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24 aprile 2010
Ore 21.00 - Teatro SOMS di Silvano d'Orba
Proiezione
del film-documentario di Paola Sangiovanni Staffette
Interverranno
Ivana Maggiolino, Sindaco di Silvano d'Orba
Maria Rosa Scarcella, Vicesindaco di Silvano d'Orba
Paola Sangiovanni, Autrice e regista del film
Adriano Icardi, Senatore
Sabrina Caneva, Vicepresidente ANPI Provincia di Alessandria
Pierfranco Romero, Circolo Dialettale Ir Bagiu
Seguirà un rinfresco
25 aprile 2010
Ore 9.15 - Piazzale Alcide De Gasperi (Monumento di
Caduti)
Raduno dei partecipanti e Santa Messa officiata dal
Rev. Mons. Don Sandro Cazzulo (in caso di maltempo Chiesa Parrocchiale)
Ore 9.45
Partenza del corteo e depoisizione delle corone e dei fiori ai
Monumenti dei Caduti
Ore 10.15
Ritorno al Piazzale e saluto del Sindaco Ivana Maggiolino
Ore 10.30
Orazione ufficiale tenuta da Cesare Manganelli, Ricercatore
Isral (in caso di maltempo Teatro SOMS)
La resistenza delle staffette
Quattro partigiane piemontesi si raccontano in un docufilm di Paola
Sangiovanni
di
ALESSANDRA
BARBERIS ("Il Manifesto" 10 Febbraio 2006)
Le
ragazze che nel 1943 decisero di unirsi alle formazioni partigiane
a
differenza dei loro coetanei non erano obbligate a schierarsi,
con la milizia di Salò o con la Resistenza. Scelsero perché volevano,
perché cercavano qualcosa in più. Di questa scelta
racconta Staffette, un documentario realizzato raccogliendo la
testimonianza di quattro partigiane piemontesi, prodotto con il
contributo della commissione delle elette e dell'assessorato al
bilancio della provincia di Roma. Anna Cherchi, Claudia Balbo,
Marisa Ombra e Nicoletta Soave avevano circa 18 anni quando l'8
settembre travolse l'Italia. Presero parte alla Resistenza nelle
colline del Piemonte meridionale che hanno per sfondo il Monviso,
tra il Monferrato e le Langhe. Il loro racconto di oggi, integrato
da immagini per lo più provenienti da archivi privati e
quasi inedite, in parte risonorizzate, ci restituisce una storia
politica, di lotta, ma anche di sentimenti, emozioni e di corpi.
In questa ricchezza c'è la prospettiva di genere dichiarata
dalla regista (Paola Sangiovanni, che dedica il film a sua madre,
nome di battaglia "Prima") e dalle produttrici (Laura
Cafiero e Gabriella Galluzzi per Metafilm).
C'era il coraggio, quando "i compagni ci mettevano alla prova
per vedere le nostre reazioni" e quando poi il gioco si fece
duro e si dovette affrontare a viso aperto la brutalità dei
repubblichini e dei nazisti. E c'era la paura, quella profonda
e ancestrale provocata dal latrare dei cani, più ancora
che dalla percezione dell'avvicinarsi dei tedeschi.
Nelle brigate partigiane le ragazze sperimentarono nuove forme
di solidarietà. Era una solidarietà liberatoria,
perché si poteva esprimere dire che si pensava, "non
come con i parenti", dice Claudia Balbo. Le staffette condivisero
il quotidiano con gli uomini, fino a dover occupare di notte lo
stesso giaciglio. Per qualcuna fu l'assaggio di una nuova dimensione:
sentirsi compagni; per qualcun'altra, educata con maggiore severità,
una questione da trattare con una certa prudenza - "la paglia
vicino al fuoco brucia" - cercando per esempio di dormire
sempre dalla parte del muro.
Se la Shoà non è menzionata, l'intenso e lucido racconto
di Anna Cherchi dà voce a tutti coloro - ebrei, zingari,
testimoni di Geova, omosessuali, disabili, malati, oppositori politici
- che subirono quella stessa sorte. Combattente della II Divisione
Langhe, fu deportata nel `44 per non aver confessato sotto tortura
dove i partigiani avevano nascosto le armi lanciate dagli aerei
inglesi. Nel campo di sterminio, stremata dal lavoro forzato, seviziata
da un macellaio che le tolse i denti, Anna capì fino in
fondo che il progetto scientificamente perseguito era quello dell'annientamento:
far diventare una donna o un uomo "un nulla". E' questa
la cosa più difficile da accettare, che solo la pacatezza
di donne più anziane, compagne di prigionia può aiutare
a sopportare, racconta con assoluta sobrietà la partigiana.
Piangerà al ritorno in Italia, ritrovando il cibo di casa,
i grissini.
Nicoletta Soave, arrestata a Santo Stefano Belbo nel `44 insieme
con una compagna, fu condotta all'interrogatorio e qui ritrovò il
soldato tedesco che qualche tempo prima era stato prigioniero dei
partigiani e che lei stessa avevano sorvegliato. Durante quel periodo
di prigionia aveva sfamato il giovane tedesco con una pagnotta.
Il soldato riconosce le ragazze, ma non solo non le tradisce: di
notte entra senza fare rumore nella cella e le copre delicatamente
con una coperta, lasciando una borraccia piena di cioccolato. Il
gesto, prima che la bevanda bollente, scalda il cuore e conforta.
Nelle notti passate nelle stalle si parlava del mondo. Si parlava
di come cambiarlo come se "fosse stato una cosetta da niente
lì intorno, facile da rifare", ricorda Marisa Ombra.
Nei Gruppi di difesa della donna e di assistenza ai combattenti
della libertà - "mai nome fu più stupido e improprio" -
si cercava di capire come funzionava un parlamento democratico.
L'emancipazione e poi la consapevolezza della differenza sarebbero
venute dopo; intanto le partigiane discutevano di andare finalmente
a votare come gli uomini. Sappiamo che senza la loro scelta e senza
la loro audace esperienza di libertà il seguito delle battaglie
delle donne, in un paese patriarcale e cattolico, avrebbe rischiato
di procedere molto più lentamente.
La convinzione di poter cambiare le cose restò dopo la Liberazione:
superati cinque anni terribili, cominciare una nuova vita e un
mondo nuovo sembrava possibile. Con questo sogno in testa le ragazze
partigiane andarono avanti, alcune si impegnarono in politica,
altre si divisero tra famiglia e lavoro, quel lavoro che alla fine
dei `40 era difficile rivendicare perché una donna non poteva
togliere il posto a un padre di famiglia. Afferma Marisa Ombra: "Alle
donne italiane nulla è stato regalato, abbiamo conquistato
tutto e siamo state grandiose".
Le donne hanno partecipato attivamente alla Resistenza in Italia
e pagato prezzi alti. Furono 623 le partigiane cadute in combattimento
o uccise per rappresaglia; 4.600 furono arrestate, processate e
torturate, 2.750 deportate nei campi di concentramento. Su 250
mila attivisti, 75 mila furono la donne nei Gruppi di difesa femminili
e 30 mila nelle forze combattenti.
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