L’eccezionalità dell’esperienza

Il divario, doloroso per il sopravvissuto, tra il raccontare il Lager e il difficile ascolto, lo scarso interesse che questo racconto suscitava,  deve tenere conto di altri fattori, oltre quello della saturazione di scritti e testimonianze sulla guerra e la naturale tendenza a non volere “rivangare il passato”, per ricominciare a vivere.

Uno dei più forti è quello che abbiamo già più volte ricordato: la condizione descritta dai sopravvissuti, la vita del Lager era inimmaginabile, oltre la percezione della gente normale, nella vita quotidiana come nella vita sociale. Chi era stato risparmiato da quell’esperienza come poteva accettare e capire un mondo ribaltato, nel quale nessuno dei valori civili, sociali, politici, umani a cui facciamo normalmente riferimento aveva significato?

E in più, tutto era da inserire in un programma scientificamente studiato, calcolato, pianificato, secondo la “mentalità tedesca” della funzionalità, dell’esattezza.

E, infine, si raccontava di cose di cui quasi nessuno sapeva con certezza, di cui nessuno aveva sentito parlare, se non come lontane, misteriose.

Come non credere che questi racconti fossero frutto di esagerazione, se non di fantasia?

Ma c’è un altro fattore che pesa ugualmente, perché rende difficile al sopravvissuto il raccontare e agli altri ”dare credito” alla sua parola.

Lo identifica con grande chiarezza Primo Levi fin dall’inizio del suo libro: appena entrato nel campo, sottoposto alle cerimonie umilianti – spogliato dei vestiti, rasato di ogni pelo del corpo, condotto a fare la doccia, alla disinfezione, rivestito di abiti non suoi, di fortuna, o della divisa a righe, identificato da un numero, senza più nome né oggetti personali  -- che finivano per traumatizzare il prigioniero e farlo sentire una cosa, non più un uomo, lo scrittore conclude:

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo.

E Robert Antelme, nella prefazione al suo libro che abbiamo già citato, fa corrispondere al “delirio” di parlare ed essere ascoltati, la difficoltà di parlare con le parole solite, normali:

Si capì subito però che ci sarebbe stato impossibile colmare la distanza che si andava scoprendo, tra il linguaggio di cui disponevamo e l’esperienza che quasi tutti stavamo ancora inseguendo dentro di noi. Ma come rassegnarci al tentativo di spiegare in che modo si era arrivati a quel punto, immersi come ancora vi si era? Eppure era impossibile. Appena si cominciava a parlarne, subito si soffocava. A noi stessi allora quello che si aveva da dire, cominciò a sembrare inimmaginabile.

Alla fine…

Eppure bisognava tentare di farlo. Con lo strumento della parola, anche se essa può rivelarsi inadeguata, affrontando l’indifferenza di chi ascolta e non riesce a capire fino in fondo. Raccontare, testimoniare per tutte le ragioni che il sopravvissuto sente urgere dentro di sé.

Lo afferma con forza Aldo Bizzarri, un deportato politico a Mauthausen, che a conclusione della sua testimonianza, pubblicata nel 1946, con il titolo di Mauthausen: città ermetica:

Scrivere questo volumetto è stato per l’autore come liberarsi da un incubo: una catarsi per la memoria ossessionata da tante immagini disumane e incancellabili. Solo adesso che tali immagini si sono in certo senso staccate dalla coscienza per fissarsi sulla carta, e possono essere contemplate dal di fuori, come oggetti, egli si sente tornato uomo normale tra gli uomini.

Ma questo scrivere ha obbedito soprattutto a un altro stimolo: quello di compiere un dovere, al quale l’autore si sentiva impegnato sin dai giorni della prigionia nel campo e che allora di tanto in tanto si proponeva, “se ne fosse uscito vivo”. Il fatto di esserne poi uscito, ha reso per lui la realizzazione dell’impegno necessaria e improrogabile come lo scioglimento di un voto. Naturalmente solo nei limiti delle proprie forze […] Ciò nonostante questo semplice e spoglio documentario apparirà ancora a molti incredibile ( Il problema è la persona, Milano, Il Saggiatore, 1966, pp.69-70).

Ritorniamo insomma alle affermazioni che abbiamo citato all’inizio, di Antelme e di Primo Levi: il bisogno, l’urgenza di testimoniare. Per sé, per chi non è tornato, per chi deve sapere.

Sono elementi che non possono separarsi, isolarsi uno dall’altro, anche se poi ciascuno dei sopravvissuti cercherà la sua misura e i suoi modi espressivi. E dichiarerà le sue motivazioni dominanti.

Siamo insomma di fronte ad una varietà di testimonianze, di atteggiamenti, di scritture, che è difficile ridurre ad unità, anche se poi questa unità è evidente e profonda. Tutte le testimonianze, insomma, sono diverse tra loro eppure sono legate assieme, rispondono alle medesime motivazioni.

Formano una specie di grande libro della memoria.

Gli esempi di questo “grande libro” della memoria che abbiamo voluto isolare e proporre sono certo frutto di una scelta parziale e arbitraria. Tuttavia l’intenzione era quella di documentare in  qualche modo questo nodo intricato di motivi che spingono il sopravvissuto a scrivere, e indicare alcuni temi sentiti come emblematici per fare capire il Lager a chi legge.

 

 

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