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Definizioni
Linguaggio e conoscenza: la significazione
La storiografia,
come tutte le altre discipline scientifiche, utilizza oggi un
linguaggio specializzato. I linguaggi specializzati
sono in genere più rigorosi rispetto ai linguaggi naturali,
implicano la definizione dei significati dei termini, prevedono
regole precise per il loro uso e per la creazione di nuovi termini.
I termini del linguaggio tuttavia non avrebbero alcuna efficacia
conoscitiva se non corrispondessero, approssimativamente, a dei
contenuti mentali. Siamo soliti denominare variamente questi contenuti
mentali: idee, concetti, pensieri, significati (queste varie espressioni
possiamo per ora considerale come sinonime). Ha senso allora domandarsi
preliminarmente che rapporto esista tra i termini del linguaggio
e i contenuti mentali che costituiscono le nostre conoscenze storiche
e che rapporto sussista tra questi contenuti mentali e la realtà effettiva
delle cose che intendiamo ricostruire attraverso di essi.
In ambito linguistico e semiotico è stata elaborata una
teoria del significato che riguarda tutti i processi di significazione
e che va quindi ben oltre il linguaggio naturale e i linguaggi
specialistici delle scienze. Si è soliti distinguere – all’interno
di un unico processo di significazione – tra significante,
significato e referente. Spesso la distinzione viene rappresentata
secondo uno schema triadico che risale a Ogden e Richards. In particolare
il segno (o significazione, o funzione segnica) viene definito
come un rapporto instaurato tra un significante e un significato,
sulla base di una regola o codice. Il significante è l’elemento
che veicola un significato. Nella maggior parte dei casi è sufficiente
che sussista un legame convenzionale tra il significante e il significato.
In generale, qualunque cosa può essere usata convenzionalmente
come veicolo di significazione (purché venga stabilita e
rispettata una regola di corrispondenza, ovvero un codice).
Il significato è quanto viene veicolato dal significante
(ovvero, in termini rozzi, il contenuto mentale veicolato). Ma
in cosa consiste precisamente il significato? La risposta più semplice – in
accordo con Umberto Eco – è che il significato sia
definibile come un’unità culturale . In effetti il
significante mette in moto in noi qualche processo mentale complesso
che ci induce a elaborare e individuare qualcosa di abbastanza
preciso (che comunemente chiamiamo significato, idea, concetto,
pensiero...). Questo elemento evocato è indubbiamente un’unità,
nel senso che si tratta di qualcosa di distinto da qualsiasi altro
elemento (se ho l’idea di un’automobile, non ho l’idea
dei pattini a rotelle, o della bicicletta, o di qualsiasi altra
cosa). È una unità culturale perché tutti
i nostri contenuti mentali derivano in ultima analisi dalla cultura
che ci circonda e che abbiamo appreso: attraverso un’infinità di
interazioni a contatto con la cultura della nostra società impariamo
a individuare (e a interiorizzare e memorizzare) moltissimi segmenti
di esperienza che per noi costituiscono elementi unitari, distinti
da tutti gli altri. Se tuttavia i significati interiorizzati fossero
assai diversi da individuo a individuo, questi non avrebbero alcun
valore comunicativo e conoscitivo comune. Allora, nella nostra
vita comunicativa, continuiamo a contrattare con gli altri i significati
importanti che usiamo; in altri termini, ci mettiamo in qualche
misura d’accordo; al di là delle differenze individuali,
identifichiamo un’area comune di significato, che è quella
che è codificata nella nostra cultura di riferimento, e
che è quella che ci attendiamo che gli altri intendano.
In tal modo i termini del linguaggio acquistano un significato
abbastanza univoco e diventano sufficientemente efficaci per la
comunicazione. Ciò è più che sufficiente per
le esigenze della vita quotidiana; possiamo tuttavia tentare di
precisare meglio, di esplicitare l’area del significato condiviso:
in questo caso siamo costretti a fornire un’interpretazione
della nostra idea o concetto, o del nostro significato; nell’ambito
del linguaggio verbale il modo più efficace di interpretare
un’idea o un concetto è quello di fornirne una definizione.
Possiamo dire di “conoscere” effettivamente un’idea,
un concetto, oppure un significato quando siamo in grado di esplicitarla,
di fornirne un’interpretazione, ovvero particolarmente quando
riusciamo a darne una definizione, nell’ambito della cultura
entro la quale comunichiamo.
Il referente dovrebbe essere quello “stato di cose” cui
il significato si riferisce. Ciò apparentemente sembra semplice
e convincente, ma non è così: il referente rappresenta
l’aspetto più problematico della significazione: in
che senso il concetto di uomo si riferisce a un uomo reale in carne
ed ossa, oppure a tutti gli uomini? A cosa si riferisce effettivamente
il concetto di triangolo? Il concetto di “Dio” ha un
referente? A cosa si riferisce effettivamente il concetto di giustizia
o di bellezza? A cosa si riferisce il concetto di “dinosauro”,
ora che i dinosauri sono estinti? La soluzione più comunemente
adottata è che – perché ci sia significazione – il
referente non sia particolarmente importante (può anche
essere costituito da una credenza, una superstizione…). Osserva
infatti Eco: «..ogni volta che si manifesta una possibilità di
mentire siamo in presenza di una funzione segnica. Funzione segnica
significa possibilità di significare (e dunque di comunicare)
qualcosa a cui non corrisponde alcuno stato reale dei fatti» e
ancora «... la semiotica ha individuato a questo punto una
nuova soglia, quella tra condizioni di significazione e condizioni
di verità» .
Se per “significare” efficacemente il referente non è fondamentale,
quando ci occupiamo di una disciplina scientifica (come ad esempio
la storiografia) allora diventa particolarmente importante che
sussista una corrispondenza (in termini di verità o falsità)
tra il significante e il referente. In altri termini, se affermo “Garibaldi è nato
a Brindisi” tutti capiscono cosa ho voluto dire (cioè ho
comunicato con successo…), anche se storicamente il contenuto
della frase viene ritenuto falso. Il problema è che, per
accertare la verità di una proposizione storiografica, devo
intraprendere una serie ulteriore di processi di significazione
(devo individuare dei documenti, devo leggerli, interpretarli,
ecc…). Non incontrerò mai Garibaldi in carne ed ossa,
avrò sempre a che fare con dei processi di significazione,
seppure altamente interconnessi e sofisticati. In altri termini,
non incontrerò mai il referente, bensì degli altri
significati rigorosamente interconnessi. Nel proseguimento di questo
lavoro, poiché ci occuperemo della storiografia, seguendo
la nostra tradizione filosofica, chiameremo “concetti” i
significati espressi dai termini del linguaggio specialistico storiografico.
Intensione ed estensione dei concetti e scala di astrazione
Per poter utilizzare
consapevolmente i concetti del linguaggio storiografico è utile ben comprendere cosa siano l’intensione
e l’estensione. Si tratta di due proprietà caratteristiche
di ogni concetto. Il significato del concetto (ovvero l’unità culturale
corrispondente) talvolta viene anche detto “intensione” volendo
indicare con ciò l’insieme delle sue proprietà caratteristiche.
L’intensione di “quadrato” sarà costituita
da ciò che fa di una figura un quadrato, cioè dalle
sue proprietà caratteristiche. L’intensione di “Fido” sarà costituita
dalle varie caratteristiche del gatto Fido: che ha una macchia
nera sull’orecchio sinistro, che è pigro, che ieri è stato
salvato miracolosamente da uno scontro con un bull-dog, eccetera.
L’intensione di “bellezza” saranno le proprietà di
ciò che è bello. L’“estensione” di
un concetto è invece «la classe delle entità alle
quali il termine può essere attribuito con verità» (Quine).
Il concetto di “Fido” ha come estensione un solo gatto
di nome Fido. “Uomo” ha come estensione la classe di
tutti gli uomini, cioè l’umanità, “quadrato” ha
come estensione la classe dei quadrati, “bellezza” avrà come
estensione tutto ciò che è bello… È chiaro
che l’estensione è in qualche modo connessa con il
riferimento del concetto (anche se ciò costituisce un problema
complesso dal punto di vista filosofico).
È
abbastanza chiaro che intensione ed estensione sono inversamente
proporzionali: se aumenta l’estensione, l’intensione
tende a concentrarsi su un numero ristretto di proprietà e
viceversa. Se questo è vero, allora i concetti che noi utilizziamo
sono organizzabili, anche se in maniera non rigorosissima , lungo
una scala di astrazione. Sicuramente “Garibaldi” (elevata
intensione e bassa estensione) è meno astratto di “cristianesimo”,
l’“incontro di Teano” è ancora più specifico
di Garibaldi, e così via. Tutto ciò si rivelerà estremamente
utile per comprendere la funzione dei concetti nella storiografia
e nell’insegnamento della storia.
L’uso dei concetti nella storiografia
La storiografia è una scienza che produce delle ricostruzioni
intersoggettive, espresse attraverso un linguaggio specialistico
costituito di concetti. Tutti i concetti della storiografia possono
essere considerati delle unità culturali nel senso che abbiamo
definito. L’attività continua, intersoggettiva e cumulativa,
di definizione e ridefinizione dei concetti – che rappresenta
il cardine dell’attività storiografica – possiamo
chiamarla in generale interpretazione o, più specificatamente
quando viene coinvolto il linguaggio, concettualizzazione. Interpretare
significherà per noi attribuire a qualcosa un significato
sulla base di una regola (o “codice”). Quindi il termine “interpretazione” lo
possiamo adoperare per una frase scritta, per un documento, fino
a fatti storici complicatissimi come, ad esempio, la Rivoluzione
francese. Quando disponiamo di codici certi e definiti, l’interpretazione
non pone problemi, come quando leggiamo un testo in una lingua
familiare. Quando tuttavia i codici sono incerti, mal definiti,
quando non sappiamo bene quali codici usare, allora l’interpretazione
diventa più difficoltosa, come ad esempio, quando siamo
di fronte a un’opera d’arte. Nel caso in cui non esistano
codici utili o condivisi, allora possiamo ridefinire i vecchi codici
interpretativi oppure, addirittura, istituire dei nuovi codici.
L’interpretazione in altri termini risponde alla domanda: “cos’è questo”?
L’interpretazione serve a individuare e a descrivere le cose,
a trarle dal “continuum” indistinto. Secondo i correnti
orientamenti, buona parte della cultura è, nella sostanza,
interpretazione.
Un caso speciale di interpretazione si ha nella costruzione di
nuovi concetti. Quando – di fronte al compito di produrre
una ricostruzione storiografica – il ricorso a codici condivisi
(ovvero al patrimonio concettuale già esistente) non si
rivela particolarmente utile, si tratta allora di costruire ex
novo dei concetti adeguati (con relativi codici interpretativi).
Ad esempio, alla fine della seconda guerra mondiale, ci si rese
conto dell’enormità dei crimini perpetrati dai nazisti
ai danni degli ebrei. A molti lo sterminio degli ebrei non sembrò definibile
(ovvero interpretabile) come un semplice crimine, si sentì il
bisogno di distinguere quel crimine dagli altri. Allora, al processo
di Norimberga, si definì un nuovo concetto giuridico, quello
di “crimine contro l’umanità”. È stato
creato un nuovo concetto, che ha finito per diventare patrimonio
comune e regola consolidata di interpretazione di taluni fatti
storici. Gli storici si trovano spesso nella condizione di creare
nuovi concetti. Se questi nuovi concetti sono compatibili con i
documenti, se superano il vaglio della comunità scientifica,
diventano concetti consolidati della disciplina e possono aiutare
la crescita della nostra conoscenza storica.
I concetti – vecchi o nuovi che siano – vengono utilizzati
per produrre le ricostruzioni storiografiche. Essi tendenzialmente
vengono usati con intenti prevalentemente descrittivi o con intenti
prevalentemente esplicativi. È tuttavia importante comprendere
che ci troviamo in presenza di due varianti dell’interpretazione
e non di due aspetti diversi del metodo storico. La ricostruzione
storiografica può avere per oggetto uno specifico fatto
storico; in tal caso si tratta di descriverlo, di “dire cos’è”.
Così facendo occorre utilizzare una catena di interpretazioni,
dalla lettura dei documenti fino al risultato finale. Ma i concetti
descrittivi possono ulteriormente essere connessi tra di loro per
rispondere alla domanda “perché?”, ovvero per
produrre delle specifiche spiegazioni. Tuttavia le spiegazioni
in storia, non essendo possibile alcuna generalizzazione, possono
sempre essere ricondotte a meccanismi interpretativi (e non al
meccanismo tipico della spiegazione scientifica in base a leggi,
come nelle scienze della natura).
Tipologia dei concetti storiografici
Poiché particolari tipi di concetti possono presentare
dei problemi, per chi progetta l’insegnamento può essere
utile disporre di una tipologia (o più di una) dei concetti
che si possono utilizzare in ambito storiografico. Naturalmente
qualsiasi classificazione dei concetti è convenzionale e
dipende dai criteri di classificazione adottati. Si tratta come
al solito di fare buon uso delle nostre classificazioni mantenendo
una sorveglianza critica, soprattutto nei confronti della nostra
naturale tendenza a conferire loro una realtà effettiva.
I
concetti storiografici si differenziano per le loro proprietà intensionali
Anzitutto si
può affermare – anche se risulta piuttosto
banale – che i concetti differiscano tra loro per le loro
proprietà intensionali caratteristiche: “Garibaldi” è diverso
da “Napoleone”, anche se potremmo considerali entrambi
dei “condottieri”, “Galileo” e “Newton” per
alcune proprietà potranno anche sovrapporsi, ma per altre
si differenzieranno, e così via. A bassi livelli di astrazione,
le proprietà che potenzialmente possono venir considerate
sono innumerevoli e quindi occorre decidere quali prendere in considerazione
e quali ignorare. Lo storico comunque non è particolarmente
interessato alla generalizzazione. La disciplina storica è idiografica,
si occupa delle accidentalità più che delle generalità;
occorre tuttavia tenere sotto controllo il gusto per le descrizioni
troppo particolareggiate per non finire nella mera erudizione.
Livello di astrazione dei concetti storiografici
Come si è visto, i concetti – in base alla loro
estensione – si possono idealmente ordinare lungo una scala
di astrazione, dal meno astratto al più astratto. Tuttavia
sono possibili diverse scale di astrazione, non esiste un ordinamento
assoluto (di ciò si era già accorto Aristotele
nella sua teoria delle categorie). Se aumenta l’astrazione è più facile
(ma non necessario) che il concetto sia trans temporale e trans
spaziale o anche trans culturale... (anche se la cosa va accertata
di volta in volta). Solitamente (ma non sempre) i concetti dotati
di astrazione media (i cosiddetti concetti di medio raggio – come
sono stati definiti dal sociologo Merton) sono i concetti più produttivi
perché possono più facilmente connettersi con i
concetti di livello di astrazione inferiore e poiché – connettendosi
a concetti più estesi – permettono di operare sintesi
più ampie. La teoria per cui i concetti di medio raggio
sarebbero i più utili non vede alcun accordo tra gli storici
(si pensi a un erudito per il quale contino specialmente i dettagli
minimi ed elementari), ma potrebbe essere adottata come “regola
dell’arte”, soprattutto in campo educativo.
I
concetti della storiografia si riferiscono a entità collocate
nello spazio e nel tempo
Molti concetti
storiografici sono caratterizzati dal fatto di riferirsi a elementi
che sono collocati nel tempo e nello spazio.
Un concetto come “guerra” si riferisce a un’ampia
classe di fenomeni tanto che sembra piuttosto indifferente allo
spazio e al tempo (sembra extra-storico). Se specifico il concetto,
ad esempio, se parlo di “guerra atomica”, allora il
concetto diventerà più circostanziato. In altri termini,
la collocazione nello spazio e nel tempo fa parte delle proprietà intensionali
dei concetti che utilizziamo. L’uso di concetti spazio-temporali
di ampia portata comporta rischi di generalizzazioni indebite,
di sovrapposizioni, di arbitrarietà. Tuttavia l’uso
di concetti di portata ampia determina una maggiore forza interpretativa
ricostruttiva, permette una migliore comprensione degli eventi
(comprendere significa anche sintetizzare). Affermare che lo stalinismo è una
forma di totalitarismo è assai più azzardato che
dichiarare che Stalin era georgiano, tuttavia si guadagna in ricchezza
conoscitiva. L’unico modo per non commettere abusi consiste
nel dichiarare sempre esplicitamente quale sia il livello di astrazione
al quale ci si pone.
Molti concetti usati nella storiografia sono assolutamente gli
stessi delle altre scienze sociali, anche se il loro uso non è esattamente
lo stesso; nelle scienze sociali si desidera che i concetti siano
il più possibile validi universalmente, non influenzati
dallo spazio e dal tempo o da specifiche culture; nella storiografia
questi concetti perdono la loro universalità e si devono
necessariamente arricchire delle connotazioni più specifiche,
relative allo spazio e al tempo.
Classificazione dei concetti in base alla loro storia e al loro
uso
I concetti,
essendo radicati nelle culture (li abbiamo considerati come delle
unità culturali) ed essendo le culture storiche,
possiedono anch’essi una storia (nascono, scompaiono, mutano
le loro proprietà intensionali...). È piuttosto utile
allora distinguere i concetti anche in base al loro uso (e alla
loro stessa genesi storica). Rispetto a questa problematica possiamo
distinguere tra:
- concetti usati dagli attori della storia per fare la storia stessa;
in questo caso il compito ricostruttivo si rivolge alle interpretazioni
che sono state storicamente date di vari concetti (cosa si intendeva
nell’Inghilterra del Seicento con “rivoluzione”,
ecc...).
- concetti usati dagli storici per interpretare la storia fatta
dagli attori; in questo caso il compito ricostruttivo si rivolge
ai concetti prodotti dagli storici e che – nel tempo – sono
stati progressivamente criticati, ridefiniti, abbandonati o riesumati
(un esempio tipico è il concetto di “controriforma”,
ecc...). Nel circuito interattivo tra i concetti usati dagli attori
della storia e i concetti definiti e impiegati nell’ambito
del lavoro storiografico si può riconoscere l’interazione
tra storia e storiografia, nonché tutta la problematica
dell’“uso pubblico” dei risultati della storiografia.
Una parte consistente
della ricostruzione storica del passato è costituita
proprio dalla ricostruzione storica delle interpretazioni che sono
state date via via ai concetti.
Concetti
che si riferiscono a collettività (collocabili
nel tempo e nello spazio) Un ampio gruppo
di concetti storiografici si riferisce a collettività (collocate
comunque nello spazio e nel tempo). Spesso i protagonisti del discorso
storico sono i barbari, i romani, l’uomo dell’età feudale,
i greci, la classe operaia. L’uso dei concetti che si riferiscono
a collettività presenta spesso notevoli difficoltà ed è strettamente
connesso al problema dell’individualismo metodologico. L’individualismo
metodologico è un principio secondo cui:
«
...nessuna spiegazione nelle scienze sociali o nella storia può essere
adeguata o fondata se non è espressa in termini riferiti
alle caratteristiche degli individui (le loro proprietà,
i loro fini, le loro credenze e le loro azioni). Le totalità sociali,
o gli schemi aggregati di comportamento, devono essere spiegati
sempre, almeno in ultima istanza, in termini di individui».
Secondo l’individualismo metodologico, solo gli individui
agiscono nella storia, dunque i protagonisti sono solo individui.
Ciò implica prestare particolarissima vigilanza critica
nei confronti di tutti quei concetti che si riferiscono a aggregati
di individui: nazioni, stati, classi, organizzazioni religiose,
ecc...
Concetti che si riferiscono a tipologie culturali Un altro particolare
gruppo di concetti si riferisce a tipologie culturali (feudalesimo,
ellenismo, rivoluzione scientifica, uguaglianza,
democrazia, ...). In generale questi concetti sono tanto più difficili
da manipolare quanto più sono di ampia estensione; critici
avveduti consigliano addirittura di evitare l’uso di tali
concetti. Sembra tuttavia difficile evitare questi concetti nell’insegnamento,
anche perché rappresentano comunque punti di riferimento
tradizionali e canonici della nostra cultura. Le grandi tipologie
culturali si prestano comunque piuttosto efficacemente a illustrare
come un concetto possa essere costruito e decostruito nei suoi
tratti fondamentali e come siano possibili varianti interpretative
anche assai diverse.
Assai problematica è anche la nozione di “civiltà” (nei
nuovi programmi ministeriali compare la dizione “quadri di
civiltà”). Per quanto riguarda i “quadri di
civiltà”, è evidente che le “civiltà” sono
dei costrutti. Tuttavia si può facilmente essere tentati
di scambiare il costrutto con la realtà. Finché ci
immaginiamo romanticamente “gli egizi” o i babilonesi
la cosa può non avere troppe conseguenze. Occorre non dimenticare
tuttavia che le descrizioni che i greci facevano dei barbari, la
descrizione che i popoli colonizzatori hanno fatto dei colonizzati,
la descrizione nazista degli ebrei, sono anch’essi dei “quadri
di civiltà”. Per capire quanto siano difficoltosi
ed equivoci i “quadri di civiltà” basterebbe
provare a tratteggiare il quadro della nostra attuale “civiltà occidentale”.
Concetti che individuano un periodo della storia
Un altro tipo
di concetti spesso usati nella storiografia scolastica si riferisce
alle “epoche della storia”; si tratta
di quei concetti che vengono usati per riferirsi ai fatti storici
che sono accaduti in un determinato periodo. Se parlo del “Novecento” con
ciò voglio riferirmi a tutto quanto è accaduto nel
Novecento; lo stesso vale per “età ellenistica”, “medioevo”, “restaurazione”,
e così via. È chiaro che questi concetti a causa
della loro estensione piuttosto elevata (possono includere qualsiasi
cosa, purché databile in un certo ambito temporale) rischiano
di diventare delle marche arbitrarie sotto le quali si può mettere
qualsiasi cosa. È vero che uno dei compiti più complessi
degli storici è quello della periodizzazione, ma la periodizzazione è un
risultato, viene realizzata dopo avere analizzato il materiale
documentario. Nell’insegnamento della storia ci si limita
spesso a prendere atto di periodizzazioni già realizzate.
Indubbiamente anche queste periodizzazioni sono utili riferimenti
culturali canonici; tuttavia è sempre possibile mostrare
come le periodizzazioni siano dei costrutti convenzionali, spesso
oggetto di controversia tra gli stessi storici.
Insegnare la storia per concetti?
Nei paragrafi
precedenti abbiamo cercato di definire in cosa consista la struttura
concettuale della storiografia e di delineare un certo
numero di problemi a essa relativi che influenzano anche l’ambito
dell’insegnamento della storia. In quest’ultimo paragrafo
si cercherà di ricavare alcune conseguenze nel campo della
definizione dei curricoli di storia. L’argomento sembra quanto
mai attuale, poiché stanno per essere emanati i nuovi curricoli
di storia compresi nella riforma Moratti . Dalle considerazioni
sviluppate, emerge che la storiografia incentra il proprio lavoro
ricostruttivo intorno all’interpretazione e, in particolare,
alla concettualizzazione. La narrazione storica è fondamentalmente
costruita intorno ai concetti. Su questo punto di vista possono
concordare tutte le epistemologie. In particolare Veyne ha scritto
pagine assai interessanti intorno alla centralità della
concettualizzazione nella storiografia. Imparare la storia significa
imparare i concetti della storiografia (dal lato dei contenuti
cognitivi) e imparare a “concettualizzare”, ovvero
l’arte dell’interpretazione (dal lato delle abilità).
Purtroppo il materiale storico (compresi i manuali scolastici) è costituito
di narrazioni invero piuttosto disordinate dove si mescolano definizioni
teoriche, concetti specifici, concetti generali, informazioni banali,
ecc... Se vogliamo conferire alla concettualizzazione un ruolo
importante nell’insegnamento della storia, la prima cosa è di
mettere in ordine la materia che vogliamo insegnare.
Argomenti o concetti
Nelle progettazioni
didattiche spesso la materia da insegnare è ripartita
per titoli come “Illuminismo” o “il Cristianesimo”.
Queste espressioni fanno uso indubbiamente di concetti, ma non
assolvono la funzione di concetti: assolvono la funzione di etichettatura
di argomenti, di temi, ovvero di note narrazioni o spezzoni di
narrazioni condivise dalla nostra cultura. Se dico “Cappuccetto
Rosso e il Lupo” tutti capiscono che non mi sto riferendo
a un copricapo e a un animale, ma che mi sto riferendo a una nota
narrazione condivisa nella nostra cultura. Se dico “Romolo
e Remo”, oppure se dico “La nascita dell’Islam
e la sua espansione” mi riferisco a pezzi di narrazione che
più o meno tutti conoscono (che fanno parte del “canone” dell’insegnamento
della storia). I narratologi parlerebbero di “storia”,
oppure di “fabula”. Ma una stessa fabula può essere
interpretata in modi assai diversi. La narrazione storica – asseriamo
noi – implica un’estrema sorveglianza nella costruzione
e nell’uso dei concetti (poiché si pretende che sia
una “narrazione vera”). Quindi raccontare un argomento
(“affrontare un argomento”) non significa necessariamente
avere la conoscenza concettuale dei fatti storici che possono essere
rubricati sotto quell’argomento. La progettazione didattica
dovrebbe dunque andare ben oltre l’individuazione di generici
argomenti (come invece ci si limita a fare nei programmi scolastici – la
nuova riforma non fa eccezione).
Concetti fondamentali?
Alcuni anni
or sono, si è discusso abbondantemente di “concetti
fondanti”, concetti organizzatori, saperi minimi, saperi
di base, ecc... Il risultato del dibattito era stato poi recepito
nel famoso “documento dei saggi” che andava nella direzione
di uno sfoltimento dei programmi, che doveva essere attuato tenendo
conto delle strutture epistemologiche delle discipline. Sono possibili
concetti fondamentali nella storiografia?
Veyne credo abbia chiarito definitivamente che la storiografia
non possiede un nucleo di concetti strutturati atti a venir impiegati
nella formulazione di leggi (come nel caso della fisica, della
biologia o delle altre scienze della natura). Grazie alla concettualizzazione
tuttavia la ricostruzione storiografica cessa di essere una superficiale
cronaca per diventare conoscenza approfondita e ricostruzione sempre
più “vera”. I concetti più utili allora
sono quelli che ci permettono di andare maggiormente in profondità,
ci fanno intendere, migliorano la nostra comprensione, spiegano.
Invece di narrare per filo e per segno la cronaca dello scoppio
e degli sviluppi della Grande guerra, se ricorro a concetti come
quello di nazionalismo, imperialismo, guerra totale, diplomazia
segreta, ecc... riuscirò a guadagnare una maggior profondità e
una maggior verità ricostruttiva. Per questo motivo l’apparato
concettuale non può essere fornito in astratto, ma dovrà sempre
essere legato all’elemento individuale oggetto di ricostruzione.
Allora nelle prescrizioni curricolari e nella progettazione didattica
degli insegnanti occorre non solo limitarsi a enunciare vaghi argomenti
(“la Rivoluzione americana”) ma occorre specificare
quali siano quei concetti che si ritiene siano capaci di interpretare
quanto si sta prendendo in considerazione. Non si tratta allora
di insegnare enciclopedicamente i concetti, bensì di insegnare
la storia mediante i concetti.
La dimensione storica dei concetti
Come si è visto, i concetti possiedono essi stessi una
dimensione storica almeno in due sensi: nel senso della ricostruzione
della storia della cultura e della mentalità e nel senso
della ricostruzione della stessa storia dei concetti della storiografia.
Queste due dimensioni dovrebbero essere significativamente tenute
presenti ogniqualvolta si faccia uso dei concetti interpretativi.
Purtroppo nel nostro paese non c’è mai stata molta
attenzione per la storia dei concetti e per la storia della storiografia
e quindi non disponiamo di una base di risultati immediatamente
utilizzabili nell’insegnamento.
La sistematica dei concetti e le scienze sociali
I concetti
usati nell’insegnamento della storia devono mirare
alla generalizzazione, oppure mirare a evidenziare le differenze
per circoscrivere ambiti sempre più particolari? Studiamo
vari casi di “prestito a interesse” affinché gli
allievi giungano a padroneggiare il concetto astratto di “interesse”,
oppure – dando per scontato (se possibile) la conoscenza
del concetto astratto di “interesse” – ci concentriamo
sulle differenze (e quindi ci domandiamo in cosa differisca ad
esempio la zakat dall’elemosina cristiana?). Nel nostro paese
purtroppo – in assenza di un curricolo esplicito di scienza
sociale – l’insegnante di storia coscienzioso si vede
continuamente costretto a un’attività di supplenza,
a introdurre anche i concetti di scienza sociale necessari a comprendere
la storia. Ciò comporta una continua tensione sui concetti
che storiograficamente dovrebbero essere circoscritti nello spazio
e nel tempo, ma che poi si finisce per generalizzare. La dimensione
storica dei concetti andrebbe comunque sempre tenuta separata dalla
dimensione più sistematica dei concetti che oggi è propria
delle scienze sociali.
Come scegliere gli argomenti?
Nell’insegnamento della storia l’unica strada per
operare davvero lo sfoltimento contenutistico tanto auspicato sta
dunque nell’evitare di mantenere la narrazione in superficie,
dove la dispersione regna sovrana e dove si usano concetti di bassissimo
livello di astrazione. Si tratta di procedere oltre le accidentalità per
collocare la narrazione al livello dei concetti di medio raggio.
Occorrerà scegliere quei concetti che potenziano la nostra
capacità interpretativa ed esplicativa, mantenendosi tuttavia
aderenti alla materia storica, senza fare della generica scienza
sociale. Nel patrimonio dell’insegnante dovrebbe essere presente,
per ogni spezzone della narrazione canonica, un repertorio concettuale
interpretativo e l’insegnante dovrebbe condurre le attività didattiche
avendo sempre presente questa bussola concettuale. La scelta degli
argomenti (che diventeranno le unità di lavoro) andrà realizzata
sulla base di tutte le altre complesse motivazioni che guidano
l’insegnamento della storia, ma sarà opportuno tenere
anche conto della ricchezza concettuale offerta da ciascun argomento.
Bibliografia
1975 Eco, Umberto, A theory of Semiotics, Indiana University Press.
Tr. it.: Trattato di semiotica generale, Milano, Bompiani, 1975.
2000 Ginzburg, Carlo, Rapporti di forza. Storia, retorica, prova,
Milano, Feltrinelli.
1993 Outhwaite, William & Bottomore, Tom & Gellner, Ernest & Al.
(a cura di)
The Blackwell Dictionary of Twentieth Century Social Thought, Basil
Blackwell, Oxford. Tr. it.: Dizionario delle scienze sociali, Milano,
Il Saggiatore, 1997.
1971 Veyne, Paul, Comment on écrit l'histoire, Editions
du Seuil, Paris. Tr. it.: Come si scrive la storia. Saggio di epistemologia,
Bari, Laterza, 1973.
1974 Veyne, Paul, L'histoire conceptualisante, in Le Goff, Jacques & Nora,
Pierre (a cura di), Faire de l'histoire, Paris, Gallimard. Tr.
it.: La storia concettualizzante, in Le Goff, Jacques & Nora,
Pierre (a cura di), Fare storia. Temi e metodi della nuova storiografia,
Torino, Einaudi, 1981.
Questo
lavoro ha avuto origine nell’ambito di un progetto
di ricerca della Sezione Didattica dell’ISRAL, mirante a
elaborare una proposta curricolare per l’insegnamento della
storia. Esso ha lo scopo di uniformare il linguaggio del gruppo
di lavoro e di fare un inventario di problemi che emergono nell’ambito
della progettazione delle unità di lavoro di storia. Chi
conosce le recenti teorie della semiotica o della narratologia
potrà trovare questo lavoro privo di sostanziali novità;
tuttavia il modesto tentativo di gettare un ponte tra le scienze
dell’educazione, la storiografia e le discipline che studiano
la narrazione e la significazione può avere qualche utilità nel
nostro contesto culturale, dove la confusione è piuttosto
generalizzata.
Cfr. U. Eco, Trattato di semiotica generale, Milano, Bompiani, 1975
Ci sono vari modi di fornire un’interpretazione di un concetto: ad esempio
a chi mi chiede cos’è l’automobile, io posso indicare un’automobile,
posso mostrare una foto, posso fornire una definizione, ecc…
Cfr. U. Eco, Trattato di semiotica generale, cit., pag. 89
Di ciò si era già accorto Aristotele con la sua teoria delle categorie.
Cfr. W. Outhwaite, T. Bottomore, E. Gellner, (a cura di), Dizionario delle
scienze
sociali, Milano, Il Saggiatore, 1997.
Nel momento in cui scriviamo sono noti i programmi per la scuola primaria e per
la scuola secondaria di primo grado.
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