L’Associazione
Memoria della Benedicta (sorta nel 2003 per iniziativa di Enti
locali, Istituti culturali e Associazioni partigiane, per valorizzare
il sito della Benedicta, teatro del più sanguinoso eccidio
nazifascista in territorio alessandrino (7 aprile 1944), in vista
della costituzione di un centro di documentazione dedicato ai temi
della guerra, della resistenza e della deportazione) con il coordinamento
scientifico dell’Istituto per la storia della resistenza
e della società contemporanea in provincia di Alessandria
e dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea
in Liguria, organizza un convegno dedicato ai LUOGHI DELLA
MEMORIA IN ITALIA.
Il convegno si inquadra nell’attività di riflessione che l’Associazione
intende perseguire in attesa della costituzione del centro di documentazione,
e intende diventare un appuntamento periodico, auspicabilmente con cadenza
annuale, di confronto e scambio di esperienze tra coloro
che lavorano e operano sui siti
e i luoghi della memoria italiani.
Trattandosi di un primo appuntamento, l’idea degli organizzatori è di
raccogliere soprattutto resoconti di esperienze e di utilizzare il seminario
anche per decidere, in accordo con tutti i partecipanti, il tema o i temi sui
quali concentrare l’attenzione in una prossima sessione.
I rappresentanti dei diversi luoghi della memoria sono perciò invitati
a proporre interventi che descrivano le loro esperienze e, soprattutto, evidenzino
i problemi che si incontrano nella gestione e nell’attività dei
luoghi della memoria (problemi di finanziamento, relazioni con gli Enti,
rapporti con le scuole, problemi relativi alla ricerca, questioni di promozione
e di
immagine esterna, eccetera).
Nel corso del convegno, che si concluderà con una visita alla zona
monumentale della Benedicta , verrò proiettato il documentario Benedicta
1944. L’evento la memoria
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Ci
hanno chiamato, al mattino, cinque alla volta. Io ero nel quinto gruppo,
dal ventunesimo al venticinquesimo. [...] Dopo la curva
sulla destra ho cominciato a vedere cinque morti… Io vedevo
un certo Chiappella, di Serravalle, tutto sporco di sangue evidentemente,
e la mia impressione, a prima vista, mi sembrava impossibile… L’hanno
impiastrato di rosso per farci parlare noi… [...] C’hanno
schierato là [...] e lì c’era il plotone d’esecuzione… tempo
neanche d’essere in fila e c’han tirato… e… Io
sostenevo un partigiano [...] praticamente l’ho tenuto su
così, e m’ha salvato lui [...]. E son caduto giù,
e questo me lo son portato dietro, involontariamente… [...]
Questo momento veramente tra i più brutti di tutti quelli
che ho passato, perché sentivo le pallottole fischiare… (testimonianza
di Giuseppe Odino).
Andammo avanti senza più fermarci sino a giungere al luogo
dell'eccidio. Incontrammo [...] una donna con addosso un grembiulino
bianco e in mano una bottiglia d'alcool e dei cotone. Non lontano
un uomo stava seduto su di una pietra e lui stesso, immobile, pareva
una pietra. E poi vicino alla donna c'era un bel ragazzo di 12
13 anni con occhi azzurri e capelli ricci e nerissimi. Eravamo
soli, in tutto sei persone vive in mezzo a tanti morti trucidati
dalla barbarie nazista.
Mi avvicinai ad un albero, e vidi in terra tanto sangue e poi dei
pezzi di cranio. Uno spettacolo spaventoso. Cominciammo ad alzare
una di quelle sette pietre e a scoprire Il volto di quei sette
caduti.
[...] Andammo al grande cascinale «La Benedicta». Trovammo
in terra tutto attorno, carte da gioco, spazzolini, dentifrici,
ogni cosa e tanta legna bruciata. La Benedicta era stata fatta
saltare con la dinamite. Recuperammo tutti i pezzi di legna possibile
e con essi andammo a coprire il volto di quei ragazzi. Era la prima
cosa utile che ci era parso di dovere fare.
Sono due citazioni che rievocano l’eccidio della Benedicta.
La prima è una testimonianza di Giuseppe Odino, scampato
alla fucilazione per finire nel lager di Mauthausen, dal quale
fu uno dei pochi, tra gli oltre 200 ragazzi catturati alla Benedica
e deportati, a ritornare in Italia.
La seconda è di Martina Scarsi, staffetta partigiana che
insieme a due compagne fu tra le prime a raggiungere le fosse dove
erano stati sbrigativamente sepolti i 97 fucilati.
Due
testimonianze il cui valore evocativo può essere però assunto
a simbolo dell’orizzonte di lavoro e di intervento dei rappresentanti
di tutti i luoghi della memoria che abbiamo voluto invitare a questo
nostro incontro.
La
guerra, la lotta di liberazione, la deportazione sono infatti
gli ambiti
problematici dei musei, delle scuole d pace, delle associazioni
impegnate a valorizzare i luoghi e i sentieri della guerra e della
resistenza, delle istituzioni culturali che oggi ci aiuteranno
a confrontarci non solo con il concetto di luogo della memoria
ma, più in particolare, con i problemi relativi a quella
memoria specifica che si addensa intorno a alla triade guerra-resistenza-deportazione
che ho appena richiamato.
Proprio
intorno a questa specifica memoria mi pare si situi la prima
questione
significativa, o meglio, il problema imprescindibile
da cui dovrà prendere le mossa questa nostra riflessione.
Perché accanto alle questioni relative alla gestione, ai
problemi relativi agli allestimenti museografici, ai rapporti con
le scuole e con il territorio, che a ben guardare sono questioni
generali con le quali devono fare i conti tutti coloro che si occupano
della conservazione delle cose, delle parole, e dei luoghi evocativi
della nostra storia passata, i nostri loghi della memoria non possono
evitare di fare i conti con le modalità attraverso le quali
la memoria dell’antifascismo viene oggi proposta al senso
comune collettivo e percepita nel mondo delle scuole, tra i cittadini,
nell’opinione pubblica. Anzi: è un tema di tale rilievo
che anche i più generali problemi di gestione e di valorizzazione
dei luoghi non possono che partire da una riflessione su questo
problema.
Sono
ormai molti anni che la resistenza e l’antifascismo,
i loro uomini e i loro valori, sono oggetto di ripetute campagne
volte a diminuirne la portata storica, e a screditarne, attraverso
il ridimensionamento dell’importanza storica, il valore e
il senso morale. Trasmissioni televisive, servizi giornalistici,
volumi attenti al sensazionalismo che fa vendere piuttosto che
alla serietà della ricostruzione storica, propongono quasi
a getto continuo ricostruzioni degli anni del fascismo, della guerra
e della resistenza che puntano a screditare il senso dell’opzione
antifascista, a denunciare le violenze compiute dal movimento partigiano,
a sminuire il valore dirompente della scelta partigiana. E per
converso,a rivalutare singoli aspetti del fascismo, a proporre
l’idea di una qualche “accidentalità” della
guerra come se essa non fosse inscritta nel dna stesso del regime
fascista, a propagandare l’idea di una nazione equidistante
e in qualche modo vittima di due minoranze rappresentate dal movimento
partigiano e dall’esercito di Salò, per arrivare,
attraverso questa lettura, a proporre una presunta identicità morale
tra chi scelse la guerra artigiana o che aderì alla repubblica
di Salò.
Una
ricostruzione falsificata o, quando va bene, parziale del ventennio
e degli
anni della guerra, che ha ormai finito con l’intaccare
il senso comune collettivo, senza, e questo non possiamo nascondercelo,
che la cultura democratica e antifascista abbia saputo opporsi
come sarebbe stato necessario a questa vera e propria operazione
di ricostruzione della memoria storica e del senso comune collettivo
della nazione.
E tutto questo proprio mentre al storiografia più seria
ed avvertita ha saputo produrre studi documentati e innovativi
nell’interpretazione della storia e della natura del movimento
partigiano: ma forse mai come in questo caso si è assistito
a una tale distanza tra i progressi della ricostruzione storica
più documentata e la persistenza di una immagine pubblica
della resistenza che non ha saputo innovarsi e riflettere criticamente
su se stessa.
D’altra parte, e neppure questo possiamo nascondercelo,
la recente stagione di rilettura del ventennio fascista e soprattutto
dell’esperienza partigiana ha potuto contare anche su immagini
della resistenza e sue rappresentazioni pubbliche, proposte dalle
stesse associazioni partigiane e dalle forze politiche più decisamente
antifasciste; immagini le quali, nella loro parzialità spesso
carica di retorica, hanno ingenerato, soprattutto nelle generazioni
più giovani, un senso di fastidio e di lontananza dal senso
e dal valore dell’antifascismo e della scelta partigiana.
Non è naturalmente l’unica ragione del successo di
quello che vorrei definire revisionismo interessato e scandalistico,
ma una ragion sicuramente sì, e una ragione su cui occorre
al più presto riflettere.
E’ per queste ragioni che la riflessione sui nostri luoghi
della memoria deve necessariamente muoversi tenendo costantemente
presente quella che in un suo recentissimo volumetto Sergio Luzzatto
ha definito la crisi dell’antifascismo: non possiamo pensare
di risolvere i nostri problemi senza avere la consapevolezza che
da questo problema dobbiamo partire, che a questo attacco alla
nostra stessa ragione d’essere dobbiamo rispondere, che è nostro
compito offrire strumenti e capacità di spirito critico
anche a chi al nostro lavoro è più vicino.
Di quella analisi di Luzzatto così puntuale e, come lo stesso
autore ha sottolineato, a tratti anche sgradevole io, forse con
un po’ di ottimismo, devo ammetterlo, non condivido l’assenza
di prospettive e di speranze per la cultura dell’antifascismo.
Io sono convinto che dell’antifascismo, della sua cultura
e dei suoi valori, ci sia ancora molto bisogno nella vita politica
e culturale e nella stessa società italiana. E sono anche
convinto, come cercherò di dire, che il concetto di antifascismo
sia ancora in grado di aiutarci capire i problemi del presente,
e sia anzi di estrema attualità proprio in questo senso.
Credo dunque che proprio chi si occupa non solo di produzione storiografica,
ma anche di riflettete e di operare sugli strumenti per cercare
di farla diventare memoria pubblica e senso comune collettivo abbia,
oggi il compito di provare a rivitalizzare il senso dell’importanza
della cultura e dei valori dell’antifascismo, ovvero di quella
morale e di quella storia che è alla base, in questa Italia
di inizio, secolo, della cultura della pace, del rispetto dell’uomo
per ‘uomo, dei lavori di democrazia solidarietà e
uguaglianza, dei principi, detto in altri termini, della nostra
carta costituzionale.
A
ben vedere, è proprio a partire da questi presupposti
che abbiamo pensato di organizzare questo convegno, perché ci
pare utile, e necessario, un confronto ravvicinato tra chi si occupa
di luoghi della memoria, che parta proprio da una riflessione sulle
diverse esperienze, a da una analisi attenta dei problemi che,
proprio nell’orizzonte descritto, avremo di fronte nei prossimi
mesi.
L’impostazione che abbiamo voluto dare a questo seminario
vuole essere molto operativa: questa introduzione perciò mira
davvero e solo ad avviare il dibattito, individuando qualcuno dei
problemi aperti che rappresentano, appunto, solo alcuni dei possibili
nodi da affrontare. Voglio perciò proporvi qualche considerazione
relativa a tre ordini di problemi, lasciando al dibattito il compito
di riprenderli o di proporre altri e altrettanto importanti questioni
di discussione.
La
prima questione che mi pare necessario sottolineare è ovviamente
quella dei finanziamenti.
Questione ovvia si dirà, ma che non per questo può essere
affondato sbrigativamente.
Le recenti disposizioni finanziarie che hanno portato a un taglio
drastico dei trasferimenti verso gli Enti locali si sono risolti,
quasi sempre, con una riduzione draconiana delle spese per la cultura
e i beni culturali che rende assai precaria la vita di molti Enti
e associazioni culturali. Andando più nello specifico, i
tagli recenti delle risorse che lo Stato impegnava a favore dell’Anpi
(risorse già scarse ed ora nettamente ridotte), i mancati
finanziamenti per una legge che favorisca le iniziative culturali
in occasione del Sessantesimo anniversario della Liberazione, le
difficoltà ormai croniche incontrate dall’Istituto
nazionale per la storia del movimento di liberazione nel vedersi
finanziare progetti, indicano che l’affermarsi di una cultura
e di un senso comune post antifascista, si afferma anche negando
le risorse per la sopravvivenza di quei soggetti che si ostinano
a studiare e a socializzare i temi della guerra, della resistenza,
dell’antifascismo e della deportazione.
Un dato di fatto, di fronte al quale a poco valgono le denuncie,
pur giuste e necessarie, e soprattutto le lamentele.
Forse occorre fare un passo più in là, forse vale
la pena provare a riflettere se sia possibile unire le forze, se
un processo di collaborazione non sia la strada giusta per contare
di più.
So benissimo che le differenze, e non solo territoriali, sono molte,
e che non è semplice dare sostanza a questa idea. So benissimo
che tutti noi lavoriamo soprattutto in contesti specifici, e so
anche che le risorse finanziarie a cui ciascuno di noi può attingere
sono molto differenziate e mi rendo conto che anche questi sono
problemi che non favoriscono processi di lavoro comune. E tuttavia
sono convinto che occorra trovare almeno alcune forme di collaborazione
capaci di rappresentare potenziali veicoli di reperimento di risorse.
Vi sono forme forse elementari di collaborazione (ad esempio la
costruzione di un sito Internet dei luoghi della memoria, o forme
di promozione coordinata, che possono essere utile per aumentare
la visibilità) e vi sono alcune questioni di più ampio
respiro.
Ne cito solo una. Al contrario di quanto è avvenuto in altri
stati europei,a cominciare dalla Francia, lo Stato italiano – ma
poi anche le Regioni, con pochissime e parziali eccezioni – ha
dedicato scarsissima attenzione ai luoghi della simbolo della guerra
e della resistenza, all’idea di farne luoghi simbolo della
memoria nazionale. Ma non solo: addirittura in Italia non esiste
un Museo nazionale della resistenza, e dove gli avvenimenti della
seconda guerra mondiale della resistenza sono proposti come delle
specie di appendici dei Musei di storia del risorgimento a me pare
più un male che un bene, perché propongono simbolicamente
una lettura del biennio 1943-45 a dir poco molto datata e riduttive.
Ecco, di fronte a questo stato delle cose, non è forse il
tempo, anche per rispondere in positivo alle operazione di riscrittura
della memoria storica della nazione a cui ho accennato, di proporre
qualche intervento sostanziale – chiamiamolo con il suo nome:
UNA LEGGE – a tutela e a valorizzazione dei luoghi della
memoria della guerra, della resistenza e della deportazione? Non è forse
il momento da parte nostra provare a definire uno STATUTO DEI LUOGHI
DELLA MEMORIA che ne identifichi compiti e caratteristiche e sul
quale chiedere adeguate forme di riconoscimento, di tutela e di
finanziamento? Non è forse il tempo, a un anno dal rinnovo
di molti consigli regionali, di sollecitare su questi problemi
le forse politiche che ancora si richiamano ai valori dell’antifascismo,
invitandole ad inserire nei loro programmi la valorizzazione di
luoghi della memoria come significativo intreccio tra orizzonti
di valori condiviso, difesa della memoria storica, valore ed importanza
del turismo culturale, proposta didattica per le scuole?
La
seconda questione su cui vorrei spendere alcune parole riguarda
il problema
dell’attività con il mondo della scuola.
Molti dei partecipanti hanno una esperienza specifica in questo
campo, e lascio a loro il compito di approfondire il tema della
didattica che rappresenta sicuramente uno dei punti di forza e
di maggior lavoro di chi opera nei luoghi della memoria. Qui vorrei
semplicemente richiamare il tema della scuola e della didattica
in rapporto alla questione della crisi della cultura antifascista
che è uno dei fulcri di questo intervento.
Non possiamo nasconderci che se la cultura dell’antifascismo è in
crisi non è solo per causa di attacchi pretestuosi e spesso
schematici, ma per ragioni concettuali più profonde. Tra
esse qui mi preme richiamare il ragionamento di quanti individuano
l’impossibilità di leggere, capire, spiegare il mondo
attuale e i problemi della globalizzazione attraverso l’apparato
di concetti, valori, senso dello spazio e della storia riconducibile
proprio alla cultura dell’antifascismo, al modo di vedere
la storia e il mondo che da essa ne consegue.
Questione di grande complessità alle quali qui non è possibile
dedicare il tempo che sarebbe necessario. Ciò che mi preme
rilevare è la seguente considerazione: forse è vero
che la storia della guerra e dei movimenti di liberazione, e l’universo
culturale e di valori che ad essi si ispirano, da soli non sono
più in grado di offrire gli strumenti generali per comprendere
la complessità dei problemi del presente, tuttavia essi
offrono ancora spunti preziosi anche in questa direzione.
Mi pare di poter dire che è in particolare il lavoro che
lega i luoghi della memoria all’elaborazione che si sviluppa
attraverso le scuole di pace che può svolgere un ruolo di
primaria importanza per aiutarci a comprendere, e a far comprendere
il mondo attuale i suoi problemi, e alcune delle caratteristiche
dei suoi scenari geopolitici. I teatri di guerra, i temi ricorrenti
dell’oppressione dell’uomo sull’uomo, l’affermarsi
di nuovi fondamentalismi e di scontri tra civiltà, l’inquietante
ripresa di forza dell’incultura razzista, la stessa facile
confusione e intercambiabilità con cui sempre più spesso
si parla di terrorismo e di resistenza, giustapponendo e confondendo
tra di loro questi concetti, sono tutte questioni che rischiano
di restare astratte, incomprensibili e lontane se alle generazioni
più giovani non si offrono strumenti per impadronirsene
e per ragionare su di essi attraverso la loro evoluzione storica.
I luoghi della memoria possono diventare – e già lo
so - le istituzioni che consentono alle giovani generazioni di
toccare con mano che cosa è una guerra, che cosa è un
eccidio; in che modo l’incultura dell’intolleranza
e del razzismo ha percorso, e percorre, il nostro occidente.
E i luoghi della memoria e le scuole di pace possono offrire strumenti
per riflettere sul modo in cui una intera generazione (in altri
termini: la cultura dell’antifascismo e della resistenza)
ha saputo trovare in se stessa la capacità e la forza di
opporsi al dramma del fascismo e del totalitarismo, attraverso
un nuovo orizzonte di valori e di comportamenti.
Credo dunque che su questo terreno ci sia davvero l’occasione
per dimostrare che è possibile rispondere il positivo a
chi propone giudizi troppo affrettati e definitivi sulla possibilità,
per la cultura dell’antifascismo, di poter essere uno strumento
adeguato per interpretare il presente.
Senza memoria storica, senza la capacità di conoscere il
passato, non è possibile comprendere il presente, ma non
solo: senza la capacità di confrontarsi con l’universo
di valori morali che hanno consentito all’Italia e all’Europa
di lasciarsi alle spalle il fascismo e i totalitarismi, senza cioè una
riflessione certamente critica, ma non affrettata e distorta sulla
cultura dell’antifascismo, non è possibile rispondere
ai problemi dell’oggi ed offrire alle generazioni più giovani
un orizzonte di valori e un’idea dell’uomo con la quale
confrontarsi.
E’ una sfida di grande portata, e i luoghi della memoria
insieme agli istituti storici della resistenza hanno in questo
senso una grande responsabilità e delle risposte da dare.
Un
terzo ordine di problemi riguarda la questione degli allestimenti:
degli allestimenti
museografici, in primo luogo, ma anche dei sentieri
della memoria e dei percorsi urbani. Anche qui il tema è assai
complesso, e ho l’impressione che proprio su questi aspetti
queste nostre giornate potranno essere particolarmente positive..
Qui voglio richiamare solo due questioni, o meglio: proporre un
interrogativo e segnalare un’opportunità.
L’interrogativo me lo pongo a partire dalla natura stessa
dei nostri luoghi di memoria. Essi infatti quasi sempre sono situati
su quella che viene definita la scia di sangue lasciata dalla guerra,
dalla presenza nazifascista, dai percorsi della deportazione. Si
tratta cioè di luoghi che ricordano e rievocano eccidi compiuti
su partigiani e civili, deportazioni, luoghi di sofferenza e di
tortura, siti di transito verso i campi di concentramento, bombardamenti
sulle città. E’ quindi una memoria dolente quella
che essi in genere propongono, è l’aspetto più efferato
e terribile degli anni 1940-1945 che essi rievocano.
Ho l’impressione che quando si ripropone questa memoria,
la quale come ho appena detto deve naturalmente essere valorizzata
e non solo per ragioni etiche o di omaggio ai caduti, contenga
però in se un rischio sempre incombente, che va al di là degli
intenti dei promotori delle iniziative e degli allestitori delle
mostre o dei musei: quello di proporre una ricostruzione solo parziale
della guerra e soprattutto della resistenza, una ricostruzione
incentrata se quegli aspetti che, appunto anche a prescindere dagli
intenti espliciti, può facilmente indurre alla retorica,
o comunque restituire un’immagine retorica degli avvenimenti,
incentrata sul sacrificio e sul senso dell’eroico.
So che riguardo a questo rischio siamo piuttosto attrezzati, che
l’intreccio tra resistenza e territorio è, ad esempio,
l’orizzonte di lavoro quasi sempre praticato; che i cosiddetti
musei diffusi che propongono gli scenari cittadini della guerra
e della resistenza si occupano necessariamente di questioni molto
complessi. Tuttavia mi pare che il problema sia reale e l’interrogativo
che mi pongo, e che mi piacerebbe discutere è appunto questo:
non c’è il rischio di proporre una visione parziale
degli avvenimenti del biennio 1943-1945, che non coglie le diverse
sfaccettature del movimento partigiano, e che finisce con il restituire
un immagine appiattita e un po’ retorica del movimento partigiano,
della guerra nelle città?
Torno a dire: lo pongo come interrogativo, e mi piacerebbe che
ci si potesse discutere.
L’opportunità riguarda invece l’utilizzo delle
fonti orali.
Negli anni Ottanta, sulla scorta di quanto avveniva soprattutto
nel mondo anglosassone, anche in Italia si sviluppò un vasto
interesse intorno alle fonti orali, sia sotto il profilo epistemologico,
sia per il moltiplicarsi di ricerche dedicate in particolare allo
storia delle mentalità incentrate sull’uso delle testimonianze
orali. In particolare la storia delle donne, la storia del movimento
operaio, e la storia del movimento partigiano si sono avvalse in
modo massiccio ed estremamente proficuo di queste fonti.
Poi, l’interesse è andato via via affievolendosi,
anche se le ricerche sono continuate e gli archivi di testimonianze
orali hanno continuato ad arricchirsi di nuovi fondi.
Ecco, io penso che proprio i luoghi della memoria, insieme agli
istituti storici della resistenza, siano le istituzioni culturali
capaci di riprendere il filo di quel percorso di ricerca di riflessione,
con l’obiettivo di dar vita a una nuova stagione di studi
ma anche di raccolta di testimonianze e di salvaguardia dell’esistente.
Penso in primo luogo a un problema urgente, che è quello
di salvaguardare, riversandole su supporti adeguate, testimonianze
preziose e orami uniche (anche questo è una questione che
rimanda al tema dei finanziamenti, da affrontare se ne siamo capaci
non in ordine sparso).
E penso poi anche all’importanza che potrebbe avere, dove
il trascorrere del tempo ancora ce lo permette, tornare ad intervistare
i protagonisti della resistenza venti o trent’anni dopo la
prima raccolta della loro testimonianza; e penso soprattutto al
lavoro innovativo che rappresenterebbero nuove “campagne” di
interviste orientate a ricostruire le biografie partigiane, ma
anche dei deportati, negli anni successivi alla liberazione, studiare
cioè le forme e i modi in cui gli uomini che hanno vissuto
quelle esperienze le hanno sapute, e potute, riportare nella storia
dell’Italia repubblicana.
Abbiamo pensato a questo nostro appuntamento come il primo di una
serie di incontri annuali, dedicati di volta in volta a un tema
specifico e mi auguro che da questi nostri due giorni di discussione
possa scaturire l’indicazione di un tema sul quale lavorare
e incontrarci di qui ad un anno.
Lasciatemi allora concludere proponendo anch’io un possibile
tema sul quale mi piacerebbe poter discutere.
Il tema è quello della memoria, della trasmissione e della
percezione della memoria e della sua organizzazione.
Non vorrei farla troppo grossa, ma per brevità ve la propongo
così.
Il passaggio dalle società a memoria orale a quelle basate
sulla memoria scritta hanno comportato e un progressivo allentamento
della memoria e ad una sua riorganizzazione.
Forse non siamo di fronte a una svolta altrettanto epocale, anche
se solo il tempo potrà dircelo, ma sicuramente le generazioni
cresciute nell’epoca del computer e delle immagini, dei dvd
e dell’informatica, dell’elettronica e di Internet
ci impongono di ragionare sulle nuove caratteristiche della memoria
e della sua organizzazione.
Il tema del passaggio della memoria impone una riflessione non
affrettata anche su questo terreno, che non è più eludibile,
e non può essere affrontato solo fotografando il problema:
occorre invece conoscerlo e ad analizzarlo correttamente.
Come organizzare un luogo della memoria? Come riproporre glia avvenimenti
del passato? Come restituire il senso delle esperienze e delle
soggettività dei protagonisti delle vicende e delle storie
che sono l’oggetto del nostro lavoro?
Come fare tutto questo senza indulgere a facili mode e ammiccamenti,
ma anche senza evitare di fare i conti con la necessità di
veicolare correttamente i segni e i messaggi che intendiamo proporre?
Da questi interrogativi non si può sfuggire, perché ne
va del senso stesso delle nostre esperienze e delle strutture a
cui dedichiamo il nostro impegno.
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