
|
|
La
morte di Franco Della Peruta, come di qualunque persona cara,
anche se annunciata e temuta, quando giunge lascia
comunque sgomenti, perché ti accorgi all?improvviso che
un rapporto, una esperienza finisce irrimediabilmente e si porta
via non solo un amico, ma anche un pezzo della tua vita. In questo
caso un pezzo lunghissimo, iniziato nella primavera del 68 a Milano
in una vecchia trattoria sui Navigli dove un gruppo di suoi studenti,
tra cui io, lo avevamo invitato a cena dopo un bel corso sulle
origini del movimento operaio, assai partecipato e coinvolgente.
Chi allora poteva immaginare che dopo quasi mezzo secolo saremmo
arrivati a questo tragico epilogo? E invece eccoci qui a parlare
di Della Peruta al passato e non più con Della Peruta del
futuro, come ero abituato a fare nei nostri continui incontri in
biblioteca o in archivio, nei convegni o la bar, nelle riunioni
delle istituzioni culturali, dove aveva sempre profuso grande e
disinteressato impegno, o al ristorante, all?università o
in treno.
Franco
Della Peruta è stato indubbiamente un grande studioso,
punta di diamante di una delle generazioni di storici più produttive
e originali del Novecento: i suoi innovativi studi sul Risorgimento
e soprattutto sulle correnti democratiche, come quelli pionieristici
sul movimento operaio italiano e quelli di storia sociale, che
hanno caratterizzato la sua produzione scientifica della maturità,
si iscrivono tra i contributi più significativi della storiografia
italiana. Da apprendista, su quei testi, ho imparato una forte
lezione di metodo, ma anche una preziosa indicazione sulla professione
storica intesa come sintesi di lavoro scientifico e passione per
la storia come campo di impegno civile. Nonostante l?archivio e
la biblioteca fossero i luoghi dove era più facile trovare
Della Peruta, non era un ?topo? erudito, non solo perché era
un fervido amante della vita, ma soprattutto perché esprimeva
una concezione del suo mestiere nel quale la conoscenza del passato
non aveva senso se disgiunta da un progetto culturale che riguardasse
lo spazio pubblico. Una sintesi originalissima, perchè Della
Peruta era comunista ma non uno storico militante, come il suo
amico Stefano Merli, nè uno storico di partito come Ernesto
Ragionieri o Renato Zangheri: al di la del sistema di idee e valori
nei quali credeva, al centro dei suoi interessi c'era la storia
come disciplina rigorosa, come insieme di fatti da accerrtare,
come ideali individuali e collettivi da indagare e portare alla
luce, come palcoscenico di uomini e di donne impegnati a vivere
nel loro tempo. In sostanza Della Peruta amava il suo lavoro ed
entrava in una straordinaria sintonia con gli oggetti della sua
ricerca, al di la e al di fuori dei vincoli dell'appartenemza politica.Certo
dentro la sua testa c'erano Marx e Gramsci ma declinati al di fuori
di ogni ideologismo e di ogni ortodossia.
Questo modo di intendere il metodo storico non poteva tradursi
in saggi teorici perchè era essenzialmente una pratica di
lavoro che si appredendeva frequentandolo, stando con lui e soprattutto
vedendolo operare tra libri, giornali e faldoni: un intreccio originalissimo
tra competenza, conoscenza e curiosità intellettuale, inseparabile,
però, da un programmatico antiaccademismo, da una simpatica
ironia e da sorprendente understatement cosi distante dal quella
patina di boria, quasi sempre mal riposta, che circonda i professori
universitari.
Ebbene, ora questo cantiere vivente di idee, di stimoli, di passioni
si è fermato. Dire che ci mancherà è ben poco
rispetto al vuoto che lascia non solo tra chi lo aveva avuto come
maestro, ma anche nella comunità scientifica. Oggi tutti
siamo più soli, come persone e come storici.
Alberto De Bernardi
Dipartimento
di Discipline Storiche, Antropologiche e Geografiche
Università di Bologna
|
 |