Scuola
Media Statale 'LUCA VALENZIANO' Tortona
Anno
scolastico 2001.2002
Classe
III D
Ed.Artistica
. prof.ssa A. Margaria
Storia
. prof.ssa P.F. Natino
Ed.
Musicale . prof.ssa S. Ravazzi
CONCORSO
'L A S T O R I A D I P I N TA' tema
. il lavoro
Istituto
per la storia della resistenza e della società contemporanea
di Alessandria
Indice
PERCORSO STORICO
Motivazione pag.3
La questione agraria nel secondo Ottocento in Italia
(quadro di riferimento e percorso di lavoro) pag. 4
Le condizioni di vita dei contadini pag.6
Una soluzione dolorosa: l'emigrazione pag.10
L'immigrazione nel Nuovo Mondo: conclusione di un percorso di
conversazioni e letture pag.13
Bibliografia pag.14
SVILUPPO
GRAFICO PITTORICO pag.15
Motivazione
Il
lavoro della classe III D è nato da alcune osservazioni
e soprattutto da una domanda che ci siamo posti andando a visitare
in settembre lo studio del pittore Giuseppe Pellizza, dove era
esposto il grande quadro del Quarto Stato.
Di
fronte alle immagini di quegli uomini e di quella donna così
fieri e dignitosi nel loro cammino abbiamo pensato: chi oggi
tra di noi sarebbe in grado di riconoscere altrettanta dignitosa
fierezza ai tanti immigrati extracomunitari che stanno costruendo
con noi una società multietnica?
Cento
anni fa Pellizza, che viveva in un paesino decentrato e lontano
dalla capitale culturale, Parigi, ha saputo non solo rappresentare
i proletari dei campi con le tecniche pittoriche più avanzate,
ma secondo noi, è stato capace di guardarli, lui che era
figlio di un piccolo proprietario terriero, con uno sguardo nuovo,
veramente moderno e libero dai molti pregiudizi sociali del suo
tempo.
La
risposta alla domanda che ci era nata dall'osservazione del quadro,
ci ha lasciati un po' sgomenti, allora abbiamo cercato di ricostruire
attraverso conversazioni e letture un quadro storico di riferimento
entro cui condurre una nostra piccola ricerca.
La
questione agraria nel secondo Ottocento in Italia (quadro di riferimento
e percorso di lavoro)
Il timore di una rivoluzione agraria era molto diffuso tra le
classi borghesi del secondo Ottocento. Ne può essere testimonianza
l'istituzione di un'inchiesta agraria parlamentare, da cui si
possono desumere dati oggettivi drammatici sulla condizione dei
contadini non possidenti dell'epoca in ogni regione italiana.
Conoscere
la storia dei contadini del tempo è difficile perché
nessuno di essi prese in mano la penna per documentare il travaglio
della sua classe sociale; i più erano analfabeti e il quadro
di riferimento della loro cultura era da secoli scandito dai ritmi
imposti dal lavoro dei campi e da modelli di comportamento radicati
nella religione cattolica. Nel secondo Ottocento in Italia i contadini
stavano uscendo da un sistema di vita che era ancora per molti
versi simile a quello della corte feudale, quando chi nasceva
in un luogo poteva essere certo di potervi vivere - o almeno sopravvivere
fruendo di campi comuni - dopo aver ottemperato ad alcuni obblighi
tradizionali come le corvees.
Nel
periodo postunitario, dopo che anche i contadini ebbero dato il
loro tributo alla causa dell'unificazione nazionale, intervennero
alcuni mutamenti storici che andarono ad incidere a fondo sugli
stili ancestrali di vita:
- Sviluppo,
specie nell'Italia settentrionale dell'investimento capitalistico
nelle aziende agrarie, con conseguente sviluppo delle affittanze
di grandi proprietà terriere e riduzione della manodopera
bracciantile a brevi periodi stagionali;
- Incremento
delle tasse, specie quella sul macinato che andava a gravare
in modo massiccio sui più poveri;
- Diffusione
della pellagra e della malaria;
- Crisi
agricole e ricorrenti carestie aggravate dalla commercializzazione
del grano americano a prezzi molto più bassi,
- La
repressione armata da parte delle forze dell'ordine di ogni
forma di sciopero e di protesta per l'aumento delle retribuzioni
- Necessità
dell'emigrazione stagionale verso la Francia o altri Paesi europei;
- Necessità
dell'emigrazione verso le Americhe,
Queste
situazioni provocarono crescenti prese di coscienza tra i lavoratori
della terra che solo in parte si orientarono verso organizzazioni
di tipo politico, come il Partito Socialista, anche perché
su questa ideologia gravava la condanna esplicita della Chiesa.
Si moltiplicarono invece le Società operaie di mutuo
soccorso (S.O.M.S.) e le Società operaie e agricole di
mutuo soccorso (S.O.A.M.S.) come possiamo constatare dai numerosi
edifici ancora utilizzati per scopi sociali di tutti i paesi
del circondario si Tortona.
La
storia del mondo contadino ha lasciato memoria di alcuni canti
popolari dell'epoca che, sia pure con linguaggio grossolano
e senza pretese letterarie, sviluppano riflessioni sociopolitiche
assai puntuali ed acute su tutte le situazioni sopra elencate,
che stavano stravolgendo i ritmi tradizionali della vita dei
campi: abbiamo deciso di esaminarne alcune:
- "Lamento
di Italiani prima di partire per lo stato felicissimo di Francia"
composta da C. Rossi, "un villico di Bondeno di Gonzaga" nel
1882: circolava su un volantino ed è stata acquisita
agli atti della polizia durante un'agitazione contadina"
- "Canto
delle tessitrici" un canto di fabbrica di Ernesto Maiocchi
Accanto a questi documenti abbiamo pensato di cercare anche
in testi letterari tracce significative dei problemi del mondo
contadino:
- "Lavandare"
di G.Pascoli;
- "Libertà"
di G.Verga
Per
indagare la complessità del fenomeno migratorio abbiamo
poi sottolineato alcuni punti sui testi "La boje!" e "Dalla
repubblica mantovana al fascismo":
- interventi
parlamentari di Sacchi, Panizza e Sonnino;
ed
abbiamo letto:
- due
lettere (1882 e 1885) che un certo Pilade Boni aveva inviato
dall'Argentina al deputato Andrea Costa ( Biblioteca di Imola,
Fondo Costa, Quaderni ordinati da Mancini)
- parte
del testo "La Grande Proletaria si è mossa" di G.Pascoli
(sebbene scritta a sostegno dell'impresa di Libia e di posteriore
di almeno sette anni all'opera di Pellizza, in alcune parti
esprime efficacemente l'umiliazione degli emigranti)
Al
di là dell'Atlantico abbiamo poi trovato un riscontro
della presenza degli immigrati italiani nei testi poetici di
C.Sandburg, nato a Galesburg nell'Illinois il 6 gennaio 1978
da uno svedese incolto:
- C.Sandburg,
"Chicago", prima edizione americana 1904 (data per noi interessante
perché di poco posteriore al Quarto Stato di Pellizza
da Volpedo)
Dal
testo di storia abbiamo poi discusso una frase dello statista
liberale Giovanni Giolitti che rinnovò la nostra legislazione
del lavoro, promosse il suffragio universale maschile e decise
di non intervenire più con l'esercito negli scioperi
per lasciare libera la contrattazione tra datori di lavoro e
lavoratori; egli era convinto che l'avanzata delle classi popolari
fosse 'un moto invincibile perché comune a tutti i
paesi civili e perché poggiato sul principio dell'uguaglianza
tra tutti gli uomini'."
Le
condizioni di vita dei contadini
Carlo
Cattaneo agli inizi dell'Ottocento, dopo aver documentato tecnicamente
la situazione della fiorente economia lombarda aveva concluso
affermando con orgoglio: Noi possiamo mostrare agli stranieri
la nostra pianura tutta smossa e quasi rifatta dalle nostre mani
…abbiamo preso le acque dall'alveo profondo dei fiumi e dagli
avvallamenti lacustri e li abbiamo diffusi sulle aride lande.
La metà della nostra pianura, più di 4000 chilometri
è dotata di irrigazione ; e vi si dirama per canali artefatti
un volume d'acqua che si valuta a più di trenta milioni
di metri cubici …una parte del piano per arte che è tutta
nostra verdeggia anche nel verno quando all'intorno ogni cosa
è neve e gelo. Le parti più uliginose sono mutate
in risaie….Le acque sotterranee tratte per arte alla luce del
sole e condotte sui sottoposti piani , poi raccolte di nuovo e
diffuse sopra i campi più bassi scorrono a diversi livelli
con calcolate velocità…" La Lombardia come è
noto aveva saputo utilizzare le risorse naturali a fini economici:
nell'alta pianura si erano prevalentemente sviluppate le manifatture,
nella bassa pianura, a sud della linea dei fontanili già
il buon governo austriaco aveva dato impulso ad un utilizzazione
intensiva della pianura irrigua perfezionando e mantenendo un
efficiente sistema di canalizzazione. Fin dal Medio Evo i monaci
avevano impiantato le marcite che davano fino a sette - otto tagli
di fieno all'anno, favorendo l'allevamento del bestiame. Cattaneo
vantava inoltre che in Lombardia più che in altre parti
di Europa vi fossero percentualmente più famiglie "civili".
Egli comunque riconosce che "è assai malagevole porgere
una succinta idea della nostra agricoltura nelle diverse provincie
per la strana sua varietà" e afferma che "Quel che
abbiam detto delle condizioni economiche dei contadini della Bassa
Lombardia può forse andar soggetto di qualche variazione
da luogo a luogo ma nel complesso risponde alla più stretta
realtà del fatto. A persuadersi della miseria e delle privazioni
a cui sono condannati , basterebbe accompagnare la vita del contadino
in una giornata di lavoro: basterebbe visitare la sua abitazione
cupa disagiata, senza luce, spesso sotto il fetore delle cloache
nella quale sono ammucchiati in una stanza sola genitori, figli
e talvolta figli dei figli, chi su povero letto, chi su immondo
strame gettato sul terreno. Eppure non tutti riescono a ripararsi
in questo squallido abituro giacché la gran parte dei contadini
passa tutto l'anno la notte sulle cascine, sotto i portici, nelle
stalle, sotto quell'aria umida e pesante a grave scapito della
salute. Scarseggiano le vesti, le biancherie di rado si mutano,
provocando col sudiciume quelle malattie cutanee così frequenti
nella Bassa… L'estate è più terribile nelle risaie,
dove la vita degli uomini si miete abbondante quasi come il riso
raccolto…. Fra questi stenti e disagi materiali vivono più
di tre quarti degli abitanti della Bassa Lombarda"
I
contadini nella seconda metà dell'Ottocento vivevano in
condizioni molto disagiate soprattutto dove l'economia e l'agricoltura
erano più sviluppate, cioè in Lombardia.
In questa regione, più che altrove si diffuse un particolare
contratto, l'affittanza secondo il quale il proprietario
terriero affittava i suoi possedimenti ad un fattore che doveva
rendergli un affitto in denaro e non con una parte del raccolto.
Di conseguenza costui cercava di cavare il massimo dai braccianti
dando loro una "mercede" molto scarsa ; inoltre li faceva lavorare
in modo discontinuo; infatti il fattore li chiamava solo quando
erano estremamente necessari. Molti braccianti lavoravano e venivano
retribuiti solo per circa una trentina di giornate all'anno, mentre
per il resto dell'anno non guadagnavano quasi niente , soffrendo
così la fame con le loro famiglie. L'alimentazione era
costituita prevalentemente di mais, di polenta e la carenza di
vitamine li espose alla pellagra, una malattia che spesso portava
alla follia. Al Nord, dove vi erano capitali di investimento si
affermarono medio - grandi proprietà terriere a coltura
intensiva organizzate con criteri aziendali, che miravano al profitto
utilizzando nuove tecnologie. In moltissime località si
formarono gruppi di proletari disoccupati, senza assistenza e
senza risorse per gran parte dell'anno. I furti campestri aumentarono.
A seconda delle zone e delle situazioni si diffusero malaria e
pellagra. Un'inchiesta condotta dal deputato Achille Sacchi nel
Mantovano attesta la drammaticità di questa situazione:
"Il sempre crescente assorbimento della piccola nella grande
proprietà e delle piccole affittanze a mezzadria nelle
conduzioni centralizzate ha fatto scadere d'uno o più gradi
i nostri agricoltori nella scala che dal piccolo proprietario
scende ai braccianti disobbligati e il numero di questi s'è
fatto come vedemmo il maggiore della nostra provincia , il 65%
dei lavoratori tutti della terra, piccoli proprietari compresi:
A questa massa di contadini il lavoro sempre scarsamente retribuito
, se si eccettuano poche settimane dell'anno, manca affatto tutte
le volte che la condizione economica dei proprietari e degli affittuari
e l'andamento della stagione non lo consentono…Chiesto ai Comuni
quale influenza avessero esercitato sull'andamento della pellagra
le nuove istituzioni politiche (formazione dello Stato italiano),
ci si rispose concordemente nessuna: i benefici della libertà
non discendono fino a questi infimi strati sociali…Qualcuno soggiunse
che la libertà danneggiò i poveri contadini, non
già per se stessa, ma perché sgraziatamente accompagnata
da un aumento di imposte, da quella gravissima del macinato
…"
Il
deputato mantovano Panizza nel suo discorso alla Camera del 27
febbraio 1885 concluse che "dove l'agricoltura è più
florida, più elevata la rendita, più grande il profitto
dei conduttori di fondi, il contadino si trova in condizioni peggiori".
Per
quanto riguarda le nostre zone, il Tortonese, a quasi vent'anni
dall'Unità il Crespi affermava che "Negli ultimi tempi
la nostra agricoltura non si è mantenuta stazionaria ma
neppure ha fatto reali progressi . Più che radicali riforme
si applicano con maggiore accortezza i vecchi sistemi." "Nel
nostro circondario sono in grande maggioranza i piccoli poderi
che per la maggior parte vengono coltivati dai proprietari stessi,
e pure numerosi sono quelli di media estensione; le proprietà
che si possono calcolare tra le grandi trovansi invece in minoranza
sensibilissima. Risulta infatti dai registri catastali che l'80%
dei proprietari possiedono da una a cento pertiche censuarie di
terreno, il 19% ne possiede da cento a mille e solo l'1% oltrepassano
questo limite". Inoltre la tipologia del territorio, in parte
pianeggiante, in parte collinare ed in parte montano costringeva
a diversificare le colture e a conservare, almeno in collina,
molta manodopera bracciantile laddove i piccoli proprietari non
potevano lavorare da soli il proprio podere.
Le
condizioni materiali di vita dei contadini del Tortonese erano
discretamente agiate perché l'assetto della piccola proprietà
riusciva a garantire condizioni migliori: la malaria e la pellagra
erano poco diffuse: nel 1879 10 pellagrosi sui 67000 abitanti
del Tortonese e pochi i riformati alle visite di leva. Pessima
invece la condizione delle abitazioni per i contadini, che il
dott. C. Sanquirico descrive così nel 1896: "Case cadenti,
scrostate, senz'aria né luce. Né il tetto né
le porte né le finestre riparano dalle intemperie. Cosa
comune è l'umidità dei pavimenti e dei muri mantenuta
dal suolo e da malsane abitudini cioè concimaie addossate
alle case , pantani putrescenti nei cortili, cantine e stalle
comunicanti direttamente alle stanze di abitazione …mucchi di
immondizie anche all'interno delle case il cui terreno circostante
è insozzato di escrementi umani e animali, promiscuità
di sani e malati, mancanza di latrine" .
Tuttavia
scrive il prof. Chiodi: "la mancanza di una forte conflittualità
in quegli anni trova una logica spiegazione nella conformazione
sociale del Tortonese. Il rapido diffondersi della piccola proprietà
in collina e anche in pianura, la presenza di un bracciantato
fisso con piccole affittanze e talvolta proprietà particellari
in famiglia, furono un argine contro i tumulti di massa e la formazione
di schiere di diseredati puri". Anche se le condizioni di
vita nel Tortonese erano mediamente migliori che nella vicina
Lombardia, anche qui si manifestò un crescente disagio
sociale che indusse molti lavoratori a lasciare l'Italia.
Lo
sciopero allora era considerato un grave reato e lo Stato tutelava
i datori di lavoro intervenendo contro gli scioperanti con l'esercito;
la condizione di bisogno, la repressione armata e il discredito
sociale indussero così molti braccianti ad emigrare stagionalmente
o definitivamente in Francia, in America o in Argentina.
Una
delle aree agricole più fiorenti della Lombardia, il mantovano,
ci lascia testimonianza di questa situazione nel canto di lavoro
"Lamento di Italiani prima di partire per lo stato felicissimo
di Francia" composta da C. Rossi, "un villico di Bondeno di
Gonzaga" nel 1882: circolava su un volantino e fu acquisita agli
atti della polizia durante un'agitazione contadina.
"Noi
d'Italia brava gente
se
n'andremo in Francia accorta
col
fagotto nella sporta,
per
sudarvi allegramente:
e
il lavoro procurato
farà
eco al nostro Stato.
Qui
son ricchi crapulosi
Che
i lor cuor han sì tigrosi:
benché
il florido terreno
dia
a loro biada e fieno
vilipendon
chi procura
tutti
i beni di natura.
In
lor nacque la paura
che
si voglia far la guerra;
no,
la plebe un dì oscura
oggi
sorse; e alla terra
va
chiedendo del lavoro
non
rubar vostro tesoro.
Per
l'Italia siam volati
al
rimbombo del cannon;
giovanotti
allegri e buoni
ci
siam molto affaticati;
non
chiedemmo una mercede
e
l'Italia sorse in piede;
Se
vogliamo un tantino
Viver
meglio nel paese
Guadagnare
almen le spese,
il
diritto un pocolino
non
l'abbiam. Sì credete,
voi
signori se l'avete,
la
ragione, è colla forza
dello
schioppo e del cannone;
pretendete
con la sferza
di
quel codice vecchione,
che
al ricco dà ragione,
frenar
fame in quistione.
Gran
fortuna abbiam trovato,
e
guardandoci d'attorno ,
vediam
Francia il grande Stato
ch'offrirà
a noi soggiorno:
qui
si muore di pellagra
là
la paga non è magra.
Questi
giorni non temiamo,
se
cercando qui lavoro,
noi
delusi ritorniamo:
Francia
offre un ver tesoro,
giacché
in Essa s'è trovato
di
star bene a buon mercato,
E
voi altri affittuari
che
fin'or approfittando
di
noi poveri somari
cui
sfruttaste imbrogliando;
quando
privi di noi sarete
la
zampogna suonerete!
E
voi ricchi originali
Non
vi pesa la coscienza,
a
vedere i nazionali
colla
pancia in decadenza,
e
costretti in Francia andare
la
polenta a guadagnare?
Oh!
Si pensi una volta
d'arrestar
questo flagello
se
no pronti alla rivolta
ci
vedrete nel più bello.
Speriam
dunque la tornata
nell'Italia
risanata.
Ciò
che più ci ha colpito di questo canto è il tono
pungente e sarcastico tipico del mondo contadino e le argomentazioni
precise e razionali. Un ragionamento organico è alla
base di questo "lamento". Cesare Rossi denuncia una situazione
sociale anomala, non giustificata né dalla situazione
economica (infatti la terra dà biada e fieno), né
dalla storia (infatti la partecipazione dei contadini alle lotte
risorgimentali è intesa dal Rossi come fonte del diritto
a "viver meglio nel paese". Il canto imputa la situazione dei
contadini alla presenza di "ricchi crapulosi…dai cuori tigrosi"
che si prendono la "ragione" con la forza delle armi e del "codice
vecchione".
Anche
il Canto di lavoro delle tessitrici presenta le situazioni
di ingiustizia alle quali le lavoratrici della seta facevano fronte
iniziando ad organizzarsi in leghe:
Presto,
compagne, andiamo.
Il
fischio già ci chiama,
mentre
la ricca dama,
stanca
di folleggiar,
comincia
a riposar.
Sono
le cinque appena;
ma
già il padron ci vuole,
ci
aspettano le spole.
Corriamo
a lavorar.
Batti
il telaio in fretta
Contro
l'affranto seno.
Se
mi si rompe il filo
Il
direttor m'insulta,
e
poi con una multa
ei
mi dimezza il pan.
Non
mangierò diman. ..."
L'autore,
E. Majocchi, evidenzia le durissime condizioni di vita delle operaie
delle filande piemontesi. Si alzano molto presto e devono correre
subito al lavoro. Devono battere velocemente il telaio e, se rompono
il filo, vengono insultate dai padroni, che dimezzano loro la
retribuzione. Nonostante ciò, rimangono fedeli ai padroni,
ma iniziano a comprendere che, per ottenere i propri diritti,è
bene associarsi:
Noi
siamo ognor sfruttate,
noi
siamo ognor derise,
sol
perché siam divise
perché
non ci associam.
Presto
compagne in lega!
Più
nulla temeremo
Se
unite noi saremo
Ché
nostro è l'Avvenir.
Presto,
compagne, andiamo,
alziamo
le bandiere, il Diritto a conquistar.
Una
soluzione dolorosa: l'emigrazione
Giovanni
Pascoli
LAVANDARE
Nel
campo mezzo grigio e mezzo nero
resta
un aratro senza buoi, che pare
dimenticato,
tra il vapor leggero.
E
cadenzato dalla gora viene
Lo
sciabordare delle lavandare
con
tonfi spessi e lunghe cantilene.
Il
vento soffia e nevica la frasca,
e
tu non torni ancora al tuo paese!
quando
partisti, come son rimasta!
come
l’aratro in mezzo alla maggese.
In questa poesia, Pascoli tocca il problema dell’emigrazione.
Lo fa in modo appena percettibile introducendo nella descrizione
paesistica, fatta di immagini e di suoni, il canto d'amore della
lavandaia che attende invano il ritorno del suo compagno emigrato.
L'emigrazione costringeva spesso i contadini ad allontanarsi da
casa abbandonando per mesi le loro famiglie. Questa situazione
di vita così precaria e difficile è rappresentata
molto bene negli ultimi versi di "Lavandare" in cui la moglie
di un emigrante esprime in modo drammatico i propri sentimenti
di solitudine e di preoccupazione per la lunga attesa. Anche la
nostra zona tortonese è stata terra di emigranti.
A
questo proposito, il pittore Giuseppe Pelizza da Volpedo è
riuscito ad interpretare in modo efficace ed espressivo questa
condizione di vita così difficile nel suo quadro "La
donna dell’emigrante".
La
presenza sul territorio nazionale di queste masse di disoccupati
nullatenenti allarmava non poco l'opinione pubblica: leggendo
la novella di G. Verga "Libertà!" abbiamo constatato a
quali eccessi fossero arrivati i contadini di Bronte dopo aver
inteso che il nuovo Stato non avrebbe loro dato "nemmeno un palmo
di terra". Citiamo le frasi più cruente, perché
ci sembra che rappresentino il terrore di rivolte agrarie assai
diffuso nel secondo Ottocento
"
. . . I contadini non potevano stare senza i capitalisti, e i
capitalisti non potevano stare senza i contadini . . .
.
. . Perché mi imprigionate? Mi parlavate di libertà
e non mi è toccato nemmeno un palmo di terra.
"
Il peggio avvenne quando cadde il figlio del notaio un ragazzo
di 11 anni.
Ora
che avevano le mani rosse di quel sangue bisognava versare tutto
il resto.
Non
era più la fame, le bastonate che facevano ribollire la
collera. Era il sangue innocente ".
"
Volevano le carni della baronessa. Il figlio maggiore ancora con
le carni bianche puntellava l’ uscio con le mani tremanti, gridando.
Gli rovesciarono l’uscio addosso. Egli s’afferrava alle gambe
che lo calpestavano. Non gridava più ".
"
Uno abbrancò la baronessa per i capelli, un altro per i
fianchi, un altro per le vesti sollevandola al di sopra delle
ringhiere. Il contadino le strappò dalle braccia il bambino
lattante."
"
L’altro fratello non vide niente: lo calpestavano gli macinavano
le ossa a colpi di tacchi ferrati".
Se
i contadini potevano vedere nell'emigrazione uno strumento per
sottrarsi ala prepotenza degli affittuari e per far quadrare il
loro magro bilancio, a livello politico l'emigrazione era considerata
non solo uno strumento naturale di equilibrio sociale ma perseguita
per eliminare dal territorio nazionale , come disse il parlamentare
S.Sonnino nel suo discorso alla camera del 10 marzo 1883 una fascia
sociale "che costituisce un serio pericolo per le istituzioni
che ci reggono e ci toglie ogni speranza di un rapido e radioso
svolgimento della nostra prosperità industriale, commerciale
e agricola".
I
borghesi vedevano i contadini come la feccia della piramide sociale
dell’epoca e inoltre essi temevano che questa "forza lavoro"
si tramutasse in un pericolo a loro discapito.
Nel
1884 ebbe luogo a Torino un’importante Esposizione industriale,
commerciale ed artistica. In quella occasione, il giornalista
G. Saragat affermò: "sarebbe … necessaria la costituzione
di un comitato che abbia l’incarico di accompagnare gli operai
all’esposizione, condurli nelle sezioni che interessano i diversi
professionisti per spiegar loro tutto ciò a cui il criterio
e le cognizioni di un operaio non arrivano!".
A
nostro parere questa insinuazione nei confronti della maggior
parte della popolazione, costituita da operai e contadini è
scorretta e non giustificabile. R. Salvatori scrive che "a
quei tempi le parole 'bifolco, 'villico' contadino' assumevano
spesso un tono offensivo e venivano abbinate a quelle di 'ignorante',
'ubriacone', . 'violento, 'scansafatiche' , 'bestemmiatore'; Tutto
questo è ben documentato ne 'Il buon Contadino' di monsignor
Martini (1854)" ; e prosegue affermando che "l'atteggiamento
offensivo nei confronti dei contadini è sempre stata una
ragione, e non l'ultima della fuga dalle campagne".
Le
lettere inviate da un certo Pilade Boni al parlamentare di Imola
Andrea Costa recano le date Montevideo, 25 novembre 1884 e Rosario
di Santa Fè, 7 marzo 1885. In esse l'autore solleva l'
aspetto commerciale della emigrazione che era un vero e proprio
affare di dimensioni colossali per gli armatori che riuscivano
ad accaparrarsi i noli. Vi è anche un cenno alle condizioni
di vera e propria concorrenza internazionale in cui si svolgevano
certi imbarchi. Il viaggio di Boni e di altri dodicimila passeggeri
si era protratto per oltre tre mesi dal porto di Genova a Montevideo.
Le repubbliche sudamericane infatti avevano deciso la chiusura
dei porti per i paesi colerosi, e l'Italia era tra questi, le
autorità italiane avrebbero tenuta nascosta la notizia
del proclama emesso nell'ottobre 1884 dai paesi sudamericani per
evitare che gli emigranti si imbarcassero su navi francesi. Scrive
Pilade Boni: "ora domando e dico se vi era un decreto (come
era vero) in data del 14 Ottobre delle repubbliche del Sud America
per la chiusura dei porti perché il vigliacchissimo governo
italiano, per una speculazione di quattro o cinque armatori farabuttieri
e negozianti di carne umana spedisce i vapori Nord America, Matteo
Bruzzo, Carmela, Perseo, Elisa Anna, Umberto I, Scrivia, Napoli,
Singapore, Orione, Adria, Sud America questi…vapori tutti italiani
con un totale di 12000 passeggeri che venimmo messi in bersaglio
mandandoci da Erode a Pilato senza che alcuno si interessasse
per questi poveri derelitti.
Ora
chi pagherà le spese di tutto questo mazzo di miserie?
Forse
le proteste di carta bollata?
O
qualche giornale venduto dal Governo per dare ragione a questi
speculatori di carne bianca: Come?
Il
governo fa tanto apparato di forza quando parte un vapore da Genova,
lo fa assediare dai suoi sbirri poliziotti, acciocchè non
vada via nessuno di sotterfugio?
Perché
non arrestava gli armatori Raggio, Piaggio, Bruzzo?…"
I
passeggeri , continua Boni dovevano pagare 210 lire a persona
per il viaggio per poi scoprire che se volevano mangiare
e bere a bordo tutto doveva essere pagato in più. E
più avanti " Il nostro Governo è il governo del
non farsi rispettare , da notarsi che le società di Le
Havre e di Bordò, malgrado che sia l'appunto di appoggio
delle città colerose, finché i passeggeri francesi
anche italiani sapendo che quelle società hanno libera
pratica tutti andavano là così arrivando nelle repubbliche
sudamericane , avevano ed hanno libera pratica; perché
questi due pesi e due misure?
Nella
seconda lettera Pilade Boni, dopo aver chiesto ad A.Costa di interpellare
il Ministro degli Esteri per due lavoratori italiani privi di
lavoro e resi inabili per soprusi non del tutto chiari, denuncia
il modo di procedere del console italiano: "… è qua,
in America Latina che il Governo Italiano deve guardare con l'occhio
di lince a tener alto l'onore dei suoi compagni connazionali;
perché qua vi è onore e lavoro per gli italiani
mentre nessuno prende parte agli arbitri che fanno certi messeri
col giocare la legge al modo a cui meglio gli capacita …qui in
Rosario abbiamo un console pagato pomposamente con una piccola
miseria annua di 25.000 lire annue senza alcun travaglio perché
non si vede che a passeggiare.
Oltre
che non fare il suo dovere insultò ai poveri Masera e Nota
col dirgli "Non siete che ignoranti"…."
Questi
documenti condannano giustamente l'atteggiamento del Governo e
degli armatori italiani. Il governo è accusato di vigliaccheria
perché ingiustamente incitava i cittadini ad imbarcarsi
su navi di loschi armatori che sapevano che non avrebbero ottenuto
il permesso di sbarco in Sud America. Oggi ciò succede
ancora, infatti sono i popoli del Nord Africa e dell'Europa dell'est
a venire in Italia alla ricerca di migliori condizioni di vita,
spesso spinti anch'essi da governi ingiusti dei loro paesi. Gli
emigranti sono costretti a viaggiare in condizioni disumane pagando
prezzi esorbitanti per ogni minimo bisogno. Come allora.
Secondo
noi lo Stato in combutta con gli armatori è stato ingiusto
verso questi cittadini e ne ha sfruttato l'ingenuità; l'emigrazione
secondo gli ambienti armatoriali più vicini al Governo
doveva essere organizzata come una qualsiasi altra operazione
di import - export. Noi crediamo che lo Stato non avrebbe dovuto
promuovere ed incentivare l'emigrazione degli Italiani all'estero
perché ogni italiano avrebbe dovuto poter contribuire allo
sviluppo economico del nostro Paese. Negli anni tra il 1881 e
il 1885 emigrarono molte migliaia di persone e questo fu un affare
d'oro per le linee di navigazione. Anche oggi accadono più
o meno simili cose per gli "scafisti" che stanno facendo affari
d'oro. Boni scriveva che il Governo italiano doveva tenere alto
l'onore del suo popolo in America latina perché lì
c'era lavoro per gli Italiani: Noi oggi diamo spesso lavoro agli
immigrati, ma alcune volte essi si comportano male.
Dopo
aver visto il film "L'albero degli zoccoli" di Ermanno Olmi, ci
siamo resi conto delle condizioni in cui vivevano i contadini,
delle ragioni per cui cercavano di migliorare le loro condizioni
anche a costo di lasciare tutto quello che avevano ( terra, casa,
affetti) e di affrontare un viaggio terribile per andare a vivere
in una terra lontana e sconosciuta.
Nel
1911 Giovanni Pascoli nel suo famoso intervento a sostegno dell'impresa
di Libia denunziò con uno stile un po' retorico, ma chiaro
e incisivo, la conspevolezza delle umiliazioni sofferte dagli
italiani all'estero:
"
. . . Il mondo li aveva presi a opra, i lavoratori d’Italia; e
più ne aveva bisogno, meno mostrava di averne, e li pagava
poco, e li trattava male e li stranomava. Diceva: Carcamanos!
Gringos! Cincali! Degos! Erano diventati un po’ come i negri d’America
. . .
.
. . Era una vergogna e un rischio farsi sentire a dir "Sì"
come Dante, "Terra" come Colombo, "Avanti"
come Garibaldi . . .
.
. . Ma la vostra è l’onorata società della camorra
e della mano nera . . .
.
. . I miracoli del nostro Risorgimento non erano più ricordati
. . ."
L'immigrazione
nel nuovo mondo: conclusione di un percorso di letture e conversazioni
in classe
Intanto
nel Nuovo Mondo gli emigranti avevano iniziato a lavorare e a
costruire. Nel 1904 il poeta Carl Sanburg pubblicò una
raccolta di poesie in cui troviamo citati i lavoratori italiani.
Eccole:
FIGLIO
DEI ROMANI
Il
manovale italiano siede presso il binario:
è
mezzogiorno, e mangia il suo pasto di pane e Bologna.
Sibila
il treno: uomini e donne ai tavoli
ravvivati
da rose rosse e gialle giunchiglie
mangiano
bistecche che colano una bruna salsa,
fragole
e panna, dolci e caffè.
Il
manovale italiano finisce pane asciutto e Bologna,
li
annaffia con un sorso d’acqua portata dal ragazzo
e
attacca la seconda metà delle dieci ore di lavoro:
deve
badare ai binari perché rose e giunchiglie
si
scuotano appena nei vasi snelli di cristallo
posati
sui tavoli dei vagoni ristorante.
GRATTACIELO
"
. . . Gli uomini che piantarono i pilastri e mescolarono il cemento
ora giacciono in tombe dove il vento sibila una canzone selvaggia
senza parole
e
così gli uomini che tesero i fili e fissarono tubi e condutture,
e così coloro che lo videro sorgere piano dopo piano.
Le
loro anime sono tutte qui, anche quella del manovale venuto da
centinaia di miglia lontano in cerca di un posto di portatore
di calcina, anche quella del muratore che finì in galera
per aver ucciso un uomo mentre era ubriaco . . ."
C.
Sandburg
Nella
prima poesia di C. Sandburg, "Figlio dei Romani" viene evidenziato
il differente stile di vita tra il manovale italiano, umile immigrato
e i ricchi americani che si potevano permettere di consumare in
viaggio un pasto molto raffinato. L'italiano invece, aspettando
l'ora in cui avrebbe dovuto riprendere il lavoro, si accontentava
di un panino con la mortadella che l'avrebbe sorretto fino a sera.
Al termine di questa breve pausa infatti riprenderà la
sua dura giornata lavorativa che, in qualche modo, contribuirà
allo sviluppo dell'economia degli Stati Uniti.
Nella
seconda poesia, ossia "Grattacielo" C. Sandburg evidenzia il fatto
che persone provenienti da ogni dove , quindi anche dall'Italia,
hanno dedicato la loro vita alla costruzione dei grattacieli,
quelle imponenti costruzioni che sono il simbolo della civiltà
americana.
Il
decollo vertiginoso dell'industria americana dopo la guerra di
secessione aveva posto le condizioni economiche idonee ad assorbire
enormi quantità di manodopera straniera. Forse anche questa
ragione ha contribuito a farci scoprire nelle liriche di questo
poeta americano lo stesso sguardo di Pelizza sui lavoratori, così
come li ha rappresentati nella sua opera il Quarto Stato. Abbiamo
pensato che di fronte all'intuizione e all'intelligenza del genio
artistico non ci sono frontiere. In qualsiasi sperduto angolo
del mondo il poeta si trovi a vivere, sa guardare la verità
e rappresentarla in anticipo sui tempi, al di fuori di schemi
e di pregiudizi.
Bibliografia
- C.
Cattaneo, Scritti su Milano e la Lombardia (alcune frasi),
BUR, Milano 1990
- G.V.Chiodi,
Paesaggio agrario e mondo contadino: le campagne del Tortonese
nell’Ottocento, Istituto per la storia della resistenza, Alessandria
- R.Salvadori,
La repubblica socialista mantovana, da Belfiore al fascismo,
Edizioni del gallo 1966
- R.Salvadori,
La boje!, edizioni Avanti 1962
- B.Cartosio,
Gli Stati uniti contemporanei, la strada verso la superpotenza
(1865 -1990), Giunti, Firenze 1992
- M.Cabella,
dizionario del dialetto tortonese, edizioni dell’Orso (per
la trascrizione sul calendario dei nomi dei mesi)
SVILUPPO
GRAFICO PITTORICO
Stabilito
come tema monografico quello del lavoro, il percorso didattico
si è strutturato attraverso le seguenti fasi:
- Osservazione
e analisi delle opere di S.Lega, I fidanzati; C.Fornara,
Il ciliegio fiorito, Settembre a Buttogno, Vespero di marzo;
G.Ciardi, Laguna con barche e pescatori; G.Fattori,
Lettera al campo.
- Bozzetti
e rielaborazioni personali con tecnica divisionista a partire
dagli autori sopra citati
- Analisi
stilistica e formale di dipinti legati per analogia di soggetto
a quelli esposti a palazzo Guasco. In particolare F.Millet,
Le spigolatrici, L'Angelus; G.Fattori, In vedetta;
G.Segantini, Le due madri; V.Van Gogh, I mangiatori
di patate e Il riposo di Millet.
- Realizzazione
di diapositive dipinte a mano con tecnica mista incentrate sui
temi della natura e della luce nelle diverse stagioni dell'anno
(accompagnamento musicale: C.Debussy, Images I e II,
dal "Children's corner", A.Benedetti Michelangeli, pianoforte).
- Elaborazione
di un pannello-calendario ispirato alla tavola di J.Bosch, I
sette peccati capitali. Tecnica: collage e tempera su legno.
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