Storie di persone comuni. I perché di una mostra  
di Giulio Massobrio

 


"IN TEMPO DI GUERRA": LA MOSTRA
"IN TEMPO DI GUERRA": MATERIALI DI APPROFONDIMENTO

 

 

 

 

1. Un giacimento da esplorare
Alla base dell’idea della mostra c’era la volontà di far affiorare quelle tracce di memoria costituite dalle fotografie scattate in un periodo segnato, per Alessandria e per il resto d’Italia, da un susseguirsi continuo di stati di guerra o di quasi guerra. Sembrava infatti scarsamente probabile che il materiale fino ad ora noto, e molto esiguo, esaurisse la produzione fotografica di un periodo lungo, importante e, non così lontano da noi da rendere impossibile una ricerca fruttuosa.
La questione toccava profondamente il senso stesso della Fototeca civica, un’istituzione nata proprio con lo scopo di raccogliere, conservare e rendere disponibile il patrimonio fotografico e cinematografico riguardante Alessandria e il suo territorio.
Di qui è nata l’ipotesi che, nonostante le perdite dovute al tempo e ad eventi calamitosi come l’alluvione del 1994, deve ancora rimanere, presso i privati, una vasta quantità di testimonianze fissate dalla macchina fotografica: molti di coloro che hanno vissuto questi fatti sono ancora vivi o, almeno, lo sono i loro figli e nipoti e, per lo meno dagli anni Trenta, la macchina fotografica ha cessato di essere strumento di pochi professionisti.
Si è allora iniziata una campagna di ricerca delle fonti fotografiche e cinematografiche che si è svolta su due direttrici principali: il contatto diretto con persone che hanno vissuto i fatti in qualche modo da protagonisti, sorta di testimonial storici cui chiedere di frugare nei propri archivi o in quelli di persone da loro conosciute, e la ricognizione sistematica di fondi d’archivio conservati da istituzioni e associazioni non solamente in Alessandria, ma anche in Italia e all’estero.
Abbiamo escluso una sola metodologia di ricerca, quella dell’appello pubblico, che ci appariva pericolosa, potendo facilmente portare a una risposta ridondante e scarsamente significativa.
I risultati quantitativi sono stati superiori alle nostre più ottimistiche aspettative: decine di fondi privati e pubblici censiti per un totale di più di tremila fotografie raccolte, il che, se ci riempie di legittima soddisfazione, ci induce a pensare che quella emersa sia solamente la punta di un iceberg e che il complesso di memorie fotografiche ancora celate costituisca un enorme giacimento tutto da esplorare.

2. Il percorso verso la mostra
Certamente le fotografie esposte in mostra non raccontano la Storia di Alessandria e nemmeno forniscono un’interpretazione storica di un periodo complesso e contraddittorio. Né, d’altra parte, Alessandria può essere vista come un caso esemplare, da studiare e analizzare in quanto esempio emblematico di una situazione, di una vicenda generale.
Emergono, invece, dall’analisi delle fotografie, la molteplicità, la parzialità e la contraddittorietà dei punti di vista. Se ciò esclude la possibilità di scrivere la Storia di Alessandria tramite le immagini esposte, consente invece di presentare un quadro vario, ampio, pieno di luci e ombre della città e dei suoi abitanti nel periodo storico considerato.
Del resto la mostra è costruita sulla base del materiale che ci è pervenuto e che siamo stati capaci di trovare, non di tutto il materiale possibile. Certamente vi sono omissioni e ridondanze: mancano fatti, persone e luoghi di cui avremmo voluto parlare e sono descritti doviziosamente momenti e personaggi minori, (sempre che di un’epoca storica si possa parlare attraverso tipi significativi, cosa di cui non sono affatto convinto).
La stessa organizzazione della mostra in sezioni e pannelli risponde essenzialmente allo scopo di sistematizzare il materiale pervenuto. In un certo senso, anzi, il disegno di percorso che abbiamo realizzato costituisce esso stesso una forzatura, in quanto ha costretto il racconto, per ovvie necessità espositive, entro limiti rigidi che contrastano con la lettura disordinata, ma emotivamente coinvolgente, che la casualità dei ritrovamenti suggeriva. Ne è prova e testimonianza il cammino che noi stessi abbiamo fatto lavorando a questo progetto.
Assodato che di mostra di fotografie si trattava (e non di mostra storica su Alessandria), pensavamo a un percorso articolato su tre sezioni: foto di propaganda, foto di documentazione, foto di ricordo, o personali. La prima traeva spunto dall’ampio uso fatto della fotografia in termini di sostegno all’azione bellica, non solamente in Italia, e tendente da un lato a esaltare i presunti caratteri nazionali, e dall’altro a denigrare il nemico. La visita al Bundesarchiv di Coblenza, motivata dalla ricerca di immagini di Alessandria scattate dall’esercito tedesco, costituì il primo importante momento di ripensamento del progetto originario. Lì eravamo infatti di fronte alla realizzazione concreta, operativa e sistematica della volontà di fare propaganda: tutto era studiato, programmato e realizzato a questo fine. La perizia e la capacità tecnica, evidenti nelle fotografie delle Propaganda Kompanien, erano evidentemente parte integrante e non secondaria del progetto propagandistico.
Quando le immagini relative alle manifestazioni del periodo fascista iniziarono ad affluire, ci convincemmo che l’idea della foto di propaganda diversa da quella di documentazione non era, nel nostro caso, perseguibile. Era infatti impossibile distinguere fra foto che documentavano fatti e situazioni collettive e foto dichiaratamente propagandistiche. Era tale la quantità di parate, adunate e sfilate e tanto ampia quella di persone in uniforme che compivano collettivamente riti identici, da non poter più capire quale significato principale dare alle immagini che, giova ricordarlo, erano prese per lo più da dilettanti, non da operatori dell’Istituto Luce.
D’altra parte, le manifestazioni del regime erano contemporaneamente eventi (documentabili), e grandi strumenti di consenso (propaganda). L’unica eccezione presente nella nostra raccolta é costituita dalle fotografie dedicate alla visita in città di Mussolini nel 1939 e, non a caso, alcune sono proprio scattate da operatori dell’Istituto Luce. Qui siamo in presenza di un taglio di lettura preordinato nel quale la città costituisce il fondale doveroso, addobbato all’inverosimile, della scena nella quale si muove il Protagonista, attorniato da una miriade di attori minori. Intorno e sullo sfondo sta il popolo osannante, una sorta di coro greco chiamato a far risaltare il successo e la potenza del Capo. Diverso è, invece, lo scatto del fotografo dilettante che perde il senso dell’azione complessiva per riprendere il gruppo di balilla, le bellocce sul palco, l’amico avanguardista che fa le smorfie all’obiettivo. In un filmato amatoriale girato per l’occasione della visita di Mussolini, (la cui pessima qualità ne ha impedito l’esposizione in mostra), si nota nettamente quanto andiamo dicendo: la cinepresa è tenuta alta sulla testa e l’errato punto di vista, accompagnato dall’eccitazione del momento, fanno sì che sulla pellicola rimangano impresse chiaramente la macchina di scorta della sicurezza e l’auto dell’Istituto Luce e compaia invece in pochi mossi fotogrammi l’immagine di Mussolini che sfreccia sfocato e appena riconoscibile.
Non ressero nemmeno le ipotesi iniziali rispetto al rapporto fra documentazione e ricordo, fra foto di gruppo di soldati al fronte (documento di una campagna di guerra) e l’uso fatto della stessa immagine, mandata a casa per tranquillizzare, far capire che lui non è solo, è al sicuro, fra amici. Dall’altra parte la famiglia gli restituisce immagini rasserenanti: lei con i bambini, i genitori, i parenti. Sullo sfondo la città, con le sue vie, le piazze, i giardini costituisce un documento parziale: per ovvii motivi non si vedono mai le macerie dei bombardamenti.
D’altra parte questa raccolta di tremila e duecento immagini racconta molto raramente la guerra in senso stretto, i combattimenti, il sangue, la morte. Narra piuttosto il vivere quotidiano, il tirare avanti nonostante tutto, la volontà di non lasciarsi travolgere. Le persone, quasi sempre in posa, sorridono all’obiettivo cercando di trasmettere un senso di sicurezza e di presentare il meglio di sé.
Altri sorridono di coraggio, taluni di serenità. Pochissimi piangono o sono tristi, preoccupati, spaventati e sono sempre foto rubate, scatti impietosi di cui i soggetti non si accorgono.
In questo senso la foto di ricordo, personale, finisce quasi sempre per prevalere sul documento.

3. La mostra: un discorso aperto
A partire da queste considerazioni il percorso originale è stato interamente rivisto: la mostra è un discorso lasciato volutamente aperto, che cerca di fissare dei punti di partenza e non vuole, né può, fornire delle risposte. L’unica cosa certa, evidente, è l’orrore indicibile della guerra, ancora più terribile quando sembra che tutto sia normale, perché il peggio esiste comunque, anche se celato.
Per queste ragioni la mostra si articola in due grandi sezioni, di cui ciascuna rimanda all’altra a significare la complessità e l’indissolubile relazione esistente fra i diversi aspetti della vita della città e dei suoi abitanti in un periodo di tempo segnato dalla guerra, non solo quella combattuta, ma anche quella temuta, quella esaltata, quella che si fa comunque sentire sullo sfondo del vivere quotidiano.
C’è un andamento cronologico in ciascuna delle due sezioni, in una sorta di doppio va e vieni che continuamente richiama l’altra sezione, faticoso forse, ma necessario per tentare di ovviare alla distanza temporale – e culturale – fra il lettore di oggi e gli autori e i soggetti di ieri.
La contraddittorietà delle immagini rappresenta la contraddittorietà delle situazioni reali e delle loro rappresentazioni, inutile cercare risposte certe, le letture possibili sono, per definizione, infinite.
Questa è anche una mostra di pudori, di azioni trattenute, di respiri bloccati davanti alla macchina fotografica. Guerra come partita a carte fra gli amici, parate di regime come scampagnate, esercitazioni militari come attività sportive. Tutto falso e, al contempo, tutto vero. I due ufficiali giocano a carte, a due passi dai russi, a pochi mesi dalla sconfitta. Sono ritratti sorridenti, sereni, ma c’è, come sempre dell’altro: negli occhi, nei gesti brilla l’amicizia, il cameratismo, quel sentimento che spesso unisce gli uomini in pericolo.
D’altra parte le persone in parata, nere, esprimono la compattezza doverosa in un regime programmaticamente disattento ai bisogni individuali. Contemporaneamente, però, testimoniano l’accettazione di massa, l’incapacità di creare (e crearsi) alternative, la mancanza di modelli altri cui rifarsi, perfino la comodità della banalità, irrimediabile prodotto della macchina del consenso di qualsiasi regime totalitario.
Questa è anche una mostra di persone vive (pochi i morti e solo dell’ultimo periodo della seconda guerra, quando la situazione impedisce a tutti di continuare a fingere una normalità che non esiste). Eppure noi sappiamo ciò che loro solo temono. Sappiamo che molti di loro sono stati travolti dalla guerra, caduti sui vari fronti o che “dal dicembre 1942 non” hanno “più dato notizie di sé”, che sotto le macerie su cui razzola una gallina ci sono morti veri, non gelide statistiche di un debriefing dell’aviazione americana.
Ci sono anche delle stupefacenti assenze. Per esempio, dove sono i tedeschi? Nelle foto se ne vedono pochi: qualcuno a una conferenza al teatro municipale nel 1941, due nel 1944, in una città plumbea che tiene ostentatamente chiuse porte e finestre. Uno sta partecipando a un funerale militare, l’altro è impalato nel saluto al monumento ai caduti. Ambedue emergono dal dimenticato archivio della Commissione provinciale di epurazione. Ce n’è un altro, attento e, malgrado la buona volontà, del tutto fuori posto nella cella di Andrea Vochieri in cittadella; molti, infine, feriti su un pontone che sembra la zattera della Medusa. Di tutti loro ci sono comunque restituiti i simboli: palchi addobbati del Teatro, la sala delle adunanze del Fascio Repubblicano, in cui la svastica si sostituisce al tricolore.
E ci sono i paradossi (i pompieri che montano cannoni), le megalomanie (fiere come parate di regime), il surreale (parate come fiere) e l’impietosa didattica della morte (i partigiani uccisi), liberatoria dopo tante – troppe – mistificazioni.
La guerra sembra essere talvolta anche un’esperienza di famiglia. E’ il caso dei Vivani, padre e figlio che combattono due guerre parallele, uno sull’Adamello, l’altro nella lontana Macedonia. E’ proprio la grande guerra, quella delle montagne e l’altra, dimenticata, dei fronti minori, che segna il passaggio fra due secoli, fra l’iconografia romantica dell’Ottocento - i cagnolini in braccio, le mascotte dei soldati - e la disperazione del Novecento – i cimiteri a ridosso delle trincee, come dire per l’eternità in guerra. Attenzione, però, le immagini da sole possono ingannare: le foto dell’archivio di Coblenza, che si riferiscono alla seconda guerra, una del Novecento, sono ancora piene di cagnolini in braccio a soldati, ma forse in questo caso si tratta non di mascotte, ma di un legame con la normalità, lontana, del tempo di pace, sfruttato sapientemente dai propagandisti di Signal, tesi a dimostrare l’umanità del soldato germanico.
L’elemento comune, quello sempre presente, nella prima e nella seconda guerra, in Africa, in Russia, sul mare, è la crocerossina. E’ l’immagine della vita, bianca, una madre putativa, ma anche - spesso – un’immagine di sogno, elegante, con le lunghe gambe di attrice americana sul ponte di un ospedale galleggiante, o con il piede appena sollevato a toccare terra con la punta della scarpina, in eccezionale contrasto con la postura un po’ rigida, doverosa e professionale. Il richiamo a Hemingway è immediato, folgorante.
In città, per strada, ci si fa fotografare sempre negli stessi posti, sorta di luoghi obbligati e di inquadrature di sicuro risultato: in corso Roma, preferibilmente, all’altezza dei portici e rigorosamente in cammino.
E chi direbbe mai che tanti alessandrini hanno fatto il marinaio, alcuni sui maiali all’attacco di un’altra Alessandria, dubbio privilegio degli operai della Mino.
Molto si potrebbe ancora dire: prima fra tutto la voglia di raccontare antiche storie ignorate da parte di coloro che ci hanno prestato le foto per questa mostra. Esiste un necessario rapporto fra foto e parola. Senza il racconto non avremmo mai saputo interpretare alcune immagini, all’apparenza innocue, come quella dei due anziani che sembrano riposarsi nel giardino di casa e, invece, sono a Ginevra, esuli dall’Italia fascista perché ambedue, marito e moglie, sono socialisti, o come quella in cui si vede una normale famiglia, padre, madre, una bambina. Senza le parole che raccontano, è impossibile capire dalla sola foto che sono ebrei, clandestini in pieno ’44, sotto falsi nomi meridionali, lei con un cappotto troppo rigido e freddo, di lana autarchica.
Trovare queste foto, recuperarle, metterle a disposizione della conoscenza, fare emergere i racconti che le accompagnano è un modo, anche, di dare loro un valore nuovo, generale, e una via per conservarle, impedendone la perdita o la distruzione.
Per questo, anche, è una mostra di originali, forse talvolta difficili da leggere, di non ottima qualità, ma comunque preziosi. Non solo per le storie che raccontano, ma anche per la loro materialità che crea un legame oltre il tempo con gli autori e i soggetti. Le copie in mostra sono poche e inserite solamente quando abbiamo ritenuto che non fosse possibile ritrovare gli originali di fotografie significative. Pochissime sono le immagini reperite su Internet, inserite in mostra anche per segnalare questo nuovo mezzo di diffusione, tutto ancora da studiare, e per porci una domanda sull’uso della foto digitale, sulla relativa facilità di intervenire sull’originale, sull’assenza – forse – di un vero originale. Il che, in tempi di spasmodica ricerca di consenso, dovrebbe far meditare.
Una cosa, l’ultima, vorrei ancora ricordare.
E’ l’entusiasmo, la disponibilità di coloro che ci hanno prestato le loro foto, spesso l’unica cosa materiale che ancora lega i vivi a coloro che se ne sono andati.
Sono persone – non gente - legate da un filo indissolubile con altre persone che dal passato arrivano fino a oggi nelle immagini fissate dalla macchina fotografica.
A queste persone che ci hanno prestato i ricordi dedichiamo la mostra, grati della loro generosità e della, stupefacente perché collettiva, comprensione del valore sociale delle loro memorie private.

 

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