranquilli, e di fare esattamente quello che i loro nipoti avrebbero suggerito. Uno era armato di un moschetto militare, l’altro, con l’incarico di “esploratore”, aveva un grosso cannocchiale monoculare di ottone tipo marina. Quest’ultimo aveva la bocca deformata a seguito di un infortunio sul lavoro, ma facendo ricorso ad una folta barba, dal taglio ritornato di moda ai giorni nostri, riusciva a nascondere in parte quel difetto fisico.

Con loro ci sentimmo ben protetti. Ci guidarono per un sentiero, che non era nemmeno segnato dalle carte, che si snodava lontano da mulattiere e da zone abitate, sicché non incontrammo anima viva. In qualche punto pericoloso attraversammo brevi gallerie, superando, su tavole traballanti, il corso di torrenti con acque tumultuose. In certi tratti le guide ci fecero procedere ben distanziati, per non farci scorgere dal fondovalle.

A notte fonda arrivammo gelati e spossati in una capanna, a circa 2500 metri di quota. Qui, nonostante un bel fuoco acceso dalle guide e un grog bollente, non riuscimmo a riscaldare le nostre membra intirizzite, anche perché il vento entrava, sibilando, attraverso le fessure dell’assito della capanna e della porta sconnessa. Fu una notte tremenda: non riuscimmo a riposare, pur con la brace ancora calda nel focolare e i giacigli di paglia. Inutilmente io avevo indossato due paia di calzoni, quattro paia di calze e maglie a non finire.

Alle 6 del 27 settembre, sotto un cielo livido nel quale occhieggiavano ancora le stelle, riprendemmo il ripido sentiero sino al passo di Col de le Fenêtre a metri 2803 s. l. m.

Alle ore 7,57, sotto gli occhi di due sorridenti guardie svizzere, che vigilavano la linea di confine, commossi ci abbracciammo tutti insieme, guide comprese. Esse, dopo aver venduto agli svizzeri due tome di fontina, portate appositamente nei loro zaini e dopo aver ricevuto da noi la convenuta mercede, ci salutarono contenti per la missione compiuta e con l’incarico di imbucare per i nostri cari le lettere di “salvo arrivo” a destinazione.

Le guardie di confine dai loro thermos ci versarono del tè caldo e ci invitarono ad attendere il sergente della gendarmeria che arrivò di lì a poco. Appena giunto ci chiese cortesemente i documenti personali nei quali era specificata l’appartenenza alla “razza ebraica”.

Siccome il sergente non poteva prendere decisioni sulla nostra ammissione in Svizzera, in quanto non eravamo disertori dell’Esercito Italiano, mandò un messaggio al suo comando di Martigny per mezzo di due piccioni viaggiatori, che le guardie di frontiera tenevano pronti entro i loro elmetti chiusi con una reticella. Fatte alcune evoluzioni al di sopra del passo i piccioni si diressero verso Nord, mentre noi, per qualche minuto, li seguimmo con lo sguardo, consci che da quel volo poteva dipendere il nostro destino.

Subito dopo il graduato, pur con tutte le riserve del caso, ci fece scortare a fondo valle sino a Pont de Mauvoisin. Per circa tre ore percorremmo un vallone incassato fra alte vette già innevate, dove ci osservava curioso un branco di stambecchi. Ma non erano i soli a guardare verso di noi; a intervalli regolari, poco lontano dal sentiero, da piccoli posti di guardia, soldati e ... grossi cani lupo controllavano il nostro passaggio.

All’arrivo non subimmo alcun interrogatorio e i militari lì accasermati alla Bagnarde, ci riservarono una simpatica accoglienza e, alla loro mensa, ci offrirono una gavetta di caffè bollente e dell’ottimo gruviera, dandoci modo di riposare; più tardi, cenammo con spaghetti al pomodoro e brodo di carne.

Passammo la notte discretamente, in uno stanzone ben riscaldato, su grossi strati di paglia pulita e riparati con coperte di lana. Al mattino del 28 settembre, dopo una colazione a base di latte e cioccolato a volontà, la situazione assunse un andamento del tutto formale che non prometteva nulla di buono. Era giunto, con un interprete, un capitano dell’esercito svizzero, di bassa statura ma con un elmetto da guerra che lo rese odioso già al suo primo apparire. Nel piccolo piazzale di fronte alla Bagnarde, non lontano dall’asta con la bandiera elvetica, ci fece allineare davanti a lui, insieme ad altri italiani che indossavano divise militari male in arnese. A loro disse che sarebbero stati accolti rispettando i termini delle leggi internazionali.

Quando fu la volta di noi quattro, con evidente imbarazzo espresse il dispiacere suo personale e del Governo svizzero di non poterci accogliere come profughi. Avrebbe potuto farlo soltanto se noi fossimo stati in grado di mostrargli un “papier” dal quale risultasse una condanna a morte da parte dei tedeschi in quanto eravamo ebrei. La Svizzera era un paese piccolo, già con tanti stranieri ecc., ecc. ... .

Mio cugino Alberto, nell’ascoltare la traduzione dell’interprete, scoppiò a piangere, ma il capitano rimase impassibile. Allora feci io un estremo tentativo. Gli chiesi cosa sarebbe accaduto se gli avessi dato uno schiaffo, aggiungendo che preferivo una prigione svizzera alla certezza di finire in un campo di concentramento tedesco, anticamera della soppressione fisica. Prontamente mi sconsigliò una simile reazione; in tal caso non si sarebbe limitato a farmi accompagnare al Colle de Le Fenêtre ma mi avrebbe consegnato direttamente ai tedeschi alla frontiera di Chiasso.

Non aggiunsi altro e, rivolto ai miei cugini, ci apprestammo a intraprendere il viaggio di ritorno, aggiungendo: “qui non c’è più nulla da fare”.

Data un’ultima occhiata alla bandiera svizzera che sventolava alta sul pennone, ci avviammo sconsolati sul sentiero per il Colle de Le Fenêtre, scortati non più da due, ma da sette soldati con tre cani.

Giunti sul Colle ritrovammo il sergente della gendarmeria che ci aveva accolto il giorno prima. Ci ridiede qualche speranza, consigliandoci di rivolgerci all’avvocato Farinet, (2) una “primula rossa” che abitava nella vicina conca di By in una villa che, in quel momento, era visibile, sebbene lontana, essendo tutta bianca e illuminata dal sole.

Ci spiegò che l’avvocato era “tres malin” (molto scaltro); nel Cantone Svizzero aveva molti amici influenti e forse avrebbe potuto far annullare il “refoulement” (l’espulsione) e farci ottenere il lasciapassare.

Dopo aver accettato del tè caldo e un po’ di pane e formaggio, lasciammo la Svizzera con i soldati allineati sul confine, certamente anche loro con un groppo in gola. Dopo qualche minuto li vedemmo “sbinocolare” verso il versante italiano e farci cenni di saluto. Poi proseguimmo nel cammino verso il nostro incerto destino.

Dopo alcune ore, durante una breve sosta, rinvigoriti con qualche tavoletta di cioccolato e col miele “succhiato” da una bottiglia, abbandonammo il sentiero per raggiungere direttamente la Villa Farinet ormai ben visibile, sebbene fosse già pomeriggio inoltrato. Ci fermammo guardinghi e titubanti in vigile attesa su una collinetta sovrastante la casa. Ma, attenzione! Laggiù piccoli puntini neri andavano e venivano, eccitando la nostra fantasia. Le nostre paure si accrebbero. Immaginavamo che si trattasse di tedeschi o di militi fascisti che segnalavano la presenza di sconosciuti e che si apprestavano a catturarci. La nostra decisione allora fu rapida: raggiungere di corsa la spianata sottostante, per sfuggire loro nel buio che stava per creare una coltre protettiva.

Quale errore di valutazione! Per circa un’ora vagammo senza esito nella conca di By, alla ricerca del viottolo per Doues, percorso due giorni prima. Ormai eravamo convinti, e non ci sbagliavamo, che la Villa Farinet fosse stato l’obbiettivo di una perlustrazione da parte dei tedeschi o di chi per essi. Ma alla fine la stanchezza e lo scoramento ci vinsero e puntammo decisamente verso una fioca luce che a tratti appariva dai vetri di una finestra della villa. Non vedevamo neppure dove mettere i piedi. Procedendo sui pantani gelati dei prati e inciampando sulle pietre dei sentieri, procedemmo lentamente verso quella finestra. La luce riapparve e, compiendo un ultimo sforzo, superammo un filo spinato, mentre Aldo non potè più trattenersi dall’invocare: “Aiuto!”

Con i calzoni gocciolanti d’acqua raggiungemmo la finestra. Bussammo ripetutamente e apparvero i volti di una servetta e della padrona di casa che, forse più impaurite di noi, non avevano alcuna intenzione né di aprire il portoncino d’ingresso, né di parlare. Ma per fortuna nostra comparve l’avvocato Farinet. Compresa subito la situazione, si prodigò immediatamente con varie iniziative, insieme a sua moglie, una giovane donna simpatica e premurosa: Alberto, febbricitante fu messo a letto e gli venne fatta prendere una aspirina; gli altri furono sistemati nel fienile (sovrastante la stalla nella malga vicina) scortati dal pastore Paolino con l’incarico di ristorarci con una zuppa di latte caldo.

L’avvocato promise anche che si sarebbe interessato per un nostro possibile rifugio in Svizzera: di buon mattino avrebbe fatto una puntata oltre confine e avrebbe telefonato ai suoi amici svizzeri. La sera del giorno dopo l’avvocato, di ritorno dalla Svizzera, ci comunicò che saremmo potuti tornare al colle, accompagnati da un suo giovane amico, ex sottotenente dell’esercito, e al confine avremmo atteso la definitiva decisione delle autorità cantonali. La risposta l’avrebbe portata la prima guardia di frontiera al cambio turno.

Fu così che il giorno 30 settembre ci fermammo infreddoliti sul colle per alcune ore, in attesa della pattuglia. Quando finalmente ci raggiunse facendo cenni negativi, tornammo a By ormai rassegnati. Ringraziati i Farinet per la loro cortesia, ci avviammo, come somari bastonati, verso la mulattiera per Doues, scortati sino al bivio dal pastore Paolino.

Giungemmo a sera ormai inoltrata a casa dei Cerisia, che ci accolsero calorosamente e ci consolarono per quanto loro possibile. Il giorno dopo (1 ottobre), fatta una puntata ad Aosta, salutati gli amici e restituita alla signora Caveri la bella maglia non potuta consegnare al figlio, andammo in stazione per prendere il primo treno e ritornare scornati verso le nostre case.

PS. Nel tentare di trovare rifugio in Svizzera, fummo, come tanti altri, sfortunati: infatti, dopo alcuni mesi, le disposizioni governative e cantonali della Svizzera nei confronti degli ebrei vennero modificate tanto che i miei cugini insieme ai loro genitori, rinnovato il tentativo di espatriare, riuscirono senza particolari difficoltà a passare il confine in una zona meno impervia.

Invece per me, in quel primo tentativo, la frontiera della speranza fu definitivamente chiusa e mi si aprì dinnanzi un nuovo capitolo!

Note
  1. Moglie dell’avvocato Severino Caveri (1908-1977), che fu membro attivo del Partito d’Azione. Dopo la guerra fondò l’Union Valdôtaine e succedette a Chabod alla Presidenza del Consiglio Regionale. Fu deputato al Parlamento nella terza legislatura.

  2. L’avvocato Paolo Antonio Farinet (1893-1974) fu esponente cattolico del Movimento Separatista Valdostano e deputato della Democrazia Cristiana. Con la collaborazione della moglie Albina Ratti organizzò l’espatrio in Svizzera di numerosi intellettuali e uomini politici. Il prof. Luigi Einaudi, economista del partito liberale, che l’11 maggio del 1948 divenne Presidente della Repubblica, racconta in un suo libro della fuga con la moglie Ida, con l’aiuto dei Farinet, percorrendo a dorso di mulo lo stesso nostro itinerario da Doues al Passo de Le Fenêtre e a Pont de Mauvoisin.

 

 

 

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