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Cittadini e cittadinanza: un'introduzione
di Antonella Ferraris

 

 


 

 

 

 


Abbiamo assistito alla presentazione, da parte del MPI, delle linee guida per l'insegnamento della nuova materia di insegnamento Cittadinanza e Costituzione, che dovrebbe sostituire il vecchio insegnamento dell'Educazione civica. In queste considerazioni non mi soffermerò sulla discussione dei singoli punti del documento, che può essere facilmente reperito, anche sul sito del Ministero stesso e di cui ha dato un efficace commento Patrizia Nosengo nel suo saggio La scuola della Gelmini, in Quaderno di Storia Contemporanea (45, 2009, pp.89-102) Mi concedo di dire, unicamente, che ritengo la posizione del ministero in questa materia da un lato confusa, in quanto finisce per inglobare tutte o quasi le più recenti interpretazioni della teoria della cittadinanza, da un lato pericolosa, perché viene a mancare il necessario legame con l'insegnamento della storia, che permette la contestualizzazione dei concetti.

Le considerazione che sto per proporre, oltre ad essere un punto di vista assolutamente personale, partono dalla dimensione filosofica del problema della cittadinanza democratica e ne analizzano le possibili ricadute didattiche.

Le considerazioni che seguono mi sono state suggerite da due interventi: le considerazioni conclusive di Aurora Delmonaco al convegno La cultura civica degli Italiani a Sessant'anni dalla Costituzione, nell'ottobre 2008 e la lezione tenuta da Michelangelo Bovero alla conclusione del semestre 2009 della Scuola della Buona Politica di Torino.
Aurora Delmonaco notava come la cultura civica che è associata al comportamento democratico è in parte venuta meno perché manca la consapevolezza che le nostre conquiste democratiche non sono date per natura o una volta per tutte, ma sono il frutto di un cammino che non è necessariamente sempre positivo, che può interrompersi o cessare. Tale consapevolezza è frutto di una educazione alla storia ed è molto grave (ma si potrebbe dire prevedibile) che per insegnare la cittadinanza non si parta più dalla sua dimensione storica.
Bovero a sua volta ripercorreva la dimensione di fatto della democrazia a partire dalle considerazioni di Bobbio sulla differenza tra la democrazia degli antichi e dei moderni (1986 - ora in Teoria generale della politica). La democrazia è il gioco politico secondo le regole; ma innanzi tutto la democrazia di Pericle non è quella attuale; secondo Bobbio la condizione minima della "nostra" democrazia è il suffragio universale.
Secondo Bovero, per essere tale la democrazia (il suffragio) si basa su cinque condizioni formali, cinque sostanziali e una istituzionale; in caso contrario corre seri rischi di suicidarsi e quanto questo sia vero lo si è visto dalla progressiva corrosione, in questi ultimi trent'anni (ingloriosi, li definisce Bovero) del rapporto tra i cittadini passivi e quelli attivi, cioè votanti, non solo in Italia, ma in tutti i paesi occidentali.

Secondo le cinque condizioni formali il suffragio deve essere :
- universale, ossia esteso a maschi e femmine, cosa che come è noto in Italia si è realizzato solo nel 1946;
- equipollente, ogni voto deve avere lo stesso valore;
- libero, ossia non condizionato; non dalla forza naturalmente, cosa che ancora accade in troppe parti del mondo, ma nemmeno da un uso distorto dell'informazione;
- plurale, ossia basato su un congruo numero di scelte possibili, non bloccate non limitate (pensiamo ai plebisciti a lista unica durante il fascismo);
- un principio di maggioranza che renda evidente chi ha diritto a governare.
Le cinque condizioni sostanziali si rifanno invece al principio classico dei vincoli del potere, vincoli necessari perché anche un sistema apparentemente democratico non si trasformi in una forma di potere assoluto: la salvaguardia delle libertà individuali (personale, di opinione, di riunione...) e dei diritti sociali rilevanti come sussistenza, istruzione, diritto alla salute; divisione dei poteri, divieto di concentrazione tra potere economico e politico (che, ricordiamoci, è un dato di fatto in tutte le democrazie avanzate) e infine la non disponibilità di questi vincoli, nemmeno a maggioranze qualificate (altrimenti, come nel caso dello statuto albertino, una maggioranza qualificata può anche decidere di esautorare se stessa - le considerazioni scritte da Emilio Lussu in Marcia su Roma e dintorni sono a questo proposito di straordinaria attualità.
L'ultima condizione, quella istituzionale, è procedurale: ci devono essere regole a definire le regole, e queste regole sono, secondo una buona parte della cultura filosofica attuale (Rawls, Elster) frutto di un accordo vincolante per sé e per il futuro.

Per Bovero questo è il punto di partenza per una vera e propria autopsia del sistema parlamentare, cosa che esula dallo scopo che mi ero proposta. Quello che mi preme sono le possibili ricadute didattiche di queste considerazioni.
Ancora una volta mi viene in aiuto Aurora Delmonaco, insieme all'esperienza che come insegnante e come studiosa di didattica ho sviluppato in questi ultimi anni.
La cultura civica, in molti casi è vista come qualcosa di estraneo all'esperienza degli studenti, o almeno di un numero consistente di loro; da qui un progressivo estraniamento nei confronti delle Istituzioni, una forte sfiducia. Ciò è certamente in parte figlio di un modo di comunicare che sempre più ha identificato la persona con la carica che occupa, e anche questo non è un fenomeno soltanto italiano. Mi pare che riportare la dimensione civica nell'ambito delle discipline scolastiche, con tanto di verifiche e voti, non faccia altro che aggravare lo iato esistente tra ciò che viene percepito come reale e quindi attinente alla vita di chi studia, e ciò che essendo invece materia scolastica sta in un mondo diverso. Il fatto che molti uomini politici comunichino ormai attraverso i (cioè cerchino di trasformarsi in qualcosa di reale agli occhi dei giovani per i quali ciò che è virtuale è reale), mi sembra vada in questa direzione.
Partire, nella progettazione didattica, dal basso, dall'esperienza degli studenti, direzione per altro in cui la Sezione didattica si è mossa in questi anni, mi sembra ancora una strategia vincente, specie per fare comprendere cosa sia la Costituzione, a cosa serva e come in realtà è molto più vicina a noi di quanto non sembri.

In secondo luogo, dalla situazione attuale si deve partire per attuare, anche in contrapposizione con le indicazioni ministeriali, il necessario collegamento il contesto storico (altrimenti accadrà sempre più spesso di sentirsi dire con perfetta innocenza, è capitato a me in queste recenti verifiche del debito pregresso, che la Costituzione repubblicana è entrata in vigore il primo gennaio 1848, il tutto accompagnato da una felice ignoranza sul ruolo della monarchia sabauda. Non sempre è così, naturalmente e per fortuna.

Quanto alla scelta di temi sui quali indirizzare eventuali progetti didattici, se dobbiamo partire dalle regole della coscienza civile, le condizioni individuate da Bovero, mi sembrano costituire un punto di vista interessante e non sfruttato. Ad esempio, discutere su cosa sia il principio di maggioranza, del perché è importante capire chi vince e come, può dare luogo in classe a considerazioni anche divertenti e comparative, specie in presenza di allievi che possono portare l'esperienza di altri paesi. Uno dei problemi che emergono dalle linee guida è proprio la difficoltà di rapportarsi ad allievi provenienti da tradizioni culturali differenti, a cui si chiede, ed è un atto in un certo senso "dovuto", di integrarsi nel nostro sistema di valori civici e costituzionali. Nell'ambito della pratica didattica, sono illuminanti i lavori condotti da Vittorio Rapetti, ed ospitati sia in questo sito, sia in forma di saggio (Dalla Costituzione all'educazione alla legalità. Materiali per la riflessione e l'intervento didattico) nel già citato numero di Quaderno di Storia Contemporanea.

Per concludere con una considerazione politica e non didattica, già nel 1988 il giurista Roberto Ruffilli, poi assassinato dalle BR, metteva in guardia l'Italia, ma anche tutta l'Europa, alla luce delle trasformazioni che in quegli anni si stavano verificando, dal pericolo di una trasformazione del sistema in senso demagogico - plebiscitario, di una sua possibile deriva "carismatica"...

 


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