In
ricordo di Roberto Leydi ripubblichiamo la sua prefazione al libro
di Franco Castelli I peccati in piazza. Bosinate carnavalesche
in Piemonte (1999)
Le
attenzioni che, nel tempo, son state dedicate alle manifestazioni,
ai comportamenti e agli atti comunicativi di quello che, per comodità
o convenzione chiamiamo "mondo popolare" hanno seguito,
da noi, curiosi percorsi e si segnalano per la loro discontinuità
e le loro lacune. E non soltanto (o tanto) son stati i momenti,
o le situazioni, o i "generi" secondari o marginali
a restar esclusi da impegni non occasionali o localistici di ricerca,
ma pure alcune tra le manifestazioni più vistose, diffuse
e spesso addirittura clamorose.
Ricordo
che quando, ormai anni fa, nell'ambito dei lavori avviati dalla
Regione Lombardia sulla realtà "tradizionale"
della regione, progettammo di rivolgere l'attenzione sui carnevali
lombardi, scoprimmo che ben poco poteva offrirci a quel proposito
la bibliografia e che tutto o quasi era da fare, a incominciare
dall'identificazione dei luoghi sui quali rivolgere la ricerca.
In quella occasione ci furono di aiuto sostanziale le guide del
TCI che, per alcuni paesi, riferivano, nei sommari cenni generali,
di un "caratteristico carnevale"! Così, per esempio,
Italo Sordi arrivò a Bagolino, cioè ad un paese
con un carnevale straordinario, sfuggito a tutti i demologi.
Avemmo
la conferma, in quella occasione, di quella tendenza che ha percorso
(e purtroppo ancora sembra percorrere) gran parte della demologia,
cioè la tendenza archeologica, che spinge a inseguire il
"prezioso". il "raro" il "sommerso"
e, soprattutto, ciò che "sta per scomparire"
e quindi caccia all'«ultimo» (o presunto tale), distogliendo
l'attenzione da quanto è vivo e si svolge non già
in un remoto villaggio ma, in più d'un caso, addirittura
sotto i nostro occhi. Fu così che decidemmo, un anno, di
lasciar fuori dall'itinerario di ricerca i paesi di montagna per
concentrare l'attenzione su Milano. Con scoperte tutt'altro che
insignificanti.
Un
caso che mi pare esemplare in questa prospettiva è proprio
quello della tradizione e della pratica delle "bosinate".
"Bosino". a Milano, era il paesano (soprattutto, ma
non soltanto, del territorio a nord della città), ignorante
e grossolano. Esattamente come il "burino" (etimologia
comune? non so, non sono un glottologo) a Roma.
Le
"bosinate" erano quindi componimenti poetici in lingua
"bosina" che s'immaginavano esser usciti dalla bocca
appunto di un "bosino", quindi "ridicole".
Le
"bosinate" a Milano, erano lette per strada da professionisti
del genere, ma soprattutto vendute, stampate su fogli volanti,
sui banchetti dei mercati. Le ultime "bosinate" che
io conosca sono su fogli datati all'indomani della Prima guerra
mondiale.
I
fogli conservati sono moltissimi, centinaia anche soltanto quelli
dalla metà del secolo scorso, e alcuni testi sono anche
entrati nella memoria popolare. Io stesso, nel secondo dopoguerra,
ho registrato alcune di queste bosinate cantate in osteria nella
periferia milanese. Tra questi duraturi successi El ridicul
matrimoni de Batista e Giuseppin, di Giuseppe Alfieri. Questa
"bosinata" era stata stampata la prima volta (dalla
Tipografia Ranzini, Milano), nel 1889 e ristampato almeno una
volta ancora nel 1902. E a testimoniare la fortuna di questo testo
(un bellissimo testo satirico, assai di vertente) abbiamo la produzione
di un seguito, El straordinari battesim di fioeu de Battista
e Giuseppin, sempre firmato da Giuseppe Alfieri, lo stesso
anno del Matrimoni (e anche questo seguito ripubblicato nel 1902).
Un
fenomeno consistente, vistoso, significativo eppure pressoché
ignorato dalle ricerche e dagli studi che, nel migliore dei casi,
si sono dedicati all'elencazione e descrizione dei fogli presenti
nelle raccolte pubbliche e private. Non un cenno alla personalità
degli autori (i fogli erano infatti quasi tutti firmati), non
una ricerca sui modi di lettura pubblica, non un approfondimento
del rapporto fra i contenuti satirici dei testi e gli eventi e
gli ambienti ai quali esplicitamente si riferiscono. Io credo
che sarebbe, per esempio, interessante una ricerca sulla famiglia
Alfieri, Carlo, Giacinto e Giuseppe, che hanno composto "bosinate"
tra le più fortunate per quasi mezzo secolo, dal 1865 al
1911.
Benvenuto,
dunque, lo studio di Franco Castelli, un ricercatore e uno studioso
che (fra non molti) ha sempre saputo coniugare la precisione filologica
all'attenzione di quello che si dice il "contesto".
sfuggendo alle tentazioni nostalgico-provinciali e proiettando
invece il suo lavoro dedicato all'alessandrino in un paesaggio
regionale e nazionale. E che, come nel caso di questo lavoro,
ha sempre prestato attenzione anche a quelle manifestazioni apparentemente
(e per pregiudizio) minori o marginali della comunicazione popolare
che troppo spesso son messe da parte dalla demologia "seriosa".
Se
per quanto riguarda la pratica della "bosinata" milanese
(ma, più in generale, lombarda, con una presenza di una
certa consistenza, per quanto io sappia, almeno a Bergamo, con
testi in lingua bergamasca del contado) non mi risulta un'esplicita
e specifica applicazione carnevalesca e soprattutto uno scoperto
valore "rituale". per l'Alessandrino (cioè territorio,
almeno per la sua parte orientale, "lombardo", come
del resto il Novarese e l'Ossola) questo nome - "bosinà"
- e questo genere di componimento satirico sembrano aver trovato
proprio nel rituale carnevalesco il loro trapianto.
Franco
Castelli affronta il problema della "bosinata" carnevalesca
alessandrina da tutti i possibili punti di vista e s'avventura
anche in interpretazioni che illuminano i testi oltre i loro significati
letterali e spiegano il "successo" del genere e, soprattutto,
la sua permanenza, forse straordinaria, fino ad oggi.
E'
stata naturalmente, la collocazione centrale nel rito carnevalesco
a garantire la sopravvivenza della pratica della "bosinata"
alessandrina. Constatiamo tutti come, contro le previsioni degli
anni Cinquanta, il carnevale abbia trovato, negli ultimi vent'anni,
nuova vitalità e anche reviviscenza, accanto ad alcune
altre manifestazioni di ritualità tradizionale (penso,
per esempio, al "maggio", giudicato in coma negli anni
Cinquanta), di fronte alla sempre più rapida crisi delle
manifestazioni familiari. Questa tendenza, che ha, mi pare, molti
significati non tutti ancora indagati, ha "salvato"
la "bosinata" alessandrina, mentre quella milanese è
rapidamente scomparsa con la Prima guerra mondiale, o poco dopo.
Il
lavoro così approfondito e "largo" di Franco
Castelli è, quindi, di grande interesse e utilità
non soltanto per quanto ríguarda una tradizione alessandrina,
ma anche per quanto tocca il problema della "bosinata"
nella sua area più estesa, dei rapporti della "bosinata"
con altre tradizioni simili e del valore, senso, significato del
carnevale nella realtà di oggi.
Sul
suo esempio si potrebbe avviare, finalmente, una ricerca sulla
"bosinata" milanese (o, forse meglio, lombarda), oltre
le pur utili (e anzi, indispensabili) ricerche e descrizioni dei
vecchi fogli volanti, esercizio al quale, del resto, io stesso
mi sono applicato.