Introduzione  
di Roberto Botta


"IN TEMPO DI GUERRA": LA MOSTRA
"IN TEMPO DI GUERRA": MATERIALI DI APPROFONDIMENTO

 

 

 

 

C’è una ragione generale, e ce n’è una specifica, che fanno di questa pubblicazione, e della mostra a cui si ispira, un momento importante per la cultura alessandrina e per la città stessa.

La questione generale riguarda la memoria e il senso del passato: in un’epoca in cui il rapporto con la nostra storia sta diventando sempre più labile, bisogna guardare con favore ad ogni serio tentativo di opporsi alla perdita di memoria, la cui conseguenza inevitabile diventa l’incapacità di comprendere i problemi del presente e le loro radici.
Sottolineare la vocazione autodistruttiva di Alessandria non è una novità, ma un discorso concretamente specifico merita la sua memoria fotografica: tra archivi malconservati o portati via dall’acqua, testate giornalistiche che disperdono i loro archivi di immagini, antichi studi fotografici per i cui archivi non esiste un programma di recupero e salvaguardia, il panorama è desolante e invoca un rimedio urgente. Questa mostra, legata come è alla già avviata costituzione di una fototeca comunale, è un segno, ci auguriamo non sporadico, di una corretta attenzione alla tutela della documentazione visiva cittadina ormai non più differibile.

La ragione specifica riguarda invece il tema della mostra e della pubblicazione. Un tema di drammatica attualità, al punto che mentre scrivo non so in quale scenario politico, tra qualche settimana, queste note verranno lette. Una considerazione forse banale, ma che racchiude in sé il senso di precarietà della convivenza pacifica per la quale, proprio in questi giorni, milioni di cittadini del mondo hanno manifestato.
Il secolo appena concluso non ha regalato al mondo molti anni di pace: certo, per noi italiani, abituati per un ventennio a ritenere, come recitava lo statuto del partito fascista, che “solo la guerra […] imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla “, gli ultimi cinquant’anni sono stati un lungo periodo di pace, ma molti popoli della terra hanno continuato a soffrire e a morire vittime della guerra. E l’inizio del nuovo secolo ci offre, in flagrante contraddizione con le speranze di molti (e le dotte analisi in auge un decennio fa), scenari ancora più inquietanti.
Tra i molti modi per dire no alla guerra, ad ogni guerra, c’è anche questo: proporne, attraverso la cruda realtà delle immagini che la raccontano, il carico di orrori, di sofferenze, di morte. Mettere sotto gli occhi di tutti cosa è veramente una guerra, cosa lascia nei corpi e nelle menti dei soldati e delle popolazioni civili sempre più coinvolte nei “moderni” confitti.
Queste immagini però non parlano solo di distruzione e di morte, parlano anche di consenso. Guardiamo bene queste foto: ci dicono che ogni guerra ha bisogno di modellare le coscienze, di riplasmare i valori condivisi, di rifondare le identità, di manipolare l’informazione, ha bisogno, soprattutto, di un nemico.
Ecco, mi auguro che osservare queste fotografie delle nostre guerre, degli orrori al fronte e nelle città, e delle forme di consenso che le hanno preparate e accompagnate, ci possa servire per comprendere meglio il valore della pace.
Se questa iniziativa culturale saprà anche aiutarci a rinsaldare in noi i valori della libertà, della democrazia, della solidarietà tra i popoli avrà raggiunto un obiettivo importante.



Roberto Botta
Direttore Istituto per la storia della resistenza
e della società contemporanea in provincia di Alessandria

 

 

 

 

 

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