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Abbiamo
assistito alla presentazione, da parte del MPI, delle linee guida
per l'insegnamento della nuova materia di insegnamento
Cittadinanza e Costituzione, che dovrebbe sostituire il vecchio
insegnamento dell'Educazione civica. In queste considerazioni
non mi soffermerò sulla discussione dei singoli punti
del documento, che può essere facilmente reperito, anche
sul sito del Ministero stesso e di cui ha dato un efficace commento
Patrizia Nosengo nel suo saggio La scuola della Gelmini, in Quaderno
di Storia Contemporanea (45, 2009, pp.89-102) Mi concedo di dire,
unicamente, che ritengo la posizione del ministero in questa
materia da un lato confusa, in quanto finisce per inglobare tutte
o quasi le più recenti interpretazioni della teoria della
cittadinanza, da un lato pericolosa, perché viene a mancare
il necessario legame con l'insegnamento della storia, che permette
la contestualizzazione dei concetti.
Le considerazione che sto per proporre, oltre ad essere un punto
di vista assolutamente personale, partono dalla dimensione filosofica
del problema della cittadinanza democratica e ne analizzano le
possibili ricadute didattiche.
Le considerazioni che seguono mi sono state suggerite da due interventi:
le considerazioni conclusive di Aurora Delmonaco al convegno La
cultura civica degli Italiani a Sessant'anni dalla Costituzione,
nell'ottobre 2008 e la lezione tenuta da Michelangelo Bovero alla
conclusione del semestre 2009 della Scuola della Buona Politica
di Torino.
Aurora Delmonaco notava come la cultura civica che è associata
al comportamento democratico è in parte venuta meno perché manca
la consapevolezza che le nostre conquiste democratiche non sono
date per natura o una volta per tutte, ma sono il frutto di un
cammino che non è necessariamente sempre positivo, che può interrompersi
o cessare. Tale consapevolezza è frutto di una educazione
alla storia ed è molto grave (ma si potrebbe dire prevedibile)
che per insegnare la cittadinanza non si parta più dalla
sua dimensione storica.
Bovero a sua volta ripercorreva la dimensione di fatto della democrazia
a partire dalle considerazioni di Bobbio sulla differenza tra la
democrazia degli antichi e dei moderni (1986 - ora in Teoria
generale della politica). La democrazia è il gioco politico secondo
le regole; ma innanzi tutto la democrazia di Pericle non è quella
attuale; secondo Bobbio la condizione minima della "nostra" democrazia è il
suffragio universale.
Secondo Bovero, per essere tale la democrazia (il suffragio) si
basa su cinque condizioni formali, cinque sostanziali e una istituzionale;
in caso contrario corre seri rischi di suicidarsi e quanto questo
sia vero lo si è visto dalla progressiva corrosione, in
questi ultimi trent'anni (ingloriosi, li definisce Bovero) del
rapporto tra i cittadini passivi e quelli attivi, cioè votanti,
non solo in Italia, ma in tutti i paesi occidentali.
Secondo le cinque condizioni formali il suffragio deve essere
:
- universale, ossia esteso a maschi e femmine, cosa che come è noto
in Italia si è realizzato solo nel 1946;
- equipollente, ogni voto deve avere lo stesso valore;
- libero, ossia non condizionato; non dalla forza naturalmente,
cosa che ancora accade in troppe parti del mondo, ma nemmeno da
un uso distorto dell'informazione;
- plurale, ossia basato su un congruo numero di scelte possibili,
non bloccate non limitate (pensiamo ai plebisciti a lista unica
durante il fascismo);
- un principio di maggioranza che renda evidente chi ha diritto
a governare.
Le cinque condizioni sostanziali si rifanno invece al principio
classico dei vincoli del potere, vincoli necessari perché anche
un sistema apparentemente democratico non si trasformi in una forma
di potere assoluto: la salvaguardia delle libertà individuali
(personale, di opinione, di riunione...) e dei diritti sociali
rilevanti come sussistenza, istruzione, diritto alla salute; divisione
dei poteri, divieto di concentrazione tra potere economico e politico
(che, ricordiamoci, è un dato di fatto in tutte le democrazie
avanzate) e infine la non disponibilità di questi vincoli,
nemmeno a maggioranze qualificate (altrimenti, come nel caso dello
statuto albertino, una maggioranza qualificata può anche
decidere di esautorare se stessa - le considerazioni scritte da
Emilio Lussu in Marcia su Roma e dintorni sono a questo proposito
di straordinaria attualità.
L'ultima condizione, quella istituzionale, è procedurale:
ci devono essere regole a definire le regole, e queste regole sono,
secondo una buona parte della cultura filosofica attuale (Rawls,
Elster) frutto di un accordo vincolante per sé e per il
futuro.
Per
Bovero questo è il
punto di partenza per una vera e propria autopsia del sistema
parlamentare, cosa che esula dallo
scopo che mi ero proposta. Quello che mi preme sono le possibili
ricadute didattiche di queste considerazioni.
Ancora una volta mi viene in aiuto Aurora Delmonaco, insieme all'esperienza
che come insegnante e come studiosa di didattica ho sviluppato
in questi ultimi anni.
La cultura civica, in molti casi è vista come qualcosa di
estraneo all'esperienza degli studenti, o almeno di un numero consistente
di loro; da qui un progressivo estraniamento nei confronti delle
Istituzioni, una forte sfiducia. Ciò è certamente
in parte figlio di un modo di comunicare che sempre più ha
identificato la persona con la carica che occupa, e anche questo
non è un fenomeno soltanto italiano. Mi pare che riportare
la dimensione civica nell'ambito delle discipline scolastiche,
con tanto di verifiche e voti, non faccia altro che aggravare lo
iato esistente tra ciò che viene percepito come reale e
quindi attinente alla vita di chi studia, e ciò che essendo
invece materia scolastica sta in un mondo diverso. Il fatto che
molti uomini politici comunichino ormai attraverso i (cioè cerchino di trasformarsi in qualcosa di reale agli
occhi dei giovani per i quali ciò che è virtuale è reale),
mi sembra vada in questa direzione.
Partire, nella progettazione didattica, dal basso, dall'esperienza
degli studenti, direzione per altro in cui la Sezione didattica
si è mossa in questi anni, mi sembra ancora una strategia
vincente, specie per fare comprendere cosa sia la Costituzione,
a cosa serva e come in realtà è molto più vicina
a noi di quanto non sembri.
In
secondo luogo, dalla situazione attuale si deve partire per attuare,
anche in
contrapposizione con le indicazioni ministeriali,
il necessario collegamento il contesto storico (altrimenti accadrà sempre
più spesso di sentirsi dire con perfetta innocenza, è capitato
a me in queste recenti verifiche del debito pregresso, che la Costituzione
repubblicana è entrata in vigore il primo gennaio 1848,
il tutto accompagnato da una felice ignoranza sul ruolo della monarchia
sabauda. Non sempre è così, naturalmente e per fortuna.
Quanto
alla scelta di temi sui quali indirizzare eventuali progetti
didattici,
se dobbiamo partire dalle regole della coscienza civile,
le condizioni individuate da Bovero, mi sembrano costituire un
punto di vista interessante e non sfruttato. Ad esempio, discutere
su cosa sia il principio di maggioranza, del perché è importante
capire chi vince e come, può dare luogo in classe a considerazioni
anche divertenti e comparative, specie in presenza di allievi che
possono portare l'esperienza di altri paesi. Uno dei problemi che
emergono dalle linee guida è proprio la difficoltà di
rapportarsi ad allievi provenienti da tradizioni culturali differenti,
a cui si chiede, ed è un atto in un certo senso "dovuto",
di integrarsi nel nostro sistema di valori civici e costituzionali.
Nell'ambito della pratica didattica, sono illuminanti i lavori
condotti da Vittorio Rapetti, ed ospitati sia in questo sito, sia
in forma di saggio (Dalla Costituzione all'educazione alla
legalità.
Materiali per la riflessione e l'intervento didattico) nel già citato
numero di Quaderno di Storia Contemporanea.
Per
concludere con una considerazione politica e non didattica, già nel 1988 il giurista Roberto Ruffilli, poi assassinato
dalle BR, metteva in guardia l'Italia, ma anche tutta l'Europa,
alla luce delle trasformazioni che in quegli anni si stavano verificando,
dal pericolo di una trasformazione del sistema in senso demagogico
- plebiscitario, di una sua possibile deriva "carismatica"...
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