Il processo

In questa sezione riportiamo alcuni articoli apparsi su il giornale "La Stampa" relativi al processo iniziatosi in Germania per accertare, 58 anni dopo i fatti, le responsablità nell'eccidio di Cefalonia.

Soldati italiani a Cefalonia (dal sito web www.romacivica.net)

 

 

 

 

Iniziato il processo
Giustizia per l'eccidio della Acqui

Acqui Terme. Soddisfazione in città per l'inizio del processo sull'eccidio della divisione Acqui. Ha suscitato numerose reazioni positive, anche in tutta la provincia, la notizia dell'avvio in Germania del processo riguardante l'eccidio dei diecimila militari della divisione Acqui che si consumò nelle isole greche di Cefalonia e Corfù tra il 15 e il 24 settembre del 1943 ad opera dei nazisti. Per ricordare il tragico avvenimento di 34 anni fa, venne istituito nella città termale il premio letterario "Acqui Storia".

<<Finalmente, dopo molti anni di estenuante attesa si apre uno spiraglio di giustizia- ha commentato ieri l'assessore provinciale alla Cultura Adriano Icardi-. Ciò grazie a una serie di iniziative politiche e culturali, tra le quali spicca il premio Acqui Storia e l'impegno di studiosi del calibro di Marcello Venturi autore del libro "Bandiera bianca a Cefalonia" e di Alfio Caruso autore del volume "Italiani dovete morire">>. Dello stesso parere anche l'assessore alla Cultura del Comune, Danilo Rapetti: <<Pur in un rinnovato spirito di riconciliazione tra i popoli, ritengo che il processo iniziato in Gremania sia importante per fare piena luce su quanto avvenne nel settembre del 1943. A prescindere dai risultati del processo, rimane comunque la condanna storica per l'eccidio della divisione Acqui, che avvenne senza seguire i più basilari principi che hanno sempre regolato i conflitti armati>>. Recentemente, proprio da Acqui è partita una petizione che ha coinvolto in tutta Italia storici, intellettuali e cittadini comuni per chiedere che sia fatta piena luce e giustizia sui caduti di Cefalonia e Corfù. Un'iniziativa andata a buon fine, visto che ieri in Germania è stato aperto un processo che si attendeva ormai da anni. Quando tutto sembrava ormai perso e relegato nei libri di storia, il martirio della divisione Acqui sta diventando un vero e proprio simbolo di una rinnovata coscienza civile europea in un momento in cui si stanno affacciando purtroppo nuovi scenari di guerra a livello mondiale.

(g.l.f.)
da "La Stampa" del 9/10/2001



Cefalonia, dopo cinqant'anni la Germania processa i colpevoli dell'eccidio.
Raccolte le prove della responsabilità di alcuni ufficiali della Werhmacht. L'accusa è di fucilazione di massa, nel 68' il procedimento fu archiviato.


Francesca Sforza- Berlino


Dopo cinquantotto anni di silenzio, omissioni e rinvii, la Germania riapre il caso Cefalonia, non nelle aule universitarie delle facoltà di storia, ma in un tribunale. Il procuratore di Dortmund Ulrich Maass, infatti, è riuscito a raccogliere le prove della responsabilità di cinque o sei soldati della Wehrmacht ancora viventi, in quello che è stato il più controverso eccidio della seconda guerra mondiale. L'accusa, per loro, è di fucilazione di massa, e il dossier coi nomi, i dati e le prove a carico- rigorosamente segreto- è già sul tavolo del ministero di Giustizia competente. Il massacro di Cefalonia, in cui tra l'8 e il 24 settembre del 1943 morirono cinquemila soldati della divisione Acqui, non ha avuto fino a questo momento nessuna risposta giudiziaria. Per quella che il procuratore americano Taylor definì, nel corso del processo di Norimberga, "l'azione di guerra più infame", l'unico a pagare fu il Generale Lenz, condannato a 12 anni di carcere con capi d'accusa che non riguardavano la sua partecipazione all'eccidio. Oggi, grazie al lavoro congiunto del procuratore Maas con gli storici militari Claudio Gentile e Klaus Kaltenegger e con la giornalista del "Suddeutsche Zeitung" Christiane Kohl, sembra aprirsi per la vicenda di Cefalonia un nuovo importante capitolo. Arrendersi e cedere le armi ai tedeschi, o affrontare da soli la resistenza armata? Questa l'alternativa che si pose, l'8 settembre del 1943, ai soldati italiani che presidiavano le isole di Cefalonia e di Corfù. Dopo estenuanti trattative tra il generale Antonio Gandin e il tenente colonnello tedesco Barge, la Divisione Acqui scelse la resistenza. La battaglia contro l'artiglieria tedesca si protrasse per oltre una settimana, dal 15 al 22 settembre, al termine della quale il generale Gandin dichiarò la resa. Ma da Berlino giunse un ordine inequivocabile: "A Cefalonia, a causa del tradimento della guarnigione, non devono essere fatti prigionieri di nazionalità italiana, il generale Gandin e i suoi ufficiali responsabili devono essere immediatamente passati per le armi secondo gli ordini del Fuehrer". La vendetta tedesca fu spietata, Gandin venne fucilato alla schiena e 960 ufficiali furono falciati dalle mitragliatrici. Tremila superstiti, caricati su tre piroscafi, scomparirono in mare affondati dalle mine.

Nella metà degli anni Sessanta, per iniziativa del centro Simon Wiesenthal, il caso Cefalonia fu aperto ufficialmente per la prima volta. I responsabili del centro Wiesenthal avevano raccolto oltre trecento testimoni, tutti disposti ad ammettere l'eccidio di massa. Le testimonianze erano sconvolgenti: il mare davanti Cefalonia rimase rosso di sangue per giorni, e le fucilazioni durarono per oltre ventiquattro ore consecutive senza mai arrestarsi. Uno dei testimoni raccontò che tra gli ordini ricevuti, i tedeschi avevano anche avuto quello di "affondare i corpi in punti diversi dopo averli zavorrati" al fine di farne perdere le tracce. All'epoca dell'apertura delle indagini, molti responsabili della strage erano ancora vivi, ma il 17 settembre del 1968 il procedimento venne archiviato senza troppe spiegazioni. Negli anni successivi, il caso di Cefalonia ha sempre costituito un momento molto delicato delle relazioni diplomatiche italo- tedesche. Di fronte alle ripetute richieste italiane di chiarimento, la spiegazione ufficiale per la chiusura del procedimento giudiziario fu che i responsabili ancora in vita si trovavano nella DDR. Le ragioni della guerra fredda le rendevano irraggiungibili. Tra le motivazioni che impedirono la diffusione pubblica della motivazione della procura di Dortmund, c'era anche quella della "particolare sensibilità dell'Italia all'argomento". Se gli italiani fossero stati informati di quelle ragioni, le relazioni fra i due paesi si sarebbero certamente incrinate. Per questo su Cefalonia scese il silenzio.

da "La Stampa" del 8/10/2001



Novemila trucidati senza colpevoli
L'Italia per ragioni politiche scelse di non chiedere giustizia


Mario Baudino

I morti furono 9500. I superstiti percorsero il lungo calvario della prigionia, e quelli che si erano uniti alla resistenza greca sfilarono, sconfitta la Wermacht, con armi e bandiere per le strade di Cefalonia riconquistata. L'epopea della divisione Acqui, massacrata dai tedeschi perché non si consegnò dopo l'8 settembre, è sì una pagina gloriosa della storia italiana, ma rappresenta anche una di quelle tragedie per le quali non sembra esserci giustizia, dove i colpevoli non sono mai stati puniti. I colpevoli sono gli ufficiali della Wermacht e di corpi speciali austriaci, che ebbero l'ordine di prendere l'isola e non fare prigionieri. Come racconta Alfio Caruso in "Italiani dovete morire" (Longanesi), Cefalonia era stata fino ad allora un posto tranquillo, dove alle truppe italiane toccava soprattutto misurarsi con la malaria e col problema del cibo. Ma nel momento del pericolo, i nostri soldati scelsero di non arrendersi. Il loro comandante, il generale Antonio Gandin (che aveva fama di "filotedesco") non si fidava degli ex- alleati. Prese tempo, in attesa di disposizioni più precise dalla vicina Brindisi, da dove ricevette però solo l'ordine di far salpare il poco naviglio per l'Italia, e successivamente quello di considerare i tedeschi come nemici. Lui sapeva di non poter resistere a lungo: però quando, dopo aver consultato i cappellani militari (decisione assai inusuale), propose una consultazione reparto per reparto, la risposta fu quasi unanime: si combatta.

Disarmare il piccolo presidio tedesco sull'isola non fu così difficile. Resistere ai bombardieri fu tutt'altra impresa, ma la Acqui si batté fino al 22 settembre, lasciando sul terreno 1500 morti. I tedeschi assassinavano i soldati sconfitti. Dopo la resa, dal 23 al 24, scatenarono la più spaventosa delle rappresaglie. Tra soldati e ufficiali vennero massacrate cinquemila persone, i cadaveri lasciati sul terreno per giorni e giorni e poi gettati in mare. L'orgia di sangue ebbe una sorte di terrificante coda nei giorni successivi, quando tremila prigionieri furono avviati verso la terraferma per essere deportati in Germania e in Polonia.

Le due navi che li trasportavano saltarono sulle mine di cui era disseminato il porto, i tedeschi spararono su quei pochi che riuscirono a gettarsi in mare. Altri morti portarono il prezzo pagato dalla "Acqui" a 9500 vite. Al processo di Norimberga il generale Hubert Lanz, che diresse le operazioni contro Cefalonia, venne condannato a 12 anni (ne scontò 5), ma solo per aver ordinato la fucilazione di alcuni ufficiali della "Acqui". La corte internazionale non era riuscita a capire, in mancanza di testimonianze italiane, le dimensioni della tragedia. Nel 64', dopo il romanzo di Marcello Venturi "Bandiera Bianca a Cefalonia", il cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal riuscì a far aprire un procedimento dalla procura di Dortmund, che nel 69' archiviò per non aver identificato (salvo uno) gli ufficiali chiamati in causa. In Italia il padre di un uomo ucciso accusò oltre ai tedeschi anche i più noti sopravvissuti della Acqui, che col loro rifiuto a cedere le armi avrebbero avuto una responsabilità nella strage. Ci furono molte inchieste e infine un processo, nel 55', con imputati italiani e tedeschi. I primi, gli eroi di Cefalonia, vennero ovviamente prosciolti. Per i secondi ci furono interventi dello stesso governo italiano (lo ha ammesso Paolo Emilio Taviani): la Germania era ormai un alleato atlantico, l'inchiesta fu insabbiata.

da "La Stampa" del 8/10/2001

 

 

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