L'obiettività probabilmente non esiste, ma la faziosità
sì. E, se si vuole, si può ampiamente evitare. E'
questo l'intendimento che ci proponiamo nell'aprire una rivista
di storia contemporanea diretta al grande pubblico in un momento
in cui si discute molto di questo argomento, soprattutto a livello
politico. C'è chi afferma che la storia degli ultimi cento
anni andrebbe riscritta completamente perché chi ha fatto
storia è stato mosso soprattutto da una visione apologetica
nei confronti delle forze politiche vincenti, c'è chi afferma
addirittura che i testi che vanno ai ragazzini delle scuole dovrebbero
essere controllati da una commissione, prima di essere messi in
vendita, c'è chi usa la storia come vera e propria arma
politica per verificare la democraticità degli avversari,
c'è chi si limita a fare il trombone e si comporta come
un vescovo offeso ogni volta che sente mettere in dubbio le sue
verità.
Ebbene,
in questo polverone Milienovecento non ha alcuna intenzione di
entrare: ovviamente non vivremo sulla luna, sappiamo che certi
dibattiti storicopolitici ci sono e quando sono fra studiosi di
buon livello tecnico bisognerà certamente darne conto,
ma non ci interessa prendere posizione a favore dell'uno o dell'altro.
Con ciò non abbiamo la pretesa di essere obiettivi, di
essere al di sopra delle parti, ma di non essere faziosi, come
dicevamo all'inizio, sì. Uno storico revisionista sul fascismo,
per quanto ci riguarda, non è un avversario o un amico,
ma semplicemente un signore che va preso in considerazione per
la validità degli argomenti che riesce a produrre. In nessun
dibattito accetteremo mai che uno studioso venga bollato in quanto
vicino o amico di una parte politica, la dietrologia dei cui prodest
non ci interessa. Qualunque storico abbia dei materiale interessante,
degli studi seri alle spalle troverà sempre il massimo
interesse da parte nostra.
Non
a caso questa linea è già presente in questo primo
numero di Millenovecento: al di là dei servizio di copertina,
affidato a Thomas G. Fraser, considerato universalmente uno degli
storici più competenti e più obiettivi sui rapporti
arabo-israeliani, gli altri collaboratori sono tutti storici di
ottimo livello e provenienti
dalle più disparate esperienze. Comunque personaggi dei
calibro di Andrea Riccardi, Bruno Tobia, Orio Caldiron e diversi
altri, che compaiono nelle pagine di Milienovecento, hanno alle
spalle una carriera e un tale numero di pubblicazioni da renderli
inattaccabili sul piano della competenza storica.
Ed
è infatti questa una delle nostre ambizioni: realizzare
una rivista con un impianto scientifico ineccepibile. Sulla storia
contemporanea parlano tutti e tanti scrivono libri. Spesso però
il livello di chi scrive o di chi parla non è dei più
elevati e certe operazioni commerciali storico-giornalistiche
fanno semplicemente rabbrividire per il dilettantismo o l'enorme
quantità di imprecisioni o di errori che vengono spacciati
come verità rivelate. Da parte nostra intendiamo pubblicare
articoli solamente di storici o ricercatori che abbiano un'ampia
esperienza e di una comprovata capacità. Tendenzialmente
vorremmo evitare le collaborazioni di giornalisti che si improvvisano
storici, salvo rarissime eccezioni.
Certo, gli storici talvolta sono noiosi, sono abituati, specie
in Italia, a rivolgersi a un pubblico di specialisti in grado
di capire un linguaggio per iniziati. Ed è proprio su questo
di punto che entreranno in azione i giornalisti che partecipano
a Millenovecento: i testi infatti vanno spesso lavorati, spezzati,
resi piacevoli anche per chi non è un docente
universitario. E' necessario aggiungere un ampio corredo di foto,
disegni, documenti che rendano scorrevole la lettura: anche chi
non è uno specialista, anche chi non ha una laurea in storia
ha tutto il diritto di essere informato con la massima serietà,
ma con altrettanta piacevolezza. Questa è la nostra ambizione
e pensiamo che sia possibile. Un'altra ambizione è di comprendere
le radici lontane degli avvenimenti di oggi: vorremmo fare dell'attualità
attraverso la storia. Il primo esempio è proprio il pezzo
di copertina sulla guerra dei sei giorni, individuata come l'avvenimento
chiave dell'ultimo mezzo secolo in Medio oriente e la radice vera
di una pace che, dopo oltre mezzo secolo, non si è ancora
trovata.