|
Lunedì
30 maggio 1994 si è concluso presso la Camera del Lavoro
di Alessandria, l'"Omaggio a Giovanni Rapetti, opere di scultura-opere
di poesia", con la presentazione a più voci dell'antologia
Ra memòria dra stèila, a cura di Franco
Castelli. Oltre al curatore, hanno parlato Giovanni
Tesio del Centro Studi Piemontesi, Elio Gioanola
dell'Università di Genova, e Paolo Zoccola
, di cui pubblichiamo gli interventi.
|
|
U
santé du Ribèlle
Guerra
e Resistenza nella poesia di Giovanni Rapetti
di
Franco Castelli
Un
paese di contadini - poche centinaia di abitanti - sulla sponda
di un fiume, messo in versi dialettali da un poeta scultore: così
si può sinteticamente descrivere l'operazione intrapresa
da Giovanni Rapetti relativa al suo luogo natale, il sobborgo
alessandrino di Villa del Foro. Un'operazione iniziata nel 1973
e oggi ancora in progress. Più di mille poesie che
in distici endecasillabi formano un grande, fluviale poema epico
(Tani River, come qualcuno l'ha definito) sulla storia,
la memoria e la visione del mondo di una piccola comunità
(*).
Motore
e perno dell'opera rapettiana è ra Sucietà dra
Vila, l'ultracentenaria SOMS del paese, società operaia
e contadina che da ente mutualistico e centro aggregativo vivo
e vitale si è trasformata negli ultimi decenni in ritrovo
dei vecchi, luogo quasi sacrale di memoria, mito e simbolo di
un universo culturale che, pur in via di estinzione, tenacemente
rilutta all'omologazione. Un ridotto contadino dove resiste una
Memoria ribelle, insomma, di cui Rapetti si è assunto con
passione (e sofferenza: ma la radice etimologica coincide) il
ruolo di custode, sacerdote e sciamano.
Occorreva
un censimento dell'idea di Società, dei Soci vivi e defunti,
la storia di ciascuno e di quell'idea nella memoria collettiva.
Così,
dal '74 ad oggi, si è venuto sviluppando questo progetto
totalizzante e davvero insolito di "autobiografia tribale" e/o
di "anagrafe storico-antropologica" della cultura di una comunità,
passando in rassegna non solo gli abitanti (i vivi e i morti)
con le loro storie, ma anche i miti e i riti del mondo contadino,
le parole e le cose di quell'universo, le opere e i giorni, le
stagioni, i mestieri, le case e le cascine, le strade e i cortili,
i campi le vigne e i pozzi, gli animali domestici e quelli selvatici,
erbe ed insetti, i venti e le tempeste, le lune e le stelle.
Tema
saliente e dominante, nella poesia come nella grafica dell'autore,
il lavoro in quanto effettiva dominante nell'esistenza dei subalterni,
realisticamente raffigurata come un tessuto continuo di fatiche,
miseria, sfruttamento e ingiustizie. In centinaia di liriche,
sono i ricòrd dl'azu da sòma a venire raccontati
e rievocati, ed è quindi ra stòria der fadeji
a venire alla ribalta, senza mai concessioni all'oleografico,
con un piglio asciutto e ruvido, con una partecipazione umana
e artistica in cui la pietas del poeta si sposa alla passione
e all'ideologia dell'intellettuale militante.
Se
a prima vista l' opera rapettiana pare un "mondo dei vinti" in
poesia, a ben guardare si coglie come sia diverso il segno che
la contraddistingue: i suoi protagonisti, infatti, sono sì
gli sfruttati, i poveri diavoli, ma non sono gli "umili" di manzoniana
memoria, perchè i vari Pipòtu 'r miradur, Gianen
dau Rògg, Scarpa er pòver, Fiuran, U Siriu e
via enumerando, non sono degli umili, ma degli indomiti: contadini
e operai, militanti politici di base e "lingere", anarchici individualisti
e obiettori di coscienza, partigiani e sindacalisti come l'operaio
Pietro, che per protesta sale sulla ciminiera della Borsalino
negli scioperi del '61.
E'
così che nella poesia di Rapetti si trascorre dalla memoria
delle offese subite dai subalterni al mito del Ribelle: bandito
galantuomo alla Robin Hood come Majein dra Spineta o Pulaster,
o semplice contadino che si oppose ad un sopruso, rifiutò
la violenza militarista (come disertore o autolesionista), contestò
le regole imposte dal prete, dal padrone o dalla dittatura.
Le
radici di quella scelta - che non è soltanto poetica -
sono del resto parte integrante del vissuto familiare di Rapetti,
che così li esplicita:
Una
madre contadina, un padre muratore, manovale tutta la vita. Uno
zio prigioniero nella Grande Guerra, impazzito per fame; un altro
zio, muratore, antifascista e perseguitato politico. Non potevo
non prendere la parte di questa gente.
Amministrare
le memorie dei morti, soprattutto dei più poveri e bisognosi
di giustizia (i sagrinà), di quelli che non hanno
mai avuto voce propria per difendersi: questa "la parte" che il
poeta si assume, recuperando con impegno etico e civile la figura
arcaica dello storico-vate. Così Rapetti canta/conta la
rabia di sagrinà: e non è un caso che il
gruppo di giovani villesi scampati alla guerra, di cui fa parte,
assuma proprio la denominazione di "Cunpania di Sagrinà",
sodalizio dionisiaco e informale che - simbolico erede delle medievali
Compagnie dei Folli - organizza carnevali e bisbocce liberatorie,
come l'autore scrive nel Prologo della sua opera prima Er fugaron
(recitata nel Carnevale 1973 nella Società operaia del
paese):
Quel
riso che ci aiutava a scaricare la paura quando eravamo braccati,
sospettati o temuti ma decisi a sopravvivere; quella identità
che disperatamente mancava a noi fuori legge, mentre gli altri
la trovavano aggrappandosi alle piccole cose della vita quotidiana,
abitudini, lavoro ed affetti; quel riso e quella identità
che noi trovavamo stando insieme, magari esaltandoci in un coro
di canzoni, tra i fumi del vino; quel riso e quella identità
o simpatia di coloro che sentivano la vergogna di non far nulla
per gli altri: erano il riso, l'identità, l'umanità
che tutti cercavano di ricevere e dare, di ispirare con un sorriso
che non avevano più ricevuto né saputo dare.
In
questa cornice va vista la "Businà", andata perduta, che
noi "Sagrinà" componemmo e recitammo alla fine della
guerra nel salone della SOMS di Villa del Foro.
A
ben guardare, il filo rosso segreto del poema si può cogliere
nella ricerca delle radici della Resistenza, senza astrazioni
e senza retorica, in un puntiglioso lavoro di rievocazione dei
personaggi, dei gesti, degli insegnamenti che nel corto raggio
del paese hanno lasciato un segno, condizionando l'esperienza
personale dell'autore, nato nell'anno stesso della presa del potere
del fascismo: uno della "generazione tradita" insomma, che al
regime seppe e volle ribellarsi, memore di quegli esempi familiari
e paesani, con la rabbia dei vent'anni e la forza trainante dell'utopia.
L'autore,
quando scoppia la guerra, è un ragazzo diciottenne. Un
ragazzo con la testa piena di sogni di bellezza, pervaso dalla
passione per l'arte e il disegno: la scultura classica, il Partenone,
Donatello... Frequenta l'Accademia Albertina di Torino e i suoi
maestri (Manzù e Casorati fra questi) ammirano i segni
che traccia quel ragazzo scontroso dai capelli rossi. Ma le bombe
spezzano crudelmente quei sogni. Nel novembre del '42 viene chiamato
alle armi: al corso ufficiali avrà modo di manifestare
tutto il suo viscerale, radicale antimilitarismo. Per punizione
viene mandato in Francia e mentre si trova al fronte francese,
i suoi disegni migliori vanno in fumo sotto gli spezzoni incendiari
che devastano l'Accademia (v. lettera di Manzù del 6.1.1943).
Dopo l'8 settembre viene catturato dai tedeschi e internato in
un campo di concentramento da cui riesce fortunosamente a fuggire,
sei mesi dopo, evitando la traduzione in Germania. Riuscirà
a tornare al paese nel febbraio '44, portando nell'anima ferite
difficilmente rimarginabili.
'Mnì
cà da 'n uèra 't serchi l'òm che t'eri
cambià
ra gèint e ’r mond, te, grami’r ceri...
s't'ài
vist ra Mòrt ant j'ogg... (726) (Tornato
a casa dalla guerra, cerchi l’uomo che eri / cambiati le
gente e il mondo, tu stesso, brutte cere... / se hai visto
la Morte
negli occhi...).
Rapetti
non è un combattente: la violenza gli fa troppo orrore.
La boria militaresca gli fa senso. E' costretto a fare il "ribelle",
facendo violenza alla sua natura pacifista e contemplativa:
vent'ani,
fè u ribèlle, l'anma creia (837, ant.89)
(vent'anni,
fare il ribelle, l'anima grida).
L'esperienza
della prigionia sotto i tedeschi in Francia lo ha segnato, tanto
che stenta a parlarne e a scriverne: solo qualche brivido memoriale
qua e là: il filo spinato, i cani, i riflettori, le incursioni
aeree...
Villa
del Foro è un paese di pianura, a pochi passi da Alessandria,
piena di tedeschi, con una polveriera nelle vicinanze: scarse
e quasi nulle le possibilità di lotta armata in queste
circostanze.
L'è
nèint 't posi fè tant quat pas da Alsandia
tudesc
son dapartit, da que 'n Finlandia
'r
paiz j'è na puvrera, 'mzò stè 'tèinta
ra
gèint sat te s'i pèinsu o pèinsu nèinta?
(Non
puoi fare molto, quattro passi da Alessandria / tedeschi dappertutto,
da qui in Finlandia / in paese c’è una polveriera,
bisogna stare attenti / sai tu se la gente ragiona o non
ragiona?).
Comincia
così, con altri del paese, la vita randagia del ribelle
sbandato, tentando contatti con le bande di collina (gli autonomi
di "Mimmo"), nascondendosi ad ogni segnale di rastrellamento,
"vivendo da disperati la solitudine totale di chi morde e fugge
per salvarsi la vita, in un mondo impazzito".
Ma
noi ticc disparà, na banda 'd giuvu
's
truvavu fin là 'n mèz per nèint ch'im
scuvu
quand
ch'i curivu 'r vuz di rastrelamèint
e
'd nocc er Brigati Nèiri là 'n van nèint.
(65, ant.69)
(Ma
noi tutti disperati, una banda di giovani / ci trovavamo là
in mezzo alla campagna per non farci scovare / quando correva
la voce dei rastrellamenti / e di notte le Brigate nere là non
vanno).
j'ó
cunzì 'r stali e i fein, i fòs e 'r rivi
me
i sògn j'è ancur l'afan cme quand 't curivi...(446)
(Ho
conosciuto le stalle e i fieni, i fossi e le rive / nei miei sogni
c’è ancora l’affanno come quando correvi…).
Le
cascine più lontane dal paese e dalle strade e i boschi
in riva al fiume sono il rifugio preferito dei ribelli, ed è
qui, mentre tutt'attorno esplode la violenza e la follia degli
uomini, che si rinsalda il patto del poeta con la natura amica
e si rinnova l’incanto dell’artista nei confronti del paesaggio
fluviale, tante volte fissato in chine rarefatte e vibranti di
poesia.
In
pat tra me e u santé e 'r fiù ch'is vantu
coi
pes ant l'èua, con j'uzé ch'i cantu (...)
santé
dra meditasion, sògn 'd cui ani
d'amur,
dra mòrt, fisanda l'èua 'd Tani
spicè
ch'u nasa l'òmi nov dar uèri
cuntèint
du su, 'd j'udur, 'd ròbi sincèri... (660,
ant.82)
(Un
patto tra me e il sentiero e i fiori che si vantano / coi pesci
nell’acqua, con gli uccelli che cantano…/ sentiero della meditazione,
sogno di quegli anni / d’amore, della morte, fissando l’acqua
di Tanaro / aspettare che nasca l’uomo nuovo dalle guerre / contento
del sole, degli odori, di cose sincere…).
Per
chi è braccato e si sente la morte sul collo, il sentimento
dominante è, senza eufemismi, la paura:
Dra
paura 'd j'ampicà, turtiri, lagni
dra
gèint con l'ogg nebià, i dèincc der
cagni
'd
fanciòt vutà a ra mòrt con sul vèint'ani
perchè?
da chi? 't la divu er rivi 'd Tani? (...)
(Della
paura degli impiccati, torture, lamenti / della gente con gli
occhi offuscati, i denti inchiavardati / dei ragazzi votati alla
morte con solo vent’anni / perché? Da chi? Te lo dicevano
le rive di Tanaro?);
paura
ch'im trovu là, pau fin d'j'avzein
terur
'd cui bòia e di so spion sasen (87)
(paura
che ci trovino là, paura fin dei vicini / terrore
di quei boia e dei loro spioni assassini);
paura
der speji, streji ch'it brancavu
cme
'r rèi er pes, l'agguato, t'anganavu (996, ant.99)
(paura
delle spie, streghe che ti afferravano / come la rete il pesce,
l’agguato, ti ingannavano).
Ma
oltre agli affanni e alle paure, quei mesi vissuti alla macchia
vogliono anche dire scoprire la grande umanità di personaggi
oscuri: contadini ospitali e coraggiosi come Lurèins
dra chitara, Luigi dar Casen-ni Bianchi, pescatori, barcaioli
e traghettatori come Bastian du Tripuli. Emerge in queste
poesie, pervase da un felicissimo tono tra l'epico e il picaresco,
tutta l'importanza della spesso dimenticata resistenza dei civili:
una resistenza disarmata ma non per questo meno importante, essenziale
anzi per consentire a quella armata di esistere e mantenersi.
Ci
sono poi gli amici e i compagni caduti: le liriche dedicate a
loro, ai ragazzi uccisi sui cigli delle strade o crivellati nel
corso di un rastrellamento, o morti per un banale incidente nei
giorni dell'insurrezione, sono le più tormentate e inquiete,
agitate da una sorta di cupo rimorso, quasi il poeta si chiedesse
perché loro e non lui.
I
ricordi degli anni 1943-45 sono sparsi in tutta la sterminata
produzione poetica di Rapetti, con maggior frequenza dal 1989
in avanti.
La
cifra che contrassegna le liriche dedicate da Rapetti alla guerra
e alla Resistenza è l'orrore della violenza:
Culpa?
che culpa t'avi a ribelèti?
contra
cui diaudemòni mnì sirchèti?
't
scapavi, t'at scundivi, lur masavu
j'àn
ancendià i paiz, i t'ampicavu!
(890,
Er bucein dl’Amzanein)
(Colpa?
Che colpa avevi a ribellarti? / contro quei diavoli-demoni
venuti
a cercarti? / scappavi, ti nascondevi, loro ammazzavano /
hanno incendiato paesi, ti impiccavano!).
Una
violenza che si fa fatica a raccontare:
Que
'mzò fè 'n pas andré sut ra viulèinsa
drèinta
l'apucalis, ra resistèinsa
quintè
i cavà sbandà, frì dar mitragli
'r
culòni di tedesc armi e bagagli...
(947,
Iscrision funerarii der Cumitatu’d Liberasion dra Vila)
(Qui
bisogna fare un passo indietro sotto la violenza / dentro l’apocalisse,
la resistenza / contare i cavalli sbandati, feriti dalle mitraglie
/ le colonne di tedeschi armi e bagagli…).
Così
come è difficile, nella poesia dedicata a un reduce dalla
Russia, descrivere gli orrori di quella tragica ritirata:
Quintè
ra frigg 's po nèint, ra fam, ra paura
i
pé fasà 'nt na quèrta, 'r vèinter
gnaura
pià
ra turmèinta, 'n tèra rutulava
curs
di cumpagn, scrulèj ra fiòca, zrava... (590,
Muda)
(Contare
il freddo non si può, la fame, la paura / i piedi
fasciati in una coperta, il vento mugola / investito dalla
tormenta, in
terra rotolava / accorsi dei compagni a scrollargli la neve,
gelava...).
Così
talvolta basta una sensazione fisica, un odore, che sale dal fumo
dei falò contadini d'autunno, a dare concrezione poetica
ai ricordi di un sopravvissuto dai lager nazisti:
Ra
lèingua 't manca sèimp spieghè cèrt
ròbi
j'udur
't pori vizè, ra vista 't dròbi...
Mariu
pèrd ra memòria quand che 'r quèinta
ra
mèint as fèrma, ra paròla stèinta...
"Stalag
12 A", furn crematòri
rivavu
'd tit er rasi, 'n masatòri
l'udur
der puasi dra to vigna 't brizi
na
fim dulciastra, 't sai manc te, 't ra vizi... (997, ant.76)
(La
lingua ti manca sempre spiegare certe cose / gli odori puoi ricordare,
la vista adoperi.../ Mario perde la memoria quando racconta /
la mente si ferma, la parola stenta.../ Stalag 12 A, forno crematorio
/ arrivavano di tutte le razze, un ammazzatoio / l’odore
dei sarmenti della vigna che bruci / un fumo dolciastro,
non sai definirlo,
te lo ricordi...).
La
guerra disperde la gente ai quattro venti, la violenta, ne cancella
l'identità. Questo senso di tragica rottura del vissuto
quotidiano viene emblematicamente espresso ne Ra locomobile,
una lunga composizione che mima abilmente un dialogo fra due pensionati,
Biazein ferroviere e Pipein operaio d'una fabbrica
di olio e sapone del vicino sobborgo di Cantalupo. La tranquilla
vita del pensionato di ferrovia, ritmata dagli orari dei treni,
viene turbata - si presume un giorno della primavera 1944 - dal
passaggio di un treno misterioso, fuori orario (un treno che non
dovrebbe esserci, dunque!), e solo nel finale, con espressionistico
abruptus, l'autore ne svela l'identità, il tragico
carico e l'orribile destinazione.
Che
trènu 'r fisa s'è savì ma au lindman
gèint
rastlà da 'cc fascista, 'cc tudesc coi can.
"Jitèm"
crijavu, ciamu "Mama", "Signur"
sarà
sì 'nt i vagon, dar frigg coi sidur:
che
fam e sèi anmà ’r bestji ij patisu
ch’is
croju ’n tèra, ch’i cagu, ch’i pisu.
Ciflava
er machinista: - Ajìt o gèint! -
I
fren mòrcc ant er rovi servivu a nèint.
Pianzivu ’r rutaji, er preji là ’vzen
U
locomobile ciamava Biazein.
Savon-na-Germania,
Biazein l’à razon.
E
Pipein? Vagon ‘d car viva da fè savon.
(Che
treno fosse s’è saputo solo l’indomani / gente rastrellata
dai fascisti, dai tedeschi con i cani. / -Aiutateci!- gridavano,
chiamavano Mamma! Signore! / chiusi nei vagoni piombati, freddo
coi sudori / che fame e sete solo le bestie patiscono / che si
coricano in terra, cacano e pisciano. / Fischiava il macchinista:
- Aiuto, o gente!- / I freni che mordevano le ruote non servivano
a niente. / Piangevano le rotaie, le pietre là vicino
/ la locomobile chiamava Biagino. / Savona-Germania, Biagino
ha
ragione. / E Pipein? Vagoni di carne viva da fare sapone).
Il
Ribelle di Rapetti è uno che si oppone alla violenza (di
ogni tipo essa sia) in nome di un ideale superiore, di libertà
e di fratellanza. Purtroppo, quasi sempre, risulta essere un perdente.
Eppure quel ‘sogno dei poveri’, quell’utopia di un mondo diverso
e migliore, resta un obiettivo per cui vale lottare:
quand
ch’u sarà sarà, nein è prufeta
miragi
o verità j’è sul sa meta (1010).
(quando
sarà sarà, nessuno è profeta, / miraggio
o verità c’è solo quella meta).
Annamurà
dra tèra 't pisti coi pé
'mzò
fèl pì gist ist mond, l'òm, scricc quancc
papé
viulèinsa
s-ciòd delit, 'mzògna finira
nujaucc
Ribèlli al savu e 'vrivu dira...
Er
mond l'è 'n paiz sul, 'ndò ch'ai stoma an tancc
Utupìa
è ancur da fè, ra sità 'd ticc quancc.
(1010, ant.77)
(Innamorati
della terra che pesti coi piedi / bisogna farlo più giusto
questo mondo, l’uomo, quanti fogli scritti / violenza genera delitti,
bisogna finirla / noialtri Ribelli lo sapevamo e volevamo dirlo...
/ Il mondo è un paese solo, dove ci stiamo in tanti / utopia
è ancor da fare, la città di tutti quanti).
Dopo
queste esemplificazioni, apparirà chiaro come Rapetti sia
un poeta difficilmente classificabile dentro parametri convenzionali.
Ve decisamente in controtendenza rispetto al lirismo e alla rarefazione
quasi ermetica della poesia neodialettale italiana (da Biagio
Marin e Guerra, Scataglini ecc.). Oltre ai suoi contenuti, anche
il suo linguaggio (così chiuso e arcaico) e il suo stile
(scabro, "rappreso", risentito) appaiono ad un acuto recensore
i contrassegni "di una caparbia volontà di testimonianza,
dell'irreducibile rifiuto dell'eterna sconfitta del mondo contadino,
e, per converso, di una fede nei valori più profondi e
veri di un universo in cui l'uomo conserva, nonostante tutto,
e ancora, intatta la propria dignità" (P.Zoccola, "Il Piccolo",
24.5.94).
Per
concludere, Rapetti potrebbe essere definito con una certa verosimiglianza
non tanto un poeta della Resistenza, quanto un poeta
della Ribellione. Una ribellione che non è solo nei
contenuti, ma investe gli stessi strumenti espressivi.
Nel
lungo, fluviale, interminato poema epicolirico di Giovanni Rapetti,
anche la memoria, anche il dialetto usato sono forme di ribellione.
Una memoria che vuol resistere al tempo, una scrittura dialettale
che vuol dare un "monumento di parole" a chi ha sempre solo conosciuto
i silenzi della storia, e i monumenti (o le lapidi) li ha visti
solo post mortem, sulla propria tomba.
In
questo senso la poesia di Rapetti, questa straordinaria Tani
River, con la sua intensa partecipazione alle sofferenze degli
uomini nel fiume della storia, si connota indubitabilmente come
poesia civile e politica. E la sua ricerca poetica sì,
ma anche storico-antropologica mi sembra proprio dar ragione a
quanto esprimeva qualche tempo fa Andrea Zanzotto, uno dei più
sensibili poeti contemporanei, affermando che "la poesia è
sempre inserita nel cuore della storia. La poesia è la
forma più aderente e vincente di storiografia".
(*)
Di ogni poesia citata si dà fra parentesi il numero progressivo
dell’elenco relativo al Corpus poetico di Giovanni Rapetti; quando
pubblicata nell’antologia Ra memòria dra stèila (Alessandria,
Edizioni dell’Orso, 1993) segue l’indicazione ant. e n.progressivo
dell’indice dei testi presentati nel volume.
"TANI
RIVER": il paese-paradiso di Giovanni Rapetti
di Elio Gioanola
Presentando
questo "poema totale" di Giovanni Rapetti, questa vera e
propria Antologia di Tani River, ho avuto modo di insistere sulla
coincidenza, nell'opera, di utopia e di in-topia,
nel senso proprio di una straordinaria sovrapposizione di universo
fantasmatico e di microscopica realtà locale, quella in via
di scomparizione di Villa del Foro. Si ha davvero l'impressione
che, quanto più il poeta, tematicamente e linguisticamente,
vuole identificarsi col microcosmo del villaggio, tanto più
lo solleva da ogni ancoraggio spazio-temporale, facendone un'avventura
della mente, o la proiezione assolutizzata dei suoi fantasmi profondi.
Succede come quando si guarda con estrema fissità un particolare
realissimo, e questo finisce per decontestualizzarsi e perdere
ogni
aggancio col reale, trasformandosi in una specie di schermo allucinatorio. Questo
ritengo sia un corretto punto di partenza per un'eventuale indagine
critica sul mondo poetico di Rapetti, per evitare i rischi di una
riduzione ai luoghi comuni del realismo, del quale davvero la poesia
novecentesca non sa che farsi. E' giustissimo certamente, sia detto
a scanso di equivoci, ogni discorso portato sui contenuti realistici,
sull'impegno ideologico e sociale, sulla testimonianza relativa
ad un mondo che scompare, sulla ricerca di alternative alla invivibile
realtà attuale, ma questo discorso, che molti hanno fatto
egregiamente, non è sufficiente. Il
valore di una poesia non dipende dall'essere una poesia di valori,
almeno nell'epoca contemporanea. Se le figure e il linguaggio di
Villa del Foro sono diventati, come lo sono certamente, alta poesia,
ciò significa soltanto che si sono fatti compiutamente lingua
personale, stile, forma dell'io dell'autore, come ha benissimo sostenuto
Giovanni Tesio nel suo intervento di presentazione del volume. In
forma perentoria e risentita Cesare Pavese, di fronte alle possibili
riduzioni della sua poetica al "realismo" diceva: "Sono io il mio
paese". Credo che Rapetti possa dire la medesima cosa di sé e
della sua opera. Da
questo punto di vista, il dialetto di Villa del Foro, così
ferocemente e polemicamente fedele alla diversità locale,
così ancorato alla rusticità arcaica di un mondo esistente
(nel passato) è una vera e propria lingua angelica, diventata
compiutamente poetica proprio per il suo essere ormai scomparsa
come parlato. Ogni poeta scava una lingua propria nella lingua d'uso,
facendo del "parlare" un "dire" originale, ma Rapetti si è
addirittura accaparrato un dialetto che nessuno più parla,
anche se coincidente con una precisissima realtà storica,
in modo da portare la sua originalità espressiva al livello
più alto possibile, facendosi portatore di una "diversità"
ideologico-sociale che coincide esattamente con la sua "diversità" di
artista. Parlando
poi della coincidenza di utopia e in-topia, accennavo
alla ricerca del paradiso perduto: infatti il sogno di un mondo
solidale e giusto, di un futuro libero dalla devastazione tecnologica,
sul modello della mitica Società Operaia di Mututo Soccorso
di Villa del Foro, coincide esattamente col sogno della patria
antica
della memoria, del mondo contadino scandito dai lavori e dalle
feste e dal ciclico ritorno delle stagioni, dei sabbioni intatti
di Tanaro,
degli incantati giochi infantili. Leggiamo in Ra lis perpetua: "'S pudijis rifè ra Vila an paradis / ra gèint, j'uzé,
camp, muron, Tani e j'amis / me firm d'andè stè là,
fè di babaciu/ cantè, mangè 'r marèini,
chichè u laciu". Paradiso
è Villa, o Villa è il Paradiso: per questo il cimitero
di Villa è solo una specie di luogo del ritorno, una forma
della trasmutazione del tempo incantato in eternità. Non
a caso il testo si chiude sull'immagine emblematica del "succhiare
il latte". In L'utupìa dei Ribèlli leggiamo
proprio: "Uteru 'r pòst 'do 't sòrti nov 'd speransa
/ du teti u lacc d'in sògn dventà sustansa". Il paese-paradiso,
che tale è oltre tutte le connotazioni della fatica e del
dolore e della sopraffazione, è utero e mammella, è
la Madre da cui si viene e a cui si ritorna, è l'origine
prima del tempo e della parola, il luogo in cui tempo e spazio non
vigono ancora, dove non si muore più. Le radici della
poesia di Rapetti affondano qui.
La
sfida epica di Rapetti: poetare contro l'oblio
di
Giovanni Tesio
Pavese
ha scritto nel Mestiere di vivere che il pregio
estetico, l'essenza morale, la luce della verità non si possono
comunicare e che le parole "ne esprimono solo uno schema".
E' un po' quanto ha ricordato la scrittrice georgiana Flannery
O'Connor:"Non si può dire che Cézanne dipingesse
delle mele su una tovaglia e aver detto quello che Cézanne
dipingeva".
Comunque
stiano le cose, voglio qui dire subito che l'opera di Giovanni
Rapetti spiazza, costringe a verificare sistemi di lettura
più o
meno collaudati. Nel caso della poesia dialettale, spinge a confrontare
la verità di un percorso individuale con la veridicità di
uno schema che è stato fissato didatticamente nella formula "il
dialetto da lingua della realtà a lingua della poesia".
Qual è dunque
l'identikit della poesia che si dice neodialettale?
Intanto l'attenzione alle poetiche europee e il confronto con
la poesia
in lingua. Chi fa poesia in dialetto oggi non parte dal dialetto
per raggiungere la poesia, ma scopre il dialetto cercando la
poesia. In secondo luogo la prevalenza dei dialetti marginali
e decentrati,
addirittura inventati, veri e prori idioletti. Quindi l'allontanamento
dalla lingua massificata e stereotipa in vista di una nuova
autenticità e
natività che viene di dentro: il dire che si diversifica
dal parlare, come sottolinea heideggerianamente Paul
Ricoeur. Ancora, l'attenzione alla fonetica che non è di specie puristica,
cioè non sta a salvaguardia di un processo di italianizzazione
come poteva accadere nel primo novecento giolittiano, di fronte
alla prima massiccia avanzata della lingua nazionale, ma dice il
radicamento, la solidità del radicamento dell'essere attraverso
la sua intonazione specifica. Infine, il cambiamento del pubblico
che non vive più nel circuito breve dello stesso orizzonte
antropologico, mentale, morale, pratico.
Se
guardiamo ora a Rapetti, non tutto della sua poesia sta in questo
pur sommario identikit, e fa bene Franco Castelli a rilevarlo
nell'introduzione a Ra memòria dra stèila: "Rapetti
ha scelto di calarsi integralmente in questa realtà popolare
e in questa cultura subalterna, il suo ricorso al dialetto non
può essere, come per molti altri dialettali contemporanei,"ultimo
rifugio per una purità assoluta della parola poetica".
E
tuttavia si potrebbe dire così, semplicemente, che il dialetto
diventato lingua della poesia torni a diventare lingua della realtà?
Personalmente non credo. Rapetti spiazza rispetto all'identikit che
abbiamo tracciato, ma non lo fa saltare. Nessuno, può infatti
negare che quella di Rapetti sia un'operazione poetica di grado
secondo.
Guardando
un po' più in dettaglio, il suo io poetico è la memoria
di tutta una comunità, ma la memoria della comunità non
si esprime che attraverso questo io: è lui che seleziona
e che elabora, che sceglie e che interpreta e solo illusivamente
può essere assimilato ad una registrazione magnetofonica.
E',insomma, la bocca di Rapetti a dire la bocca altrui.
Inoltre è sì vero che il metro di Rapetti sia di
origine popolare (bosinata e strambotto), ma esso è volto
ad un uso originale e personale: risponde appunto all'intonazione
che custodisce il radicamento. E ancora su altro potrei far
leva: sul dialetto periferico di Villa del Foro o sull'attenzione
spasmodica alla fonetica, così ben allineata al recupero
di oralità e di vocalità cui ci hanno indotto
a riflettere studiosi come Zunthor e come Ong ( per non dire,
prima,
di Bachtin).
Poesia che, contro ogni ipoteca crociana (il testo poetico
come solus
ad solam, come silenzioso rito individuale), pretende di
essere eseguita. Infine l'orizzonte d'intesa con il pubblico
della sua
poesia non è in Rapetti meno virtuale che in un qualsiasi
altro poeta dialettale d'oggi.
La
poesia di Rapetti non racconta la vita di una comunità nel
suo fluire attuale, ma la memoria di questa vita. La voce
di Rapetti si fa tramite delle voci radicate nell'esistenza
collettiva di una comunità sociologicamente connotata
e nulla della realtà circostante può essere
percepito e compreso se non in quanto da essa veicolato.
Ma la ripetizione (la rima baciata) ne fissa come un martello
la profondità, la monotonia che ne scaturisce
diventa iterazione ritmica, perfino ossessione, una forma
di rito
magico capace di evocare un universo ctonio.
Rapetti
si muove entro un progetto totalizzante (quasi maniacale)
probabilmente o potenzialmente infinito. La sua immersione
comunitaria parte da un tessuto profondamente disgregato
e protende attraverso la storia la sua utopia, corrispondendo
all'angosciato appello di Simone Weil: "Ai nostri giorni
la conservazione di quel poco che resta dovrebbe quasi diventare
un'idea fissa". Le sue sono parole dette dai vivi "pre
i mòrt, prima 'd scumpari" (per i morti prima
di scomparire). In questo forte afflato di vitalità che
non rinuncia al suo dire in limine mortis consiste
l'energia miracolosa, la sfida epica di questa poesia.
Mentre documenta di sé, documenta per sé.
Ma documenta per tutti. Combattendo la sua lotta e resistendo
per tutti
resiste soprattutto per la poesia come tale.
La
memoria come ribellione
Villa del Foro: un mondo salvato dalla
poesia
di Paolo Zoccola (Il Piccolo,
24 maggio 1994)
Là,
nell'oriente quasi estremo, dove le montagne più si
avvicinano al cielo, gli abitanti credono che una volta che
avranno terminato di elencare tutti i nomi di Dio, l'universo
avrà raggiunto il suo scopo e le stelle cominceranno
a spegnersi, a una a una. La distanza del Tibet da Villa del
Foro è veramente notevole, ma leggendo l'antologia
poetica di Giovanni Rapetti, Ra memoria dra streila-
pubblicata dalle alessandrine Edizioni dell'Orso, a cura della
Camera del Lavoro e dell'Istituto storico della Resistenza
e della Società contemporanea, con prefazioni di Salvatore
Del Rio, Renzo Penna, Giorgio Canestri, e Introduzione di
Franco Castelli- ho avuto come l'impressione di uno straordinario
e puntiglioso e tenace lavoro che sembra voler dare compiuta
espressione a un universo, intero anche se piccolo: quello
di Villa del Foro.
Pazientemente, infatti, Rapetti, cui si devono dal 1973 a
oggi, più di milla poesie, ha salvato e sta salvando
dall'oblio non solo le figure dei suoi compaesani ma tutto
un paese, tutta una cultura vicina all'estinzione, tanto da
far pensare che egli stia combattendo una titanica battaglia
contro il tempo, contro la civiltà del consumismo.
E mentre Rapetti scrive, le stelle di questo universo si vano
spegnendo, stanno scomparendo a uno a uno i parlanti quel
dialetto alessandrino, rusticamente contadino, che non solo
si contrappone alla lingua come strumento espressivo del mondo
dei vinti, ma assume valenza polemica nei confronti dello
stesso dialetto alessandrino, subito e adottato da molti parlanti
della Villa in omaggio alla doinante cultura del capoluogo.
Il dialetto che Rapetti usa nelle sue poesie è infatti
quello usato dagli anziani della "Socità",
sconosciuto ai giovani, e malnoto anche alla generazione di
mezzo. Una sorta di ridotto contadino, di ultima trincea;
un gergo quasi da iniziati (Franco Castelli li fa ammontare
a circa cento persone) o meglio, da assediati. Di questo chiuso
e duro dialetto, che è insieme lingua e testimonianza,
Rapetti ha fatto un raffinato strumento espressivo, perfettamente
in grado di evocare le variegate tipologie di un mondo che
la fame, il lavoro, la violenza, politica non valgono a umiliare
e che conserva intatta insieme alla capacità di rielaborazione
epica della propria storia, un rapporto non mediato col mondo
della natura e in grado quindi di dare espressione anche alle
più delicate note del sentimento.
Ma lo scultore- poeta di Villa del Foro, che ha conosciuto
da vicino alcune delle più significative esperienze
artistiche del nostro secolo, non può ovviamente fare
a meno di portare sulla pagina il suo vissuto di intellettuale
e, insieme, una sensibilità estetica affinata in officine
culturalmente assai lontane da Villa del Foro. Il risultato
è quello di una poesia in cui l'universo contadino
trova sì compiuta espressione, ma da parte di un autore
che non si limita a registrare nostalgicamente il passato
perchè sente il vivo, il vitale, il direi furioso e
orgogliosamente ribelle pulsare di esperienze che chiedono
di essere testimoniate oggi, per quanto oggi valgono e non
solo per quanto hanno significato in passato. Non quindi da
un poeta contadino, nè da un contadino- poeta, ma da
un intellettuale che nel dialetto porti intatta tutta la sua
cultura. E' questa la forza, ma anche in qualche caso il limite
(occorre dirlo se non si vuol cadere nel solito soffietto
elogiativo che tradizionalmente viene riservato ai poeti nostrani),
della poesia di Rapetti che nel crogiulo del dialetto tenta
l'esperienza non banale di fondere la propria cultura di intellettuale
con quella del mondo contadino.
Un'ultima considerazione, Franco Castelli, alla cui benemerita
sollecitudine si deve l'imporsi dell'opera rappettiana all'attenzione
della critica più avveduta, nella sua mirabile Introduzione,
dice cose bellissime sul parlare "scorciato", "rappreso",
di Rapetti in cui pare di sentire la fretta, l'angoscia di
affrettarsi a dire, a fissare prima che i colori si stingano,
il multiforme dispiegrasi di un mondo che sta per scomparire.
Sono parole illuminati, alle quali aggiungerei soltanto una
riflessione su quel tanto di brusco, di risentito, di arduo,
di burbera riottosità, che mi pare caratterizzare questi
versi. Si tratta a mio avviso della specula stilistica di
una caparbia volontà di testimonianza, dell'irriducibile
rifiuto dell'eterna sconfitta del mondo contadino, e, per
converso, di ua fede, nei valori più profondi e veri
di un universo in cui l'uomo conserva, nonostante tutto, e
ancora, intatta la propria dignità. E allora, come
nella poesia che chiude il volume e gli presta il titolo,
Rapetti può davvero chiudere, come annota Castelli,
"con la coscienza di aver compiuto uno sforzo immane,
ma di lasciare un monumento di parole", e con lui
anche noi possiamo sperare che, nonostante tutto, le stelle
continuino a brillare.
|
 |