IL TERRORISMO
a cura di Mauro Bonelli


 

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Libertà del popolo - libertà dallo straniero

Terrorismo in Europa e in Sud America

Il terrorismo fondamentalista

Osama bin Laden e "lo scontro di civiltà"

Il terrorismo e il conflitto arabo israeliano

 

 

 

    7. IL TERRORISMO E IL CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO

    Il conflitto israelo-palestinese o meglio arabo-sionista, come lo definisce lo storico israeliano Benny Morris, è talmente complesso che non è possibile qui accennarvi in maniera accettabile. Su tale argomento il nostro Istituto ha tenuto nella primavera del 2002 un corso di aggiornamento in sei lezioni, curato da studiosi e conoscitori della realtà mediorientale, di cui stiamo riportando sul nostro sito alcuni materiali; è comunque consigliabile la lettura dell’ appassionante volume di Morris Vittime, edito da Rizzoli.

    Qui ci limiteremo al raffronto tra la forma ultima che ha assunto il terrorismo palestinese della seconda intifada e quello degli anni precedenti, per mostrarne le differenze ed indicarne le connessioni che assimilano l’attuale terrorismo più al terrorismo fondamentalista islamico, che ad una delle molte forme dei terrorismi di “liberazione nazionale”. Per il terrorismo fondamentalista ebraico, che esiste anch’esso ed il cui peso, come dimostrano le vicende seguite all’assassinio del premier Rabin, è notevolissimo, rimandiamo al sito www.misteriditalia.com : digitare poi su “terrorismo internazionale” e poi ancora su “questione mediorientale” e infine su “estrema destra israeliana”. Per il legame tra il fondamentalismo ebraico ed i coloni, vedi il già citato sito www.ilmanifesto.it  digitando sul motore di ricerca interno “terrorismo coloni ebrei”.

    Il terrorismo palestinese si sviluppa in forma estesa dopo la sconfitta araba nella guerra dei sei giorni del 1967. Iniziano allora le prime incursioni dalla riva est del Giordano dirette contro le forze israeliane che occupano i territori della West Bank; queste incursioni verranno quasi completamente sospese dopo la cacciata dei palestinesi dalla Giordania nel 1970 (le vicende del “Settembre Nero”).

    Tuttavia quasi nello stesso periodo iniziano i dirottamenti di aerei civili israeliani ed in seguito anche di altre compagnie, soprattutto dei paesi occidentali giudicati filo israeliani: le precauzioni adottate da Israele per difendere i propri aerei spingono le formazioni palestinesi a scegliere obiettivi più facili. Tra il ‘68 ed il ‘77 i dirottamenti (o tentati dirottamenti) sono 29. Il terrorismo palestinese si salda con altre organizzazioni, come la Rote Armee Fraktion tedesca, la francese Action Directe e la giapponese Armata Rossa. Al contempo i palestinesi ospitano ed istruiscono nei loro campi (soprattutto in Libano) terroristi europei ed asiatici.

    Le misure prese dalle compagnie aeree, e la forte opposizione che non solo i governi ma anche le opinioni pubbliche occidentali (comprese quelle più favorevoli alle ragioni dei palestinesi) sviluppano contro i dirottamenti, spingono le formazioni palestinesi (FPLP, ma anche Al Fatah) a puntare anche su altre forme di attentati: nel 1972 si verifica quella che fu forse la più eclatante azione antiisraeliana: l’attacco al villaggio olimpico a Monaco con il conseguente assassinio di nove atleti ebrei presi in ostaggio, e la morte di cinque terroristi (gli altri tre furono catturati, scambiati in seguito con altri ostaggi, ma due di essi furono poi eliminati dai servizi segreti di Israele). Tale avvenimento fu la più efficace illustrazione dello scopo perseguito in quegli anni dal terrorismo palestinese: per usare le parole di Abu Iyad, dirigente di Settembre Nero (formazione di Al Fatah, il maggior gruppo dei palestinesi guidato da Arafat): “Fare sì che il mondo si accorga dell’esistenza del popolo palestinese”.

    In sostanza in questa fase il terrorismo palestinese si configura come una strategia per internazionalizzare il conflitto, ottenere udienza presso i paesi occidentali forzando un loro intervento, “emanciparsi” almeno in parte dai paesi arabi e dal controllo a cui li hanno sempre sottoposti: il terrorismo viene pensato come “arma dei deboli” e moltiplicatore mediatico dello scontro locale.

    Completamente diverso il significato del terrorismo della “seconda intifada” (iniziata nel settembre del 2000).

    A Camp David tra l’11 e il 26 luglio 2000 Palestinesi ed Israeliani furono posti di fronte nella situazione di dover operare scelte che avrebbero avuto conseguenze rilevantissime. In altri termini, per l’aspettativa delle proprie parti, della comunità internazionale ed anche in misura rilevante per le pressioni del presidente Clinton, il vertice “doveva” essere risolutivo: non si sarebbe accettato un risultato ambiguo o che rinviasse ancora la definizione dei rapporti tra i due popoli.

    La parte israeliana, rappresentata dal Primo Ministro Barak, sostenne che le concessioni che era disposta a fare erano una “generosa offerta”, ed anche il massimo che qualunque governo israeliano avesse mai presentato prima, o avrebbe potuto offrire in futuro.

    E’ necessario conoscere queste offerte, per formarsi un’opinione. Il quadro analitico è desumibile dal sito www.cnnitalia.it , cliccando poi su “approfondimenti - Il conflitto mediorientale”. Tutto il dossier è veramente interessante e rigoroso: la parte che ci interessa maggiormente è nella sezione Documenti: la mediazione di Clinton; in questa parte vengono presentate le proposte del Presidente americano e le posizioni di israeliani e palestinesi. La materia è veramente troppo controversa per esprimere opinioni definitive, che avrebbero lo spessore di opinioni politiche, più che di un calibrato giudizio storico.

    Sta di fatto che Arafat respinse quelle offerte (documento 1).

    Al di là della retorica della “generosa offerta”, è vero che Israele offriva più di quanto avesse mai fatto prima: ma molto era anche ciò che non offriva; il ritorno dei profughi, l’occupazione di alcune regioni strategiche che sarebbe continuata per motivi di sicurezza, una situazione, è difficile negarlo, di “minore sovranità” dello Stato palestinese.

    V’è chi ritiene che Arafat abbia respinto il piano perché “era comunque troppo poco” rispetto agli interessi storici di lunga durata del popolo palestinese;

    V’è chi ritiene che lo abbia respinto perché convinto che la popolazione palestinese, largamente influenzata dai movimenti estremisti di Hamas e del Jihad, gli si sarebbe ribellata ed il risultato sarebbe stata la guerra civile in campo palestinese.

    Anche nel nostro Istituto Storico, tra di noi che stiamo compilando questa Unità didattica, vi sono differenze di interpretazione. (Ogni studente o visitatore del nostro sito potrà formarsi, anche grazie al materiale che indichiamo, un’opinione. Per una visione del processo da parte del pacifismo israeliano, vedi il testo di Zwi Shuldiner sul sito www.larivistadelmanifesto.it).

    Di fatto, il suo rifiuto è stato interpretato da molti palestinesi come un invito alla ripresa senza quartiere della lotta contro Israele: giacché il più importante e decisivo di tutti i negoziati era fallito, la parola doveva ritornare alle armi. Ed alle bombe.

    La ripresa spasmodica del terrorismo suicida contribuì a gettare Israele dalla parte della destra di Ariel Sharon, che stravinse le elezioni. (Come già era avvenuto dopo l’assassinio di Rabin).

    La violenza è quindi cresciuta esponenzialmente, secondo quel processo di "schismogenesi accrescitiva" che Bateson ha definito in un altro contesto: ad ogni colpo di una parte si rispondeva con un controcolpo ancor più duro e “senza ritorno”, costruendo quel mare di odio e di crudeltà reciproca nel quale stanno affogando i due popoli.

    L’avvio della seconda intifada da parte di Arafat venne interpretato tra i Palestinesi come la dichiarazione di guerra totale ad Israele, sconfessando le aspettative di pace e il dialogo precedente. Arafat venne osannato come il “nuovo Saladino”, che avrebbe riportato tutta la Palestina sotto il potere arabo.

    Tutto ciò ha impresso alla seconda intifada un carattere ben diverso da quella “delle pietre” iniziata nel 1987 e che aveva portato all’apertura del dialogo. Questa volta l’intifada si basa sul terrorismo suicida anziché sull’impegno di massa a bassa violenza: il terrorismo, che Arafat ha sconfessato a parole, è insito nella sua strategia. Chiedergli di fermare i terroristi e contemporaneamente smantellare l’apparato di governo dell’Autorità Palestinese, come ha fatto Sharon mentre lo assediava nel suo quartier generale, era evidentemente una richiesta puramente provocatoria: ma non era provocatorio chiederglielo un anno prima, ed Arafat non lo ha fatto (a meno che non si creda alla stupidaggine di un Arafat che non controllava più nulla del suo popolo e del suo territorio): se mesi fa il terrorismo era soprattutto di Hamas e Jihad, ora anche i gruppi legati ad Al Fatha ne sono pienamente responsabili.

    Speculare nell’accrescere la tensione l’atteggiamento di Sharon: insistenza nel rifiuto di sgomberare qualunque insediamento, sistematico disprezzo verso la popolazione civile palestinese, uccisioni di bambini, donne ed inermi; impedimento di interventi sanitari su feriti gravi, morti in attesa di ambulanze che non potevano circolare; prigionia e coprifuoco per centinaia di migliaia di civili inermi, che non partecipano alla lotta, anche se senza dubbio simpatizzano con essa ed anche, è angosciante dirlo, con i metodi terroristici più crudeli; punizioni collettive, distruzioni di case ed infrastrutture, umiliazioni frequenti quando i palestinesi si interfacciano con l’esercito: tutto ciò con l’obiettivo di cancellare politicamente la controparte, cioè distruggere l’Autorità palestinese ed il suo leader Arafat, e di impedire ogni “internazionalizzazione” del conflitto, negando ogni interposizione di truppe (anche dell’alleato americano) o osservatori neutrali, per trattare il problema palestinese come un problema interno da risolvere con operazioni di antiterrorismo.

    In questa gara di esasperazione della tensione, le forme di lotta adottate dai palestinesi sembrano precisarsi in un duplice nodo distruttivo ed autodistruttivo:
  • Quanto agli obiettivi: implicito rifiuto della straregia del dialogo degli ultimi anni, da Oslo a Camp David: riaffermazione dell’obiettivo della distruzione dello stato di Israele e dell’annientamento degli ebrei;
  • Quanto alle forme di lotta: adozione di un terrorismo basato sul suicidio di “martiri” che mira ad infliggere il massimo danno alla popolazione innocente del “nemico”. Quanto a morti e feriti, molte popolazioni coinvolte in guerre ed in bombardamenti hanno patito più vittime della popolazione israeliana: ma è difficile immaginare una situazione più angosciante, una quotidianità senza speranza tormentosa come quella che si vive a Gerusalemme o Tel Aviv aspettando il prossimo attentato…
    Non è difficile individuare i molti punti di contatto con il terrorismo catastrofista dei fondamentalisti come Osama bin Laden.

    Un obiettivo non più storicamente o politicamente individuato, ma un compito “metafisico”;

    Nessuna attenzione al calcolo costi/benefici, ma sacrificio totale del sé pur di colpire il nemico;

    Trasformazione del nemico in entità demoniaca, contro la quale nessuna efferatezza è proibita;

    Fiducia antistorica nella vittoria finale, che avverrà per intervento divino;

    Sulla base di queste considerazioni, sembra avvenuta la trasformazione della lotta politica palestinese, di matrice nazionalista e “laica”, in una nuova forma di terrorismo fondamentalista, che, dapprima praticato solo da movimenti palestinesi integralisti, ha ora contagiato le stesse strutture di Al Fatah e la popolazione in generale.

    Quando avvennero i prodromi di questa trasformazione? Secondo analisti israeliani essa avvenne nel 1992 con l’espulsione temporanea dei dirigenti di Hamas e del Jihad palestinese nella terra di nessuno sul confine libanese: qui i dirigenti integralisti palestinesi vissero un anno a contatto con il movimento sciita degli Hezbollah libanesi (scheda 10), la cui visione religiosa è profondamente influenzata dall’idea di “martirio” (i primi a praticare il terrorismo suicida su scala di massa furono proprio gli sciiti libanesi). Dall’epoca del ritorno nei territori occupati di questi esponenti fondamentalisti prese avvio la strategia degli attentati suicidi contro la popolazione israeliana sugli autobus, nei luoghi di ritrovo e per le strade. Lo scatenamento della seconda intifada da parte di Arafat e le durissime repressioni israeliane che ne conseguirono aprirono le dighe al dilagare di massa del terrorismo. Alleghiamo in documento 2 e documento 3 due documenti assai significativi: il primo relativo all’”educazione” dei terroristi suicidi; il secondo è un’analisi di Benny Morris sui più recenti sviluppi della situazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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