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Celebre brigante
della Frascheta alessandrina, le cui imprese negli anni dell’invasione
napoleonica, divennero presto leggendarie.
Figlio di un carrettiere (secondo di sei fratelli), nato a Marengo
attorno al 1784, Giuseppe Mayno secondo la tradizione si diede
alla macchia nel 1803 dopo le nozze con Cristina Ferraris, per
aver infranto la proibizione dell’uso di armi da fuoco imposta
dagli occupanti francesi. In pratica, con alcuni fratelli sfugge
all’arruolamento forzato nell’esercito napoleonico
(legge sulla coscrizione obbligatoria del 20 aprile 1802) e diventa
capo di una banda agguerrita (secondo la leggenda, 200 uomini a
piedi e 40 a cavallo) che darà parecchio filo da torcere
alla Gendarmeria Imperiale. Per i contadini mandrogni diventa ben
presto il difensore degli umili vessati dalle ruberie delle truppe
francesi d’occupazione, il Robin Hood che “ruba ai
ricchi per dare ai poveri”. Le sue imprese spericolate gli
guadagnano l’appellativo di terreur des Departements
au delà des
Alpes: sono storici alcuni colpi clamorosi come l’aggressione
al Ministro Saliceti, commissario del governo napoleonico, al gen.
Milhaud e al convoglio del Papa Pio VII che andava a Parigi per
l’incoronazione di Napoleone (1804).
Abile nei travestimenti, amante delle beffe, Mayno va e viene per
il paese e passa in incognito sotto il naso delle forze dell’ordine,
grazie a connivenze e all’aiuto della popolazione rurale,
di cui interpreta l’attaccamento all’ordine tradizionale
(Trono e Altare) contro l’oppressione straniera e contro
la guerra. Con ingenua polemica col Bonaparte, “Re d’Italia
e Imperatore dei Francesi”, Mayno si faceva chiamare Re
di Marengo e Imperatore delle Alpi.
Poiché la moglie non l’aveva seguito nei suoi rifugi
segreti sui monti, Mayno spesso tornava nottetempo a trovarla alla
Spinetta. Proprio durante una di queste visite alla moglie Cristina,
Mayno cade in un’imboscata, favorita certamente da una spia,
la notte del 12 aprile 1806. Il suo corpo, crivellato e sfigurato
dai colpi di sciabola, viene esposto per dodici ore su un palco
in Piazza Grande ad Alessandria.
Caduto il capo, anche la banda viene scompaginata: il processo
del gennaio 1807 contro 49 imputati, commina quattro pene di morte
e numerosi ergastoli. La moglie Cristina, condannata a 24 anni
di carcere, venne rimessa in libertà otto anni dopo.
Mayno della Spinetta è entrato a pieno titolo nella mitologia
delle classi popolari come un “Passator cortese”, vendicatore
dei torti e delle ruberie subite dalla popolazione inerme. Le sue
imprese sono subito entrate nella leggenda e hanno dato materia
a romanzi, drammi popolari, copioni del teatro d’animazione
(marionette e burattini).
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