Iniziato
il processo
Giustizia per l'eccidio della Acqui
Acqui
Terme. Soddisfazione in città per l'inizio del
processo sull'eccidio della divisione Acqui. Ha suscitato numerose
reazioni positive, anche in tutta la provincia, la notizia dell'avvio
in Germania del processo riguardante l'eccidio dei diecimila militari
della divisione Acqui che si consumò nelle isole greche
di Cefalonia e Corfù tra il 15 e il 24 settembre del 1943
ad opera dei nazisti. Per ricordare il tragico avvenimento di
34 anni fa, venne istituito nella città termale il premio
letterario "Acqui Storia".
<<Finalmente,
dopo molti anni di estenuante attesa si apre uno spiraglio di
giustizia- ha commentato ieri l'assessore provinciale alla Cultura
Adriano Icardi-. Ciò grazie a una serie di iniziative politiche
e culturali, tra le quali spicca il premio Acqui Storia e l'impegno
di studiosi del calibro di Marcello Venturi autore del libro "Bandiera
bianca a Cefalonia" e di Alfio Caruso autore del volume "Italiani
dovete morire">>. Dello stesso parere anche l'assessore
alla Cultura del Comune, Danilo Rapetti: <<Pur in un rinnovato
spirito di riconciliazione tra i popoli, ritengo che il processo
iniziato in Gremania sia importante per fare piena luce su quanto
avvenne nel settembre del 1943. A prescindere dai risultati del
processo, rimane comunque la condanna storica per l'eccidio della
divisione Acqui, che avvenne senza seguire i più basilari
principi che hanno sempre regolato i conflitti armati>>.
Recentemente, proprio da Acqui è partita una petizione
che ha coinvolto in tutta Italia storici, intellettuali e cittadini
comuni per chiedere che sia fatta piena luce e giustizia sui caduti
di Cefalonia e Corfù. Un'iniziativa andata a buon fine,
visto che ieri in Germania è stato aperto un processo che
si attendeva ormai da anni. Quando tutto sembrava ormai perso
e relegato nei libri di storia, il martirio della divisione Acqui
sta diventando un vero e proprio simbolo di una rinnovata coscienza
civile europea in un momento in cui si stanno affacciando purtroppo
nuovi scenari di guerra a livello mondiale.
(g.l.f.)
da "La Stampa" del 9/10/2001
Cefalonia, dopo cinqant'anni la Germania
processa i colpevoli dell'eccidio.
Raccolte le prove della responsabilità
di alcuni ufficiali della Werhmacht. L'accusa è di fucilazione
di massa, nel 68' il procedimento fu archiviato.
Francesca Sforza- Berlino
Dopo cinquantotto anni di silenzio, omissioni e rinvii, la Germania
riapre il caso Cefalonia, non nelle aule universitarie delle facoltà
di storia, ma in un tribunale. Il procuratore di Dortmund Ulrich
Maass, infatti, è riuscito a raccogliere le prove della
responsabilità di cinque o sei soldati della Wehrmacht
ancora viventi, in quello che è stato il più controverso
eccidio della seconda guerra mondiale. L'accusa, per loro, è
di fucilazione di massa, e il dossier coi nomi, i dati e le prove
a carico- rigorosamente segreto- è già sul tavolo
del ministero di Giustizia competente. Il massacro di Cefalonia,
in cui tra l'8 e il 24 settembre del 1943 morirono cinquemila
soldati della divisione Acqui, non ha avuto fino a questo momento
nessuna risposta giudiziaria. Per quella che il procuratore americano
Taylor definì, nel corso del processo di Norimberga, "l'azione
di guerra più infame", l'unico a pagare fu il Generale
Lenz, condannato a 12 anni di carcere con capi d'accusa che non
riguardavano la sua partecipazione all'eccidio. Oggi, grazie al
lavoro congiunto del procuratore Maas con gli storici militari
Claudio Gentile e Klaus Kaltenegger e con la giornalista del "Suddeutsche
Zeitung" Christiane Kohl, sembra aprirsi per la vicenda di
Cefalonia un nuovo importante capitolo. Arrendersi e cedere le
armi ai tedeschi, o affrontare da soli la resistenza armata? Questa
l'alternativa che si pose, l'8 settembre del 1943, ai soldati
italiani che presidiavano le isole di Cefalonia e di Corfù.
Dopo estenuanti trattative tra il generale Antonio Gandin e il
tenente colonnello tedesco Barge, la Divisione Acqui scelse la
resistenza. La battaglia contro l'artiglieria tedesca si protrasse
per oltre una settimana, dal 15 al 22 settembre, al termine della
quale il generale Gandin dichiarò la resa. Ma da Berlino
giunse un ordine inequivocabile: "A Cefalonia, a causa del
tradimento della guarnigione, non devono essere fatti prigionieri
di nazionalità italiana, il generale Gandin e i suoi ufficiali
responsabili devono essere immediatamente passati per le armi
secondo gli ordini del Fuehrer". La vendetta tedesca fu spietata,
Gandin venne fucilato alla schiena e 960 ufficiali furono falciati
dalle mitragliatrici. Tremila superstiti, caricati su tre piroscafi,
scomparirono in mare affondati dalle mine.
Nella
metà degli anni Sessanta, per iniziativa del centro Simon
Wiesenthal, il caso Cefalonia fu aperto ufficialmente per la prima
volta. I responsabili del centro Wiesenthal avevano raccolto oltre
trecento testimoni, tutti disposti ad ammettere l'eccidio di massa.
Le testimonianze erano sconvolgenti: il mare davanti Cefalonia
rimase rosso di sangue per giorni, e le fucilazioni durarono per
oltre ventiquattro ore consecutive senza mai arrestarsi. Uno dei
testimoni raccontò che tra gli ordini ricevuti, i tedeschi
avevano anche avuto quello di "affondare i corpi in punti
diversi dopo averli zavorrati" al fine di farne perdere le
tracce. All'epoca dell'apertura delle indagini, molti responsabili
della strage erano ancora vivi, ma il 17 settembre del 1968 il
procedimento venne archiviato senza troppe spiegazioni. Negli
anni successivi, il caso di Cefalonia ha sempre costituito un
momento molto delicato delle relazioni diplomatiche italo- tedesche.
Di fronte alle ripetute richieste italiane di chiarimento, la
spiegazione ufficiale per la chiusura del procedimento giudiziario
fu che i responsabili ancora in vita si trovavano nella DDR. Le
ragioni della guerra fredda le rendevano irraggiungibili. Tra
le motivazioni che impedirono la diffusione pubblica della motivazione
della procura di Dortmund, c'era anche quella della "particolare
sensibilità dell'Italia all'argomento". Se gli italiani
fossero stati informati di quelle ragioni, le relazioni fra i
due paesi si sarebbero certamente incrinate. Per questo su Cefalonia
scese il silenzio.
da
"La Stampa" del 8/10/2001
Novemila trucidati senza colpevoli
L'Italia
per ragioni politiche scelse di non chiedere giustizia
Mario Baudino
I
morti furono 9500. I superstiti percorsero il lungo calvario della
prigionia, e quelli che si erano uniti alla resistenza greca sfilarono,
sconfitta la Wermacht, con armi e bandiere per le strade di Cefalonia
riconquistata. L'epopea della divisione Acqui, massacrata dai
tedeschi perché non si consegnò dopo l'8 settembre,
è sì una pagina gloriosa della storia italiana,
ma rappresenta anche una di quelle tragedie per le quali non sembra
esserci giustizia, dove i colpevoli non sono mai stati puniti.
I colpevoli sono gli ufficiali della Wermacht e di corpi speciali
austriaci, che ebbero l'ordine di prendere l'isola e non fare
prigionieri. Come racconta Alfio Caruso in "Italiani dovete
morire" (Longanesi), Cefalonia era stata fino ad allora un
posto tranquillo, dove alle truppe italiane toccava soprattutto
misurarsi con la malaria e col problema del cibo. Ma nel momento
del pericolo, i nostri soldati scelsero di non arrendersi. Il
loro comandante, il generale Antonio Gandin (che aveva fama di
"filotedesco") non si fidava degli ex- alleati. Prese
tempo, in attesa di disposizioni più precise dalla vicina
Brindisi, da dove ricevette però solo l'ordine di far salpare
il poco naviglio per l'Italia, e successivamente quello di considerare
i tedeschi come nemici. Lui sapeva di non poter resistere a lungo:
però quando, dopo aver consultato i cappellani militari
(decisione assai inusuale), propose una consultazione reparto
per reparto, la risposta fu quasi unanime: si combatta.
Disarmare
il piccolo presidio tedesco sull'isola non fu così difficile.
Resistere ai bombardieri fu tutt'altra impresa, ma la Acqui si
batté fino al 22 settembre, lasciando sul terreno 1500
morti. I tedeschi assassinavano i soldati sconfitti. Dopo la resa,
dal 23 al 24, scatenarono la più spaventosa delle rappresaglie.
Tra soldati e ufficiali vennero massacrate cinquemila persone,
i cadaveri lasciati sul terreno per giorni e giorni e poi gettati
in mare. L'orgia di sangue ebbe una sorte di terrificante coda
nei giorni successivi, quando tremila prigionieri furono avviati
verso la terraferma per essere deportati in Germania e in Polonia.
Le
due navi che li trasportavano saltarono sulle mine di cui era
disseminato il porto, i tedeschi spararono su quei pochi che riuscirono
a gettarsi in mare. Altri morti portarono il prezzo pagato dalla
"Acqui" a 9500 vite. Al processo di Norimberga il generale
Hubert Lanz, che diresse le operazioni contro Cefalonia, venne
condannato a 12 anni (ne scontò 5), ma solo per aver ordinato
la fucilazione di alcuni ufficiali della "Acqui". La
corte internazionale non era riuscita a capire, in mancanza di
testimonianze italiane, le dimensioni della tragedia. Nel 64',
dopo il romanzo di Marcello Venturi "Bandiera Bianca a Cefalonia",
il cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal riuscì a far
aprire un procedimento dalla procura di Dortmund, che nel 69'
archiviò per non aver identificato (salvo uno) gli ufficiali
chiamati in causa. In Italia il padre di un uomo ucciso accusò
oltre ai tedeschi anche i più noti sopravvissuti della
Acqui, che col loro rifiuto a cedere le armi avrebbero avuto una
responsabilità nella strage. Ci furono molte inchieste
e infine un processo, nel 55', con imputati italiani e tedeschi.
I primi, gli eroi di Cefalonia, vennero ovviamente prosciolti.
Per i secondi ci furono interventi dello stesso governo italiano
(lo ha ammesso Paolo Emilio Taviani): la Germania era ormai un
alleato atlantico, l'inchiesta fu insabbiata.
da
"La Stampa" del 8/10/2001