Discorso
del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi
Signori
Presidenti delle Regioni Piemonte e Liguria, Senatore Ricci, Onorevoli
Parlamentari, Presidente Palenzona, Sindaco Persano, Autorità
civili, militari e religiose, Caro Don Berto, Cari parenti delle
vittime dell’eccidio, Signore e Signori, l’omaggio
che oggi rendiamo al Sacrario della Benedicta non vuoi essere
soltanto una risposta, solenne e corale, agli atti vandalici che
hanno vilmente offeso, pochi mesi fa, questo luogo della memoria.
Ogniqualvolta
noi ci rechiamo, come in pellegrinaggio, in località che
sono state teatro di barbari eccidi, nel corso della Resistenza,
vogliamo riconsacrare noi stessi, e la Repubblica, ai principi
che guidarono quella lotta.
Fu, come già nel Risorgimento, lotta per la liberazione
della Patria occupata. Fu insieme lotta per la libertà.
In essa ha le sue radici la scelta della Costituzione repubblicana,
che la Nazione nuovamente libera volle darsi.
Gli ideali della Resistenza, a cui tanti uomini e donne generosamente
sacrificarono la loro vita, in Italia, come in tutti i Paesi dell’Europa
occupata dal nazismo, furono la sorgente viva da cui trasse nuova
forza il movimento federalista europeo. All’indomani del
conflitto in cui erano periti decine di milioni di uomini ci dicemmo:
mai più guerre fra noi.
La strada che ha condotto alla nascita dell’Unione Europea
— che sta per allargarsi ad abbracciare quasi tutto il nostro
continente — è stata lunga. Non l’abbiamo ancora
percorsa tutta. Ma abbiamo costruito istituzioni che offrono una
nuova speranza — una nuova certezza di pace alle generazioni
future.
Queste istituzioni propongono anche al mondo un modello esemplare
di convivenza creativa tra popoli che furono per secoli nemici
- benchè fossero tutti figli di una stessa civiltà,
fondata su ideali comuni.
Le speranze di pace dell’umanità si affidano ancora
al nucleo di istituzioni internazionali nate dopo la seconda guerra
mondiale - prima fra tutte l’Organizzazione delle Nazioni
Unite - con l’impegnativo obiettivo di garantire una convivenza
pacifica fra tutti i popoli.
Oggi
che abbiamo il cuore colmo di angoscia per una guerra che le istituzioni
internazionali non sono riuscite ad evitare, dobbiamo riaffermare
la convinzione che queste istituzioni non debbono essere messe
da parte come inutili, ma debbono anzi essere rafforzate; perché
esse soltanto ci danno speranza nel futuro: speranza di pace per
i nostri figli e i figli dei figli.
Possa
il ricordo di coloro che diedero, con abnegazione e coraggio,
la loro vita per il bene della Patria, infonderci un rinnovato
impegno per la piena realizzazione degli ideali che li ispiravano.
Non li abbiamo dimenticati, non li dimenticheremo. La memoria
incancellabile del loro sacrificio è la fonte del nostro
impegno per la costruzione di un’Europa e di un mondo di
pace.
Discorso
del Presidente della Regione Piemonte Enzo Ghigo
Ci
sono occasioni in cui la parola si fa impotente, il linguaggio
tradisce il pensiero, il vocabolario non riesce a trovare il significato
giusto, e la glossa di quello che stai cercando di dire si aggroviglia
in un dedalo inestricabile di retorica.
Sono situazioni pericolose perché la parola che cerchi,
quella che dovrebbe significare il tuo pensiero diventa ostaggio
delle passioni, e si perde nelle formule più fruste e scontate.
Capita quando ci si trova a fare i conti con la memoria, con quel
lacerto di eredità private, intime, familiari, magari domestiche,
e che si aggroviglia ancora di più quando ti interroghi
sul senso collettivo, sulla dimensione comunitaria del passato.
La memoria fa brutti scherzi, dilata i tempi, modifica spesso
in modo impercettibile le dimensioni, i fatti, le cause e, persino,
le ragioni. Solo allora scopri che ti sei avventurato su di un
terreno minato, pericoloso, impervio, in cui ogni zolla rischia
di trasformarsi in un ostacolo insormontabile, invalicabile. Capita,
è capitato, ogni volta che nel nostro Paese si tenta di
dare un significato al nostro passato, a quella storia che per
troppo tempo ha diviso e separato i suoi cittadini. Capita, è
capitato, tutte le volte che, abbandonando la retorica paludata
delle celebrazioni, la panoplia delle battaglie di fazione, si
cerca di scovare una traccia che unisce, un cammino comune, una
memoria condivisa.
È proprio in questi frangenti, quando si avverte la necessità
di rinnovare e, spesso, di ritrovare il significato della comune
appartenenza che emergono meschine logiche tribali e la storia
si trasforma in corpo contundente e viene brandita come arma impropria
di lotta politica.
Non possiamo, proprio in questa occasione, cadere nel peccato
più grave che gli uomini delle istituzioni possono commettere,
quella diserzione dalle proprie responsabilità che si chiama
ignavia intellettuale.
La Pasqua di sangue della Benedicta non può – e non
deve – essere liquidata in una parata di buoni sentimenti
e di ricordi. Sia chiaro, ricordare è un compito primario,
una missione ineludibile per ogni società che voglia ancorare
il proprio futuro. Ma la memoria non è una reliquia, anche
se la tradizione può esprimersi nel culto vivo di un sacrificio.
E la tragedia del 7 aprile 1944 e dei giorni successivi reclama
una storia che rifugga dall’agiografia, che abbandoni la
mitizzazione accomodante e falsa: lo richiede il rispetto per
le 147 vittime della furia criminale della dittatura nazifascista,
giovani che in quella lontana primavera immolarono la loro vita
per la libertà. Ma lo richiede la storia che quando si
presta alle manipolazioni di parte, alle spregevoli bassezze di
fazione, alle strumentalizzazioni più volgari, aggiunge
odio all’odio, mistifica la verità e, in ultimo,
incide ferite profonde nel tessuto, già debole e precario,
della nostra convivenza.
La memoria pacificata si fonda anzitutto sulla verità storica,
sullo scrupoloso vaglio della documentazione, sull’onore
del sacrificio unito alla lucida analisi degli eventi: tutto il
resto è menzogna, e la menzogna, per dirla con Hobsbawm,
porta alla tragedia. Ripercorrendo i fatti della primavera del
1944, i tempi cogenti dell’attualità aggiungono elementi
di riflessione, e lo sgomento per le stragi di allora si unisce
al dramma della guerra in corso. Ha scritto Simone Weil che le
vittime devono perdonare i carnefici, che, anzi, devono persino
comprenderne le ragioni, ma a patto che la ragione della storia
non rinneghi la verità e che la giustizia sottragga il
contenzioso alle faide e ai rancori privati.
Nel nostro Paese, nella nostra Regione, in quel drammatico ’44
la convivenza civile è stata lacerata da un conflitto mondiale
che si è riverberato, nei nostri paesi e nelle nostre città,
strappando affetti, mortificando dignità, ferendo intere
comunità. Uno dei più autorevoli storici italiani,
Claudio Pavone, ha posto una pietra miliare nella storiografia
sulla lotta di liberazione in Italia, proprio interrogandosi su
questo tema: l’intreccio tra conflitto mondiale, lotta partigiana
e guerra civile.
Eppure come in mantra ossessivo che, periodicamente, riemerge,
questo passato che non passa e che come un macigno incombente
sulla nostra storia comune, ci impedisce di fare i conti con la
nostra storia. Nella testimonianza di Marina Scarsi sui ragazzi
del Borgo di Ovada è racchiuso tutto il dramma di questa
storia. Sono parole struggenti e lancinanti, di una guerra che
è tutte le guerre: gli spazzolini gettati a terra, i corpi
dilaniati dei suoi amici, le carte da gioco sparse in terra e
le provviste gettate in un angolo.
È la quotidiana violenza della guerra: in ogni latitudine
e in ogni tempo. Eppure, ci insegnano proprio questi testimoni,
la pietas per l’orrore non può mai essere barattata
con la menzogna e la diserzione dalle proprie responsabilità.
“Siamo stati lassù sino a sera – racconta Martina
Scarsi – Ci siamo stati tanto e poi non potemmo fare diversamente
che lasciare tutto lì. Tra poco si sarebbe fatto buio”.
E nella straziante sepoltura in “casse improvvisate con
pezzi di legna in parte bruciati, recuperati attorno alla Benedicta”
è raccolto tutto il dramma ma anche il significato umano
della tragedia. “Non avevamo ancora vent’anni”,
non avevano ancora vent’anni: eppure ci hanno lasciato un
testamento fondamentale della nostra libertà e della nostra
democrazia.
Ebbene, ritengo che ricordare debba significare rievocare quei
fatti, quelle lotte, quei morti. Ma il modo migliore per onorare
queste giovani vite sacrificate per quei valori che oggi fondano
la nostra convivenza, sia soprattutto rinnovare la lezione che,
con il loro esempio, hanno saputo impartire.
Discorso
del Presidente della Provincia di Alessandria Fabrizio Palenzona
Signor
Presidente,
La ringrazio ancora per la Sua presenza in questo luogo che costituisce
il simbolo del sacrificio di uomini e donne che, con ferma e consapevole
determinazione, hanno lottato per la libertà e la giustizia
pagando questo loro impegno con il valore più alto che
sia stato posto nelle mani dell’uomo: la vita.
Quassù, si è compiuto un eccidio la cui descrizione
affido alla cruda narrazione di Giampaolo Pansa, illustre giornalista
e scrittore della nostra terra, che nel suo libro “Guerra
partigiana tra Genova e il Po scrive:
“All’alba di venerdi 7 aprile mentre più accanito
riprendeva il rastrellamento dei partigiani dispersi sui monti,
alla cascina Benedicta vennero iniziati i preliminari del massacro…
Settantacinque prigionieri vennero condotti nel cortile dell’antico
convento: per la maggior parte erano giovani sui 19-20 anni. Un
civile annotò i loro nomi; poi, spogliati di ogni effetto
personale che servisse a riconoscerli, i partigiani vennero spinti
a gruppi di cinque lungo il sentiero che porta al torrente Gorzente.
Qui li attendeva un plotone di fascisti, comandato da un ufficiale
tedesco. Le esecuzioni, iniziate a metà mattina, proseguirono
con ritmo meccanico sino al sesto scaglione, allorché un
patriota, nascosto su un costone dell’Arpescella e sconvolto
da ciò che stava vedendo, scaricò il proprio mitragliatore
contro la squadra fascista.
I repubblichini si sbandarono e fuggirono verso la Benedicta.
Poco dopo, però, le esecuzioni ripresero e continuarono
per tutta la giornata. Giunta la sera, alcuni prigionieri furono
costretti a scavare un’ampia fossa nella quale furono gettati
novantasette cadaveri…”
Più avanti Pansa descrive minuziosamente i rastrellamenti
dei giorni successivi che portarono il bilancio dei fucilati a
147 a cui si aggiungono i circa 400 giovani deportati nei campi
di sterminio nazisti di Gusen e Matausen, pochissimi dei quali
fecero ritorno.
Questa, Signor Presidente è la “Benedicta”
per noi, è la “Benedicta” per questi partigiani
che hanno vissuto nel loro cuore, prima ancora che sulla loro
pelle, la Lotta di Liberazione per ridare libertà, democrazia
e dignità al nostro Paese. E oggi siamo onorati della Sua
presenza, perché ogni Istituzione e ciascuno di noi vede
in Lei Signor Presidente, il garante della Repubblica, nata dalla
Resistenza.
Ragazzi tra i 19 e i 20 anni hanno dato la loro vita, per la nostra
libertà. Non possiamo e non vogliamo dimenticare il loro
eroico sacrificio.
Non è retorico oggi, indicare ai giovani la strada dell’impegno
e della corresponsabilità. E’ nostro dovere dire
alle nuove generazioni che la vita è una conquista continua,
giorno dopo giorno; che la libertà di ciascuno finisce
dove inizia la libertà degli altri; che la giustizia sociale
è uno dei fondamenti della convivenza umana; che la solidarietà
rappresenta uno dei motivi fondamentali della nostra civiltà;
che la felicità della vita nessuno la regala, anche se
c’è chi vuol far credere nelle pericolose scorciatoie
del tutto facili e del tutto presto. Ma illudere i giovani non
è certamente meritorio.
Oggi, Signor Presidente, la Sua presenza in questo luogo ha riempito
di gioia e di gratitudine il cuore di chi, anziano, ha conosciuto
i “martiri della Benedicta”: come compagni di lotta
o, per l’affetto familiare ne porta nel cuore i segni indelebili
.
Ma Le siamo altresi’ grati, e lo affermo con forza qui,
dove sul sangue di questi martiri si posero le basi della nostra
democrazia, per il Suo impegno quotidiano a tutela delle Istituzioni,
secondo i valori contenuti nella Carta Costituzionale. In quella
Carta ci sono i principi irrinunciabili che rappresentano i cardini
fondamentali della nostra Repubblica.
Oggi, se ci guardiamo attorno, vediamo nuovamente lutti e sofferenze.
Allora dobbiamo avere il coraggio di gettare un ponte ideale fra
il nord e il sud del mondo, sul quale non passino i carri armati
ma i convogli della solidarietà. Dobbiamo avere il coraggio
di dare un senso alla vita nostra, dei nostri giovani e del nostro
prossimo. Dobbiamo avere il coraggio di dare dignità all’uomo,
a qualunque uomo, attraverso gli strumenti che la politica e l’economia
ci offrono. Si tratta di operare le scelte opportune per far in
modo che il futuro sia diverso dal presente e dal passato e la
persona umana sia veramente al centro della sua vita individuale
e comunitaria.
Siamo qui, signor Presidente, nel luogo dove è stata perpetrato
una barbaro eccidio animati da sentimenti di pace perché
consapevoli che la violenza richiama violenza e ci sentiamo vicini
alla sofferenza di chi, da una parte come dall’altra, vive
in queste ore momenti di disperazione e di morte. “Mai più
la guerra” è il grido accorato del Santo Padre. Anche
noi crediamo in questo imperativo, e vogliamo operare per il bene
comune perché non si verifichi più l’esperienza
drammatica di cui la Benedicta è stata ed è perenne
testimonianza.
VIVA LA PACE
VIVA
LA RESISTENZA
VIVA
L’ITALIA
Discorso
del sindaco di Bosio Stefano Persano
Il
Comune di Bosio, un piccolo comune con un territorio molto esteso,
ha un grande onore e una grande responsabilità, simboleggiati
da questi ruderi.
Questo
cascinale ha una storia secolare e importante: prima monastero
benedettino, poi centro di una grande proprietà terriera
legata alla famiglia Spinola, rappresenta un’epoca in cui
il nostro territorio era prospero. Collocato sull’antica
via che congiungeva il mare alla pianura, simboleggia anche un
rapporto positivo tra i popoli, fatto di commercia, pace, amicizia.
Ma questo cascinale fu anche, in epoca recente, teatro di uno
dei più terribili eccidi compiuto congiuntamente da nazisti
e fascisti: decine di giovani, spesso disarmati, furono rinchiusi
tra queste mura, trascinati a cinque a cinque in quella fossa
a cui Lei, signor Presidente, ha appena reso gli onori, e lì
furono trucidati: ai loro parenti non fu concesso neppure la consolazione
di dar loro una sepoltura, e i loro funerali poterono essere celebrati
solo dopo la liberazione; altri duecento ragazzi vennero avviati
verso i campi di concentramento dove quasi tutti trovarono la
morte. E infine i nazisti infierirono anche su questo cascinale,
lo minarono e lo fecero saltare, riducendolo a un cumulo di ruderi.
Ogni anno in questo luogo, in questi giorni d’aprile, nell’anniversario
dell’eccidio, ci ritroviamo in molti, provenienti dalle
città del Piemonte e della Liguria, per onorare i caduti
e per ribadire il valore della memoria, per affermare la necessità
di non dimenticare il passato e per ribadire l’imprescindibile
dovere di ricordare gli orrori della guerra. Per dire con forza
che non vogliamo mai più nessuna guerra. E ci ritroviamo
consapevoli del nostro dovere di trasmettere la memoria di quel
passato alle nuove generazioni.
Signor Presidente, autorità, cittadini, io sono convinto
che sia nostro dovere ricordare, serbare memoria. Senza la memoria
del passato uno Stato non può vivere, e noi, cittadini,
corriamo il rischio di non avere radici e valori in cui riconoscerci
e a cui ancorare il nostro agire quotidiano.
Ma la memoria, per essere viva, ha anche bisogno di simboli riconoscibili
in cui identificarsi. E questi ruderi rappresentano, nel territorio
della nostra provincia, il simbolo più importante della
storia della resistenza, della deportazione, della lotta condotta
da donne e da uomini per la libertà e la giustizia.
Abbiamo quindi il dovere di preservare e valorizzare questo simbolo,
queste mura distrutte dai nazisti e dai fascisti come estremo
oltraggio al mondo partigiano e al nostro territorio. E abbiamo
anche il dovere di preservalo, questo luogo simbolico, contro
le violenze e gli atti vandalici che, ancora pochi mesi fa, mani
ignote hanno vigliaccamente inferto ai segni civili e religiosi
del martirio di tante giovani vite.
Qualche anno orsono, insieme ad altri enti, ad associazioni e
istituzioni culturali, alle associazioni partigiane e degli ex
deportati, abbiamo dato vita a un comitato che recentemente ha
assunto il nome “Memoria della Benedicta”: esso si
prefigge il compito di valorizzare questo sito, per affermarne
con forza il significato storico e il valore simbolico. Abbiamo
già provveduto a restaurare ciò che resta del cascinale,
e a recuperare questo grande cortile: ed è proprio grazie
a al lavoro realizzato in questi anni se oggi questa manifestazione
si può svolgere in questo scenario carico di significati
per la storia della nostra terra e della nostra Repubblica, nata
dalla resistenza e dal sacrificio degli italiani deportati nei
campi di lavoro e di sterminio.
Ma questo è solo un primo, importante passo, per una corretta
valorizzazione del sito della Benedicta e dei tragici avvenimenti
che intorno ad essa si compirono.
In questo luogo, ogni anni, arrivano migliaia di studenti, rappresentanti
di quelle giovani generazioni alle quali è più importante
rivolgere l’esercizio del ricordo e indicare il valore della
memoria. Qui trovano un luogo simbolo della memoria, ma spesso,
anche in ragione delle avverse condizioni climatiche, la loro
visita deve essere breve e affrettata.
La costruzione di un centro di documentazione rispettoso del territorio
e della natura, diventa quindi contemporaneamente un obiettivo
e una necessità al quale stiamo lavorando: esso è
rivolto alle scuole, in primo luogo, e poi a tutti i cittadini,
per offrire un adeguato supporto di conoscenza alla visita di
questo sito.
Diventa anche un incentivo alla corretta fruizione turistica di
queste montagne e di questo Parco naturale, ricco di emergenze
storiche e architettoniche, e un possibile volano per la realizzazione
di nuove opportunità di lavoro.
Signor Presidente, Autorità, cittadini, quando dicevo che
il Comune di Bosio ha un onore e una responsabilità intendevo
riferirmi proprio a questi ambiziosi ma realistici progetti per
il futuro, capaci di vivificare la memoria e insieme di favorire
lo sviluppo economico e turistico del nostro territorio.
Ma per poter realizzare questi obiettivi abbiamo bisogno della
collaborazione di tutti: delle istituzioni, perché sostengano,
e dei cittadini ai quali chiediamo di guardare con favore ed attenzione
e di aiutarci concretamente con idee e proposte.
Oggi per noi è una giornata importante, perché Lei,
signor Presidente, con la sua presenza ha reso non solo omaggio
al sacrificio di tanti giovani caduti per la democrazia e la libertà,
ma anche perché Lei con la sua visita ha dato vigore a
una speranza, quella di sviluppare, nel loro nome, quelle iniziative
concrete capaci di restituire a questi luoghi, ai valori di cui
sono simbolo, alla memoria dei ragazzi che per quei valori hanno
combattuto e si sono sacrificati, l’importanza che loro
compete nel novero dei luoghi simbolo della storia repubblicana.
Grazie signor Presidente, in queste giornate così gravose
per noi tutti, la Sua presenza a questa manifestazione è
un monito e una speranza: un monito contro l’intolleranza
e la violenza; una speranza per un mondo più giusto, in
cui la pace, la giustizia e la democrazia, quei valori per i quali
tra queste montagne tanti ragazzi hanno combattuto sino al sacrificio
estremo, diventino finalmente patrimonio comune di tutta l’umanità.
Discorso
di Raimondo Ricci, presidente dell'Istituto storico della Resistenza
in Liguria, in rappresentanza delle associazioni antifasciste
Signor
Presidente della Repubblica,
"nostro” Presidente della nostra'' repubblica, carissimi
famigliari dei nostri caduti, rappresentanti dei Parlamento e
delle altre istituzioni compagni della Resistenza, ho l'onore
di prendere la parola in questo 59° anniversario degli eccidi
della Benedicta per le associazioni dei partigiani, dei deportati,
degli internati militari, a nome delle quali porgo un saluto fraterno.
Ogni anno, dalla liberazione ad oggi, in questo appuntamento ci
ha accomunato un sentimento vivo di partecipazione e commozione
per il ricordo di tante giovani vite sacrificate per dare al nostro
paese libertà, dignità e giustizia. Gli anni sono
passati ed è importante constatare che alla vigilia del
60° anniversario della lotta di liberazione, nazionale, dopo
ben più di mezzo secolo, quel sentimento è divenuto
ancora più profondo e in qualche modo più consapevole.
Esso unisce, qui e oggi, il radicamento nell'animo popolare con
la continuità della memoria pubblica che trova nella presenza
del capo dello stato la sua espressione più alta, in una
sintesi che consacra la natura e la qualità più
autentica del nostro stato democratico.
Rievochiamo brevemente i fatti drammatici che segnarono in questo
sofferto Appennino ligure- piemontese la Pasqua di sangue del
1944. I tedeschi vedevano con preoccupazione la presenza in questa
zona che rappresentava per loro una vitale linea di comunicazione
con l’entroterra padano, di formazioni armate di Resistenza
la cui consistenza e il cui armamento erano stati descritti dagli
informatori in termini superiori all’effettiva realtà.
Fu quindi deciso un massiccio rastrellamento in cui vennero impiegate
imponenti forze germaniche affiancate da larghi contingenti della
GNR, la milizia del fascismo risorto grazie all’ausilio
delle baionette tedesche. Così dal 6 al 11 aprile del 1944
venne condotta un'azione militare in grande stile, lo stile distruttivo
e spietato che ha contraddistinto tutti i venti mesi dell'occupazione
tedesca nel nostro paese. L'esito del rastrellamento condusse
alla resa diversi gruppi di giovani appartenenti a formazioni
partigiane ancora in via di organizzazione e alla cattura di numerosi
sbandati che semplicemente avevano deciso di sottrarsi ai minacciosi
bandi di arruolamento. Il 7 aprile venne compiuta la strage più
grande, quella che a fine giornata vide ammassati nell’antico
romitorio i cadaveri di un centinaio di giovani e alla quale seguirono
gli eccidi di Voltaggio, di Villa Bagnara, nel comune di Masone,
di Passo Mezzano. Il totale fu di 145 uccisi, cui vanno aggiunti
i 19 catturati e ristretti nelle carceri di Marassi, in Genova,
che vennero successivamente fucilati il 19 maggio del 1944 al
passo del Turchino e gli oltre 200 prigionieri deportati nei campi
di eliminazione nazisti, dai quali solo una piccola minoranza
fece ritorno. Questo grande massacro avrebbe dovuto essere, nelle
intenzioni dei tedeschi e dei fascisti, un esempio destinato a
scoraggiare ogni velleità di resistenza. In effetti esso
fu una grave sconfitta per le forze partigiane sorprese in una
fase di assestamento e non ancora in grado di affrontare l'estrema
durezza della repressione nazifascista. Ma nello stesso tempo
rappresentò un'esperienza che nella sua drammaticità
valse a temprare la Resistenza ligure-piemontese, fino a farIe
assumere nei mesi successivi quella maturità e quella capacità
operativa che in seguito la contraddistinsero e le consentirono
di svolgere un ruolo fondamentale nella liberazione d'Italia,
in particolare nell'insurrezione del nord, da Milano a Torino,
a Genova. Va qui ricordato che gli eccidi della Benedicta sono
stati ritenuti crimini di guerra. Per essi è stato condannato
con sentenza del 15 o 16 novembre 1999 il tenente colonnello delle
SS Friedrich Siegrifid Engel, comandante della polizia germanica
a Genova, in tale sua veste responsabile della sorte dei prigionieri
catturati nel corso del rastrellamento al quale personalmente
egli partecipò, al punto da ricevere una medaglia al valore,
la croce di guerra di seconda classe con spade. Lo stesso Engel
fu poi condannato in Germania, dalla corte penale di Amburgo,
per il successivo eccidio del passo del Turchino consumato il
19 maggio del '44. La terribile vicenda della Benedicta documenta
il calvario dei sacrifici di cui il popolo italiano è stato
capace per conquistare pace, libertà e giustizia. La Resistenza
italiana ha avuto caratteri del tutto peculiari che la distinguono
da quella di altri paesi dell' Europa brutalmente assoggettati
al dominio nazista e fascista. Essa non è stata soltanto,
come in Polonia, in Francia, in Norvegia, in Jugoslavia, la continuazione
di una guerra provvisoriamente perduta, ma ha avuto un carattere
più complesso e liberatorio, potrebbe dirsi più
“politico”: essa si è svolta in un paese, il
nostro, ove era riuscito a insediarsi il totalitarismo fascista
alleato con la Germania nazista e al fianco di essa per buona
parte dei quasi sei anni di durata della seconda guerra mondiale.
La nostra Resistenza ha avuto inizio dopo il trauma di quell’8
settembre ’43 che non è stato, come da qualche parte
si sostiene, la morte della patria ma un drammatico e difficile
“ritorno alla ragione" a fianco degli alleati. Ad essa
hanno partecipato tutte le forze vive della società italiana,
uomini e donne che l'hanno sostenuta anche quando non impugnato
le armi, dalla gioventù studiosa delle università
agli operai delle fabbriche, dagli abitanti delle campagne, alle
forze armate che a Cefalonia, Porta San Paolo, in cento altri
luoghi dentro e fuori il territorio nazionale hanno versato un
alto tributo di sangue per il riscatto dell’Italia. Per
queste sue caratteristiche la nostra Resistenza è stata
non soltanto lotta per la liberazione del territorio nazionale
ma insieme lotta per la ricostruzione democratica dell'Italia
contro il fascismo, vale a dire contro il periodo più negativo
ed oscuro della nostra storia contemporanea. E' in questa realtà
che si colloca il rapporto tra la Resistenza italiana e i suoi
preziosi risultati: il mutamento della forma istituzionale dello
stato da monarchia a repubblica e la Costituzione. Pensando a
questa, al suo moderno e ammirevole tessuto, va posto in luce
che esso è frutto dell’incontro di filoni politici
e culturali che nel corso della Resistenza, attraverso i comitati
di liberazione nazionale, hanno realizzato la propria unità:
il filone liberale, quello cattolico, quello socialista e marxista.
Ma per comprendere fino in fondo l'essenza della costituzione
non è tanto a questo aspetto che occorre riferirsi, quanto
alla tensione, alla passione, alle speranze, all'esperienza collettiva
che furono presenti nel movimento e nella lotta antifascista sullo
sfondo della grande tragedia epocale della seconda guerra mondiale.
Tutto ciò si è tradotto nel senso di responsabilità
e nell’impegno comune dei costituenti. Occorre tenere presente
il quadro di un'Europa invaso e soggiogata al dominio di una “razza"
che intendeva imporsi su tutte le altre, di interi popoli sterminati
come il popolo ebraico, di un immenso territorio percorso dai
vagoni piombati della deportazione politica e razziale per comprendere
pienamente il significato dei principi scritti nella Costituzione
relativi ai diritti inalienabili della persona, ai doveri di solidarietà
economica e sociale, alla uguaglianza di tutti gli esseri umani
indipendentemente dal sesso, dalla razza, dalla religione, fino
al ripudio della guerra come strumento di offesa, contro la libertà
di altri popoli a come mezzo per la risoluzione delle controversie
internazionali. E ancor più questa riflessione è
in grado di valutare tutto il significato del consenso che la
Costituzione esprime alle limitazioni della sovranità nazionale
in quanto necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la
giustizia fra le nazioni.
Noi sappiamo e constatiamo ogni giorno, signor Presidente, che
di questi principi Ella è attento custode perché
nella loro osservanza sta il futuro stesso non solo della nostra
comunità nazionale ma dell'umanità intera. Più
che mai in questo momento, nel quale è in corso una guerra
che viola quei principi, il richiamo ad essi si rende necessario.
Il sacrificio dei martiri della Benedicta costituisce una tappa
dolorosa ma fondamentale, insieme a tanti altri sacrifici del
nostro popolo, del sofferto e difficile percorso che ci ha dato
la libertà. A questi martiri l'Italia democratica e moderna
deve una imperitura riconoscenza. La sua presenza qui signor Presidente,
insieme alla sua gentile consorte, signora Franca, costituisce
il suggello più alto dei valori che ispirano questa giornata
di memoria. La nostra identità nazionale ha le proprio
radici nel Risorgimento che ha costruito l'unità della
nostra patria e nella Resistenza che ne ha fondato il sistema
democratico della Sua costante riaffermazione di questi ideali.
Le siamo profondamente grati.