|
*discorso
pronunciato durante il funerale civile di Carlo Gilardenghi a Palazzo
Ghilini, Alessandria, il 13 settembre 2003

Valenza
29 aprile 1945: da sinistra Bellora, Bonicelli, Gilardenghi, Lenti,
Prandi

Un'immagine
recente di Carlo Gilardenghi
|
|
Una
lucida passione, una volontà di razionalità e di azione
coerente venivano a Carlo Gilardenghi da lontano, da quanto aveva
assorbito fin da ragazzo dal suo maestro comunista Giuseppe Burzi,
implicato con Ottavio Maestri e Walter Audisio negli arresti del
1934, e dall'altro comunista l’appassionato ed esuberante
musicista Dante Mandirola. Venivano dai suoi libri di bravissimo
studente e di accanito lettore, dalla sua ricerca nella città
di un contatto prima con l'opposizione antifascista poi, decisamente,
con quella comunista. Lo conobbi infatti a casa mia in un incontro
con mio padre Ottavio e, sapendomi studente, mi chiese in particolare
se mi piaceva Aristotele. Trovo in questo un'indicazione della sua
vocazione razionalistica che lo porterà, accanto ad un forte
senso storico, a Marx e poi a Gramsci.
Il
suo curriculum lo conosciamo: organizzatore del Fronte della gioventù,
legato ai Gap di Alessandria e poi partigiano combattente e commissario
politico della 108 Garibaldi, divisione Pinan Cichero, nel dopoguerra
a lungo consigliere comunale e assessore alla cultura, vivo e agguerrito
nei numerosi dibattiti politici e culturali della provincia, fra
i fondatori dell'Istituto storico della Resistenza e suo Presidente
e autore di interventi e saggi e memorie soprattutto nei "Quaderni"
dell'Istituto.
Contemporaneamente
presente nella vita dei PCI alessandrino e membro del suo Comitato
federale con contributi memorabili.
Ma
questo suo curriculum non può essere risolto con un semplice
elenco cronologico, vorrei dirvi la sua presenza umana, lo spirito
con cui affrontava i problemi. Cogliere in lui la particolarità
dell'intellettuale gramsciano per l'interesse alla storia e alle
sue aggregazioni politiche e culturali, per la convinzione che il
marxismo doveva arricchirsi di analisi e proposte concrete e di
adesione ad una politica di vaste alleanze e di ampia partecipazione
democratica, del resto in linea con il PCI.
La
sua passione per la storia e la politica si nutriva infatti di una
riflessione razionale e critica capace di affrontare le cose con
una chiarezza gremita di cultura, di ricerca, di attenzione alle
alternative. Era sua fede che la conoscenza e la lotta potessero
migliorare la società, ed era fede lontana da ogni schematismo
o estremismo e "malattia infantile". I suoi interventi
non furono mai a braccio, studiava e si preparava accanitamente,
i suoi schemi, i suoi appunti ordinati e circostanziati ne fanno
fede.
Vorrei
ricordare come si collocava, parlando, davanti ai problemi: l'atteggiamento
del suo volto pensoso e serio, ma insieme disteso, quel suo aprirsi
in un sorriso ironico quando arrivava alle contraddizioni dell'avversario,
solidale quando approvava le idee degli altri. Esponeva chiaro e
sciolto, ma non di una chiarezza schematica, ché si avvertiva
il travaglio della riflessione, la valutazione dei pro e dei contro.
E la sua ironia stava appunto nel sottolineare l'incoerenza, la
bizzaria paradossale di certe opinioni.
Sapeva
anche essere tagliente, severo e accanito, quando avvertiva l'importanza
di certe conclusioni, senza tuttavia uscire dalla misura dell'ironia
e del rispetto.
Con
queste sue caratteristiche si collocava fra gli intellettuali che
la sinistra di questa città ha saputo dare e penso a Lozza,
a Mantelli, a Wanda Ajassa, a Giorgio Guazzotti e più avanti
ad Adelio Ferrero e a Giorgio Canestri.
Intellettuali
che devono rimanere nel nostro DNA e che si collegavano non provincialmente
alle grandi figure della sinistra nazionale per passione politica
e senso storico e vigore culturale, e penso a Togliatti, ad Amendola,
ad Ingrao, a Morandi, a Basso.
E'
stato appassionatamente e lucidamente vivo fino a questi giorni,
anzi nella sua verde vecchiezza ha persino affinato interessi e
capacità di comprensione.
Non
posso dimenticare le sue ultime prove così intense e chiare
in questo nostro panorama nazionale oscuro e confuso: la celebrazione
del 25 aprile di quest'anno, l'intervento accanto al vescovo Charrier
sulla pace.
Ho
sbagliato a dire "celebrazione": erano discorsi argomentati,
che nascevano non solo dall'adesione a scottanti temi comuni , ma
da un intimo colloquio e travaglio e da una ferma soluzione.
Io
ti ringrazio, Carlo, per averti conosciuto, per essermi stato compagno
e amico e aver molto imparato da te.
Questa
città ti ringrazia per la conoscenza e la partecipazione
ai suoi problemi, per la ricchezza dei suggerimenti, delle proposte,
degli interventi.
La
sinistra ti ringrazia per il tuo impegno costante, prima nel P.C.I.,
poi nei suoi più mossi schieramenti, per il rigore onesto
con cui hai partecipato ai suoi dibattiti, alle sue scelte.
E ti
ringrazia la cultura alessandrina per il tuo esempio di razionalità
misurata, critica e ironica.
Qualcuno
mi ha detto che ti aveva in simpatia perché eri "onesto".
E ha dato una giusta definizione.
Onesto
in tutto, nella rigorosità morale e civile, nel vigore delle
argomentazioni, nella calma virtù del dire sì sì,
no no.
Ci
manchi, Carlo, ma anche rimani fra noi, nella mente e nel cuore
di chi ti ha incontrato, ti ha ascoltato, ti ha letto, e di chi
ti leggerà.
Ora
vai, hai bene meritato, ti sia leggera la terra.
|
 |