Il bilancio (dell’insegnante)

 

 

 
Più che un bilancio è un tentativo di dare ordine alle impressioni e alle riflessioni che hanno accompagnato il lavoro del gruppo. A partire dalla valutazione delle condizioni che possono permettere una iniziativa come questa e dell’utilità che essa riveste per chi la intraprende, insegnante  o alunni senza distinzione.

La decisione da parte di un insegnante di proporre l’esperienza di un lavoro di ricerca storica nel contesto di un concorso ormai consolidato nella pratica scolastica, come è questo della Regione Piemonte, è legata, infatti, alla valutazione dell’interesse mostrato dalla classe (e al suo interno da un gruppo di alunni) per i problemi storici e culturali inerenti all’argomento proposto, e quindi della  disponibilità  a seguire un percorso di lavoro prefissato, del clima di collaborazione, anzi di armonia, che si deve instaurare.

Sono le precondizioni che giustificano l’azzardo della proposta. Con l’aggiunta della opportunità di fare leva su un elemento favorevole, comunque esistente, rappresentato dal fatto che ogni proposta che vada oltre la routine scolastica quotidiana (lezione, interrogazione, compito in classe, valutazione matematica del rendimento, ecc.), mantiene un sapore di novità e di libertà che la rende appetibile.

Va da sé che se qui si parla di bilancio, significa che tutte le condizioni elencate in precedenza erano positive, in grado e misura diversi, comunque tali da non scoraggiare la proposta medesima.

Una prima conclusione, allora, riguarda la percezione da parte dell’insegnante di riuscire a mobilitare i ragazzi in attività che appaiono meno burocratizzate e nelle quali, comunque, essi si sentano sostanzialmente protagonisti. Pur dovendo poi fare i conti con i limiti di una sensibilità e di una conoscenza dei problemi storici che ha risvolti piuttosto problematici. E per diversi motivi.

Se, ad esempio, è valutabile in termini generali una certa informazione sugli argomenti oggetto della ricerca (la seconda guerra mondiale, la Resistenza, la deportazione, la persecuzione razziale, ecc.), emerge immediatamente che essa ha la sua fonte primaria nei media: nel cinema, nella televisione.

La frequenza dei prodotti che passano per questi canali, aumentata in questi ultimi anni con programmi speciali e “macchine del tempo” e “segreti della storia” o “storia segreta”, ha certo favorito una divulgazione di temi, argomenti e problemi storici maggiore rispetto al passato.

Il rischio è certo la banalizzazione del messaggio, anche per la preponderanza di elementi spuri rispetto all’interpretazione problematica e critica: la finalizzazione allo spettacolo, l’esuberanza dell’immagine sono componenti pesanti.

Tuttavia questi sono i canali per cui passa l’informazione. Prova ne sia che il riferimento in assoluto più frequente ed immediato quando ho chiesto  che cosa conoscessero o “avessero visto” sulla persecuzione razziale o sul nazismo è il film di Benigni La vita è bella, a cui tien dietro ma con qualche distacco Schindler’s list di Spielberg.

Poi, senza dubbio, ha ormai un suo ruolo la “Giornata della memoria”, che, ancora con il supporto dei media, aumenta l’attenzione e sensibilità per questi temi. Non supplisce a quello che il tempo sta portando via quanto a strumenti per conservare la memoria, ma certo è alleato utile.

Il discorso, detto tutto ciò, va a finire nella ammissione che la scuola e gli interventi che in essa possono operarsi sono, in buona sostanza, “a sovranità limitata”, nel senso almeno che sono surclassati dall’invadenza dei media e da ciò che circola fuori dall’edificio (istituzione?) scolastico.

Semmai, ecco la seconda conclusione, dove si può tentare di inserirsi in questo gioco e mantenere un ruolo più attivo, è nel non rifiutare, o marginalizzare, ciò che i media scaricano sullo spettatore, ma riutilizzarlo puntando su un suo possibile uso più critico.

In questo senso l’esperienza di questo lavoro offre aspetti positivi e li ha offerti, non a caso, proprio sul versante ormai proprio dell’informazione giovanile, cioè Internet.

Navigare è facile e proficuo: si trova tutto o quasi. Si trova, anzi, “di tutto”. E nessuno la sa meglio dei ragazzi.

Se è così, si sente anche il bisogno, intervenendo come insegnante, di stabilire limiti e priorità, criteri di scelta e ragioni di rifiuto: insomma agire sul versante della verifica che confronti e discuta ciò che qualunque motore di ricerca ci scarica sul video.

E questa è stata una scoperta anche per l’insegnante, che per motivi generazionali prima che culturali, è meno elastico nell’uso del mezzo informatico.

Anche perché – e questa è ugualmente una scoperta – dal materiale “scaricato” da Internet si può tentare  di alimentare desideri di approfondimento, passando da una sintesi del contenuto di un libro, offerto da Internet, all’invito a leggerselo con tranquillità, e così via.

In questo contesto si è verificata, ad esempio, una reazione inattesa e benefica nella prospettiva dell’insegnante: il predominio dell’immagine, che per un primo approccio, è quasi d’obbligo per argomenti come la deportazione, ha infatti lasciato il posto alla richiesta di un suo confronto anche con altri materiali documentari. Quelli letterari: diari, memorie, romanzi; o quelli burocratici e politici: rapporti, relazioni. Libri insomma, da sfogliare, leggere e magari rileggere.

 Che poi questo avvenisse attraverso le pagine di I sommersi e i salvati, oltreché di Se questo è un uomo, non mi sembra senza valore.

 E’ questo un aspetto positivo e consolante di un lavoro che spesso appare frustrante o di scarso risultato. Anche perché, alla fine di tutto ciò, si vede la possibilità di contraddire in qualche misura uno stato di fatto comune e diffuso rappresentato dalla perdita della memoria storica.

A scuola “fare storia” è ormai sentito spesso dall’insegnante come il tentativo di mettere insieme eventi, problemi e personaggi che sono distanti, sentiti dai ragazzi come ininfluenti, persi in un tempo che rende la ricostruzione del passato un cumulo di nozioni e notizie e curiosità senza distinzione, senza gerarchia di valore.

In questo senso l’insegnante – soprattutto se ormai “ di una certa età” -  è costretto a valutare il divario generazionale esistente tra lui e i suoi ragazzi: tra chi, insomma, poteva godere di fonti storiche vicine e anche domestiche, di canali di trasmissione più diretti come il racconto orale di parenti, conoscenti a vario titolo protagonisti degli avvenimenti che facevano oggetto del loro racconto, e chi, i giovani appunto, ha invece perso molti di questi riferimenti ( e non per colpa sua) e si trova a non godere di una “memoria trasmessa”

Che esistessero  dei problemi di interpretazione e di decodificazione critica anche nel caso del racconto diretto, della memoria trasmessa esistessero in dipendenza di quella che si dice “storia piccola”, cioè della visuale ristretta, familiare o paesana, o della valle in cui si viveva, è pur vero, ma  si era “tirati dentro” un orizzonte in cui il passato non era del tutto estraneo..

Oggi questo effetto è, quasi di regola, assente, perché è assai ridotta la disponibilità di fonti orali. A meno che, ma è un ruolo di surroga, l’insegnante non si ritagli un ruolo, come dire, di “raccontatore di storie”, storie sentite raccontare, ricevute da testimoni o lette sui libri di memoria, ma tali comunque da facilitare poi la scoperta della storia vera e fare sentire la voce dei testimoni veri.

E finalmente siamo all’oggetto della ricerca che si è realizzata sul tema della deportazione, che coinvolge questi che si sono espressi e ancora molti altri problemi  legati alla memoria del passato e alla sua conservazione.  Questo era ed è l’assillo profondo dei sopravvissuti al Lager.

Alla fine il bilancio non può che essere positivo, perché il lavoro è stato progettato, discusso, sviluppato, dal gruppo ristretto che ha accettato di lavorare, ma poi anche dalla classe intera che non è rimasta fuori a guardare. Perciò ha lasciato qualcosa.

Ha intanto dato il senso di una attività che non solo richiedeva abilità tecniche (e sono ragazzi che sanno manovrare bene la tastiera di un computer), ma che offriva ancora il modo di esplorare problemi storici, culturali, umani, psicologici.  E rendersi conto, insomma, di quanto sia complicato “l’animale uomo”.

Ma poi e di conseguenza spingeva a riflettere sul valore della memoria, sull’importanza di non tagliare i ponti con il passato: dei padri, dei nonni e ancora più indietro…

Qui stava anche la provocazione dell’insegnante sempre pronto, fino ad essere un poco stucchevole, a suggerire collegamenti, proporre ampliamenti, fornire materiali. Senza però riuscire a concludere (ma chi può farlo senza riserve?) sulla lezione della storia, se sia maestra o no. Ma almeno suggerendo e avvertendo che il problema c’è.

Magari solo con la speranza di non sentirsi dire la frase che è stata citata in una delle parti di questo lavoro come metafora dell’indifferenza che spesso regna a scuola: Si, vabbè, pro. Ma da che pagina a che pagina?.

 

Giuseppe Grassano

 

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