Autorità, cittadine e cittadini di Alessandria,
e’ stata una recente legge dello Stato, la numero 336 del
20 novembre 2000, a sancire il ritorno ufficiale del 2 giugno
come “Festa della Repubblica”.
Ma le ragioni di questa decisione affondano le loro radici nella
storia della nostra nazione: il ripristino di questa festa nazionale
rappresenta la conclusione di un percorso avviato con coraggio
e decisione dal Presidente Ciampi nel quadro di quella che è
stato definito giustamente un “progetto di religione civile”,
con il dichiarato intento di rafforzare il sentimento di identità
nazionale e di legittimo orgoglio patriottico.
Credo,infatti, che non sia stata causale la decisione di chiedere
al Presidente dell’Istituto storico della Resistenza di
tenere questa commemorazione.
Esiste,infatti, un filo storico indissolubile che unisce la lunga
stagione della lotta resistenziale alla vittoria della Repubblica
nel referendum istituzionale del 2 giugno e successivamente alla
stesura della Costituzione Italiana, promulgata il 1 gennaio 1948.
E’ evidente che il cambio della forma dello Stato dalla
Monarchia alla Repubblica, avvenuta con il voto popolare, trae
le sue origini dalla lotta contro il fascismo e dalla volontà
dichiarata di rompere con il vecchio sistema statuale, fortemente
compromesso con la dittatura mussoliniana.
Il voto per la Repubblica non ha, infatti, significato rinnegare
il ruolo fondamentale che i Savoia ebbero nel tormentato processo
di unificazione dell’Italia nell’800, ma piuttosto
il desiderio di costruire una nuova stagione di libertà
e di stipulare un nuovo “patto di cittadinanza” che
affidasse ad ognuno una maggiore responsabilità civile.
“ Quel giorno del 1946 eravamo giovani “ – ha
detto il Presidente Ciampi nel suo discorso agli italiani il 31
dicembre del 2000 – “ ma avevamo già vissuto
anni tragici. Molti nostri compagni erano rimasti vittime di una
guerra molto crudele, non li abbiamo dimenticati”.
Il 2 giugno 1946 gli italiani – non dimentichiamolo –
sono passati da una condizione di sudditi di una Monarchia regnante
a quella di cittadini di una Repubblica.
Questo aspetto – fuori da ogni intento polemico –
è uno dei grandi significati del voto per la Repubblica,
che ha sancito la fine di un’epoca e la nascita di una nuova
stagione per le istituzioni democratiche.
E’ non credo neppure che sia stato casuale che il 2 giugno
1946 – altro fattore di cambiamento spesso dimenticato –
sia stata anche la data che ha sancito la parità civile
tra uomini e donne, con la chiamata alle urne, per la prima volta
nella storia nazionale, di tutte le donne.
La Repubblica è quindi stata l’espressione più
alta e nobile non già di una ristretta elites intellettuale
e politica – ciò sarebbe avvenuto se la scelta istituzionale
fosse stata, ad esempio, compiuta nell’Assemblea Costituente
– ma la risultante di una grande manifestazione di civiltà
espressa in un voto che diede comunque alla Monarchia, oltre dieci
milioni di consensi, ma consentì alla Repubblica di disporre
di una legittimazione popolare che le ha permesso di non essere
più messa in discussione nei decenni a venire.
Lo storico Pietro Scoppola ha giustamente osservato che “
paradossalmente, questa scelta bipolare, in cui una parte ha perso
e una ha vinto senza possibilità di compromessi, è
stata il frutto di un compromesso dell’Italia repubblicana
con l’Italia monarchica: il referendum è servito
a saldare le due Italie”.
Il referendum svolse dunque una straordinaria funzione di pacificazione
che consentì a tutti gli italiani di riconoscersi pienamente
nella nuova forma statuale prima e nella Costituzione,poi.
Andando a rileggere le cronache e il dibattito politico dell’epoca
si noterà che la scelta del Referendum non fu affatto scontata
e ci si interrogò a lungo sulla giustezza di questa opzione,
a cui in diversi preferivano un luogo più ristretto e politicamente
“più governabile”.
Chi spinse con coraggio, determinazione e lungimiranza per il
Referendum istituzionale fu proprio un uomo in questa provincia,
originario di queste terre, l’allora ministro dell’Interno,
il socialista Giuseppe Romita.
Romita nelle sue memorie mette in evidenza la sua convinzione
profonda che una decisione così importante e decisiva per
il futuro dovesse essere compiuta da tutti gli italiani e non
da un ristretto novero, di pur autorevoli, suoi rappresentanti.
La ragione addotta da Romita era tanto semplice, quanto preveggente:
soltanto un voto maggioritario degli italiani, avrebbe impedito
che il cambio della forma dello Stato diventasse oggetto della
polemica politica e possibile vittima delle inevitabili tensioni
del sistema politico.
Quando Romita e poi con lui i maggiori leader dei partiti popolari
rinati dopo il buio della dittatura fascista, vollero percorrere
la strada del Referendum Istituzionale non sapevano quale sarebbe
stata la conclusione, ma compirono un atto di fiducia nella capacità
degli italiani di comprendere le ragioni di una svolta epocale,
di un taglio netto con il passato, rappresentato dal voto alla
Repubblica.
Il 2 giugno 1946 fu dunque una pagina alta e nobile della nostra
storia democratica e al tempo stesso un passaggio determinante
nella costruzione di una identità nazionale, all’epoca
ancora debole e incerta e messa duramente a repentaglio dalla
retorica propagandistica del fascismo sulla razza italica.
In quel giorno, però, gli italiani e le italiane con il
voto siglarono un patto di convivenza civile che consentì
ai costituenti di stipulare un patto giuridicamente ancora più
forte: la Costituzione Italiana.
Come detto all’inizio, Resistenza – Repubblica –
Costituzione sono intrinsecamente uniti tra loro e la carta costituzionale
rappresenta l’ideale quanto nobile conclusione proprio di
quel percorso di ribellione alle ingiustizie sociale e morali
e di lotta contro le barbarie nazi-fasciste, iniziato con la Resistenza,
affermatosi con la Liberazione e che ebbe proprio nel voto popolare
per la Repubblica la sua consacrazione di massa.
Ecco perché la Costituzione Italiana rappresenta il punto
più alto di un patto istituzionale tra le maggiori forze
politiche e sociali della nazione, che raccogliendo l’eredità
morale della Resistenza è riuscita a proiettare quei valori
fondativi dell’identità civile e nazionale in questi
decenni di libertà e democrazia, che hanno riportato l’Italia,
caduta nel baratro dell’ignominia per l’alleanza con
il mostro hitleriano, nel novero delle maggiori nazioni democratiche
europee e mondiali.
Celebrazioni come queste sono,dunque, utili per alimentare la
memoria storica degli avvenimenti che portarono all’istituzione
della nostra Repubblica e la scelta di far tornare il 2 giugno
“Festa Nazionale” ha il significato di rinnovare idealmente
quel patto di convivenza democratica e civile, scritto con straordinaria
intensità morale, dai Costituenti, su mandato di quei milioni
di italiani che espressero la loro volontà di cambiamento
della forma dello Stato.
Non più un Re, ma un Presidente della Repubblica.
Sempre un uomo solo ad abitare il colle del Quirinale, ma ben
diversa è l’origine della sua legittimazione: nella
Repubblica è del popolo l’origine della legittimazione
del potere di colui che ha sostituito il Re, che invece legittimava
il suo potere nella tradizione.
Possiamo quindi tranquillamente affermare, oggi, a 57 anni di
distanza da quella giornata del 2 giugno 1946, che la Repubblica
Italiana ha radici forti e salde che affondano nella diffusa consapevolezza
dell’importanza della libertà e della democrazia
e in una storia repubblicana che ha permesso al nostro Paese di
garantire ai suoi cittadini una significativa crescita economica
e sociale.
Le Istituzioni hanno il diritto-dovere,però, di alimentare
ogni giorno questa fiducia dei cittadini verso questi valori e
devono sforzarsi di farsi motore di unità e concordia nazionale
e non di divisione e di attacchi ai poteri indipendenti dello
Stato, per dimostrare nel concreto che veramente la “Repubblica”
è “Res pubblica”, ovvero che lo Stato è
veramente “cosa di tutti” e non privilegio di pochi.
Il dualismo tra Monarchia e Repubblica ha radici storiche millenarie
perché con il termine res pubblica i Romani definirono
la nuova forma di organizzazione del potere dopo la cacciata del
Re e al tempo stesso coniarono una parola nuova per esprimere
un concetto che, nella cultura greca, corrisponde a una delle
molteplici accezioni del termine politeia; infatti res pubblica
– si deve a Cicerone questa importante puntualizzazione
- vuole sottolineare la cosa pubblica, la cosa del popolo, il
bene comune, la comunità, mentre chi parla di monarchia,
aristocrazia, democrazia, sottolinea il momento del governo (archia).
Per tornare all’età contemporanea, il 2 giugno 1946
si ripropose in tutta la sua nettezza l’alternativa tra
Repubblica e Monarchia, la lotta tra diritto e privilegio, perché
in fondo l’istituto della Monarchia è proprio la
rappresentazione più alta di un privilegio, il diritto
di trasmissione dinastico e l’idea stessa di nobiltà
altro non sono se non la riaffermazione di una diversità
tra gli uomini che invece non esiste in natura.
Repubblica vuol proprio dire che tutti i cittadini sono uguali
e che in fondo il Presidente della Repubblica è il primo
dei cittadini, senza però far ricorso a privilegi antistorici,
anzi egli è la massima espressione di uguaglianza.
Proprio perché questi valori sono oramai ampiamente penetrati
nel tessuto civile della nostra Nazione è stato giusto
riaffermare l’importanza della scelta compiuta il 2 giugno
1946 ripristinandola come Festa Nazionale.
Alimentare la memoria storica cementa l’identità
nazionale, fermarsi a riflettere sulle proprie radici non può
che rafforzare questo sentimento diffuso di lealtà e di
fiducia verso le Istituzioni, ricordare è il migliore antidoto
contro il risorgere di rigurgiti reazionari e antidemocratici.
Ecco perché è stato importante essere stati qui
oggi, a ricordare, a riflettere, ad alimentare la memoria storica
di una data simbolo della nostra identità nazionale. Una
data in cui gli italiani sancirono con il voto il passaggio verso
un’epoca nuova, una stagione in cui il diritto di cittadinanza
prendeva il sopravvento sulle caste e sui privilegi.
E noi oggi dobbiamo essere grati a quei milioni di italiani che
scelsero di dare un taglio netto con il passato e di costruire
un nuovo edificio che avrebbe poi avuto con la Costituzione la
sua veste definitiva, duratura e capace di reggere gli urti di
oltre cinquanta anni di contrasti e tensioni interne e internazionali.
Viva la Repubblica, Viva la Costituzione Italiana,Viva l’Italia.