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Nell’ambito
del progetto Memoria delle Alpi, l’Isral-Centro di cultura popolare “G.
Ferraro” ha riedito con alcuni aggiornamenti, il cd Chicchirichì.
Canti ed echi della Resistenza in provincia di Alessandria prodotto
dall’Associazione Graphonica di Tortona nel 2000, esaurito da
tempo e molto richiesto.
A
cura di Pietro Porta e Alfio Contarino, il disco presenta 14
brani, che vanno dai classici Siamo i ribelli
della montagna, Lassù sulle colline del Piemonte, Inno
della Brigata Arzani, I tedeschi ci chiaman banditi,
a brani di nuova composizione, su testo di Pietro Porta (Chicchirichì,
Paolo Rossi, Garibaldi). Di particolare interesse, una composizione
di Paolo Conte dedicata a Cefalonia. Dal denso libretto
allegato al disco, riportiamo la prefazione di Franco Castelli, Cantare
alla macchia.
Cantare alla macchia
"E
come potevamo noi cantare - scrive il poeta - con
il piede straniero sopra il cuore...", con quel che segue. Eppure si
cantava, alla macchia, in condizioni di vita quasi impossibili,
si cantava di fronte alla morte: forse proprio tali condizioni
estreme, di pericolo, precarietà, rischio costante, inducevano
i ragazzi della Resistenza a cantare per sfida, per vincere la
paura, pre affermare la propria presenza fisica e storica, per
superare la fragile individualità e sentirsi "collettivo".
Cantavano ben più di quanto non sia registrato nei canzonieri ufficiali,
cantavano di tutto, assai più canzonette leggere e canzonacce spinte
che inni patriottici o politici. Cantavano canzoni vecchie e giovani, ma più vecchie
perché c'era poco tempo per comporne di nuove: al massimo, sulle arie
vecchie, mettevano parole nuove, neanche tanto elaborate, buttate giù alla
garibaldina. E in questo, i combattenti della Resistenza non facevano che replicare
un procedimento antico, da sempre usato nella storia della cultura popolare,
che è quello del "travestimento" e della contaminazione sui
motivi trasmessi dalla tradizione. Canzoni non tanto come testi letterari,
dunque, ma come oggetti d'uso, per cui allo stesso modo che con i mattoni vecchi
si facevano nuove case, con i vecchi motivi si fanno canzoni nuove, utili per
la lotta di oggi, con obiettivi concreti e funzioni pragmatiche sia di tipo
psicologico (rassicurazione, incitamento, affermazione di valori condivisi),
sia di tipo ideologico (propaganda, organizzazione, educazione collettiva).
In un'epoca storica pesantemente segnata da una ventennale dittatura, che esercitava
un occhiuto controllo sulle parole e sulle espressioni del quotidiano (basta
scorrere le carte di polizia per percepirlo con concreta evidenza), i canti
partigiani rappresentano una reazione alla violenza linguistica e alla manipolazione
semantica del regime, collocandosi storicamente come spie - ingenue nella loro
immediatezza - di una vera e propria lotta per gli spazi espressivi o “guerriglia
semiologica” che dir si voglia.
Nello scontro fra retoriche e linguaggi, certo qualcosa permane ancora dell'antico,
ma non si può disconoscere - anche se pesantemente censurata dalla moralistica
epurazione del canzoniere partigiano operata dall'ufficialità resistenziale
- il gusto dell'ironia e dello sberleffo che anima tante parodie, compiute
sul testo sia di inni del regime sia di canzonette di consumo (come Rosabella
del Molise). Un gusto che appartiene a quella "carnevalizzazione del linguaggio" che
mi pare contraddistinguere l'espressività partigiana, e che si manifesta
compiutamente nel ricco, fantasioso, coloritissimo repertorio dei nomi di battaglia,
dove paiono fondersi ludicità, gioco del mascheramento e giovanile voglia
di divertirsi.
Viva la nostra cricca, squadra dell'allegria
e tra i partigiani non c'è malinconia...
Il guerrigliero partigiano è un maquis: il ribelle della montagna, per
colpire, deve nascondersi, confidando nella protezione della natura. Il poeta
che nella guerra precedente scriveva "Si sta / come d'autunno / sugli
alberi / le foglie", non poteva immaginare che trent'anni dopo, in un'altra
guerra, diversa perché non di posizione ma di movimento, guerriglia
di volontari che liberamente hanno scelto la macchia, quelle foglie sarebbero
diventate simbolo di resistenza, perché sono esse che, pur nella palese
sproporzione delle forze in campo, occultano il combattente e gli danno sicurezza. "Foglie
tremule, restate su / se ci cadete, ahimè, triste è la gioventù",
canta il malinconico valzer di Ulisse della Brigata Oreste.
Questo testo, accanto al più famoso Dalle belle città, è uno
dei pochi esempi di canto partigiano originale nelle parole e nella melodia:
significativamente sono nati entrambi sui monti dell'Alessandrino, cioè su
quell'Appennino ligure-piemontese che, teatro d'un'intensa lotta armata, pare
essere stato la culla delle migliori canzoni della Resistenza, avendo visto
formarsi anche il più celebre inno partigiano, Fischia il vento.
Franco Castelli
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