Relazione
di Franco Castelli presentata al convegno Culture
e tradizioni in Val di Susa e nell'arco alpino occidentale,
Rivoli, 13-14 ottobre 1995



Carnevale 1925

Carnevale
1929, veglione al castello

Carnevale 1948. La Lachera a Santa Limbania



|
|
Premessa
La "Lachera" è una festa popolare di Carnevale tra le
più singolari e misteriose del vecchio Piemonte rurale. Siamo
a Rocca Grimalda, nell'Alto Monferrato ovadese, in un'area di frontiera
tra cultura ligure e cultura padano-piemontese, in una periferia
che (come già ricordava Mario Soldati a proposito delle tradizioni
culinarie del paese) sembra dare ragione alla teoria bartoliana
della conservatività delle aree marginali (1).
Rocca Grimalda è un antico borgo fortificato posto su uno
sperone roccioso che domina la valle dell'Orba. Proprio all'ingresso
del paese si erge la mole massiccia del castello feudale, già
proprietà dei Malaspina, poi dei Trotti e dei Grimaldi (2).
Le origini leggendarie della Lachera parlano di una rivolta popolare
contro il feudatario che esercitava lo jus primae noctis sulle spose
dei suoi sudditi: di qui la festosa rievocazione, mediante un corteo
nuziale mascherato, della vittoriosa affermazione del popolo contro
le inique pretese del castellano. Inutile dire che negli archivi
non c'è traccia né della rivolta, né del Carnevale
ad essa connesso, che pure, secondo la tradizione orale, esiste
"da sempre" e fonda una non piccola parte dell'orgogliosa identità
municipale dei Rocchesi. Assenti le fonti d'archivio, l'unica fonte
bibliografica sulla Lachera di Rocca Grimalda è il volume
della Bianca Maria Galanti sulla danza della spada in Italia, prodotto
nel 1942 dall'Opera Nazionale Dopolavoro (3): un lavoro basato su
informazioni di seconda mano, scritto in un'epoca poco disposta
al filologico rispetto delle tradizioni popolari, e che, come vedremo,
sarà alla base di tutta una serie di visioni deformanti sulla
festa. "Danza delle spade a contenuto insurrezionale" è la
definizione che la Galanti attribuisce alla Lachera, in ciò
accomunata alla danza degli spadonari di S. Giorio in Val di Susa.
L'interpretazione storicizzante non esita a distorcere il significato
di costumi e maschere del Carnevale paesano, che del resto proprio
l'O.N.D. trasforma in un gruppo folkloristico acclamato, dal 1930
al 1939, nelle parate e nei raduni di regime (4). La ricerca sul
campo e la visione diretta della Lachera nel paese d'origine fanno
immediatamente percepire che alla base del rituale festivo esistono
altri e molteplici significati sommersi. Questa comunicazione non
può che fornire una rapida sintesi di una indagine specifica
durata diversi anni, le cui risultanze sono attualmente in corso
di stampa in un volume ampiamente illustrato (5).
Il
rito della questua
Il documento più antico sinora rinvenuto sulla Lachera, è
una foto risalente al 1912 che ritrae l'intero gruppo mascherato
in posa, attorniato da uno stuolo di bambini, fra le case del paese
gremito di neve. Si conta una quindicina di personaggi, tutti col
viso ricoperto di maschere di vario tipo, con costumi ricchi ed
elaborati copricapi. Unendo le testimonianze orali degli anziani
della comunità alle fonti fotografiche precedenti il 1930,
possiamo ricostruire abbastanza bene sia i ruoli delle varie maschere,
sia la dinamica della festa. Il gruppo, interamente maschile anche
per le parti femminili, era costituito da Sposo e Sposa, Damigella,
due Guerrieri o Zuavi armati di spada, due Laché vestiti
di bianco con alti copricapi mitraformi adorni di nastri multicolori,
quattro Trappolini con la frusta, quattro Mulattieri in costume
da carrettieri monferrini, un Buffone o Bebè in vesti femminili,
con grottesca cuffia orecchiuta. Accanto a questi personaggi, due
o tre musicanti (violino, clarinetto, chitarra o mandolino) per
accompagnare le danze di rito, consistenti nella lachera in movimento
e nei due "balli rotondi" della giga e del calisun, eseguiti durante
le soste. La Lachera tradizionale, infatti, era una mascherata di
soli uomini inserita all'interno di un rituale di questua itinerante:
due elementi questi (maschilismo e questua), che sembrano caratterizzare
gran parte dei Carnevali popolari di impronta contadina. Giravano
per il paese, poi giravano per le cascine, al mattino, al giorno
di giovedì grasso. Allora, tutti percepivano (sic) questi
cascinali e ci davano tutti qualche cosa. Chi ci dava un pollo,
chi ci dava un coniglio, chi ci dava un salame, due bottiglie di
vino... Partecipavano tutti per questa Lachera. Che poi la sera,
quando arrivavano, cominciavano a far un po' di festa, poi si faceva
cuocere qualcosa, la mangiavano e poi ballavano. E poi durava magari
tutta la settimana, la festa (testimonianza di Giuseppe Bobbio,
agricoltore, classe 1909). Un corteo nuziale in costume che attraversa
tutto il paese e il concentrico campestre, toccando cascine e frazioni
del circondario. Una mascherata festosa, piena di colori (fiori
finti, nastri, scialli, ori) e di rumori e di suoni (schiocchi di
frusta, campanelli e sonagli, musiche gaie e frizzanti) che attraversa
la campagna addormentata sotto la neve, seguita da frotte di ragazzi
vocianti e che in ogni cascina viene accolta con gioia e grande
generosità. Appare subito chiara la natura di rito propiziatorio
della fertilità di questa festa popolare calendariale: questua
di fine inverno e d'inizio di stagione, intesa a suscitare e ri-suscitare
la forza germinativa della natura con l'esibizione di colori, rumori,
musiche, salti, colpi, risa. Ribadiscono il valore di grande esorcismo
contro l'inverno, la carestia, la morte, sia la presenza centrale
della coppia di Sposi (auspicio di fecondità), nonché
le numerose e ricche scorpacciate (auspicio di buoni raccolti).
Morfologia
e ascendenze
Le maschere come larvae, spirito degli antenati e il corteo
mascherato come caccia selvaggia, processione dei morti che tornano:
questo rapporto con l'aldilà instaurato dai riti di iniziazione,
come dimostrano gli studi di Wesselofsky, Lazzerini, Ginzburg, si
concretizza nei Carnevali contadini in maschere appartenenti alla
familia Harlechini. Ne fanno indiscutibilmente parte, nella
Lachera di Rocca Grimalda, le figure dei Lacché che hanno
la funzione di Arlecchini (i primi Zanni erano biancovestiti, e
il bianco è sia il colore dei fantasmi che degli iniziati)
e le maschere dei Trappolini, anch'essi derivanti da Zanni delle
origini della Commedia dell'arte. Nella mascherata anteriore alla
trasformazione della Lachera in gruppo folkloristico si colgono
alcuni tratti arcaici inconfondibili, caratterizzanti le "feste
di primavera" comuni ad un'area di diffusione europea (6). Vediamone
alcuni:
- gli
abiti bianchi, le mitrie infiorate, i salti e i balli dei
due Lacché, che all'interno della mascherata svolgono
la funzione di maschere-guida;
-
i copricapi fioriti, i sonagli alla vita, le fruste schioccate
dai Trapulin, che fanno largo al corteo e lo annunciano con il
fragore dei colpi e delle sonagliere;
-
la presenza dei due Spadofori o Zuavi, che fungono da guardia
d'onore della coppia di Sposi e che recano anch'essi in testa
(come i Trappolini) colbacchi di fiori artificiali.
Molti
di questi tratti (dalle mitre ai copricapi fioriti ai sonagli e
ai nastri multicolori) paiono rinviare espressamente alle Feste
dei Folli e alle cerimonie delle Società giovanili esercitanti,
in tutta l'Europa preindustriale, la funzione di custodi dell'ordine
tradizionale e in particolar modo della pratica festiva. Il Pola
Falletti, che di queste "società gioiose" è stato
il principale indagatore, sottolinea come tali Badie svolgessero
anche il compito di milizia armata (con armi simboliche come spade
o alabarde), accettato dalle autorità con precisi confini
spazio-temporali, come controllo dei confini del paese e dell'osservanza
degli statuti regolanti la vita comunitaria (7). Il fatto che talvolta,
come in Val Soana al tempo del tuchinaggio, la Badia giovanile si
sia fatta "vindice e strumento" della lotta antifeudale (Pola Falletti
1937:381-84), ci fa supporre che qualcosa del genere possa essersi
verificato a Rocca Grimalda, dove la Lachera assurge a simbolo dello
spirito di autonomia e di ribellione della comunità nei confronti
di prevaricazioni e soprusi da parte della nobiltà e delle
classi dominanti.
Jus
primae noctis
La tradizione locale fa risalire la rivolta cui si ispira la Lachera
ad una sollevazione popolare contro Isnardo Malaspina, signore di
Rocca nel XIII secolo, ma non esiste alcuna prova documentale al
riguardo, mentre ben documentata è la strage dei Trotti di
Montaldeo avvenuta ad opera d'un'esplosione di collera popolare
nel 1528, in un'epoca in cui anche Rocca, come Feudo imperiale (dal
1438 a metà '500), era dominata dalla famiglia dei Trotti,
sì da mutare il nome da Rocca Val d'Orba in Rocca dei Trotti
(8). Un foglio dattiloscritto anonimo, rinvenuto nel Fondo ENAL
dell'Archivio di Stato di Alessandria (senza data ma probabilmente
degli anni '20), fornisce una curiosa interpretazione dell'origine
della festa. Riportiamo integralmente tale testo, intitolato
Leggenda
della mascherata "La Lacchera" (sic):
Nei
tristi tempi in cui usavano i feudi, nel 1642, il feudatario, oltre
ad altri e molti diritti, aveva quello del "Ius primae noctis"
il diritto della prima notte; per cui ogni sposo la sera del dì
del suo matrimonio doveva condurre la sua sposa in castello. Ora
avvenne che un dì sposatosi un giovane di distinta ed agiata
famiglia, questi si ribellò a quel brutale diritto feudale
e s'impuntò di non condurre la sua sposa al castello. Indispettito
il feudatario per la non comparsa della sposa, comandò a
due sbirri suoi, di procedere all'arresto degli sposi, ma ebbero
una tale accoglienza che, quantunque fossero buone lane, dovettero
svignarsela e tornare al Castello a mani vuote, contenti d'aver
salva la pelle. Per tutta la notte in casa degli sposi fu una continua
veglia di molta gente, per la tema che il feudatario più
inferocito, spedisse un numero maggiore di sbirri ad effettuare
il suo disegno. L'attesa fu vana. Forse il feudatario capì
che quello era il segnale di altro e maggior moto rivoluzionario
e perciò non fece più nulla. Nel frattempo uno dei
componenti la veglia, manifestò l'idea che a festeggiare
un tale avvenimento si dovesse improvvisare una mascherata che con
gli sposi percorresse festosamente le vie principali del paese e
così fu. Nel dì fissato (il giovedì grasso)
la mascherata uscì dalla casa degli sposi. Precedevano per
lo sgombero delle vie a dar l'annunzio della mascherata un Arlecchino
ed un tripolino (sic). Seguivano con gli sposi i Laccheri in elegante
e grazioso costume, che in ossequio agli sposi, marciavano ballando
un mirabil modo di trombe e violini. Dietro agli sposi gentiluomini
d'onore in elegante costume; e per scorta di sicurezza una compagnia
di uomini in costume di gente d'armi con le spade sguainate. Detta
mascherata continuò a rinnovarsi ogni anno e fu sospesa durante
la guerra mondiale 1915-1918; ed è molto da lodarsi che ora
se ne ripristini l'usanza (9).
Come già ricordava il Vidossi recensendo l'opera della Galanti,
che aveva classificato la Lachera come danza a contenuto storico
(e a carattere insurrezionale), non bisogna sottovalutare il significato
simbolico di queste danze tradizionali, dato che quasi sempre il
riferimento storico è o fittizio o secondario, di natura
eziologico-interpretativa, e che comunque, anche ove il riferimento
storico fosse reale, non si escludono mai sovrapposizioni e mistioni
diverse. Vidossi propendeva dunque a vedere in tali danze tracce
di riti arcaici altrove scomparsi (10). Anche il Toschi non esita
a sostenere che il processo di storicizzazione è un a posteriori
e che in quasi tutte queste feste d'inizio d'anno il tema nuziale
e quello agonistico sono legati a riti di fertilità, ma che
il "primitivo e vero significato del combattimento" rituale (tra
vita e morte, estate e inverno, anno vecchio e anno nuovo) si è
prima appannato, poi perso strada facendo, sparendo dalla coscienza
di chi lo esegue e venendo sostituito dalla celebrazione di un fatto
storico (solitamente la liberazione da nemici o tiranni)(11). Così
è per la Baìo di Sampeyre (cacciata dei Saraceni
dalla valle), così per il Carnevale di Ivrea e di Rocca Grimalda
(liberazione dal tiranno prevaricatore), così per i Carnevali
alessandrini (liberazione dall'assedio del Barbarossa) ecc. Nel
caso della Lachera la "rievocazione storica", ufficializzata prima
dall'OND (1930-39) e poi dall'ENAL (1954-64) che trasformano la
festa popolare in un Gruppo folkloristico, appare quasi sempre conflittuale
rispetto ai segni e alle funzioni del rito primario. Ne deriva che
i Lacché, gli Zuavi, i Trappolini, il Bebè ecc. vengono
artificiosamente costretti nella camicia di forza della ricostruzione
mitico-storica, con frizioni, alterazioni, deformazioni e censure
di non poco conto.
Lachera,
danza delle spade?
Di forme rituali preesistenti alla storicizzazione delle danze armate
ha parlato anche un grande studioso della danza, l'etnomusicologo
Kurt Sachs, affrontando il tema della moresca (12). Mentre gran
parte degli studiosi tradizionali indicavano nel conflitto fra saraceni
e cristiani (secc. IX-X) l'origine di questa danza guerriera, egli,
sulla base di una indagine comparativa vastissima, evidenzia una
molteplicità di connessioni tra la morris dance inglese e
una serie di altre danze, come i bailes cossies e il bal de cavallets
delle isole Baleari, numerose danze bulgare, rumene e albanesi,
lo zamalzain basco, la Schimmelreitermaske tedesca, per finire con
le danze estatiche dell'isola di Giava e quelle del Pamir. Per Sachs
l'insieme di queste danze è rinviabile alla sfera dei riti
apotropaici di fertilità diffusi nel periodo neolitico: se
la matrice è comune, gli sviluppi successivi hanno visto
percorsi diversi fin dal medioevo (Sachs: 370-71). Rispetto alla
maggioranza delle "danze armate" alpine, nella Lachera non c'è
"balletto armato", non ci sono evoluzioni o volteggi di spade né
giochi d'armi (come in Val di Susa), non ci sono duelli (come a
Breil), non c'è scontro guerriero (come invece a S. Giorio).
Le spade, in mano ai due Zuavi, si limitano a fare un arco protettivo
sulla coppia di Sposi. Le spade incrociate sulla testa degli Sposi
in alcuni precisi momenti del rito-spettacolo, sono spade di difesa,
non di offesa. La Lachera dunque non ha (almeno nella versione giunta
a noi) carattere guerriero, non si può dunque definire una
moresca. Ciò nonostante la Lachera mantiene nel suo complesso,
per la danza dei Lacheri (piena di brio ed energia), per le sonore
staffilate dei Trappolini, per lo sfoggio di costumi preziosi, per
la tranquilla compostezza del corteo, un preciso carattere di esibizione
di forza popolana.
Controversa rimane dunque l'ascrizione della Lachera nel novero
delle danze delle spade, anche se il mio parere è che non
basta la caduta di un tratto ("giochi di spada") a cancellare i
tanti tratti comuni che imparentano il Carnevale di Rocca Grimalda
con le danze armate piemontesi e alpine in genere. In questo senso,
penso che sarebbe utile verificare l'ipotesi avanzata dalla studiosa
inglese Violet Alford (13) di un legame fra danze delle spade e
riti d'iniziazione dei lavoratori metallurgici, corrispondendo quasi
sempre la localizzazione di tali sopravvivenze rituali con aree
minerarie. Ipotesi ardita e suggestiva, che nel caso nostro risulterebbe
confermata, per l'area ovadese cui appartiene Rocca Grimalda, dalla
presenza storica di attività estrattive (rame e oro) fin
dalla più remota antichità (14).
Lachera,
Carnevale alpino?
Se superiamo la visione municipalista e analizziamo il Carnevale
di Rocca Grimalda nei suoi tratti morfologici essenziali, possiamo
affacciare l' ipotesi che la Lachera sia inglobabile (e interpretabile)
solo in un sistema di segni appartenenti ad una cultura festiva
di tipo alpino, di notevole arcaicità e di diffusione europea,
comprendente rituali di popoli che vanno dalla Provenza alla Savoia
alla Svizzera al Tirolo alla Slovenia. Rocca Grimalda, in effetti,
pur appartenendo all'Alto Monferrato, si trova a ridosso delle montagne
che separano la provincia di Alessandria dalla provincia di Genova:
montagne generalmente chiamate "Appennino ligure-piemontese", che
però, a quanto ci dice la scienza geologica, fanno ancora
parte dell'arco alpino, il cui inizio non è più ravvisabile
nel passo di Cadibona, come ci hanno insegnato sui banchi di scuola,
ma proprio nel cosiddetto "gruppo di Voltri" ad ovest di Genova.
A questa ipotesi, comprovata da un'ingente massa di isomorfismi
ravvisabili nei rituali festivi, si può affiancare quella
di un più vasto (ed oggi disperso e frantumato) sistema di
ritualità festiva, le cui esili tracce (tutte da approfondire
e verificare) sarebbero nella presenza della maschera del Lacchè
testimoniata in un'area molto vasta, dal Monferrato alle valli ladino-dolomitiche,
dalla Toscana all'Appennino modenese (15).
Nella Lachera attuale non c'è una divisione netta in maschere
"da bello" e maschere "da brutto", com'è tradizionale e tuttora
presente nei Carnevali dell'arco alpino centro-orientale, dalla
Lombardia alla Slovenia friulana (16). Tuttavia, una serie di indizi
ci fanno percepire l'esistenza di una tale ripartizione mitico-rituale
nel passato. Un utile indicatore di tale originaria divisione consiste
nella presenza (o persistenza), nel costume delle maschere, dei
guanti bianchi come segnale di distinzione, raffinatezza, signorilità.
Nella Lachera tradizionale indossano guanti bianchi gli Sposi, i
Lacchè, gli Zuavi, la Damigella e quello strano personaggio
del Bebè, ambigua figura di Buffone maschio-femmina, uomo-capra.
Sono otto personaggi, dunque (proprio la metà dell'organico
tradizionale) che paiono così collocarsi simbolicamente nel
settore dei "Belli". Mulattieri e Trappolini, invece, come "maschere
di gruppo", rappresentano dei mestieri reali del popolo di Rocca
e perciò indossano degli abiti da lavoro ("rovesciati" nel
caso dei Trapulin: altro curioso elemento rituale) e non
sono guantati, ma recano o ostentano gli strumenti del loro lavoro:
bastoni e staffili.
Conclusione
Dagli anni '30 ad oggi, con la caduta della funzione rituale, la
Lachera si è ridotta ad una sfilata folkloristica, festosa
e colorita senz'altro, ma un po' ermetica e stilizzata (spesso non
compresa dagli stessi partecipanti), essendo venuti meno i tratti
significanti principali, vale a dire la funzione magico-propiziatoria
della questua itinerante e il gioco (anch'esso magico-propiziatorio)
dell'inversione sessuale personificato da una Sposa, una Damigella
e un Bebè in vesti femminili ricoprenti corpi maschili. Trovo
dunque molto positivo che l'attuale Gruppo folkloristico, animato
da Giorgio Prato e Giorgio Perfumo, oltre a far opera di proselitismo
fra i giovani della comunità, tenti di recuperare alcune
delle caratteristiche antiche della Lachera, tra cui l'uso delle
maschere e il personaggio importantissimo del Buffone o Bebè.
Le difficoltà non sono poche e le frizioni tra filologismo
ed esigenze spettacolari (ovvie per un Gruppo folkloristico organizzato)
inevitabili, ma quando, come in questo caso, la passione per la
ricerca e l'orgoglio municipale si fondono, il risultato non potrà
non essere interessante. In conclusione, in questo come in tanti
altri Carnevali, troviamo un intreccio di storia e leggenda, mito
e rito, forme simboliche e funzioni sociali: ma il significato che
ancor oggi la gente di Rocca attribuisce alla "danza contro il tiranno"
tramandata dai vecchi, ci fa capire come un fatto folklorico possa
mantenere intatto, alle soglie del Duemila, il suo valore di mito
di fondazione dell'identità collettiva di un paese.
FRANCO
CASTELLI
Centro di cultura popolare "G.Ferraro"/Istituto per la storia della
resistenza e della società contemporanea in provincia di
Alessandria
Note
1) MARIO SOLDATI, Vino al vino. Terzo viaggio,
Milano, Mondadori, 1976, pp. 254-55. Le norme areali di Matteo Bartoli,
nate sul terreno della linguistica storica, sono state validamente
applicate in campo demologico da Vidossi e Santoli. Cfr. in proposito,
ALBERTO MARIO CIRESE, Cultura egemonica
e culture subalterne, Palermo, Palumbo, 1973, pp. 287-93.
2) FRANCESCA CACCIOLA, Sul feudo della
Rocca, Comune di Rocca Grimalda, Accademia Urbense, Ovada,
1994.
3) BIANCA MARIA GALANTI, La danza della
spada in Italia, Roma, Edizioni Italiane, 1942. Più recentemente,
hanno trattato della Lachera, PAOLO GIARDELLI, Il
cerchio del tempo. Le tradizioni popolari dei Liguri,
Genova, Sagep, 1991 e GIORGIO PERFUMO, La "Lachera" di Rocca
Grimalda, "Urbs", V (1992), 9.
4) OPERA NAZIONALE DOPOLAVORO, Costumi
musica danze e feste popolari italiane, Roma, Ed. O.N.D.,
1935.
5) FRANCO CASTELLI, La danza contro il
tiranno. Leggenda, storia e memoria della Lachera di Rocca Grimalda,
Comune di Rocca Grimalda, Accademia Urbense, Centro di cultura
popolare "G.Ferraro", Ovada, 1995.
6) PAOLO TOSCHI, Le origini del teatro
italiano, Torino, Boringhieri, 1955.
7) GIULIO CESARE POLA FALLETTI DI VILLAFALLETTO, Le
gaie compagnie dei giovani del vecchio Piemonte, Casale
Monferrato, Miglietta, 1937; reprint con introduzione di P. Grimaldi,
Torino, Omega, 1994; Associazioni giovanili
e feste antiche, loro origini, Torino, Comitato di difesa
dei fanciulli, 4 voll., 1939-42.
8) GIORGIO DORIA, Uomini e terre di un
borgo collinare dal XVI al XVII secolo, Milano, Giuffré,
1968; GIUSEPPE PIPINO, La strage dei Trotti
di Montaldeo (1528) e il ritrovamento dei loro resti (1817), "La Provincia di Alessandria",
1987, 283/2.
9) Archivio di Stato di Alessandria, Fondo ENAL Ufficio Provinciale,
1954.
10) GIUSEPPE VIDOSSI, recensione a B.M.Galanti, La
danza della spada in Italia (1942), "Lares", XIV (1943),
3.
11) P. TOSCHI, op. cit., cap. XII.
12) CURT SACHS, Storia della danza
(1933), Milano, Il Saggiatore, 1994.
13) VIOLET ALFORD, Sword Dance and Drama,
London, Merlin Press, 1962.
14) GIUSEPPE PIPINO, I giacimenti metalliferi
del Piemonte genovese, "Novinostra", XXII (1982), 2,
4.
15) Sui Carnevali veneti e ladino-dolomitici, si veda CESARE POPPI,
Il bello, il brutto e il cattivo. Elementi
d'analisi simbolica ed estetica delle maschere della Val di Fassa,
in AA.VV., Faceres, Istituto
Culturale Ladino, Vigo di Fassa, 1988; CRISTINA IANNIELLO, Il
Carnevale a Comelico Superiore, "Mondo Ladino", XII (1988),
1-4; GIAN LUIGI SECCO, Viva viva Carnevale!
Maschere e riti nei carnevali della montagna veneta,
Belluno, Belumat, 1989. Per la Toscana, la maschera del Lacché viene
segnalata nel secolo scorso da GIOVANNI GIANNINI,
Il Carnevale nel contado lucchese, "Archivio per lo studio
delle tradizioni popolari", VII (1888); per l'Appennino modenese,
si veda ENRICO BARUFFI, Un Carnevale montanaro:
la mascherata di Benedello, "Il Cantastorie", XX (1982),
8.
16) Per i Carnevali delle Prealpi lombarde, si vedano le ottime
analisi di ITALO SORDI, Teatro e rito.
Saggi sulla drammatica popolare, Milano, Xenia, 1990.
|
 |